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     La Pastorale universitaria

    di chi fa didattica e ricerca

    Maria Grazia Marciani

    Marciani
    Il lungo iter che ho percorso nel mondo della conoscenza e del sapere, attraverso i vari livelli formativi, ha rappresentato per me il preludio e lo stimolo all’attività di docente universitario. L’attività universitaria in campo medico, che racchiude la didattica, la ricerca e l’assistenza, è stata da me vissuta per decenni ed è immagazzinata nella mia memoria come una “nuvola” leggera che racchiude in maniera confusa soddisfazioni, ansie, paure, gioie, speranze ecc.
    E’ una nuvola rarefatta, monocromatica, a contorni mal definiti nel contesto della quale si intravedono isolati spots luminosi. Cosa sono queste sorgenti di luce che si stagliano nitide da un substrato nebuloso? Sono per lo più “persone” che, con modalità differenti e in contesti diversi, hanno lasciato un segno nel mio percorso formativo e nella mia vita, oltre che per il loro sapere, per quel “quid” che traspariva dal loro essere persona–docente; cioè per il loro carisma.
    L’aver dedicato, fin dall’inizio della carriera, molto del mio tempo alla ricerca di base ha appagato e incrementato in me il desiderio di conoscenza non disgiunto dal gusto di progettare e realizzare novità; tutto ciò in un clima di sano spirito competitivo!
    Nell’analizzare a ritroso quel periodo mi sono resa conto che, seppur affascinante per molti versi, esso era carente di qualcosa di cui avevo bisogno ma che non ero in grado definire non avendone piena consapevolezza. Percepivo cioè la ricerca sostanzialmente fine a se stessa cioè poco “umanizzata”. Negli anni successivi, pur se proficui sul piano scientifico, sono lentamente sorti in me interrogativi sempre più pressanti quali: chi è l’uomo, quale è il suo destino, quale è il senso della vita, in che cosa consiste la felicità?
    Ai giorni nostri la ricerca scientifica, continuando a risentire di una mentalità positivista, tiene scarsamente conto di una visione metafisica e etica dell’uomo nonché di una visione cristiana della vita, “la conseguenza di ciò è che certi scienziati, privi di ogni riferimento etico, rischiano di non avere più al centro del loro interesse la persona e la globalità della sua vita….” (Fides et Ratio, 46 1998 G.P. II).
    Porre al centro della mia attività la persona umana nella sua integralità attraverso un cammino di fede, è stata una esperienza particolare perché mi ha permesso di trovare una risposta agli interrogativi che mi ponevo. Il percorrere questa strada ha dato un senso anche alla mia vita di medico-docente. Ho vissuto questo impegno come una “missione” più che come una professione che appaga solo le esigenze intellettuali, la voglia di conoscere e di scoprire. La scelta di operare nell’università, piuttosto che in un istituto di sola ricerca o solamente assistenziale, era proprio nel voler rispondere ad una profonda esigenza: quella di contribuire alla formazione intellettuale, umana e spirituale dei giovani. Gli studenti sono persone “fragili” (nell’accezione di qualcosa di prezioso che deve essere salvaguardato) che vivono un composito periodo della loro vita in cui possiamo trovare alcuni tratti psicologici adolescenziali insieme ad aspetti della piena giovinezza o di una precoce maturità. Essere docenti non significa solo riversare le conoscenze, il sapere su dei “contenitori inanimati”; significa trasmettere ai giovani un “sapere affettivo” che integri l’umano in tutte le sue componenti e la ricerca della verità, Significa anche camminare al loro fianco sebbene con ruoli distinti.
    Ciò però che per me rappresenta l’impegno più difficile da realizzare è quello di dare testimonianza di vita. Tale testimonianza, sia in aula che in una corsia di ospedale, non sarà percepita dai giovani come autentica se non è l’espressione di un mio vissuto reale e sincero sul piano razionale, umano e spirituale.
    Questo intendo per Pastorale nell’Università: evangelizzare ovvero testimoniare, come persone, Cristo nella quotidianità della propria attività. Il giovane, sia credente che non, non si accontenta delle parole ma ha un essenziale bisogno di esempi che non siano solo espressione di un’alta professionalità, ma anche di umanità che comprende principi e valori. Il giovane, per me, è normalmente un giudice severo e sincero. Il suo comportamento può in parte essere utilizzato dal docente come unità di misura della coerenza del suo operare. L’annuncio cristiano nell’università da parte di chi ha scelto questa missione, deve essere possibilmente un gesto chiaro e deciso, comunicato in modo elementare e realizzato possibilmente in modo comunitario. Pertanto la formazione dei nostri giovani, nel campo intellettuale, umano e spirituale deve, per il docente, essere la “mission” prioritaria del suo operare.



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