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    La cordata. La comunità di chi accompagna


    Pedagogia dell'accompagnamento educativo /4

    Raffaele Mantegazza

    (NPG 2020-01-69)

    Ho preso 7
    Ma tanto un 7 con la prof. Rossi vale quanto un 8 con la prof. Bianchi
    (Sentita in un milione di scuole)

    È bello dire che siamo una comunità. Non costa niente, è una parola di otto lettere, magari qualche problema lo crea quell’accento alla fine, come tutte le parole tronche. Ma non è difficile pronunciarla.
    È vero che soprattutto a livello pedagogico è un concetto ormai passato di moda, sa di anni Settanta, di collettivismo, di eccesso di democrazia. In una società competitiva e basata sul profitto quello che conta è mettere in concorrenza le persone tra loro, tutto è competizione. E anche l’educazione si adegua, e assomiglia sempre più a un servizio a domanda individuale: io pago e dunque tu devi darmi quello che voglio: e se non a me “me” almeno a “mio figlio”. Gli orribili talent-show culinari o musicali che i network ci propinano (chi educa i ragazzi dovrebbe avere la forza di sorbirsi questa spazzatura per capire meglio cosa penetra nell’immaginario degli adolescenti) rendono molto bene l’idea della sottocultura pedagogica prevalente: l’uno contro l’altro, sia gli allievi che i cosiddetti professori, in una lotta senza esclusione di colpi, con attacchi personali, valutazioni arbitrarie, tradimenti.

    Competizione vs educazione

    L’idea che l’educazione sia il contrario esatto della competizione fatica ad affermarsi: ma in una cordata non ha affatto più o meno valore chi è davanti ma conta chi sa mettersi al servizio degli altri; tutta la cordata arriva in cima, non il più agile, il più forte o il più furbo.
    Il problema è che spesso chiediamo ai ragazzi di essere comunità senza essere capaci di realizzare la comunità di chi guida; spesso la passione educativa, autentica e profonda, si traduce in un lavoro individuale, “io e i miei ragazzi” anche quando esiste un gruppo o un’equipe di educatori. Anzi ci spingiamo a dire che il lavoro educativo non dovrebbe mai essere svolto in solitudine: per le dinamiche profonde che smuove, per il rischio di narcisismo o al contrario di autosvalutazione (molti educatori passano nel giro di poche ore dal “io so fare tutto” –che è un delirio, al “io non posso fare niente”- che è un alibi), per le richieste di spirito critico che esso pone continuamente a chi lo svolge.
    Spesso il gruppo di educatori è pieno di invidie e gelosie: non si tratta di far finta di niente, di sentirsi sterilmente in colpa o di ritenersi moralmente superiori, ma di accettare questi punti deboli come tipici dell’umano e di lavorarci. Essere fieri del proprio lavoro è diverso dal ritenersi i migliori educatori del mondo e invidiare il collega[1] o non riconoscere la sua competenza; saper imparare dai colleghi è difficile ma è un elemento fondamentale della crescita umana ed educativa dell’educatore stesso.
    Ma come fare ad esempio con l’educatore che ci sta antipatico? Anche in questo caso negare le nostre emozioni è inutile oltre che impossibile. Occorre capire quanto l’antipatia sia “di pelle”, quanto sia legata ad eventi che non hanno nulla a che fare con il lavoro educativo (l’altro educatore mi ha rubato la ragazza!) quanto invece non si tratti di antipatia ma di non condivisione delle modalità educative, del rapporto con i ragazzi, dei metodi. Nell’ultimo caso occorre affinare il lavoro dell’equipe, occorre confrontarsi apertamente in una riunione; nei primi due occorre la maturità di tenere separato il privato dall’educativo, soprattutto nelle forme e nei modi in cui ci si rivolge all’altro: il linguaggio, gli atteggiamenti, il non verbale, sapendo che i ragazzi hanno la straordinaria capacità di cogliere le sfumature insite in questi elementi. La stessa cosa vale per il “positivo”. Una coppia di educatori che è tale anche nella vita privata dovrebbe forse separare il più possibile le proprie attività nell’ambito educativo; laddove ciò non è possibile per ragioni organizzative (ma ricordiamo che le ragioni organizzative non possono prevalere sulle ragioni pedagogiche)occorre che i due stiano molto attenti ad evitare atteggiamenti troppo confidenziali, ovviamente non per moralismo ma perché rischierebbero di sbilanciare gli equilibri all’interno dell’equipe. Non si tratta di tenere per forza nascosta la relazione (“il paese è piccolo…”) ma anzi di mostrare che la si può vivere anche senza che essa interferisca nell’attività educativa.

    Che fare quando...?

    Cosa fare quando si osserva un collega che commette un errore? Il senso di parrhesia che dovrebbe caratterizzare la comunità educante ci richiederebbe di farglielo notare. Ma le cose non sono sempre così semplici. Si tratta di un “errore” o di una “cosa che io farei in modo diverso”? La risposta a questa domanda richiama al progetto educativo: una azione educativa non è mai giusta o sbagliata in sé ma lo è rispetto di fini agli obiettivi e agli strumenti che sono stati decisi. Per questo una equipe educativa deve sapere lavorare insieme in assenza dei ragazzi per poterlo fare nell’arena educativa; il tempo che si trascorre nelle riunioni, se sono efficaci e vi si partecipa con atteggiamento sincero, rende ancora più efficace quello vissuto con i ragazzi. Dunque, l’azione è giusta o sbagliata a seconda della coerenza mezzi/fini: questo metodo questo linguaggio, questo atteggiamento, questo comportamento, questo abbigliamento (quanto gli educatori dovrebbero lavorare su questo punto!) sono coerenti con i fini della nostra attività educativa? Se la risposta è “no”, o meglio se ci sembra che sia tale, occorre intervenire: più che richiamare il collega (mai davanti ai ragazzi, sembra ovvio ma non lo è) occorre porgli una domanda, descrivergli le sue azioni, non dire “hai sbagliato” o “hai fatto questa cosa” ma “ti ho vito così, ti descrivo le tue azioni, mi sembra che sia passato questo messaggio ai ragazzi”. Anche nelle riunioni di equipe non si tratta di inscenare processi ma di raccontare azioni e fatti e chiedersi se il timone dell’equipe (per cambiare un po’ metafora) sia ancora puntato dove avevamo deciso di indirizzarlo.
    Abbiamo detto che il lavoro educativo non può essere compiuto in solitudine. Non pensiamo a un gruppo di educatori che contemporaneamente svolge attività, ma a una situazione molto più sottile, nella quale un educatore osserva l’altro o gli altri e per quel giorno non partecipa direttamente alle attività. Alla fine della giornata l’osservatore racconta agli altri ciò che ha notato, e i ruoli si alternano per le giornate successive
    Come si prendono le decisioni in un gruppo di educatori? “A maggioranza” si dirà. Certo, ma occorre sempre tenere presente l’obiettivo o gli obiettivi dell’azione educativa, che non possono di volta in volta essere sempre rinegoziati, e la coerenza mezzi/fini di cui abbiamo detto sopra, che ci offre un criterio di discussione e di decisione. E se la mia brillante idea è stata bocciata dalla maggioranza? E se la maggioranza ha preso una decisione che non condivido e alla quale ho votato contro? Questo è un punto debole di moltissime equipe educative. “Tanto io lo faccio lo stesso”: questa frase distrugge in un secondo ore di lavoro di una equipe. Se si fa parte di un gruppo se ne accettano le decisioni, semmai si chiede un supplemento di discussione ma non si gioca mai davanti ai ragazzi la propria contrarietà, magari passando l’idea “io sono l’unico buono, gli altri sono cattivi e hanno preso una decisione sbagliata per voi”:
    Chiudiamo queste riflessioni sottolineando una competenza straordinariamente importante per un educatore: il saper passare la mano. Vi sono giornate in cui proprio le cose non vanno bene, peggio ancora, vi sono ragazzi con i quali non scatta quel legame forte e specifico che è quello tra educatore ed educando (e non trattandosi di un legame automatico per il quale occorre alzare un interruttore, è giusto che sia così); in questo caso occorre riconoscere i propri limiti e farsi aiutare, letteralmente passare la mano, superando il narcisismo che ci fa pensare “è impossibile che tu riesca dove io ho fallito”. Siamo “noi” ad educare e io sono parte di quel “noi”; lasciare in pace un ragazzo e chiedere a un collega di intervenire potrebbe rivelarsi il più importane ed efficace tra i gesti educativi.

    NOTE

    [1] Utilizzeremo il termine “collega” in senso generico per indicare un membro del gruppo o dell’equipe, non necessariamente in senso professionale: “collega” è anche l’altro animatore dell’oratorio estivo. Allo stesso modo parliamo di “lavoro educativo” senza riferirci necessariamente a una attività retribuita.


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