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    Virginia Drago

    Drago

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    iceva il Visconte Dimezzato di Calvino: «Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane». Bisognerebbe trovare il coraggio di smentirlo e anche di dargli ragione. Spesso ci si sente incompleti e davvero lo siamo; spesso non è così e saremmo pure capaci di “toccare il cielo con il dito”, se solo ne avessimo la possibilità.
    Bisognerebbe partire da un breve e non complesso ragionamento: uno dei punti di ritrovo per noi giovani, il luogo dove passiamo la maggior parte delle nostre giornate, checché se ne dica, è la scuola o l’università. Ore e ore, dietro quei banchi; ore e ore di lezione, esami, verifiche e interrogazioni; ore e ore di emozioni, gioie e delusioni, sogni e passioni condivise. Se volete osservarci, studiarci, o anche ammirarci, basterà entrare in una classe o in un’aula qualsiasi per capire che poi così incompleti non lo siamo, o se lo siamo è perché stiamo cercando una parte mancante, un tassello di quel puzzle enorme - noi stessi - costruito con fatica e determinazione.
    Ci sono dei periodi in cui ci si ferma poco a riflettere e pensare, perché presi dal lavoro, dallo studio, dalle scadenze, dal tempo che sembra non bastare mai. Ci sono dei periodi, più o meno lunghi, in cui siamo chiamati a scegliere su come e cosa investire quel tempo che ci è dato. Diventando più grande, ho capito che è la scelta più complicata da fare.
    Qualsiasi scelta richiede coraggio e volontà, sacrificio e passione, spesso rinunce difficili, difficilissime; ma sono scelte, e vanno fatte! Allora è da qui, dal momento in cui si inizia a scegliere: se studiare matematica o italiano, se diventar giurista o letterato, se esser fisico o chimico, se lavorare o studiare; se essere felice, arrabbiato, indifferente, se odiare o amare; persino se scegliere o no. Dietro ogni passo fatto c’è una storia intricata e complessa che meriterebbe la scrittura di un romanzo.
    Sono tantissime le domande che ci facciamo, le insicurezze che ci portiamo dietro, le soddisfazioni che accumuliamo e conserviamo come punti di ripartenza quando tutto sembra andare storto. Ho spesso sentito parlare di noi giovani come: svogliati, disattenti, poveri di valori, deboli, poco pronti alla società feroce che ci circonda. Ho anche capito che in realtà “l’altro mondo”, quello dei “grandi esperti”, non vada poi meglio: basta aprire le pagine di cronaca di un giornale e tutto viene su a galla, come “tutti i nodi vengono al pettine”.
    Mi piace quando qualcuno ha osato, in alcuni contesti, definire noi giovani delle “spugne”. Noi assorbiamo tutto ciò che ci si insegna, e anche ciò che ci manca, e poi diventiamo tutto ciò che ci è stato insegnato o l’opposto. Abbiamo forti spiriti critici, nonostante le critiche dei meno giovani; siamo attenti a qualsiasi movimento, come dei cecchini; cerchiamo di imparare e di sbagliare con le nostre gambe e le nostre menti. Ma abbiamo bisogno, soprattutto quando ci si dice di essere grandi e si pretendono da noi “cose da grandi”, di essere prima accompagnati, sostenuti, incentivati, motivati, anche rimproverati e corretti.
    Spesso abbiamo la fortuna di incontrare chi crede in noi, come presente e futuro; altre volte chi non scommetterebbe neanche un euro sulle nostre capacità e potenzialità. E purtroppo, devo dire, che un numero maggiore di persone popolano la seconda categoria. Non bisogna perdersi d’animo, perché anche per l’unica persona che crede o crederà in noi vale la pena continuare ad essere quella rivoluzione che diciamo di voler attuare, quel cambiamento a cui guardiamo, quella speranza che conserviamo.
    Siamo sognatori con le ali di cartapesta che si scontrano con la realtà: a volte cadiamo senza perdere l’equilibrio, altre volte l’impatto è così forte da impedirci di rialzarci nell’istante dopo. Abbiamo delle aspirazioni, dei progetti, degli obiettivi da portare a termine, guardiamo sempre in alto. Citando e parafrasando in parte Pirandello: “socchiudendo le palpebre dietro le lenti” pigliamo “tra i peli delle ciglia la luce d’una di quelle stelle, e tra l’occhio e la stella” stabiliamo “il legame d’un sottilissimo filo luminoso, e vi” avviamo “l’anima a passeggiare come” ragnetti “smarriti”. Lo smarrimento, quasi dantesco, tipico di chi, nonostante sia dato per fallito, crede di non esserlo e lavora per dimostrare il contrario.
    E forse saremo incompleti alla ricerca della nostra completezza o siamo completi e ci sentiamo il contrario, perché desiderosi di essere migliori ogni giorno di più. Però non additateci come semplici sognatori “con la testa fra le nuvole”, perché ci nutriamo di concretezza, di vita quotidiana, come i più grandi, semplicemente con un pizzico di freschezza che la giovane età ancora ci consente di assaporare.
    Dice Alessandro D’Avenia: «Forse ci si sente incompleti e si è soltanto uomini». Sarebbe bello e coraggioso ripartire da qui e riscoprirsi due facce della stessa medaglia: da una parte chi con esperienza e qualche ruga in più, dall’altra chi con la freschezza, il fuoco dentro e la forza di un gigante. Sarebbe bello e coraggioso guardare ad una vita e una società, una nuova società, basata sullo scambio, un do ut des della contemporaneità fatto di crescita, investimento e maturazione reciproca.





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