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    Scuola e discernimento vocazionale


    Chiesa per la scuola /2

    Alberto Gastaldi

    (NPG 2019-08-54)

    “Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi?”: le domande scritte da Papa Francesco nella Laudato Si’[1] sono un’ottima sintesi della “missione” vocazionale della scuola. Risuonano, in maniera più o meno esplicita, in migliaia di aule del nostro paese.
    Con docenti che si prendono a cuore il loro impegno educativo non c’è materia che non possa far nascere un interrogativo sul significato della propria esistenza. Religione, naturalmente. Letteratura e filosofia, certo, ma come la mettiamo con scienze, fisica o biologia? Potremmo davvero leggere i programmi di tutte le discipline di una qualsiasi scuola secondaria di secondo grado per comprendere la portata della “chiamata” ad esistere che può nascere tra i banchi. Tutti i giovani, senza distinzioni di appartenenze o di credo, possono trovare spazi preziosi di dialogo. “Una cultura che non deve necessariamente essere religiosa, purché sia veramente umana, ossia in grado di far emergere quelle domande e quelle inquietudini che rendono i giovani di oggi persone capaci di libertà e di responsabilità. Che poi potrebbe anche rivelarsi una via verso la Verità tutta intera”.[2]
    Non siamo chiamati a proporre una contrapposizione fra visioni del mondo e dell’uomo, bensì offrire una testimonianza che prenda sostanza con parole sincere e gesti autentici. Per i cristiani, in particolare, è l’opportunità per “rendere evidente lo scarto che il progetto umano del Vangelo determina rispetto alla convenzione ‘mondana’ del vivere”, con la concretezza di “far vedere come si fa. Nelle scelte e nello stile. Nelle parole e nelle opere. Nei modi e nelle pratiche”.[3] Non è sempre facile indicare con chiarezza una direzione perché il nostro tempo ci nasconde gli aspetti più essenziali e il nostro mondo vive di apparenze che spesso oscurano ciò che è decisivo.

    Insegnanti appassionati ed esperienza di comunità

    Fondamentale è la prospettiva proposta dall’allora cardinal Bergoglio nel suo Messaggio alle comunità educative del 2004: “La sfida più grande: richiede profondità, richiede attenzione alla vita, richiede di guarire e di liberare dagli idoli”.[4] Per gli studenti fa la differenza incontrare un insegnante motivato. “È necessaria la fatica della preparazione, l’educazione delle doti personali, la conquista dell’abilità tecnica e professionale, e soprattutto la partecipazione viva al travaglio della umanità nel momento storico in cui ci si trova a vivere ad a operare”.[5] Un professore appassionato apre alla ricerca personale e, allo stesso tempo, favorisce il cammino di gruppo, “creare comunità in cui gli studenti sentano essere parti integranti, di essere rispettati, assistiti e accolti”.[6]
    Creare comunione ci mette di fronte a una sfida alla quale non è possibile sottrarsi. “L’esperienza comunitaria rimane essenziale per i giovani: se da una parte hanno ‘allergia alle istituzioni’, è altrettanto vero che sono alla ricerca di relazioni significative ‘in comunità autentiche’ e di contatti personali con testimoni luminosi e coerenti”.[7] Emerge con chiarezza che non è questo il tempo, ma forse non lo è mai stato, per presentarsi come “battitori liberi”. Agire da “solitari” apre solo il campo ad un protagonismo autoreferenziale che illude per qualche istante ma si spegne ben presto. Al posto del solista che attira tutti verso la sua persona occorre promuovere una realtà sinfonica con “stili relazionali, dove la famiglia fa da matrice all’esperienza stessa della Chiesa”.[8]

    “Ponti” tra scuola, chiesa e città

    È un richiamo ad armarsi di umiltà per lavorare ancora di più insieme nella linea della “pastorale integrata”: “La dimensione vocazionale della pastorale giovanile non è qualcosa che si deve proporre solo alla fine di tutto il processo o a un gruppo particolarmente sensibile a una chiamata vocazionale specifica, ma che si deve proporre costantemente nel corso di tutto il processo di evangelizzazione e di educazione nella fede degli adolescenti e dei giovani”.[9]
    Occorrono cristiani creativi che costruiscano “ponti” che dalle scuole si aprano alla città: un esempio bello di pastorale “integrata” può coinvolgere la realtà della parrocchia, partendo semplicemente da una conoscenza e una stima tra sacerdoti, educatori e insegnanti che si trovano sullo stesso territorio. Un passaggio che molto spesso viene trascurato ma che è alla base di possibili progetti o iniziative da condividere. L’auspicio è che possano davvero realizzarsi “alleanze educative” che non restino solo sui documenti, coinvolgendo virtuosamente le associazioni e i movimenti dentro alla Chiesa e, con la stessa intensità, i referenti delle istituzioni pubbliche e di altri soggetti interessati.
    La dimensione di fondo da tenere in continua considerazione è quella indicata da Giovanni Paolo II: “Una Chiesa laboratorio è una bottega che trasmette sapere, un saper essere e un saper fare (di vita e di fede) e lo affida alla creatività di chi lo riceve, in modo che l’allievo superi possibilmente il maestro. È questa d’altronde, da sempre, la dinamica della fede, che nel tempo si tramanda attraverso un processo di traditio (trasmissione), receptio (accoglienza), redditio (rielaborazione). Vogliono ‘con-prendere’ quello che viene loro trasmesso, il che significa un processo condiviso (con) e attivo”.[10] Una presenza desiderata e condivisa con loro, vissuta e attuata insieme, che possa far crescere una gioia contagiosa. Adulti e giovani insieme con reciproca fiducia. Così i giovani possono essere soggetti impegnati responsabilmente nell’esercizio della vita.

    Le vie indicate da Laudato si’ e Christus vivit

    Particolarmente preziosa in tante classi, di fronte a una rinnovata sensibilità delle nuove generazioni per “la casa comune”, è stata la lettura di alcune parti dell’enciclica Laudato Si’. Partendo da un aspetto particolarmente sensibile per i ragazzi: “Il nostro corpo ci pone in una relazione diretta con l’ambiente e con gli altri esseri viventi. L’accettazione del proprio corpo come dono di Dio è necessaria per accogliere e accettare il mondo intero come dono del Padre e casa comune; invece una logica di dominio sul proprio corpo si trasforma in una logica a volte sottile di dominio sul creato”.[11]
    Il documento di papa Francesco apre un ampio spettro di stupore e di riconoscenza che “se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea”.[12] Una misura “alta” della vita nutrita di “tenerezza, compassione e preoccupazione”.[13] Uno stile che arriva alla questione fondamentale sul senso dell’esistenza. “Se non ci poniamo queste domande di fondo – dice papa Francesco – non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti”[14]. In questa linea, è altrettanto significativo proporre ai giovani di oggi, abituati a un’intelligenza “pratica”, dei progetti che “permettano di sporcarsi le mani” per poi rileggere, accompagnati dagli educatori, i contenuti che possono essere assunti nella vita quotidiana.
    Anche la più recente esortazione Christus vivit è entrata come argomento di confronto in tante lezioni alle superiori, soprattutto per iniziativa degli insegnanti di religione. “Scacciate le paure che vi paralizzano, per non diventare giovani mummificati. Vivete! Datevi al meglio della vita! Aprite le porte della gabbia e volate via! Per favore, non andate in pensione prima del tempo”.[15] Per i ragazzi non è scontato trovare adulti che li stimolano a rischiare e che, se sbagliano, li sanno accogliere con tenerezza. Sentono più che altro adulti che si lamentano di loro.
    Le parole del Papa allora, anche per i più distanti da un cammino cristiano, arrivano come acqua fresca. “Voi siete quelli che hanno il futuro! Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento… Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore”.[16] Non esistono ricette facili da indicare, ma si può mostrare “la spontaneità dell’amore fraterno, nella freschezza che ci fa reagire sempre con il perdono, con la generosità, con il desiderio di fare comunità”.[17] Senza nascondere qual è il segreto di questa vita: “L’amicizia con Gesù è indissolubile. Egli non ci abbandona mai”.[18]

    NOTE

    [1] Francesco, Lettera enciclica Laudato Si’ sulla cura della casa comune, n.160.
    [2] E. Cattaneo, Giovani, cultura e discernimento, in Giovani, Collana Accenti de “La Civiltà Cattolica”, 2018, pag. 126.
    [3] G. Zanchi, L’arte di accendere la luce, Vita e Pensiero, Milano 2015, pag. 82.
    [4] J.M. Bergoglio, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires 1999- 2013, Rizzoli, Milano 2016, p. 269
    [5] V. Bachelet, Presenza dei cattolici nella vita sociale, 1968, ora in Id., Scritti civili, a cura di M. Truffelli, Ave, Roma, 2005, p. 794.
    [6] J. Mesa, Educazione cattolica e discernimento vocazionale, in Giovani, Collana Accenti de “La Civiltà Cattolica”, 2018, pag. 135.
    [7] Sinodo dei Vescovi - XV Assemblea generale ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, Instrumentum laboris, n. 175.
    [8] Ivi, n. 178
    [9] Francesco, Messaggio ai partecipanti al convegno internazionale sul tema “Pastorale vocazionale e vita consacrata. Orizzonti e speranze”, 25 novembre 2017.
    [10] A. Castegnaro con G. Dal Piaz, E. Biemmi, Fuori dal recinto, Ancora, Milano 2013, pag. 199.
    [11] Laudato Si’, n.155.
    [12] Ivi, n.11.
    [13] Ivi, n. 91.
    [14] Ivi, n. 160.
    [15] Francesco, Esortazione apostolica post sinodale Christus Vivit, n.143.
    [16] Ivi, n.174.
    [17] Ivi, n.167.
    [18] Ivi, n.154.


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