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    Finalità educativa della scuola cattolica



    (NPG 1969-08/09-85)

    ♦ La presenza della Chiesa in campo scolastico si rivela in maniera particolare nella scuola cattolica. Questa, certo, al pari delle altre scuole, persegue le finalità culturali proprie della scuola e la formazione umana dei giovani. Ma suo elemento caratteristico è di dar vita ad un ambiente comunitario scolastico permeato dello spirito evangelico di libertà e carità, di aiutare gli adolescenti perché nello sviluppo della propria personalità crescano insieme secondo quella nuova creatura, che in essi ha realizzato il battesimo, e di coordinare infine l'insieme della cultura umana con il messaggio della salvezza, sicché la conoscenza del mondo, della vita, dell'uomo, che gli alunni via via acquistano, sia illuminata dalla fede. Solo così la scuola cattolica, mentre – com'è suo dovere – si apre alle esigenze determinate dall'attuale progresso, educa i suoi alunni a promuovere efficacemente il bene della città terrena ed insieme li prepara al servizio per la diffusione del Regno di Dio, affinché attraverso la pratica di una vita esemplare ed apostolica diventino come il fermento di salvezza della comunità umana.
    (Gravissimum educationis, 8)

    ♦ I superiori non vogliono convincersi che i problemi di formazione e di educazione sono prima di tutto nostri, non loro.
    (un giovane)

    ♦ Noi entriamo in un Istituto tenuto da religiosi perché desideriamo formarci.
    Questa affermazione implica tante cose: presuppone da parte nostra di accettare l'Istituto e vivere coerentemente anche quando è difficile; da parte dei genitori la consapevolezza di questa corresponsabilità educativa, quindi la loro partecipazione a quel movimento educativo che può venir proposto dall'Istituto, educatori e allievi; presuppone, da parte degli educatori, di essere degli educatori e non solo dei professori (mentre purtroppo è frequente la constatazione che essi non hanno nulla da darci fuori della scuola).
    (un giovane)

     La scuola confessionale si giustifica soltanto se è scuola-pilota, se cioè tenta, prova, esperimenta nuove vie anche per avanzare una sua risposta qualificata alle inquietudini e ai fermenti della scuola italiana d'oggi: quasi per sperimentare sul vivo le riforme che tutti attendono; e se propone una visione della vita in chiave cristiana attraverso una visione della cultura oggettiva, armonica, personalizzata.
    In questa prospettiva, posso indicare un certo curriculum formativo che mi pare ottimale.
    La scuola media inferiore si giustifica se dà al ragazzo una formazione cristiana in nuce, che rispetti la libertà dell'uomo e lo abitui a decisioni personali motivate e se gli dà una capacità critica che lo prepari all'opzione libera.
    Ma è nel biennio che si compie la vera opera formativa. Gli psicologi potranno approfondire i vari motivi; a me, ripensando soprattutto alla mia esperienza, preme sottolineare questi:
    • la possibilità di plasmare il carattere del giovane non ancora stabilizzato;
    • la problematica insita nell'adolescente, problematica alla ricerca di soluzioni e in via di trasformazione;
    • nel biennio l'adolescente fa la sua scelta fondamentale di vita: la visione delle cose, il modo di entrare in contatto con l'Istituto di educazione, le abitudini saranno difficilmente cambiate nel periodo successivo di formazione;
    • è più facilmente influenzabile dall'esterno: l'educatore in lui ha più presa che nel triennio.
    Nel triennio, l'opera formativa giunge a maturazione mediante l'attualizzazione pratica di un certo tipo di vita; quanto è stato appreso nel periodo scuola media e biennio, trova ora la traduzione immediata concréta: viene approfondita la tematica presentata in nuce e viene verificata a livello teorico e operativo.
    Questa impostazione dell'opera formativa comporta:
    • una rivalutazione del ruolo del professore-educatore (è necessario che ci siano persone che non sappiano solo bene la loro materia scolastica, ma che educhino a tutti i livelli);
    • una chiarezza di fini, nell'educatore, nell'educando e nei genitori;
    • un aggiornamento dei metodi per raggiungere i fini;
    • e come conseguenza, una ristrutturazione del metodo delle accettazioni degli alunni in Istituto, in modo che ogni accettazione sia una scelta responsabile anche se embrionale e da maturare e personalizzare lungo tutto l'arco dell'anno.
    L'accettazione è una prima scelta, da portare avanti, non un contratto firmato, a cui appellarsi con la tecnica commerciale del dare-avere.
    (un giovane)

    ♦ La finalità dell'educazione è certamente la crescita nell'amore. Ma questa affermazione è ancora troppo generica: non è possibile costruire un istituto di educazione, proponendosi come meta educativa solo «la crescita nell'amore».
    Bisogna stabilire delle mete ben precise, attuabili, mediante regolamenti e strutture.
    La nostra libertà è una libertà incarnata, perché il nostro spirito è uno spirito che ha dimensioni psicofisiche.
    Molte volte una certa sottolineatura di espressioni come «crescita», «libertà», «amore» – anche se può essere giusta reazione ad un autoritarismo di cui abbiamo sofferto tutti – corre il rischio di ridursi ad un puro nominalismo.
    In concreto, questa «crescita nell'amore» (in cui amore è per noi, l'«agàpe», la carità che ci è stata rivelata in Cristo) , va tradotta nei termini concreti dell'Istituto di educazione in cui si opera interrogandosi sul come un istituto x, di un luogo y, con individui z possa e debba articolarsi per poter realizzare questa meta.
    Un tipo di meta potrebbe essere un'opera di supplenza alle possibilità dello Stato, per dare ai giovani o un mestiere o una laurea. La situazione sociologica italiana, forse, non ci chiede questo.
    La meta di un Istituto di educazione retto da Religiosi, non può che essere un chiaro servizio ecclesiale. Se è così, dobbiamo presentarci alla comunità con il nostro vero volto, cosa che purtroppo non è sempre stata fatta.
    Non si può andare avanti a fare della scuola in modo generico, empirico, con l'alibi che tanto un po' di bene lo si fa sempre, qualcosa resta sempre... Bisogna dire con chiarezza: la finalità a cui tende questa comunità è quella di una crescita in Cristo.
    Perché deve esserci proibito di metterci a servizio disponibile – evidentemente non si vuole obbligare nessuno – a quelle famiglie e a quei giovani, una volta che abbiano raggiunto l'autosufficienza di decisione, che intendono realizzare nel modo più armonico e completo possibile, una formazione cristiana?
    L'unica strada da percorrere per realizzare tutto ciò è la costruzione di una vera comunità:
    • una comunità fisicamente possibile (le comunità di mille persone non possono essere comunità);
    • una comunità integrata (la comunità educativa) non sono gli educatori, ma gli educatori, i giovani e i genitori. Con una scalarità di responsabilità tale per cui i giovani degli ultimi anni – invece di contare i giorni che li separano dall'uscita definitiva dal Collegio – si sentano direttamente cointeressati, per consegnare la fiaccola a quelli che verranno dopo: saranno loro stessi a dire ai più giovani: «Guarda che in questo Istituto si viene con una finalità precisa. Se non l'hai vattene finché sei a tempo, altrimenti sarai un osso fuori di posto!».
    Solo così il discorso sulla «crescita nell'amore», diventa un discorso concreto, immediatamente pratico. E si recupera anche il valore della celebrazione della Messa, all'interno della comunità. La Messa non è solo punto di arrivo, ma anche punto di partenza: la nostra comunità, essendo cristiana, si realizza nella Messa; lo stesso spirito, lo stesso movimento che c'è qui ci deve essere in scuola, nel tempo libero, nel contatto con gli altri. Se un giovane non si sente di accettare questa realtà, o è in ricerca (e allora si esige il rispetto reciproco: lui della comunità e la comunità di lui, perché questo periodo sia risolto costruttivamente), o ha scoperto che non può più dare il suo appoggio e la sua presenza consapevole a questo tipo di comunità (e allora, se è possibile ancora, si ritiri, altrimenti resterà in comunità fino al termine dell'anno, usando decisamente un forte rispetto nei confronti della comunità stessa). Se manca questa visione delle cose, resta impossibile fare ogni programmazione, perché nasce inficiata in partenza dalla non-conoscenza della vera meta che qualifica la comunità in quanto tale.
    Evidentemente il processo di maturazione, in questa linea, sarà lento e faticoso, dovrà tener conto delle situazioni (uomini e strutture) con cui si ha a che fare, ma non potrà che tendere a queste finalità.
    (un educatore)

    Queste riflessioni che sembrano, in molte indicazioni, una traduzione spicciola delle affermazioni del «Gravissimum educationis», hanno bisogno di trovare adeguata presentazione anche presso i giovani, mediante qualche documento significativo. Tra i tanti possibili, trascriviamo una «lettera» inviata in apertura d'anno agli alunni di un istituto di educazione, dal loro «direttore».
    È una delle più interessanti, tra quelle che ci sono pervenute.
    Anche se ci pare ancora molto lontana da un vero spirito di dialogo e di collaborazione all'interno della comunità educativa:
    – Esiste una concezione diffusa di istituto come assoluto, come «sistema», cui adeguarsi; invece di centrare sul «bene comune» al cui servizio l'istituto si pone.
    – Il rapporto educatori-educandi, l'impegno cristiano, le pratiche di pietà, il controllo sulle letture... sono ancora troppo sul piano quantistico del dare-avere.
    – Non manca una certa ossatura di paternalismo che impianta dall'alto i piani di lavoro invece di accettare una costruzione dinamica in continua collaborazione. Nonostante questi difetti, rimane un documento veramente significativo: utile quindi con gli adattamenti del caso, proporzionati alla «mentalità» concreta locale.

    Carissimo amico,
    ritengo sia cosa utilissima scambiare alcune idee, sia pure per lettera, prima di un incontro personale per una eventuale iscrizione al nostro Istituto.
    Questa Casa Salesiana di Don Bosco vuole essere sede accogliente di una serena comunità di giovani che, dopo aver scelto liberamente un chiaro ideale di vita cristiana come guida al proprio operare:
    1 - si dedichino seriamente allo studio;
    2 - vogliano vivere fraternamente uniti fra loro, aiutandosi a sviluppare la propria personalità nell'esercizio dell'autodisciplina, educando volontà e carattere ad acquistare gradualmente la propria libertà d'azione, alla luce della ragione e della religione;
    3 - intendano lealmente servirsi, per migliorare se stessi, dei mezzi suggeriti dal sistema di S. Giovanni Bosco, con l'osservanza esatta del Regolamento e la collaborazione cordiale all'azione educativa dei Salesiani i quali – più che superiori – vogliono essere fratelli e padri. Naturalmente non pretenderò che tu sia perfetto fin dal principio: mi basta la tua parola che i tre punti di cui sopra, formeranno l'oggetto del tuo serio impegno.
    Del resto tutta la vita dell'Istituto è ordinata in modo da aiutarti in questo. L'orario normale comprende infatti:
    il tempo della preghiera: mezz'ora al mattino per la S. Messa, o per le preghiere del buon cristiano e un'attività formativa; dieci minuti alla sera per le preghiere di fine giornata;
    il tempo dello studio: nove ore circa, distribuite fra scuola e studio personale;
    il tempo della ricreazione e dei pasti: cinque ore circa;
    il tempo del riposo: nove ore circa.
    Nei giorni festivi, e ogni volta che gli impegni di studio te lo permetteranno, il tempo verrà piacevolmente impegnato in attività formative, culturali, ricreative e sportive di particolare interesse, che tu stesso potrai organizzare, assieme ai tuoi compagni, nel Circolo giovanile.
    A scanso di malintesi, devo anche segnalarti alcune disposizioni della cui ragionevolezza ti renderai tu stesso conto molto facilmente. Sono considerate gravi mancanze:
    – turbare la serenità della nostra famiglia con discorsi equivoci o poco rispettosi della religione; con atteggiamenti volgari; con azioni sleali e lesive della stima e dei beni degli altri;
    – leggere o far passare ai compagni, giornali, riviste, libri che siano in contrasto con la scelta di vita cristiana che la nostra comunità ha fatto;
    – non collaborare con gli amici e i superiori nella costruzione del bene comune, mediante il disprezzo o il rifiuto del servizio che essi ti offrono. Non ci sarà posto insomma fra noi per i musoni, i brontoloni impenitenti, i conformisti della grossolanità, gli apatici, i ribelli.
    Se tu, con libera scelta personale, non accettassi per convinzione lo stile di convivenza della nostra comunità e ti rassegnassi solo a subirlo e a sopportarlo, non ti troveresti bene e ti pregherei francamente di non venire. Perché io vorrei che tu arrivassi con il forte entusiasmo dei giovani, col cuore e la mente aperti ad ogni problema della vita, deciso a cercarne la soluzione con serietà e serenità, in questa Casa di Don Bosco, che ti offrirà l'appoggio di guide sicure e di compagni leali.
    Il Direttore


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