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    Il sogno di Lele, angelo della strada


     

    Educare a partire dagli ultimi

    Mariella Mentasti

    (NPG 2012-08-48)


    Gli angeli sono ovunque,
    ai margini delle strade,
    sui muri imbrattati,
    nelle notti dimenticate
    nei giorni inghiottiti dal tempo.
    Gli angeli sono ovunque,
    ma il loro cuore puro
    li rende trasparenti e, perciò,
    invisibili ai nostri occhi ma
    luminosi agli occhi di Dio

    Lele

    «Ehi, Pino, ho fatto un sogno, te lo racconto perché c’eri anche tu.
    Eravamo in un grande teatro: la gente aveva già occupato tutti i posti a sedere e c’era anche qualcuno in piedi; tutti chiacchieravano tra loro poi... silenzio!
    Le luci si dirigono sul palcoscenico ed ecco, compariamo noi! Sì, io e te con gli altri Angeli della strada davanti ad un pubblico che attende muto il nostro grande spettacolo.
    Pensa, io, te, gli altri; noi che facciamo fatica a dire le belle frasi davanti ai signori, noi che di solito nessuno ci guarda perché non facciamo una bella figura per le strade, coi nostri sacchetti, le nostre vecchie scarpe, i nostri vestiti malridotti, noi che deturpiamo il paesaggio, allontaniamo i turisti ed è meglio che stiamo nascosti e non ci facciamo tanto vedere, noi che cerchiamo di non pensare al domani perché non sappiamo se ci arriveremo e come ci arriveremo, proprio noi eravamo lì davanti a tutti, e tutti pendevano dalle nostre labbra. Nessuno sembrava riconoscerci come ‘quelli della strada’, quelli che ‘se li tocchi chissà che malattie prendi’ ma tutti ci guardavano come persone nuove, e si stupivano alla nostra bellezza, all’eleganza dei nostri abiti, al nostro portamento, come se fossimo veri Angeli, Angeli bianchi di luce, Angeli Custodi, Angeli buoni e saggi.
    E proprio noi, proprio lì, davanti a tutti, con parole belle e sapienti, abbiamo cominciato a raccontare i nostri sogni, quelli che riempiono di magia le nostre notti e rendono meno tristi i nostri giorni.
    E i nostri sogni si sono mescolati ai nostri ricordi, perché per sognare bisogna avere dei ricordi, belli o brutti, ma sono l’unica cosa che ci appartiene, sono la nostra vita.
    I ricordi e i sogni, lì sul palcoscenico, si intrecciavano come lunghe spirali tra il bene e il male, tra esperienze di vita buona e anticipi dolorosi di morte.
    Ricordare spesso fa soffrire, bisogna sapere che cosa dei ricordi si vorrebbe tenere e che cosa buttare nel cestino, ma con le cose da tenere è bello farci un sogno ad occhi aperti, e il meglio del meglio è rappresentarlo perché è come se la speranza prendesse forma e danzasse per tutti e tutti insieme potessero sperare con lei!
    Abbiamo tirato fuori le cose più nascoste di noi, anche quelle che, di giorno, ci fanno dare del pazzo e ci fanno guardare male dalla gente. Abbiamo raccontato della paura che spesso ci rapisce, della fretta di questa città che non ci lascia respirare, degli occhi che guardano sempre altrove, dei sentimenti che noi, Angeli della strada, vediamo volar via dalla gente per lasciare il posto alle ombre pesanti dell’ambizione, dell’invidia, dell’intolleranza.
    Le parole ci uscivano senza problemi, le persone ci ascoltavano, spesso sorridevano e qualche volta ridevano, se c’era da ridere: era meglio della televisione perché quella ci butta addosso parole, musiche e immagini, ma è una bella scatola senza sentimento, come una rosa finta, senza spine ma anche senza profumo; noi, invece, i sentimenti li abbiamo e la gente li ha compresi e gustati, e in quel momento ci ha voluto bene e noi a loro. Eravamo ancora noi ma non eravamo più noi: come trasformati dal palcoscenico eravamo attori con un pubblico e alla fine tutti ci hanno stretto le mani, qualcuno ci ha anche abbracciati.
    Non facevamo più ribrezzo, era come un miracolo, noi, angeli della strada, finalmente guardati, accolti, ammirati. Era proprio bello, questo sogno...».

    Pino

    «Lele, l’ho fatto anch’io quel sogno! Ci siamo stati davvero sul palcoscenico, abbiamo recitato la nostra vita, i nostri più brutti ricordi li abbiamo intrecciati ai nostri sogni più belli, per delicatezza e pudore, per non fare troppo male.
    Tutti ci hanno capito, abbiamo parlato con la lingua della vita, non occorrevano traduzioni. È stato bello davvero, Lele.
    Quanti applausi, quante parole belle, tu, io gli altri con le mani alzate dalla gioia, con gli inchini al pubblico, ubriachi di felicità.
    Ma oggi, senza palcoscenico, qualcuno per le strade ci riconoscerà, si ricorderà il nostro nome, ci applaudirà ancora? Oggi, senza le luci del teatro, qualcuno ancora ci noterà, riuscirà a non voltare lo sguardo? Oggi, quando il sipario rimarrà aperto sui nostri visi contratti dalla miseria, qualcuno avrà il coraggio di fissare lo sguardo sul dolore? Oggi, quando chiederemo un tetto per comporre i nostri sogni, qualcuno ci offrirà un riparo? Oggi i riflettori daranno luce ad altre storie e tutto tornerà come prima, per noi, Angeli della strada che nessuno riesce a toccare...
    Forse hai ragione tu: era solo un bel sogno!».

    «Dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere tra i principi, tra i principi del suo popolo» (Sal 113,7).
    Ci sono confini invisibili ma ben delimitati nella nostra mente.
    Confini che si alzano come muri invalicabili quando guardare, conoscere, comprendere, compatire, toccare è cosa troppo amara, troppo difficile, troppo rischiosa. Si preferisce rappresentare, scrivere, leggere storie di barboni, carcerati, drogati, pazzi che magicamente diventano, nella neutralità delle nostre parole, «senza dimora», «emarginati», «deboli», «diversi». Il confine gentile e tollerante del palcoscenico, della penna, della carta stampata ci preserva e possiamo credere di essere persone libere che operano per la libertà.
    Ma per rialzare il povero, il Signore ha messo le mani nell’immondizia.
    Bisogna fare qualche passo in più, bisogna sciogliere la paura, bisogna che qualcuno riesca a tendere la mano, sapendo anche di rischiare, bisogna che qualcuno non si limiti a guardare e «rendere conto» senza sporgersi dall’altra parte, senza vederli, riconoscerli, farsi stupire dai loro visi, condividere il loro dolore.
    I miracoli attendono qualcuno che non abbia paura di toccare il dolore (E. Bianchi).

    «Venne da lui un lebbroso che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: ‘Se vuoi, purificami’. Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse ‘Lo voglio! Sii purificato!’ E subito la lebbra scomparve da lui e fu purificato» (Mc 1,40-42).

    Il lebbroso, l’angelo delle strade d’Israele, colui che deve rendersi invisibile, stare a distanza, non superare i confini della città, è l’intoccabile, il peccatore, l’inguaribile.
    Gesù com-patisce il suo male, soffre del suo dolore, non ne ha paura. La sua mano si tende su di lui e, in un gesto d’amore profondo, lo tocca.
    Nonostante il contagio, nonostante l’impurità, nonostante la legge, il suo tocco d‘amore e di giustizia libera dal male e salva.
    Ora l’angelo della strada può entrare nella città.
    Griderà la sua salvezza perché la sua gioia è incontenibile, il suo sogno è realtà, la sua vita ha ritrovato senso e meraviglia.



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