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    Con lo sguardo fisso su Gesù

    Un percorso spirituale ed evangelico per giovani


    "Tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento" (Eb 12,2)


    Introduzione: L'arte dello sguardo

    Nel mondo contemporaneo, caratterizzato dalla frammentazione dell'attenzione e dalla moltiplicità degli stimoli visivi, l'invito della Lettera agli Ebrei a tenere "fisso lo sguardo su Gesù" risuona con particolare urgenza per le giovani generazioni. Non si tratta semplicemente di un esercizio di contemplazione, ma di una vera e propria fenomenologia dell'incontro che coinvolge l'intera esistenza.
    Lo sguardo, nella tradizione filosofica e teologica, non è mai neutro. È sempre carico di intenzionalità, di desiderio, di ricerca di senso. Quando Husserl parlava di "intenzionalità della coscienza", indicava proprio questa caratteristica fondamentale dell'essere umano: la coscienza è sempre coscienza di qualcosa. Per il giovane credente, tenere fisso lo sguardo su Gesù significa orientare questa intenzionalità fondamentale verso Colui che è "l'Alfa e l'Omega", il principio e la fine di ogni autentica ricerca esistenziale.

    L'incontro: Quando lo sguardo si fa reciproco

    Il fascino del primo sguardo
    L'esperienza cristiana inizia sempre con un incontro. Come i primi discepoli che, vedendo Gesù camminare lungo il lago, si sentirono interrogati da uno sguardo che penetrava oltre le apparenze, anche il giovane di oggi è chiamato a riconoscere quel momento privilegiato in cui l'Eterno irrompe nel tempo della sua esistenza.
    Il fascino non è seduzione superficiale, ma riconoscimento di una bellezza che corrisponde alle domande più profonde del cuore. Come scriveva Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte: "È dal volto di Cristo che dobbiamo ripartire". Il volto è il luogo dell'epifania per eccellenza, dove l'altro si rivela nella sua irriducibile alterità e, insieme, nella sua prossimità più intima.

    La fenomenologia dell'attrazione
    Quando un giovane sperimenta l'attrazione verso Cristo, vive qualcosa di analogo a ciò che descrive Emmanuel Lévinas parlando del "volto dell'altro": un appello che precede ogni comprensione razionale, una chiamata che viene da oltre la propria progettualità. Non è il giovane che sceglie Cristo in prima istanza; è Cristo che, con il suo sguardo misericordioso, lo precede e lo attira.
    Questa dinamica si manifesta spesso attraverso esperienze apparentemente ordinarie: una preghiera che diventa dialogo reale, una parola del Vangelo che risuona come pronunciata per la prima volta, un gesto di servizio ai poveri che rivela una gioia inaspettata. Il fascino autentico si riconosce dalla sua capacità di generare movimento, di mettere in cammino.

    La strada: Fenomenologia della sequela

    Il dinamismo del seguire
    "Seguimi" è l'imperativo che attraversa tutto il Vangelo. Ma cosa significa, fenomenologicamente, seguire? Non è imitazione esteriore, ma partecipazione a un movimento esistenziale che trasforma il modo stesso di stare nel mondo.
    Il giovane che segue Gesù impara una nuova modalità del camminare: non più l'andare ansioso di chi non sa dove dirigersi, ma il passo di chi ha trovato una direzione che dona senso anche alle soste e agli apparenti smarrimenti. Come scrive Papa Francesco in Christus Vivit: "Gesù cammina per le strade polverose della Galilea e si presenta ai giovani con quell'invito meraviglioso: 'Seguimi'".

    La strada delle Beatitudini
    Lo sguardo fisso su Gesù conduce naturalmente a scoprire le Beatitudini non come codice morale esterno, ma come autoritratto di Cristo stesso e, insieme, come mappa esistenziale per chi desidera vivere secondo il suo spirito.
    Beati i poveri in spirito: il giovane impara a riconoscere la propria indigenza fondamentale non come limite da nascondere, ma come apertura alla grazia. Scopre che la vera ricchezza consiste nel saper ricevere, nell'essere mendicanti di senso e di amore.
    Beati i miti: in un mondo che esalta la forza e la competizione, lo sguardo su Gesù rivela una diversa modalità di presenza nel mondo. La mitezza non è debolezza, ma forza che sa farsi accogliente, che sa vincere senza umiliare.
    Beati i misericordiosi: la misericordia diventa lo stile relazionale del giovane cristiano. Non il giudizio che separa, ma la compassione che unisce; non l'indifferenza che protegge, ma l'empatia che rischia.

    Il sogno: Vocazione come risposta al desiderio

    L'antropologia del desiderio
    Ogni giovane porta nel cuore un sogno che spesso fatica a decifrare. La spiritualità cristiana non mortifica questo desiderio, ma lo purifica e lo orienta. Come scriveva Sant'Agostino: "Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te".
    Il desiderio autentico non è bramosia di possesso, ma nostalgia dell'infinito. Il giovane che tiene fisso lo sguardo su Gesù scopre progressivamente che i suoi sogni più belli non sono evasioni dalla realtà, ma anticipazioni della vera realtà verso cui è chiamato.

    Vocazione: la chiamata personale
    La vocazione non è destino imposto dall'esterno, ma riconoscimento di quella chiamata unica e irripetibile che Dio rivolge a ciascuno. È il punto di incontro tra il sogno del cuore umano e il sogno di Dio sull'umanità.
    Come ricordava Giovanni Paolo II ai giovani: "Voi non siete solo il futuro della Chiesa e dell'umanità, quasi si potesse fare a meno di voi oggi. Voi siete il presente giovane della Chiesa e dell'umanità". La vocazione si vive nel presente, nell'oggi della risposta generosa.

    La promessa: Speranza come forma esistenziale

    L'escatologia del quotidiano
    La promessa cristiana non è consolazione per l'aldilà, ma trasformazione dell'aldiqua. Il giovane che fissa lo sguardo su Gesù impara a leggere la storia non come successione casuale di eventi, ma come historia salutis, dove ogni momento può diventare kairòs, tempo favorevole.
    La speranza cristiana si distingue dall'ottimismo superficiale perché sa attraversare la contraddizione senza perdere la fiducia. Come il chicco di grano che deve morire per portare frutto, anche il giovane cristiano impara che ogni autentica fecondità passa attraverso qualche forma di morte a se stesso.

    La promessa come già e non ancora
    Nella tensione escatologica del "già e non ancora", il giovane sperimenta la bellezza di vivere nell'anticipazione. Il Regno di Dio è già presente nelle piccole eucaristie quotidiane - nell'amicizia autentica, nel servizio gratuito, nella riconciliazione dopo il conflitto - ma resta anche promessa che supera ogni realizzazione presente.

    La croce: Paradosso dell'amore

    Scandalum crucis
    La croce rappresenta il momento di massima intensità dello sguardo su Gesù. È qui che si rivela fino in fondo chi è Dio e come ama. Per il giovane, confrontarsi con la croce significa accettare che l'amore autentico non è mai senza costo, che la felicità vera non evita la sofferenza ma la attraversa trasformandola.
    La croce non è masochismo spirituale, ma rivelazione del fatto che l'amore, per essere tale, deve essere libero anche dalla paura di perdere. È l'amore che ama fino alla fine, fino all'estremo.

    La croce come albero della vita
    Paradossalmente, la croce diventa albero della vita quando viene abbracciata non come destino subito, ma come forma suprema dell'amore. Il giovane che impara a portare la propria croce quotidiana - le difficoltà degli studi, le tensioni familiari, le delusioni affettive, le incertezze sul futuro - scopre che proprio in questi momenti può sperimentare la vicinanza più intima di Cristo.

    L'invio missionario: Dallo sguardo all'annuncio

    Dalla contemplazione all'azione
    Lo sguardo fisso su Gesù non è mai fine a se stesso, ma si trasforma naturalmente in missione. Come Maria Maddalena che, dopo aver visto il Risorto, corre ad annunciare: "Ho visto il Signore!", anche il giovane cristiano diventa testimone di ciò che ha contemplato.
    La missione non è proselitismo, ma contagio della gioia. Come scrive Papa Francesco in Evangelii Gaudium: "L'evangelizzazione è compito di tutta la Chiesa, ma in modo particolare dei giovani, chiamati a essere protagonisti dell'evangelizzazione".

    La testimonianza come forma di vita
    Il giovane missionario non ha bisogno di grandi progetti, ma di autenticità. La sua prima predicazione è la coerenza tra ciò che dice e ciò che vive. In un mondo spesso caratterizzato da parole vuote, la testimonianza silenziosa di una vita trasformata dall'incontro con Cristo diventa eloquenza suprema.

    Verso un nuovo umanesimo cristiano

    L'educazione dello sguardo
    Educare un giovane a tenere fisso lo sguardo su Gesù significa innanzitutto educarlo all'arte di vedere. In una cultura dominata dall'immagine ma povera di visione, occorre recuperare la capacità contemplativa, il saper sostare, l'attenzione amorosa alla realtà.
    Questo richiede spazi di silenzio, momenti di adorazione, esercizi di lectio divina che permettano al Vangelo di parlare al cuore prima che alla mente. Come diceva Charles de Foucauld: "Appena ho creduto che c'era un Dio, ho capito che non potevo fare altrimenti che vivere solo per Lui".

    La comunità come luogo dello sguardo condiviso
    Il giovane non può tenere fisso lo sguardo su Gesù nell'isolamento. Ha bisogno di una comunità dove questo sguardo sia condiviso, dove possa confrontare la propria esperienza con quella di altri cercatori di senso. La Chiesa, nelle sue diverse espressioni - parrocchia, movimento, comunità religiosa - diventa scuola dello sguardo, palestra della fede.

    Conclusione: Lo sguardo che trasforma

    Tenere fisso lo sguardo su Gesù non è esercizio di evasione mistica, ma impegno di trasformazione reale. È lo sguardo che, come quello della Maddalena ai piedi della croce, non fugge davanti al dolore ma lo accompagna con l'amore. È lo sguardo che, come quello dei discepoli di Emmaus, sa riconoscere la presenza del Risorto negli eventi quotidiani della storia.
    Per il giovane di oggi, questo sguardo diventa bussola esistenziale che orienta le scelte, lampada che illumina il cammino, fuoco che riscalda il cuore nelle notti della prova. È l'invito più bello che la Chiesa possa rivolgere alle nuove generazioni: non un moralismo che opprime, ma una bellezza che libera; non una legge che imprigiona, ma una grazia che rende capaci di volare.
    Come ci ricorda Papa Francesco: "Cari giovani, non abbiate paura di guardare Gesù, non abbiate paura del suo sguardo. Lui vi guarda con amore, anche quando vi sentite perduti. Nel suo sguardo non c'è condanna, ma un invito: 'Vieni e seguimi'".

    "Tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento, il quale, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio" (Eb 12,2)
    In questo versetto si racchiude tutto il mistero della sequela cristiana: lo sguardo che diventa vita, la contemplazione che si fa storia, l'amore che trasforma il mondo.

     

    Appunti per educatori

    "Tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento" (Eb 12,2)

    Il paradosso dello sguardo nell'era digitale
    Viviamo in un'epoca di sguardi frammentati. I nostri giovani navigano quotidianamente tra schermi che si accendono e si spengono, tra notifiche che catturano l'attenzione per poi disperderla altrove. In questo contesto, l'invito paolino a tenere "fisso lo sguardo su Gesù" suona quasi provocatorio: come si può fissare qualcosa in un mondo che ci ha abituati al movimento perpetuo degli occhi?
    Eppure, proprio questa apparente impossibilità rivela la profondità dell'invito biblico. Non si tratta di uno sguardo statico, ma di un orientamento esistenziale che attraversa e illumina il dinamismo stesso della vita. È come quell'asse invisibile attorno al quale ruota una trottola: immobile nel suo centro, ma che rende possibile tutto il movimento.

    Anatomia di uno sguardo
    Cosa significa, concretamente, guardare? Lo sguardo umano non è mai neutrale. Quando osserviamo qualcuno o qualcosa, mettiamo in atto un atto di scelta, di preferenza, di riconoscimento. Guardare significa dire: "Tu vali la mia attenzione".
    Nel caso di Gesù, questo sguardo assume una dimensione particolare perché si rivolge a Colui che, prima ancora, ci guarda. Il cristianesimo non inizia mai con la nostra ricerca di Dio, ma con il riconoscimento di essere stati cercati. È lo sguardo di Gesù su Zaccheo che precede la discesa dell'uomo dal sicomoro. È lo sguardo di Cristo su Pietro che trasforma il rinnegamento in pentimento.

    Il magnetismo della persona
    Perché Gesù attrae? Questa domanda attraversa duemila anni di cristianesimo senza esaurirsi mai. Non è questione di dottrina, almeno non in prima istanza. È questione di presenza. Gesù possiede quella qualità misteriosa che caratterizza le grandi personalità della storia: la capacità di essere completamente presente a chi gli sta davanti.
    Nei Vangeli emerge un uomo che non giudica prima di comprendere, che non condanna prima di amare, che non risponde prima di aver ascoltato fino in fondo. È questa presenza totale che genera il fascino. I giovani, in particolare, sono sensibili a questa autenticità relazionale. Sanno distinguere istintivamente chi li vede davvero da chi li osserva solo superficialmente.
    L'educazione come orientamento dello sguardo
    Chi lavora nell'educazione dei giovani sa che uno dei compiti più delicati è proprio questo: aiutare a orientare lo sguardo. Non si tratta di imporre una visione, ma di liberare la capacità di vedere che spesso rimane imprigionata nelle paure, nei pregiudizi, nelle aspettative altrui.
    Educare lo sguardo significa innanzitutto educare se stessi. Come può un educatore aiutare i giovani a guardare Gesù se per primo non ha imparato a sostare davanti a Lui? Non basta conoscere il Vangelo; occorre lasciarsene guardare. È la differenza tra chi parla di qualcuno che ha sentito nominare e chi testimonia qualcuno che ha incontrato.

    La resistenza dello sguardo
    Tenere fisso lo sguardo su Gesù comporta anche imparare a resistere. Resistere alle distrazioni, certo, ma soprattutto resistere alla tentazione di distogliere gli occhi nei momenti difficili. È facile guardare Gesù quando moltiplica i pani o quando resuscita Lazzaro. È più difficile continuare a guardarlo durante la passione.
    Questa resistenza non è ostinazione, ma fedeltà. È la fedeltà di chi ha riconosciuto in quella persona il senso della propria vita e non intende abbandonarlo proprio quando questo senso viene messo alla prova. Maria sotto la croce rappresenta l'emblema di questa fedeltà dello sguardo: non fugge, non si volta dall'altra parte, rimane.
    Il frutto dello sguardo: la trasformazione
    Chi guarda davvero qualcuno finisce per assomigliargli. È una legge misteriosa ma verificabile dell'esperienza umana. I figli assomigliano ai genitori non solo fisicamente, ma anche nei gesti, nelle espressioni, nelle modalità di rapportarsi alla realtà. Lo stesso accade con Gesù: chi lo guarda con costanza finisce per assumerne lo stile.
    Questa trasformazione non è imitazione esteriore, ma assimilazione interiore. È il fenomeno che San Paolo descrive quando parla di "rivestirsi di Cristo". Non si tratta di indossare un costume, ma di lasciar trasparire attraverso la propria umanità i tratti di un'altra umanità, quella di Gesù.

    Lo sguardo che genera sguardo
    Una delle caratteristiche più belle dello sguardo fisso su Gesù è la sua natura contagiosa. Chi ha imparato a guardare Cristo in questo modo inevitabilmente inizia a guardare anche gli altri con occhi diversi. Inizia a vedere nei volti che incontra non solo i lineamenti esteriori, ma la dignità profonda di ciascuna persona.
    Questo è particolarmente importante nel lavoro educativo. I giovani hanno bisogno di essere guardati non per quello che non sono ancora, ma per quello che già sono nel progetto di Dio. Hanno bisogno di occhi che sappiano riconoscere i semi di bene anche quando sono ancora nascosti sotto apparenti ribellioni o fragilità.

    La comunità degli sguardi orientati
    Nessuno può tenere fisso lo sguardo su Gesù in completa solitudine. Abbiamo bisogno di una comunità che condivida questa stessa direzione, che ci sostenga nei momenti di stanchezza, che ci ricordi dove guardare quando la vista si offusca.
    La Chiesa, nelle sue espressioni più autentiche, è proprio questo: una comunità di sguardi orientati verso Cristo. Non un'organizzazione perfetta, ma un insieme di persone imperfette che hanno scelto di guardare nella stessa direzione e che si aiutano a vicenda a non perdere di vista quella presenza che dà senso a tutto il resto.

    Lo sguardo e la speranza
    Tenere fisso lo sguardo su Gesù significa anche guardare al futuro con una prospettiva particolare. Non l'attesa ansiosa di chi non sa cosa aspettarsi, ma la fiducia di chi sa che la storia ha una direzione e che questa direzione è buona.
    Per i giovani, spesso inquieti per il loro avvenire, questo sguardo può diventare ancoraggio sicuro. Non elimina l'incertezza del domani, ma la inserisce in un orizzonte di senso che trasforma l'incognita in avventura, la paura in coraggio, lo smarrimento in ricerca appassionata.

    Pedagogia dello sguardo
    Come si insegna a guardare Gesù? Non con le sole parole, certamente. Si insegna innanzitutto guardandolo noi per primi, e facendolo vedere attraverso il nostro modo di vivere. Si insegna creando spazi di silenzio dove questo sguardo possa nascere e crescere. Si insegna accompagnando i giovani nella lettura del Vangelo, non come testo antico da studiare, ma come parola viva da accogliere.
    Si insegna soprattutto attraverso la testimonianza: mostrando che è possibile vivere con lo sguardo fisso su Gesù senza perdere il contatto con la realtà, anzi trovando in questo sguardo la chiave per comprendere e trasformare il mondo.
    Lo sguardo e la libertà
    Paradossalmente, fissare lo sguardo su Gesù non limita la libertà, ma la libera. È come l'artista che, concentrando tutta la sua attenzione sull'opera che sta creando, trova in questa concentrazione non un limite ma l'espressione più piena delle sue potenzialità.
    Il giovane che impara a guardare Cristo scopre di essere più libero, non meno. Libero dalle aspettative che lo schiacciano, libero dai confronti che lo paralizzano, libero dalla necessità di costruirsi un'immagine per essere accettato. Nello sguardo di Gesù trova l'accettazione incondizionata che libera la sua autenticità più profonda.

    Conclusione: l'invito permanente
    "Tenendo fisso lo sguardo su Gesù" non è un comando da eseguire una volta per tutte, ma un invito da rinnovare ogni giorno. È la proposta di una vita orientata, di un'esistenza che ha trovato il suo punto di riferimento e da esso trae energia e direzione per tutto il resto.
    Per chi lavora con i giovani, questo versetto della Lettera agli Ebrei rappresenta insieme il programma pedagogico più sintetico e più completo che si possa immaginare. Se riusciamo ad aiutare anche solo qualche giovane a scoprire la bellezza e la forza di questo sguardo, avremo dato il contributo più prezioso alla loro crescita umana e spirituale.
    In fondo, tutta l'educazione cristiana si riassume qui: imparare a guardare Gesù e insegnare ad altri a fare lo stesso. È semplice come uno sguardo, profondo come l'eternità.

    Il nostro sguardo su Gesù è sempre risposta al suo sguardo su di noi. In questo dialogo silenzioso di sguardi si compie il mistero dell'incontro che trasforma la vita.



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