Marta e Maria: La crisi della presenza
Non sono due semplici sorelle. Sono due poli dell’anima umana, due modi antitetici eppure inseparabili di relazionarsi con il sacro, con l’altro, con il tempo. La loro storia, raccontata in poche, folgoranti righe, non è una favoletta moralistica su chi sia “migliore”. È la fenomenologia di una crisi. La crisi che esplode quando l’Assoluto bussa alla tua porta e tu devi decidere, in un istante, come accoglierlo. È il dramma dell’azione e della contemplazione, del fare e dell’essere, che si gioca non nei chiostri dei monasteri, ma nel calore di una casa, tra l’odore del cibo in cucina e la polvere dei sandali del viandante.
Marta e Maria parlano all’oggi, all’epoca dell’iper-attivismo, della produttività come valore assoluto, del multitasking e del burn-out. Parlano alla generazione sempre connessa ma raramente presente, che confonde l’essere occupati con l’essere vivi. La loro vicenda è un specchio gettato davanti ai nostri piedi, che ci costringe a chiederci: dove sto veramente, quando credo di stare da qualche parte? Cosa sto veramente cercando, quando mi affanno in mille cose?
La scena: L’irruzione del divino nel quotidiano
Tutto inizia con un atto di ospitalità. Gesù entra nel loro villaggio, e loro lo accolgono in casa. Subito, il registro è quello della vita comune, dell’amicizia, della concretezza. Non c’è un tempio, non c’è una sinagoga. C’è una casa. Il divino irrompe nel domestico. Questo è il primo dato, potentissimo: la spiritualità non è un ambito separato, riservato a momenti e luoghi speciali. Bussa alla porta di casa tua, si siede al tuo tavolo, ha fame e sete.
E qui, immediatamente, le due sorelle si dividono. La narrazione le presenta come due intenzionalità contrapposte che si strutturano attorno all’Ospite.
• Marta è catturata dall’opera. La sua intenzionalità è diacronica, proiettata verso una serie di compiti da svolgere per rendere perfetto l’incontro. Il suo sguardo è sul da farsi: cucinare, apparecchiare, sistemare. Il suo mondo è quello del “poi”: “Quando avrò finito tutto questo, allora potrò stare con Lui”. La sua è un’ansia di servizio, nobile nelle intenzioni ma dispersiva nella pratica. “Era tutta impegnata nei molti servizi”.
• Maria è catturata dalla presenza. La sua intenzionalità è sincronica, concentrata sull’istante. Il suo sguardo è fisso su Gesù, sulle sue parole, sul suo volto. Il suo mondo è l’“adesso”. Ha scelto la “parte migliore”, non in senso moralistico, ma nel senso di quella che è fondamentale, essenziale, non delegabile. “Sedutasi ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola”.
Fenomenologicamente, siamo di fronte a due modi di “essere-nel-mondo”:
• Marta è protesa, il suo essere è fuori di sé, negli oggetti da preparare, nel tempo futuro da organizzare.
• Maria è raccolta, il suo essere è centrato, ancorato al presente della relazione.
Nessuna delle due sta sbagliando in principio. L’ospitalità di Marta è un dovere sacro. L’ascolto di Maria è un desiderio sacro. Il conflitto nasce quando il dovere, assolutizzandosi, pretende di normare il desiderio e di giudicarlo.
La crisi: “Signore, non t’importa?”
Marta, sommersa dalle sue fatiche, vede la sorella immobile. E qui scatta la crisi. Non è solo stanchezza. È il risentimento di chi sente il peso della responsabilità da solo. La sua preghiera è una delle più umane, più disperate e più vere di tutto il Vangelo: “Signore, non t’importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”.
Queste parole sono un capolavoro di psicologia spirituale.
1. La proiezione: Marta non si rivolge direttamente a Maria. Si lamenta di lei con Gesù. Trasforma l’Ospite in un giudice tra lei e la sorella. Invece di vivere la relazione con Lui, la usa per un confronto con l’altro.
2. Il senso di abbandono: “Mi ha lasciata sola”. È il grido di tutti coloro che si sentono caricati di un peso che nessuno condivide. È la sensazione di essere i soli a fare le cose “dovere”, mentre gli altri si dedicano ai “piaceri”.
3. La richiesta di intervento: “Dille dunque che mi aiuti”. Marta non chiede a Gesù di entrare in cucina con lei. Gli chiede di riportare Maria nel suo mondo, di riallinearla alla sua intenzionalità. Vuole che il divino santifichi la sua ansia e condanni la quiete dell’altra.
Questa è l’esperienza umana universale della frustrazione: quando il nostro fare, invece di essere un atto d’amore, diventa un peso che ci allontana dalle persone per le quali stiamo facendo quelle stesse cose. È la madre che prepara una cena perfetta ed è così stanca e irritata da non godersi la famiglia. È il lavoratore così ossessionato dalla carriera da dimenticare il perché della sua fatica.
La rivelazione: “Marta, Marta…”
La risposta di Gesù è tra le più tenere e più destabilizzanti che abbia mai pronunciato. Inizia con un raddoppiamento del nome: “Marta, Marta…”. È un tono di affetto profondo, di compassione. Non la sta sgridando. La sta chiamando per nome, due volte, per risvegliarla, per richiamare la sua essenza più profonda al di là del ruolo che si è imposta.
Poi, la diagnosi: “Tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose”. Gesù vede il suo cuore. Non vede solo il servizio, vede l’agitazione, la preoccupazione che lo accompagna. Il problema non è il servizio in sé, ma l’affanno che lo corrode dall’interno, rendendolo ansioso e non gioioso.
Infine, la rivelazione: “Di una cosa sola, invece, c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”.
Quel “una cosa sola” è il cuore della questione. Non è un invito a non servire, a non lavorare. È un richiamo all’ordine degli intenti. Quell’“una cosa” è la presenza, l’ascolto, la relazione primaria con Lui. È il fondamento senza il quale ogni servizio, per quanto encomiabile, rischia di diventare affannoso, risentito, e alla fine, sterile. È il “primo amore” di cui parla l’Apocalisse, che non deve essere abbandonato.
Maria ha scelto la parte “migliore” (in greco, agathén, la buona, la benefica) perché è quella che nutre, che dà senso a tutto il resto. È la radice senza la quale l’albero non può dare frutti. Quel momento di presenza non le sarà tolto perché è un investimento nell’eterno, è un aver già assaporato il “solo necessario” in mezzo al “molto” superfluo.
La parola ai giovani: L’arte della presenza
Marta e Maria non sono categorie morali. Sono due dimensioni che coabitano in ogni cuore umano. La sfida non è diventare Maria e smettere di essere Marta. La sfida è far sì che la Marta in noi sia guidata e nutrita dalla Maria in noi.
La loro storia parla direttamente ai giovani di oggi, schiacciati tra mille impegni, progetti, stimoli e la sensazione di non essere mai veramente da nessuna parte.
• All’iper-attivo, al sempre connesso, al perfezionista della performance, Marta sussurra: “Attento. Il tuo fare ti sta definendo? Ti sta divorando? Stai servendo le cose o le cose stanno servendo te?”.
• Al sognatore, a chi fugge le responsabilità, al contemplativo per pigrizia, Maria ricorda: “La contemplazione non è fuga. È un ancoraggio profondo per agire nel mondo senza esserne travolti”.
Il messaggio non è “non fare”, ma “fa’ ciò che fai partendo da un luogo di presenza”. Impara a sederti prima di correre. Ad ascoltare prima di parlare. A essere prima di fare. La “parte migliore” è quella che nessuno può scegliere per te e che nessuno può rubarti: è la decisione di ancorare la tua vita a qualcosa di più profondo della lista delle cose da fare.
Dio non è un amministratore delegato che premia il dipendente più produttivo. È un Amico che viene a cena e desidera, prima del cibo, il tuo sguardo, la tua attenzione. La vera ospitalità non è offrire una casa perfetta, ma offrire se stessi, presenti e disponibili. Marta e Maria ci insegnano che la crisi scoppia quando ci dimentichiamo dell’Ospite per innamorarci dell’ospitalità. La pace ritorna quando ricordiamo che l’unico servizio veramente necessario è stare, semplicemente, ai suoi piedi.




















































