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    La ricerca di senso nei comportamenti a rischio


    Giovani alla ricerca di senso /2

    Fabio Gianotti

    (NPG 2016-02-49)


    “Sì che lo ricordo! Secondo me era settembre, l'inizio della seconda: un sabato che l'ho comprata da un mio compagno di classe. L'ho presa poi con un mio amico siamo andati verso una sbarra che c'è lì da casa mia. Abbiamo camminato un sacco lungo il canale per non farci sgamare (ride); il mio amico aveva più fifa di me e alla fine abbiamo voltato in una carraia sperduta e ci siamo fermati in mezzo a un campo (ride e scuote il capo). Lì mi sono fumato la mia prima canna. Abbiamo cominciato a ridere poi mi ricordo che siamo andati a prendere un chilo di gelato e siamo tornati al canale. Eravamo fuorissimo, con le scarpe piene di terra. Ero stato bene a me poi non mi ha mai preso male o cose del genere.

    Dopo non mi ricordo, secondo me c'eravamo tornati una seconda volta, sempre lì, ma poi per un po' non l'avevamo più fatto.
    Bella! Non pensavo di ricordarmelo così bene. È che poi ci fai l'abitudine e troppo presto diventa una cosa di tutti i giorni.”

    I sorrisi di Stefano sono imbarazzati, talvolta affiora una risata scomposta e incredula. Forse non pensava di ricordare in modo così vivido certi particolari, forse non avrebbe mai immaginato di raccontare quell'esperienza a un adulto. Le sue parole, che mi ha regalato qualche settimana fa, si aggiungono ad altri racconti di ragazzi e ragazze: il mio personale archivio di narrazioni preziose. Sono esternazioni libere che durante un colloquio di counselling mi catturano per quella ruvida bellezza che allontana sullo sfondo le preoccupazioni del mio essere adulto e padre e, per un istante eterno, mi riportano estatico a una stagione della vita dove tutto accade per la prima volta.
    Col campo di Stefano, ci sono le “fughe” di Davide al parco sottocasa, la distesa di neve bianca e l'ebbrezza alcolica di Marco, i primi baci tremanti, le ferite sulla pelle, le notti bianche e altre aurore adolescenziali. Sono ragazzi e ragazze, poco più che bambini, che passano le colonne d'Ercole e che iniziano, come suggerisce Alessandra Augelli, a errare [1]: muoversi, ancora senza meta, in uno spazio che può essere immaginato, pensato, sognato oppure reale o virtuale per sperimentare l'errore, la sfida, il rischio e la misura di una vita nuova. Sono corpi che esplodono o che implodono e che interrogano l'esistenza con i sensi, senza l'affanno adulto di dover razionalizzare ogni gesto in un motivo logico o pertinente.
    Gli occhi che guardano a questi comportamenti tuttavia, che siano quelli delle scienze sociali, della psicologia o, in genere, della comunità adulta, non colgono la sensualità dei corpi, la forza inarrivabile delle emozioni adolescenziali, il coraggio dell'incoscienza e di chi cerca nell'infinito, ma sono schermati dall'angoscia e dalla paura della perdita, dell'insensatezza e del pericolo per l'incolumità dei più giovani.
    Sicché, a ben vedere, ciò che è a rischio e che vogliamo allontanare non è tanto la deriva di un'esistenza insensata, obnubilata dai micidiali meccanismi del consumismo e dal mito dell'eterna giovinezza, bensì il pericolo di un qualsivoglia guasto al corpo, inteso qui come Körper [2], corpo fisico, macchina idraulica. Vorremmo preservare i ragazzi, come i bambini, da tutto quello che può nuocere loro e siamo così presi a difenderli da tutto e da tutti che ci dimentichiamo del valore autentico dell'educazione. In un mondo sempre più terrorizzato da sé stesso, preferiamo dotare il nostro Icaro di una corazza e confinarlo nel labirinto piuttosto che donargli un paio d'ali e indicargli il cielo.
    Certamente i comportamenti a rischio mettono a repentaglio la vita di chi li attua, ma in adolescenza questi gesti rimandano direttamente alla ricerca esistenziale e identitaria, raccogliendone gli aspetti più significativi, controversi, potenti e drammatici.

    Quale trasgressione in tempi di crisi?

    Il fenomeno dei comportamenti a rischio crea da sempre un forte allarme nella società. È difficile comprenderne i confini, le direzioni e le dimensioni. In mancanza di dati epidemiologici su scala nazionale, non siamo in grado di definirne l'andamento e sembra altresì impossibile stilarne una lista esaustiva. Uso di tabacco, alcool e sostanze stupefacenti, bullismo, tentativi di suicidio e autolesionismo rientrano a buon titolo nella categoria, ma sono solo alcuni esempi di un universo immenso, eterogeneo e che comprende differenti livelli di gravità.
    Certamente, negli ultimi dieci anni, come è accaduto per le condotte devianti e le addiction, l'impatto delle nuove tecnologie ha notevolmente ampliato le possibilità e la drammaticità di certi gesti [3]. L'esperienza virtuale sgretola i tempi d'attesa e le distanze si annullano. Il corpo si volatilizza e la questione della responsabilità si fa estremamente complessa.
    Tuttavia se le proporzioni del fenomeno sono difficili da stabilire, possiamo tentare di definirne le caratteristiche generali e le dimensioni implicate.
    Il primo aspetto che rileviamo attiene al carattere sperimentale dell'adolescenza, fortemente connesso con l'affermazione e la definizione identitaria. Questo nuovo corpo-coscienza nato dalle ceneri dell'infanzia cerca la propria forma e la propria consistenza: vaga, orfano di prospettive, desideroso di un'epifania che restituisca un senso, anche precario, alla visione di sé e del mondo. In questo viaggio le direzioni acquisiscono significato direttamente sull’epidermide dei ragazzi. Intanto “si prova”: si prova per capire cos'è il dolore, lo sballo, l'inconsapevolezza, la vergogna, la gioia e il potere.
    Il secondo aspetto riguarda il carattere relazionale di questa esperienza. I comportamenti a rischio vogliono essere visti. Gli spettatori possono essere i nostri complici, la scuola tutta, quel ragazzo o quella ragazza in particolare o l'idea del mondo adolescente. La comunità dei miei coetanei, l'unico luogo che conta e che rappresenta le mie possibilità di sopravvivenza, mi spinge a comportamenti e atteggiamenti funzionali. Sotto ogni gesto trasgressivo soggiace il bisogno di farsi accettare e di suscitare desiderio.
    Infine l'elemento eterodosso, quello che definisce il comportamento a rischio come una rottura dell'ordine stabilito. L'adolescente chiede, pretende di ridisegnare i rapporti con l'autorità e di rifondare il proprio sistema normativo.
    Da un punto di vista educativo è proprio quest'ultima dimensione a presentare le novità più importanti e così pure le criticità più stringenti. In quest'epoca di crisi politica, economica, valoriale e sociale abitiamo un’ Europa che ha conosciuto l'evaporazione del padre [4] ovvero, sostiene Massimo Recalcati, “il venir meno della funzione orientativa dell'Ideale nella vita individuale e collettiva” [5]. Lo smarrimento della persona è il riflesso di una società che ha perso le proprie radici millenarie. Nel secolo scorso la cultura contadina e religiosa, così come i grandi sistemi ideologici, hanno ceduto all'avvento del consumismo e dell'individualismo e la funzione fondante e simbolica del padre è venuta meno.
    Le famiglie, come le altre istituzioni educative, la scuola in primis, hanno assunto un carattere fortemente affettivo. Oggi le priorità educative riguardano il benessere di bambini e ragazzi e spesso gli aspetti normativi, insieme a quelli esistenziali, sono relegati sullo sfondo.
    Ma qual è il senso della trasgressione in un'epoca che non conosce struttura morale, che sembra aver rigettato il concetto stesso di normatività?
    Dopo l’impallidire del complesso di Edipo, ai ragazzi di oggi tocca in sorte una peregrinazione ben più lunga e complessa. Spesso trasgressioni e comportamenti a rischio impiegano molto tempo prima di incontrare un ostacolo o una barriera. Le provocazioni degli adolescenti, le urla che essi rivolgono al presente non trovano la propria eco. Gli adulti non rispondono. Alcuni di noi si scoprono incapaci di recuperare una normatività autentica, altri sono troppo intimoriti dal conflitto e mentre alcuni si occupano soltanto della salute o della reputazione dei propri ragazzi, qualcuno è ancora alle prese con la lunga coda della propria adolescenza.
    In questo modo il senso esistenziale che si agita nei gesti trasgressivi e apparentemente insensati degli adolescenti non viene colto.
    Troppo presto ci dimentichiamo il vissuto della nostra adolescenza. C'è un corpo che cambia, che cresce: qualcosa che sfugge completamente al nostro controllo e che si trasforma al di là della nostra volontà: non sappiamo quando si fermerà e nemmeno quale forma assumerà. Contemporaneamente la pelle del cuore si fa più sottile e sensibile. Entrano in gioco percezioni e sentimenti nuovi: tumulti e vibrazioni dalla potenza inaudita, capaci di impadronirsi di noi in modo eccezionale, un modo proprio ed esclusivo di questa stagione della vita. Sono stati d'animo che abbinano alla forza altrettanta instabilità: fuochi che divampano e che possono spegnersi poco dopo, senza lasciar traccia.
    Spesso nella rabbia e nel fastidio dei ragazzi serpeggia inconfessata o inconsapevole un’ accusa di tradimento verso i propri genitori. Sono i nostri figli, i figli del desiderio [6], adorati e amati che fanno una scoperta drammatica: il bene che abbiamo loro rivolto, e che abbiamo chiesto in cambio, non ha il potere di preservarli dalle sofferenze e dalle fatiche esistenziali, così come averli fatti sentire speciali, oggi, non conta nulla e assume i connotati della beffa.
    “Come stai?” oppure “come è andata?”, “va tutto bene?”, “c'è qualcosa che non ti rende felice?” sono domande legittime, parole di vicinanza, quesiti importanti, perché aprono sulla dimensione emotiva eppure poche cose come queste espressioni hanno la capacità di scatenare nei ragazzi e nelle ragazze fastidio, tedio, finanche rabbia. “Che differenza fa se sto bene o se sto male, tanto tu non puoi farci nulla?!” oppure “cosa vuoi che ne sappia di come sto?! Non ci capisco niente”, “se ti rispondessi sul serio, ti preoccuperesti, meglio che non ti dica nulla” e ancora “tanto ti interessa solo della scuola” sono altrettante possibili risposte che spesso prendono la forma di un silenzio, di uno sbuffo scocciato o dello scatto d'ira.
    In tutto ciò i comportamenti a rischio possono esprimere la noia, la rabbia, l'impotenza o la curiosità di una persona che in modo autarchico e violento prende possesso della propria ricerca: un viaggio verso se stesso, verso il mondo e verso le relazioni che contano.
    Viene in mente il film Into the wild [7]. Qui il viaggio giustifica se stesso, la ricerca riguarda le domande di senso e l'ultima preoccupazione del giovane protagonista attiene alla propria incolumità. Si tratta di un percorso estetico tra la neve, le stelle e le speculazioni spirituali: un viaggio vero, rischioso, che risulterà fatale, un viaggio generativo che porterà risposte autentiche, capaci di convincere contemporaneamente i sensi, il cuore e l'intelletto.

    L’essere adulti e le risposte possibili

    Sottolineare il valore portato con sé da certi comportamenti, che troppo spesso tendiamo a patologizzare, è il primo intento di questo contributo. Le ricerche più recenti su questo tema cercano di marcare il confine tra i comportamenti a rischio normali e quelli problematici, e si sforzano di individuare alcune tendenze connettendoli con i cosiddetti fattori di rischio (abbandono scolastico, separazione dei genitori ecc.). Non intendo mettere in dubbio l'utilità di questi studi, tuttavia ritengo sia riduttivo considerare l'adolescenza e i suoi vissuti pericolosi solo da una prospettiva diagnostica e problematica. Perché credo che prima di tutto i gesti degli adolescenti abbiano un valore legato ai significati e alle direzioni esistenziali dell'umanità.
    Come suggeriscono Fabbrini e Melucci, accostarsi ai teenagers e ai loro atteggiamenti, anche quelli più dirompenti, apre alla possibilità autentica “di rimettere in discussione la propria definizione di sé e di ascoltare l'appello che l'adolescente rivolge alla società nel suo insieme” [8]. Ciò significa che scuotere il capo, scandalizzarci e deplorare i comportamenti a rischio di ragazzi e ragazze trasforma l'adolescenza e il suo potenziale di significato in oggetti morti. L'adultità, status conquistato con fatica, ma sempre più spesso accompagnato da un irriducibile giovanilismo, vorrebbe marcare i propri confini e distinguersi in modo netto e definitivo da quella terra di mezzo che simboleggia il caos e l'indefinito, tuttavia è proprio nei suddetti irrigidimenti che mostra un volto fragile e patetico.
    Scrive a tal proposito Jeammet: “quelle che la nostra società spia negli adolescenti sono le sue stesse incertezze” [9]. Cercare una postura comprensiva dinanzi alle provocazioni e ai gesti inconsulti dei ragazzi, in modo coraggioso e appassionato senza cedere alla compassione e all'indulgenza, rappresenta il primo passo verso un'etica dell'adulto.
    I comportamenti a rischio provocano i limiti e le complicità della società che governiamo: pungolano le incoerenze degli adulti e fanno esplodere le contraddizioni famigliari.
    Da questo punto di vista, ad esempio, molti approcci psicologici convergono nell'individuare l'ottica sistemica (che prende in cura tutto il nucleo famigliare e concepisce il comportamento a rischio come un sintomo di disagio messo in campo dal singolo, ma attinente al nucleo) come il presupposto imprescindibile di ogni trattamento, a testimoniare il valore simbolico e relazionale di questi gesti.
    Per dialogare utilmente con i quali, dovremmo innanzitutto elaborare l'ombra[10] del nostro approccio educativo. In tal senso non possiamo prescindere da un vissuto che, quando è collegato alle nuove generazioni, assume valenze controverse. D'altra parte gli adolescenti sono il futuro, uomini e donne che si impadroniranno del nostro presente, rappresentano il luogo della potenza assoluta dove tutto è ancora possibile mentre, in chiave analitica, spesso il dialogo con i propri figli adolescenti ripropone aspetti non elaborati del proprio Sé.
    Se la comunità adulta metabolizza queste dimensioni latenti, può riappropriarsi delle proprie e reali responsabilità. In tal modo potrà scorgere l'orrore di una società che guarda ai teenagers come a una fetta di mercato estremamente proficua, o come a un paese dei balocchi simbolo dell'eterna giovinezza, del divertimento e dell'assenza di responsabilità.
    Credo che il nostro compito di educatori, insegnanti genitori e adulti sia in primis quello di rendere più desiderabile lo status stesso di adulto. Per fare questo dobbiamo prendere spunto dalla sete di senso dell'adolescenza e diventare testimoni di una ricerca esistenziale incessante. In questo modo troveremo la coerenza necessaria per pungolare i nostri ragazzi. Potremo a buon diritto dialogare con loro, creare un legame, “rompergli le scatole”, proporgli esperienze faticose, reali e far loro sperimentare strade e sentieri che secondo il nostro parere maturo possono dischiudere nuove prospettive.

    Traccia per la riflessione con gli adolescenti

    “Me lo sentivo che sarebbe successo qualcosa, ma che finisse così... chi poteva immaginarlo?!”
    Questa frase è tratta dal film Fame chimica, (per la regia di A. Bocola e P. Vari, Italia-Svizzera, 2003), che racconta l'amicizia di Claudio e Manuel cresciuti in un contesto difficile alla periferia di Milano. La vicenda si svolge nel microcosmo del quartiere Barona, dove tra eccessi e delinquenza un gruppo di ragazzi si arrangia come può, ma mentre per qualcuno di loro la vita sembra aver disegnato un percorso obbligato, c’è chi invece sogna un avvenire diverso.
    Il film propone molti comportamenti a rischio (consumo di droghe, spaccio, furti ecc.), ma alcuni dialoghi tra i protagonisti ci offrono le giuste chiavi interpretative per comprenderne i significati.
    C'è un dialogo in particolare fra il gruppo di amici all'alba dopo una notte brava. Lì s’ innesca uno scambio che cresce piano piano e che porterà alcuni di loro a confrontarsi e a scontrarsi sulle diverse prospettive di futuro. Il tema riguarda i gesti che nella stanca ripetitività perdono il loro potere trasgressivo e significante e lasciano invece profonde zavorre nella formazione dell'individuo.
    Per contenuti e immagini il film è consigliato a un pubblico over sedici.


    NOTE

    [1] Cfr. A. Augelli, Erranze. Attraversare la preadolescenza, FrancoAngeli, Milano, 2012.
    [2] Husserl distingue il corpo-Körper, corpo fisico nell'accezione di organismo naturale, dal corpo-Leib, il corpo vissuto, luogo concreto dell'esperienza esistenziale (Cfr. Meditazioni cartesiane, Bompiani, Milano, 1989, p. 119).
    [3] A titolo esemplificativo si rimanda al film Disconnect del 2012 (USA, per la regia di Henry Alex Rubin) che intreccia alcune storie tra cui quella di Ben: una vicenda di amore virtuale, cyberbullismo e sexting.
    [4] Cfr. J. Lacan, Nota sul padre e l'universalismo, in “La Psicoanalisi”, n. 33, Astrolabio, Roma, 2003, p. 9.
    [5] M. Recalcati, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli, Milano, 2013, p. 20.
    [6] Cfr. M. Gauchet, Il figlio del desiderio. Una rivoluzione antropologica, Vita e Pensiero, Milano, 2010.
    [7] Into the wild – Nelle terre selvagge (Into the Wild), S. Penn, Usa, 2007.
    [8] A. Fabbrini e A. Melucci, L'età dell'oro, Feltrinelli, Milano, 2007, p. 165.
    [9] P. Jeammet, Adulti senza riserve, tr. it. Raffaello Cortina, Milano, 2009, p. 76.
    [10] Per un approfondimento sul tema si rimanda a V. Iori e D. Bruzzone (a cura di), Le ombre dell'educazione. Ambivalenze impliciti e paradossi, Franco Angeli, Milano, 2015.



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