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    Storia di Matteo e di come mi ha salvato dall’ovvio

    Antonio Corcione *

    corcione


    Sulle rive di Galilea

    Qualche anno fa, nel mio peregrinare da segretario del movimento giovanile salesiano per l’Italia centrale ho fatto la conoscenza di un giovane che mi è rimasto nel cuore, come tante volte mi accade, eppure in maniera misteriosamente diversa.
    Matteo (nome di fantasia), un ragazzo di diciassette anni cresciuto nell'oratorio parrocchiale del suo quartiere, avvicinatosi in seguito per la catechesi al mondo salesiano.
    L’ho incontrato un giorno d’inverno, ricordo molti dettagli di quel giorno e ho ancora addosso i brividi di freddo di quella giornata particolare.
    Ero in cappellina per un momento di preghiera. Gli altri erano fuori per animazione, per cui ero sicuro che sarei stato solo: una “evasione” perfetta, dunque. Ma Matteo stava là, anche lui, davanti a me, e molto vicino al tabernacolo, per cui non mi permetteva uno sguardo diretto. In quel momento l’ho vissuto come un ostacolo… ma mi ha affascinato all’istante.
    Voglio per questo tratteggiare in pochissime righe la mia vicenda con lui in seguito a quell’incontro, dedicandola a tutti i ragazzi che animiamo, e che sono davanti al Signore quando non lo sappiamo e non lo possiamo immaginare, nel segreto della loro intimità, all’ombra della nostra pastorale.
    Queste per me furono come le rive della Galilea, una zona di periferia, una “non meta” sorprendentemente trovata, in cui ci sta cercando Dio.

    I tre “divorzi”

    Matteo viveva una vita che, a prima vista, sembrava normale, ma dietro la sua aria spensierata si celava una sensazione di nostalgia, intesa nel senso ampio, quello inteso dai nostri avi letterari.
    Non ci è voluta molta confidenza prima di capire che i genitori di Matteo avevano divorziato quando lui stava appena uscendo dallo stato di bambino per vivere la preadolescenza, lasciandolo solo, a lottare con la confusione e il dolore. Un “divorzio” interiore stava per compiersi.
    Nonostante le difficoltà, Matteo aveva trovato conforto nell'oratorio locale, come spesso accade, che inconsapevolmente lo teneva unito.
    Qui don Gianni lo accolse come un amico, diventando una guida preziosa, tanto da meritare di essere considerato da lui stesso un padre davanti agli altri (non è un dettaglio).
    Con il passare degli anni entrò sempre più nelle attività della parrocchia e oratorio, dedicandosi ad esse anima e corpo.
    La sua passione per la musica lo aveva portato a imparare a suonare la chitarra, diventando il cuore delle celebrazioni domenicali, ma anche nel teatro e nell’animazione. Tuttavia, la sua vita non rifletteva solo melodia e armonia, anzi fuori da lì neanche un po’. Un ennesimo “divorzio”, tra il dentro e il fuori.
    Le esperienze belle vissute aprono infatti voragini tra il privato e il comunitario. Di quelle voragini in cui prima o poi qualcuno cade dentro. Se non sei tu, sarà qualcuno di quelli che ti sta vicino.
    I ricordi dolorosi del divorzio dei suoi genitori lo tormentavano di notte, i lutti venivano amplificati nella loro elaborazione, piuttosto percepiti come abbandoni o perfino tradimenti, le relazioni amicali e sentimentali, e paritarie in genere non appagavano, apparivano insufficienti e venivano deformate dal bisogno affettivo incolmabile, che di giorno in giorno nutriva la sua fame crescente con tutto quel che incontra.
    La sua dedizione all'oratorio serviva naturalmente da fuga per le sofferenze vive.

    I tre perdoni

    In un momento di particolare vulnerabilità, Matteo confidò a don Gianni i suoi tormenti, ma senza riuscire mai ad aprirsi fino in fondo.
    Il sacerdote, con saggezza e compassione, lo aiutò a affrontare i demoni del suo passato.
    Matteo iniziò a partecipare a incontri di catechesi, tenuti da un laico impegnato in una chiesa del centro cittadino, imparando a gestire il dolore e a trovare la forza dentro di sé, che però sentiva giungere da una fonte più grande di lui.
    Col tempo, la sua anima ferita iniziò a rimarginarsi, e il sorriso di Matteo divenne più autentico. Si stava perdonando, ma da che cosa?
    Questo lo sanno solo i ragazzi innocenti vittime del male.
    Essi sanno che certe ombre interiori non provengono da se stessi, ma si sentono comunque colpevoli.
    L'adolescente esemplare dell'oratorio, assai apparente quanto sofferente, si trasformò in un ispiratore per gli altri giovani.
    Con il suo passato difficile come ponte, riuscì a instillare speranza negli animi dei ragazzi che affrontavano situazioni simili. La sua musica, una volta carica di tristezza, divenne un inno di rinascita e resilienza. Matteo non dimenticò mai l'aiuto ricevuto e si impegnò a restituire alla comunità che l'aveva sostenuto.
    Insieme abbiamo studiato un progetto che mi emoziona ancora per il coraggio del ragazzo, che da tanti era considerato “troppo giovane”.
    Abbiamo, anzi ha fondato un gruppo di ragazzi con esperienze familiari difficili, che potessero raccontare egualmente la bellezza dell’amore, soprattutto a scuola, chiedendo ai propri insegnanti tutor della classe di poter dare una mano nella scuola, come mediatori tra alunni in difficoltà familiari e preside e/o psicologo della scuola. La cosa all’inizio sembrava solo bella, ma a fine anno ha offerto tangibili risultati: i ragazzi che si sono avvicinati a Matteo e altri, trovando uno spazio di sfogo paritario e di sostegno sono stati veramente tanti. Tanti da dare eco alla notizia in tutta la città e la provincia. Aveva trovato in sé la capacità di superare le divisioni interiori, la solitudine e la separazione, anche sociale.

    (Dio) ha posto nel loro cuore la durata dei tempi (Qoelet)

    Matteo mi ha mostrato che anche le ferite più profonde possono essere trasformate in fonti di forza, come aveva fatto don Bosco che da orfano era divenendo padre di tutti noi e del futuro.
    Così, l'adolescente che aveva attraversato le tempeste della vita, guidato dall'amore e dal sostegno dell'oratorio, ha creato un possibile futuro non solo per sé.
    Spesso mi è accaduto di vedere molte più difficoltà nel gestire la divisione interiore ed esteriore che gli adolescenti vivono nel rapporto oratorio-scuola, e più ancora nel rapporto casa-oratorio.
    Io non ho avuto particolare influsso su Matteo, piuttosto sono stato avvicinato da lui in una esperienza molto particolare per me, animatore di gruppi MGS nel tempo pandemico.
    Ma vedendo in lui il riflesso delle mie stesse esperienze giovanili, mi sono aperto a un legame basato sulla fiducia e sull'empatia, con un ragazzo che – per la disparità di esperienze di disagio – metterebbe in difficoltà ogni tipo di rapporto.
    Questa profonda empatia mi è servita da base per un rapporto di amicizia costruttivo e che aiuta nel cammino di crescita cristiana. Ed è anche preziosa in ambito professionale, avendo cominciato un anno fa a lavorare nella scuola.

    * Toscano di origini napoletane, 25 anni, laureato in Scienze Religiose indirizzo Didattico-Pedagogico, docente di religione, animatore del movimento giovanile salesiano e della pastorale giovanile diocesana. Crede nel potere – in parte ancora sconosciuto – della fraternità



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