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    Colpa della scuola... Piccola visita guidata nel "non-senso" della scuola


    Giovani alla ricerca di senso /5

    Piccola visita guidata nel "non-senso" della scuola

    Luigi Pietrocarlo


    (NPG 2016-07-62)


    “Mi sembra che tutto stia franando, non so più a cosa aggrapparmi… Quando ho scelto la strada dell’insegnamento sapevo che avrei dovuto affrontare delle sfide con gli studenti, mi sembrava giusto, naturale. Avevo anche immaginato dei momenti difficili nei rapporti con i genitori, ma mai mi sarei sognato di dover lottare quotidianamente anche con gli altri insegnanti, con il governo di turno e perfino contro me stesso… non passa giorno che io non mi domandi: cosa ci faccio qui?”

    La scuola non è un semplice sistema, ma un super-sistema di sistemi, dove universi e cosmologie di valori distanti e differenti si intersecano, si intrecciano, si contaminano a vicenda, si scontrano e si allontanano pur rimanendo nella stessa orbita. Vediamo i protagonisti di questa storia, innocenti o colpevoli che siano.

    “… gli studenti…”. È colpa loro? Forse, ma paradossalmente sono gli unici ad aver ragione anche quando sono nel torto. In fondo la loro unica colpa è di essere figli del loro tempo, un tempo in cui i cosiddetti valori sono stati annacquati quando non sovvertiti o misconosciuti. Ritardi, assenze, compiti non fatti e poca voglia di studiare, se pensate che siano questi i problemi vi sbagliate di grosso. Non è tanto quello che fanno, ma il perché lo fanno, e le motivazioni che adducono per giustificare i loro comportamenti, a gelare il sangue. Per loro una “possibilità” è diventata un “diritto” e un “dovere”. Se, ad esempio, la normativa prevede che loro possano fare al massimo ¼ di assenze del monte ore annuale, loro ne faranno almeno ¼ ritenendo che sia un loro diritto, anzi, un dovere, farle. Se ho la possibilità di copiare perché non posso farlo? “Si fa” perché “si può fare”, e con la stessa logica vengono compiuti e giustificati anche altri comportamenti ben più gravi: furti, violenze psicologiche e non, alcol e droga, spaccio, vendita, anzi, svendita del proprio corpo. Quei pochi fatti di cronaca che provocano la nostra ipocrita indignazione non sono che la punta dell’iceberg, i nostri ragazzi imparano presto a vendere e vendersi, per poco e con agghiacciante naturalezza. Memorie dal fronte: seconda superiore, Istituto Professionale, una ragazza in top e minigonna viene rimproverata dalla professoressa che la invita ad un abbigliamento più consono all’ambiente scolastico. La ragazza, infastidita dal richiamo, risponde citando orgogliosamente la sua cantante preferita: “questa è l’Italia, fai prima a darla”[1]. Quelli che vengono beccati non si dimostrano certo intimoriti o pentiti, ma anzi, infastiditi dal nostro intervento e talvolta pure orgogliosi del loro operato. È rimasta l’esternalizzazione della colpa, ma il diniego ha cambiato forma, il “non ho fatto niente” è diventato “non ho fatto niente di male”, in fondo se tutti rubano, a cominciare dai nostri politici, perché io non posso/devo farlo? Ma quali potranno essere le ricadute di una simile forma mentis nella vita quotidiana di questi futuri cittadini, o sui grandi temi dell’etica?

    “… i genitori…”, è colpa loro, almeno così dicono gli insegnanti. Memorie dal fronte: Liceo Classico, il dirigente scolastico è appena andato in pensione, il giornalista che lo sta intervistando gli chiede: “Se potesse tornerebbe a fare il preside?”, la risposta decisa e immediata: “Sì, ma di una scuola di orfani”. Nelle amare parole di questo ex insegnante troviamo la perfetta sintesi di un’occasione mancata. Le famiglie potrebbero essere i nostri più grandi alleati per affrontare e vincere le sfide educative di ogni giorno, ma al di là di ogni bella teoria o frase fatta, assistiamo ad un progressivo disimpegno da parte dei genitori. Salvo rari casi i genitori disertano sempre di più le udienze e le attività collegiali. Una volta, almeno venivano per sapere i voti dei propri figli, oggi, con l’adozione dei registri elettronici, non fanno nemmeno più quello perché possono vedere i voti da casa o dal loro smartphone. Le udienze non sono, o meglio, non erano semplicemente il momento per comunicare un voto, per quello può bastare il registro elettronico, ma erano un’occasione di incontro, per parlare di tante altre cose, dalla condotta alla didattica, per condividere e comprendere un disagio. In molte classi, con una media di 25 alunni, non è stato possibile eleggere i rappresentanti dei genitori poiché nessun genitore si è presentato il giorno delle elezioni, né per candidarsi, né per votare; nel migliore dei casi c’erano 4-5 genitori; qualcuno, che si è trovato da solo, è stato costretto a votare per sé stesso. Negli ultimi anni non è stato raro assistere a scene madri di genitori che vengono a scuola gridando e inveendo contro presidi e insegnanti, impugnando voti o note disciplinari. Sono comportamenti ambivalenti, che oscillano tra il bisogno di trovare qualcuno che li aiuti o si sostituisca a loro nei doveri educativi, e l’impulso di rivendicare il proprio primato educativo quando qualcuno osa sostituirsi a loro. Memorie dal fronte: Istituto Tecnico, durante una verifica, il professore si accorge che un ragazzo sta copiando dal cellulare, gli ritira il compito e il cellulare che consegna in segreteria; il giorno dopo la madre va a ritirarlo. Il professore viene chiamato in presidenza, suppongo per delle spiegazioni, invece riceve un “cortese” avvertimento: “Le è andata bene, perché se a mio figlio fosse successo qualcosa nel tragitto scuola-casa [senza il suo cellulare], oggi non parlerebbe con me, ma con il mio avvocato. Non si azzardi mai più a ritirare il cellulare a mio figlio.” Le famiglie ci sono, ma a modo loro e/o quando gli fa comodo. La genitorialità non si conclude con la procreazione, ma comincia con essa. Per contro è giusto dire che i momenti pensati e programmati dall’attuale organizzazione scolastica sono pochi e inadeguati, rispondono alle esigenze di una scuola di vent’anni fa. Le udienze e le attività collegiali andrebbero ripensate per cercare di ripristinare quei momenti di dialogo e di confronto. Ma quando, e perché, è venuto a mancare il dialogo? La maggior parte delle famiglie dice che è colpa dei ritmi di lavoro. È possibile comprenderli, ma “non esiste la mancanza di tempo, bensì la mancanza di interesse, perché quando una persona vuole davvero, l’alba diventa giorno, martedì diventa sabato e un momento si trasforma in opportunità”[2].

    “… gli insegnanti…” è colpa loro, almeno così dicono i genitori. Da parte mia, la più grande delusione, o ingenuità, è stato pensare che fossimo tutti dalla stessa parte. Se crediamo che tra di loro non vi siano degli “stupidi”, allora ci sbagliamo di grosso. “Credo fermamente che la stupidità sia una prerogativa indiscriminata di ogni e qualsiasi gruppo umano e che tale prerogativa sia uniformemente distribuita secondo una proporzione costante. Questo fatto è scientificamente espresso dalla Seconda Legge Fondamentale [della stupidità umana] che dice che: La probabilità che una certa persona sia stupida é indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.”[3] Detto in altre parole: la stupidità è molto democratica, a differenza nostra non fa alcuna “distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”[4]. Nessuno deve essere sorpreso o sentirsi offeso, il fatto che esistano degli insegnanti stupidi è un’ovvietà probabilistica. Il calcolo delle probabilità, infatti, non rende immune la categoria degli insegnanti da altre tipologie di persone: incapaci, sfaticati, assenteisti, ecc. Se pensassimo che le modalità di reclutamento dei docenti, delle forze dell’ordine e dei politici siano tali da riuscire a filtrare ed escludere queste tipologie di persone, allora saremmo degli ingenui. Di contro, è giusto dire che nella scuola troviamo anche tanti bravi insegnanti, che dedicano ogni giorno della loro vita al figlio dell’uomo. Tra tutte queste tipologie di persone e insegnanti, c’è una categoria in particolare su cui vorrei focalizzare l’attenzione: gli insegnanti stanchi, demotivati, rassegnati. Memorie dal fronte: Liceo Artistico, ho voluto ringraziare il dirigente scolastico per avermi sostenuto in un progetto, avrebbe anche potuto non farlo, la sua risposta è stata: “Dovevo farlo. A grandi linee nella scuola c’è un 25% di insegnanti incapaci e sfaticati che avrò sempre contro, qualsiasi cosa io faccia. Poi c’è un altro 25% di insegnanti capaci e volenterosi, che daranno sempre il meglio di loro, qualsiasi cosa io faccia. Infine c’è un 50% di insegnanti indecisi e demotivati, è su questi che devo lavorare, sono questi che devo sostenere, per rimotivarli, per dare loro forza e coraggio. Se ci riesco arriviamo al 75%, credimi, è abbastanza per vincere la guerra.” Per entrare in classe serve entusiasmo, non può mancare, senza l’entusiasmo anche la lezione più bella diventa sterile, inutile, una mera trasmissione di contenuti. Perché mi interessano gli insegnanti demotivati? Perché, forse, sono uno di loro.

    “… il governo di turno…”, è colpa dei politici, almeno così dicono insegnanti e genitori. In fondo, su qualcosa dovremo pur andar d’accordo. Quando ho iniziato a muovere i miei primi passi nel mondo delle scienze umane, avevo l’ingenua illusione che pedagogia e politica fossero due mondi a sé stanti, e se mai vi fosse stata una connessione tra i due mondi, sarebbe stata la pedagogia, per mezzo delle Università, a dare indicazioni alla politica, in modo che potesse tramutare in leggi e linee guida il sapere pedagogico. È facile immaginare il mio disincanto quando ho scoperto non solo che i due mondi sono strettamente interconnessi ma che, almeno nel nostro Paese, è la politica che detta i lineamenti di pedagogia della scuola, ammesso che ve ne sia una. Non può esistere una scuola senza una politica scolastica, ma “avete mai visto un governo cadere sulla politica scolastica? Quanti invece sono caduti sulle questioni dei media e delle frequenze Tv? Se non sbaglio più di uno. Il messaggio ai giovani è chiaro: la Tv è più importante della scuola.”[5] Tuttavia, almeno di facciata, i politici devono dimostrarsi interessati alla scuola e al futuro dei giovani. Così, puntualmente, il governo di turno sbandiera la sua “riforma della scuola”, e promette di tutto e di più, offrendo chiavi di lettura semplici ma persuasive che hanno buon gioco di fronte ad “una generazione di cittadini distratti e disarmati, oltre che scettici e senza memoria.”[6] Ora, a scanso di equivoci, è giusto dire che la scuola ha senz’altro bisogno di una riforma, di essere ripensata e riorganizzata. Ma le “riforme” della scuola che finora si sono succedute, più che rispondere ai problemi della scuola, rispondevano forse ad esigenze elettorali e tatticismi di partito. Ciò ha aumentato, purtroppo, il divario tra la «scuola reale» e la «scuola legale». Ad oggi ci troviamo di fronte ad una mole normativa, tra l’altro sconosciuta alla maggior parte degli insegnanti, che risulta spesso impossibile da applicare e che, nella migliore delle ipotesi, finisce per diventare un ulteriore e sterile adempimento burocratico di cui nessuno avverte la necessità. La normativa scolastica non è inutile, anzi, tutt’altro, ma deve rispondere alle esigenze di una scuola reale e deve corrispondere ad un aggiornamento del corpo docente. Ad esempio: a fronte di una sempre maggiore attenzione nei confronti degli alunni con Bisogni Educativi Speciali (i famigerati BES), non è corrisposta un’adeguata formazione, necessaria per sottrarre l’azione didattica al volontarismo e all’improvvisazione, per essere pienamente coscienti di quel che si fa e del perché lo si fa. Credo fermamente che la normativa non debba essere vista come un ostacolo, ma come una “occasione per la crescita professionale dei docenti e il miglioramento della qualità educativo-didattica della scuola.”[7]
    A complicare il lavoro degli insegnanti e a frammentare ancora di più l’identità della scuola italiana, troviamo, oltre alla «scuola reale» e alla «scuola legale», la «scuola ideale». Per «scuola ideale» intendo quell’immagine, senz’altro bella, della scuola “così-come-dovrebbe-essere”. La bibliografia accademica e divulgativa di settore è impregnata da questa idealità, col rischio di degenerare in un’immagine addirittura stucchevole. Memorie dal fronte: Istituto Professionale, ultima frontiera; 25 alunni, di cui 4 alunni certificati L.104, altri 3 alunni con certificazioni varie (DSA, DDAI, etc…), altri 5 che sono messi peggio di tutti gli altri ma che non hanno alcuna certificazione che attesti quello che hanno; 60% di alunni stranieri, qualcuno pure neo-arrivato. Poi c’è il disagio in quanto tale, in ogni sua forma possibile, fatto da vittime e carnefici, da bulletti e da spacciatori. Il tutto su uno sfondo costante di oggetti volanti, urla e grida infernali che spaventerebbero chiunque. Senza dimenticare che, nel frattempo bisogna anche fare lezione, perché gli adempimenti della «scuola legale» incombono: i programmi ministeriali, gli obiettivi minimi, i test INVALSI, etc… Anche riuscendo ad ottenere il silenzio, non bisogna illudersi di avere ottenuto anche la loro attenzione, e quando finalmente si potrebbe iniziare a spiegare qualcuno, puntualmente, chiederà di andare al bagno. Pur con tutta la buona volontà e la miglior predisposizione educativa, come si può usare il “dialogo” in questo contesto? Potrebbe accettare, un ipotetico ispettore ministeriale, il “tentato dialogo” come giustificazione di un programma non svolto? Concetti quali “personalizzazione” e “individualizzazione”, nella «scuola reale», non sono facilmente concretizzabili. E allora sorge un interrogativo: perché la «scuola legale» e la «scuola ideale» sono così distanti dalla «scuola reale»? Forse perché chi pensa le riforme e chi scrive i libri di pedagogia manca da troppo tempo dai banchi di scuola. Certamente l’idealità aiuta, è un orizzonte verso cui tendere, è uno stimolo per camminare, ma non deve diventare ideologia.

    “… contro me stesso…”, è senz’altro colpa mia. Insegno da 10 anni, molti dei quali trascorsi in scuole di frontiera. In questi anni ho assistito ad un degrado che fatico ad esprimere. Ho visto la scuola patire di inedia, ho assistito impotente alla pianificazione e alla costruzione di fabbriche di ignoranza. Ho visto amici e colleghi sconfitti dal non-senso. Li ho visti fuggire dalla più semplice relazione umana per trovare rifugio nell’autocompiacimento dei burocrati. Da parte mia, ho aperto la porta alla stanchezza, ho lasciato che si trasformasse in demotivazione e rassegnazione, ho perso la fede, la fede nella scuola. Vorrei scappare, cambiare lavoro, magari anche paese, ma so che non servirebbe, perché volgere lo sguardo altrove non potrà di certo fermare questa china. Resterò al mio posto, in prima linea, sono un insegnante e non so fare altro.
    “Considerando bene le cose niente è sicuro: né la vittoria, ancora tanto lontana, né gli altri, che hanno spesso tradito. Mai gli uomini hanno verificato meglio che il corso delle cose è sinuoso, che molto è richiesta all'audacia, che sono soli al mondo e che sono soli l'uno di fronte all'altro. Talvolta però, nell’amore, nell’azione, s’accordano fra di loro e le vicende corrispondono alla loro volontà. Talvolta, ha luogo quella fiammata, quel bagliore, quel momento di vittoria, o, come dice la Maria di Hemingway, quella gloria che cancella tutto. Fuori dai tempi della fede, in cui l'uomo crede di trovare nelle cose la trama d'un destino già tracciato, chi può evitare questi interrogativi e chi può fornire un'altra risposta? O piuttosto: la fede, spogliata delle sue illusioni, non consiste proprio in questo, nel movimento per cui, riunendoci agli altri, e riunendo il nostro presente al nostro passato, facciamo in modo che tutto abbia un senso, cioè concludiamo con una parola precisa il discorso confuso del mondo? I santi del cristianesimo, gli eroi delle rivoluzioni passate non hanno mai fatto altro. Semplicemente cercavano di credere che la loro battaglia fosse già vinta nel cielo o nella storia. Gli uomini d'oggi non hanno questa risorsa. L'eroe dei contemporanei non è Lucifero, non è nemmeno Prometeo, ma è l'uomo.”[8]


    ESERCITAZIONE

    Questa non è un’esercitazione per adolescenti, o meglio non è solo per loro, è pensata per gli insegnanti, per i genitori, per i professionisti della cura in genere, per tutti coloro che sono alla ricerca di senso. Può capitare a tutti noi, nessuno escluso, di sentirsi letteralmente “a pezzi”, e di voler rimettere insieme i cocci, i frammenti di senso che ci ritroviamo tra le mani. Nessuno vieta di provarci.

    Cosa serve:
    - un piatto, un vaso, una tazza, meglio se di coccio o di ceramica (attenzione, dovremo romperlo, per cui niente di prezioso, altrimenti le vostre mamme o le vostre mogli avranno, giustamente, qualcosa da ridire);
    - della supercolla (cianoacrilato o colla bicomponente);
    - un pennarello indelebile nero (o del colore che preferite);
    - della vernice color oro e un pennello a punta fine, anche un pennarello indelebile color oro può andare bene.

    Procedura:
    - prendete il piatto, o quello che avrete trovato, e rompetelo. Potete usare un martello o semplicemente gettarlo per terra;
    - accogliete i pezzi, uno ad uno, e disponeteli su un tavolo;
    - osservateli a lungo, senza fretta. Contateli e ordinateli secondo il criterio che vi sembrerà più opportuno: per dimensione, per forma, posizione, etc…;
    - prendete il pennarello indelebile e scrivete su ogni frammento qualcosa che per voi ha senso. Non ci saranno frammenti per tutte le cose che hanno senso per voi, sappiate che dovrete fare delle scelte e rinunciare a qualcosa.
    - prendete la supercolla e, con tanta pazienza, rimettete insieme i cocci.
    - prendete la vernice o il pennarello color oro e passatelo in modo da evidenziare le crepe, le saldature, che tengono “insieme” i pezzi del vostro piatto. Voilà, il gioco è fatto, ora dovete solo riflettere.

    Osservazioni:
    - Una volta ri-assemblato il nostro piatto, o la nostra vita, non tornerà mai più come prima. Le cose che per voi hanno senso non saranno più nello stesso ordine, altre non ci saranno più, e chissà, forse avrete scoperto di avere nuove o altre priorità.
    - Vi starete domandando: perché l’oro nelle crepe? Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, ne valorizzano ogni singola crepa attraverso un procedimento sofisticato che prende il nome di “tecnica Kintsugi”, letteralmente: riparare con l’oro. È una pratica che consiste nell'utilizzo di una resina mescolata con l’oro per la riparazione di oggetti in ceramica, usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti. “Il significato di questa tecnica diventata ormai arte è davvero profondo. Secondo i Giapponesi infatti, il vaso rotto e riparato con quelle deliziose venature dorate che sono il risultato dell’unione dei pezzi frantumati, starebbe a significare la vita e i cambiamenti che essa porta con sé. La vita in effetti, non è mai lineare ma anzi presenta sempre delle spaccature, delle scissioni, che ci portano a compiere nuove scelte e ad intraprendere nuovi percorsi. E proprio come spesso noi siamo orgogliosi di aver superato con successo delle impreviste difficoltà, così anche il vaso è fiero di mostrare i segni di ciò che ha superato con fatica. Se mentre noi europei diciamo «un vaso rotto non sarà mai come prima» per dire che quando spezzi un legame non riavrai mai più ciò che c’era prima, i Giapponesi dicono «un vaso rotto sarà più bello di prima», perché saprà di vissuto, proprio come un legame spezzato e rinsaldato con più forza.”[9]
    - Non sono stato bravo come un restauratore giapponese, e non ho usato resina e oro vero per il mio piatto. Infatti, in alcuni punti non sono riuscito neppure riuscito a ricostruirlo, qualche frammento è andato perso per sempre, irrimediabilmente. Inizialmente la cosa mi disturbava un po’, poi ho imparato ad apprezzare anche quella crepa. Anche quella “mancanza” aveva il suo senso, il suo perché: “c’è una crepa in ogni cosa. È così che entra la luce.”[10]
    - Volete condividere i vostri frammenti di senso? Caricate la foto sulla pagina Facebook Frammenti di senso https://www.facebook.com/groups/987975621278019/


    NOTE

    [1] Baby K, Sparami, Epic, 2012.
    [2] https://lamenteemeravigliosa.it/non-elemosinate-lattenzione-di-nessuno-tanto-meno-lamore/
    [3] Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo, Il Mulino, 2015, pag. 48 [secondo corsivo mio].
    [4] Art. 3, Costituzione Italiana.
    [5] Alessandro Cavalli, Gli occhiali appannati degli adulti, in La generazione invisibile, inchiesta sui giovani del nostro tempo, Il Sole 24 ORE editore, 1999, pag.253.
    [6] Roberto Cartocci, Una scuola senza storia, in La generazione invisibile, inchiesta sui giovani del nostro tempo, Il Sole 24 ORE editore, 1999, pag.243.
    [7] Luciano Rondanini, Nota USR Emilia Romagna del 6.06.2013, Prot. n.2634.
    [8] Maurice Merleau-Ponty, L’eroe e l’uomo, contenuto in Senso e Non-Senso, Il Saggiatore, Milano 1968, pag. 217.
    [9] Questa parte è stata presa da internet ed è riportata su decine di pagine diverse, pertanto è stato impossibile risalire all’autore.
    [10] “There is a crack, a crack in everything. That’s how the light gets" in Leonard Cohen, Anthem, Columbia Records, 1992.

    Pietrocarlo5



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