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    Imparare a "compatire"


     

    Intervista al Card. Christoph Schönborn

    Gioele Anni

    (NPG 2019-01-7)


    Il cardinal Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, è un uomo nobile. Per discendenza: la sua famiglia vanta legami che risalgono alle grandi dinastie d’Europa. Ma anche per spirito e pensiero. Forse ha preso la mitezza dal paesino dove è cresciuto: Schruns, un borgo di tremila anime in mezzo ai boschi tra Austria e Svizzera. Prete domenicano, amico e allievo di Joseph Ratzinger, segretario della Commissione che nel 1992 pubblicò il nuovo Catechismo, creato cardinale nel 1998 a 53 anni da Giovanni Paolo II. Un curriculum da star. Eppure durante il Sinodo si toglie lo zucchetto rosso, infila un cappellino bianco e cammina in mezzo ai giovani nel pellegrinaggio da Montemario alla tomba di Pietro. Non ha paura di esprimersi su questioni scottanti. Come quando approvò l’elezione di un giovane omosessuale a capo di un consiglio pastorale della diocesi: «L’ho incontrato e ho capito perché la comunità lo ha votato: è un uomo di grande fede». O quando dice la sua sul diaconato per le donne, «una questione aperta». Mentre ragiona di temi che nella Chiesa possono essere divisivi, per lui parlano gli occhi azzurri. Limpidi, mai velati di malizia. È un simbolo della “Chiesa giovane”: non per età, ma per il desiderio continuo di farsi domande e cercare strade nuove.

    Eminenza, lei ha partecipato a molti Sinodi. A che numero è arrivato?
    Non ho tenuto il conto. Credo sia il sesto…

    Che cosa l’ha colpita nelle settimane a Roma?
    È la prima volta di un Sinodo sui giovani, e questo è molto bello! Ma non si è parlato dei giovani in modo generico. E neppure noi padri sinodali, che siamo anziani, ci siamo comportati come se fossimo giovani. No. Papa Francesco ha voluto, anche grazie alla presenza degli uditori, che la vita dei giovani entrasse nel Sinodo per fare un vero discernimento. Che significa ascoltare la realtà in tutte le sue dimensioni, per capire cosa dice Dio attraverso le situazioni concrete che i giovani vivono. Questo è interpretare i segni dei tempi.

    Quali sono i tratti di questa realtà giovanile che più l’hanno colpita?
    La prima impressione è molto variegata. La situazione è così diversa tra chi vive a Baghdad, o in una zona difficile dell’Africa, o nel cuore dell’Europa. Ma ci sono anche dei punti comuni.

    Per esempio?
    Quello che si vede più direttamente è l’influsso della digitalità. I giovani vivono in un’epoca nuova, l’era digitale. Che impatta ogni ambito: la vita personale e famigliare, l’amicizia, il lavoro, lo sport…tutto. L’era digitale presenta vantaggi e pericoli, ma è un fenomeno globale: la stragrande maggioranza dei giovani vive nel mondo digitale, e anche la Chiesa deve fare i conti con questo dato di realtà.

    Un altro punto comune a tutti i giovani?
    Da anziano, mi colpisce che le domande fondamentali rimangano le stesse, attraverso tutti i cambiamenti sociali e culturali. Chi sono io? Qual è il senso della vita? A chi o a che cosa appartengo? Come vivo l’affettività e la sessualità? Tra queste domande vedo un grande punto d’incontro: la relazione con il Signore. Ciò che è comune a tutti, in tutto il mondo, è Colui che ci offre la sua amicizia. Tra le loro domande i giovani possono scoprire Gesù e il Vangelo, e quando lo hanno conosciuto desiderano sentirsi amati e accettati da Lui, chiamati nella sua amicizia. E poi c’è una terza caratteristica: oggi i giovani sentono molte pressioni.

    Che tipo di pressioni?
    Sociali, professionali, scolastiche. Pressioni che arrivano dal mondo digitale, che riguardano il modo in cui presentano se stessi, il desiderio di farsi vedere e accettare dagli altri. Nel circolo germanico ci siamo domandati se le comunità ecclesiali sono luoghi dove ci sono meno aspettative, o se anche qui i giovani sono messi sotto pressione, addirittura più che in altri ambienti. La Chiesa dovrebbe essere un luogo dove si respira, dove ci si può relazionare serenamente gli uni con gli altri.

    Tra le domande dei giovani ha parlato dell’affettività. Secondo lei, che cosa dice oggi la Chiesa ai giovani riguardo al modo di vivere la sessualità?
    Due punti. Il primo: come il Sinodo è un cammino, così lo è anche l’affettività. Un percorso fatto di gioie, dolori, cose da imparare. Quando entriamo nella pubertà è una rivoluzione. Scopriamo il nostro corpo, sentimenti nuovi: come gestirli? E poi ci sono le tappe delle prime amicizie, il primo innamoramento... Penso però che questo cammino non sia diverso da come è sempre stato in ogni epoca dell’umanità.

    E allora perché è un tema che fa tanto discutere?
    Questo è il secondo punto. Dobbiamo prendere atto che oggi non viviamo più in società tradizionali, dove tutto era previsto. Ai miei tempi si usciva con una ragazza solo quando i genitori lo avevano permesso. In certi paesi i marciapiedi erano divisi, i ragazzi camminavano a sinistra e le ragazze a destra… In una società che aveva regole così rigide, fenomeni come le convivenze non erano solo impossibili, ma semplicemente inimmaginabili. La questione importante allora, a mio parere, non sono tanto le regole – che sono importanti, certo – ma soprattutto la qualità del nostro comportamento.

    Può fare un esempio?
    Quando incontro due giovani che convivono, la mia prima domanda non è: «Cosa fate in camera da letto?». Piuttosto chiedo: «Come vi comportate tra voi? Vivete la vostra relazione nel rispetto e nell’interesse per l’altro? Provate a “compatire”, cioè a “sentire con” il cuore dell’altro?». Questo per me è il punto nodale. Si tratta di far crescere, all’interno di una storia d’amore, quelle che la tradizione ha chiamato le “virtù”. Se invece tu, uomo, sei un “macho”, o se tu, donna, sei egoista, il tuo comportamento ferirà l’altra persona. Anche se secondo le regole siete nel giusto. Ciò che conta è che il legame sia una scuola di vera relazione.

    Eminenza, un’ultima domanda su un tema che le è caro. Questo è il tempo delle donne nella Chiesa?
    L’uomo ha due gambe e la Chiesa deve camminare con due gambe. Di fatto è già così, anche se forse non ce ne rendiamo conto. Nella mia diocesi, il 53% dei consiglieri parrocchiali sono donne. Vuol dire che nella vita vera delle comunità parrocchiali, e dei gruppi cattolici in genere, si lavora stabilmente insieme. Ma questa realtà deve esprimersi anche nel mondo in cui collaboriamo nei processi decisionali. La domanda è: la voce delle donne è ascoltata da noi preti e vescovi? Anche qui non è questione di numeri e percentuali, ma di qualità della partecipazione delle donne nella Chiesa.


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