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    Il Dante dei papi

    Il rapporto tra teologia e poesia


    Piero Stefani

    Anno dantesco il 2021. Lo fu, va da sé, anche il 1921 e lo fu pure il 1965 nel quale si ricordava il 7o centenario della nascita del «sommo poeta». L’uno e l’altro centenario furono contraddistinti da documenti ufficiali dei due papi di allora, rispettivamente Benedetto XV e Paolo VI.
    Nel 1921, il 30 aprile, Benedetto XV dedicò alla ricorrenza una breve lettera enciclica, In praeclara summorum, rivolta «ai diletti figli e professori e alunni degli istituti letterari e di alta cultura del mondo cattolico». La destinazione, prevalentemente interna, era giustificata dalla tesi di fondo secondo cui spetta alla Chiesa «che gli fu madre, il diritto di chiamare suo l’Alighieri» (EE 4/554).
    L’affermazione comportava un corollario: mostrare come Dante fosse sempre stato figlio fedele della Chiesa ed espositore esemplare della dottrina cattolica nella forma elaborata soprattutto da Tommaso d’Aquino. Bisognava quindi prendere le distanze dalle modalità in cui nella scuola pubblica era presente un poeta non accantonabile in assoluto, ma ammesso solo perché depotenziato nel suo ruolo di testimone del soprannaturale.

    Il figlio della Chiesa

    La lettera apostolica in forma di motu proprio Altissimi cantus di Paolo VI porta la data del giorno di Sant’Ambrogio, il 7.12.1965, vale a dire si colloca nell’immediata vigilia della chiusura del concilio Vaticano II. La datazione manifesta di per sé l’importanza attribuita da papa Montini a questo articolato e ampio documento. Del resto va ricordato come Paolo VI donò un’edizione della Divina commedia ai padri conciliari proprio in occasione della conclusione del Concilio. Uno dei suoi scopi era di ordine pratico: istituire una cattedra di studi danteschi presso l’Università cattolica di Milano, una scelta di natura teologica oltre che letteraria.
    La solennità della forma istitutiva attesta che per Paolo VI non si trattava semplicemente di dar corso a ulteriori insegnamenti universitari. Peraltro, sia pure in modo tutt’altro che continuativo, presso la Pontificia università lateranense operò, fin dai primi del Novecento, un insegnamento (non più previsto nell’attuale ordinamento) di Teologia dantesca. La cattedra fu riaperta nel 1962 per volontà di Giovanni XXIII e affidata a mons. Giovanni Fallani.
    Culturalmente molto più elaborata dell’enciclica di Benedetto XV, Altissimi cantus si allinea al documento precedente tanto nel rivendicare la piena appartenenza cattolica di Dante quanto nell’affermare il ruolo, ancora più che valido, svolto dal tomismo. Analogo è anche l’apprezzamento rivolto al pensiero politico dantesco, stando al quale la giusta distinzione dei poteri non comporta il disinteresse della Chiesa per l’ambito civile.

    Ridurre l’effetto Croce

    Una delle intenzioni del motu proprio era di contrastare gli influssi, allora ancora ben percepibili, dell’interpretazione crociana della distinzione nella Commedia tra poesia e non poesia. Con linguaggio ricercato Paolo VI affermava che: «Alcuni critici hanno sostenuto che la Divina commedia non fosse poetica quando e dove è impregnata di teologia. Altri invece ritengono, diversamente certi, che proprio in quei punti essa risplenda e brilli di una luce meridiana, tutta sua. Non siamo di parere diverso da questi ultimi».
    In ogni autentica poesia è infatti racchiusa un’aspirazione verso l’infinito della suprema bellezza e bontà. Papa Montini auspicava perciò, per la letteratura, il ritorno esplicito a temi religiosi da lui propugnato per tutte le altre arti. [1]
    Anche l’enciclica In praeclara summorum aveva uno scopo pratico, all’apparenza piuttosto limitato. La fede cattolica di Dante avrebbe implicato, infatti, che le celebrazioni centenarie iniziassero nel battistero fiorentino di San Giovanni «a cui negli ultimi anni di sua vita egli, esule, con intensa nostalgia ripensava, bramando e sospirando di essere incoronato poeta sul fonte stesso dove, bambino, era stato battezzato» (EE 4/555).
    Cominciare da lì le celebrazioni avrebbe significato porle sotto il sigillo dell’appartenenza cattolica di Dante, mettendole così al riparo dal contenzioso ideologico che si stava sviluppando in quegli anni intorno alla figura (e alla tomba) del poeta.
    L’enciclica non cita alcun passo specifico per comprovare l’appassionato desiderio dantesco, non vi è però alcun dubbio che il riferimento implicito rimandi alle prime 4 terzine del XXV canto del Paradiso. Si tratta dei versi nei quali Dante qualifica la propria opera nel modo più alto chiamandola «poema sacro» al quale hanno posto mano «e cielo e terra» (parole, non a caso, contenute pure nel primo versetto della Bibbia).
    Nel contempo la Commedia è presentata anche come frutto della diuturna, instancabile fatica del suo autore («sì che mi ha fatto per molti anni macro»). Dopo essersi paragonato a un agnello perseguitato da lupi fiorentini, Dante afferma che ritornerà alla sua città con un altro «vello» per essere incoronato poeta sulla fonte in cui fu battezzato.
    L’autore della Commedia precisa però di essere già stato incoronato in cielo in relazione alla fede: «Pietro per lei [la fede] sì mi girò la fronte». Intendere la speranza nell’incoronazione sul fonte battesimale solo come sogno/ambizione alti perché ormai umanamente irrealizzabili è troppo debole per giustificare la qualifica di «poema sacro» riservata al Paradiso.
    Essa si giustifica unicamente se la poesia teologica dantesca riesce ad affermare quanto nessuna teologia è in grado di sostenere. In virtù del «realismo» proprio di un viaggio compiuto nei regni ultraterreni, l’arditezza poetica di Dante si spinge oltre i confini dell’ortodossia sistematica cattolica.
    Per quanto sia discussa nella sua autenticità, [2] l’Epistola XIII con cui Dante dedica il Paradiso a Cangrande della Scala resta documento molto istruttivo. Lo è nel suo affermare che il metodo allegorico con cui s’interpreta la Scrittura va riservato pure alla Commedia. L’analogia comprova di per sé il carattere di «poema sacro» del Paradiso. «Littera gesta docet».
    Si legge nella Lettera a Cangrande che il soggetto letterale di tutta l’opera è lo stato delle anime dopo la morte. Ciò comporta il «realismo» di un viaggio che porterà il poeta con il corpo fino «a ficcar lo viso per la luce etterna».
    Accanto a Gesù e Maria, Dante è l’unica altra persona ad anticipare nell’Empireo la sorte che accomunerà tutti i beati osservati dal poeta già nella condizione assunta quando, grazie alla risurrezione dei morti, riceveranno di nuovo il proprio corpo (cf. Paradiso, 30, 43-45).

    Il cerchio che non quadra

    Ricondurre Dante a espositore poetico di una teologia ortodossa di stampo tomistico significa non cogliere l’«eccedenza» di chi, abbandonando ogni riferimento biblico alla «nuova Gerusalemme» e all’Agnello, immagina l’Empireo come una candida rosa. Anzi, significa, per più aspetti, reintrodurre, inconsapevolmente e per vie opposte, una distinzione tra poesia e non poesia. Quella di Dante è poesia teologica, non già teologia poetica.
    È consueto chiedersi come Dante possa essere stato un fedele cattolico visto che mette dei papi all’inferno. La domanda manifesta una scoperta ingenuità. Infatti, come ben colto da Hegel, l’autentica questione è quella di aver consegnato in modo «realistico» individui concreti, qualunque essi siano, alla dannazione eterna; operazione quest’ultima mai compiuta dalla Chiesa che proclama i santi ma si astiene, da sempre, dall’affermare l’identità dei dannati.
    D’altro canto la collocazione dell’inferno eterno nelle viscere della terra implica, di necessità, l’eternità anche di quest’ultima. Per Dante non ci saranno «cieli nuovi e terra nuova» (cf. Is 60,21; 2Pt 3,13). «Ciò che per l’universo si squaderna» è già perfettamente «legato con amore in un volume». Eppure la circolare, eterna perfezione si deve misurare tanto con il prima e il dopo della redenzione compiuta da Gesù Cristo quanto con il dopo della risurrezione dei morti.
    A seguito del suo aver visto con gli occhi i misteri della Trinità e dell’incarnazione, Dante paragona se stesso allo studioso di geometria che si confronta invano con la quadratura del cerchio. Sembra un paragone riduttivo, ma non lo è. L’immagine vuole esprimere l’impossibilità di comprendere il rapporto che c’è tra la circolarità della vita trinitaria e la linearità dell’incarnazione per la quale il Figlio scende, umiliando se stesso, per poi essere esaltato con un nome posto al di sopra di ogni altro nome (cf. Fil 2,5-11).
    A tal proposito il linguaggio teologico parla di Trinità immanente e di Trinità economica. Dante, con i suoi versi, vola ben più in alto; in essi pare comunque scorgersi la propensione a subordinare l’«umanità di Dio» alla perfetta circolarità della «luce etterna che sola in te sidi, / sola t’intendi e da te intelletta / e intendente te ami e arridi!». Il dramma, in Dante apparentemente ricomposto, derivato dal difforme intreccio tra eredità classica ed eredità biblica è riassunto, in maniera ineguagliata, dalla figura del «geomètra» sconfitto dall’insolubile problema della quadratura del cerchio.

    NOTE

    1 Cf. Paolo VI, Messaggi del Concilio. Agli artisti, 8.12.1965, EV 1/494*ss.
    2 In ogni caso il motu proprio di Paolo VI la considera autentica. Del resto i problemi di autenticità s’incentrano maggiormente sulla II parte.

    (Il Regno - 25 gennaio, 2021)


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