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    Icona: visione

    dell’invisibile

    La definizione di icona è stata formulata dal 7° Concilio Ecumenico del 787, come: presenza di ciò che è raffigurato.
    Per cogliere tutta la verità di questa definizione è bene rifarci al rapporto ebraismo-cristianesimo circa le immagini (o icone).
    Guardando la Bibbia, vediamo che essa ha liberato il popolo ebraico dai condizionamenti pagani in rapporto agli idoli. Al riguardo essa è tutta una smitizzazione.
    In Gen 1,26 è detto: “Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”.
    Il Nuovo Testamento ci rivela come Cristo è icona di Dio e noi di Cristo (Col 1,15: “Cristo è immagine del Dio invisibile”).
    Per gli antichi l'immagine non è solo una rappresentazione di un oggetto, ma può essere anche una irradiazione, una manifestazione visibile dell'essenza della cosa e come tale può comportare una partecipazione sostanziale all'oggetto. Cioè l'immagine non è avulsa dalla realtà, anzi è essa stessa la vera realtà. Perciò la parola icona, non designa la brutta copia di un oggetto, ma la proiezione nel visibile della sua stessa intimità essenziale, cioè rende visibile l'essenza più intima dell'oggetto. (G. Kittel, Grande Lessico del N T., III, col. 161, Paideia, Brescia, 1967).
    Secondo questa concezione, il valore che la Chiesa ha attribuito all'icona è che in essa è presente in qualche modo l'essenza stessa della divinità.
    Il concetto di icona di Dio deriva certamente da Gen 1,27: “Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine (icona) di Dio lo creò” e la sua applicazione a Cristo presuppone l'identificazione di Cristo con l'Adamo di Gen 1,27.
    Da questi passi biblici neotestamentari cogliamo, come già accennato sopra, che l'icona è legata, nella sua realtà teologica, essenzialmente al mistero dell'Incarnazione.
    Leggiamo in Gv 1,1.14:
    “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. ... E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.
    Ecco perché il VII Concilio Ecumenico definì l'icona: “presenza di ciò che è raffigurato” (Concilio Niceno II, 787). Perché attraverso ogni icona noi vediamo Colui che è, come dice Gv 1,18:
    “Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”.
    Ecco quindi l'importanza e la necessità dell'icona che diventa tramite, strumento di questa visione.
    L'icona, lo dice il nome stesso, esclude ogni identificazione e sottolinea la differenza di natura tra l'immagine e il suo prototipo. L'icona permette una comunione orante con la natura glorificata del Cristo, una comunione spirituale, mistica con la sua persona.
    Il carattere di somiglianza è fondamentale per capire la vera natura dell'icona. Essa dipende unicamente dalla contemplazione della Chiesa e l'iconografo segue questa visione e la traduce.
    Per descrivere questo modo di presenza, S. Teodoro Studita ricorre all'immagine del sigillo e della sua impronta:
    "Prendiamo per esempio un anello sul quale sia incisa l'immagine dell'imperatore: che la si imprima nella cera, nella pece o nell'argilla, il sigillo resterà immutabilmente lo stesso in ciascuna materia che, al contrario, si distingue bene dalle altre".
    Il sigillo non resterebbe lo stesso nelle diverse materie, se partecipasse in qualche modo alle materie stesse. In effetti è separato da queste e resta nell'anello.
    Analogamente la somiglianza a Cristo, anche se impressa in una materia qualunque, non è in comunione con la materia nella quale si imprime, ma rimane nell'ipostasi di Cristo, alla quale appartiene.
    Da quanto detto consegue che l'icona non è essenzialmente e primariamente un'opera d'arte, ma è un'espressione teologica, per cui non è colui che la esegue il vero autore di un'icona (infatti normalmente non viene firmata), ma è tutta la Chiesa nel suo penetrare il mistero di Dio.
    E l'icona è tale in quanto esprime questo mistero.
    Così vediamo come la Chiesa d'occidente, che fin verso il mille, cioè prima della rottura con la Chiesa d'oriente, rimane fedele al canone bizantino, poi invece se ne scosta perdendo la visione misterica.
    L'umanesimo sviluppa la parte visibile così da non essere più sensibile alla divinità.
    Questa deviazione dall'iconografia tradizionale, incentrata sul mistero, culmina nel rinascimento dove appaiono belle immagini, ma non più sacre.
    Viene tolto all'icona il carattere di rappresentazione simbolica e allusiva e le si attribuisce quello di narrazione e illustrazione, per cui non si è più attratti dall'icona per il mistero, ma per la sua umanità.
    Un quadro cosiddetto religioso di tale periodo rappresenta l'uomo e sotto-intende il Dio-Uomo, l'icona invece rappresenta l'ipostasi e fa vedere Dio nell'Uomo.
    L'arte rompe coi canoni iconografici, cioè con le regole dell'iconografia a cui si deve sottoporre l'iconografo.
    Quando l'artista comincia a voler soddisfare i trasporti psichici, la comunione spirituale cessa e cede il posto all'emotività; l'arte sacra si degrada in arte semplicemente religiosa, si sposta verso il ritratto, il paesaggio, l'ornamentazione.
    L'oriente e l'occidente hanno biforcato in direzioni diverse. In occidente la statua a tre dimensioni, individuale, autonoma, prevale sulla superficie iconografica, più misteriosa, a due dimensioni.
    La pittura religiosa occidentale del rinascimento venne giudicata una radicale falsità artistica perché esclude sostanzialmente dalla propria esperienza il soprannaturale.
    Più si guardano le icone, più ci si ricorda di Colui che è raffigurato, più anche ci si sforza di imitarlo, più ci si sente spinti a testimoniargli rispetto e venerazione.
    Ogni icona è interpretazione fedele del prototipo. Pur non escludendo i lineamenti ritrattistici di un santo, essa lo rappresenta nella sua dimensione spirituale: così il volto di S. Pietro mostra i tratti caratteristici che conosciamo nei Vangeli e si distingue nettamente da S. Paolo o da S. Andrea.
    L'iconografia non si pone la questione della somiglianza con la natura, perché l'immagine deve rappresentare le verità eterne. Per esprimere il carattere di mistero, ci si serve di un linguaggio pure misterioso, diverso da quello del nostro mondo.
    Tutta la forza spirituale dell'icona sta nel suo carattere simbolico.
    Se consideriamo un istante l'arte delle Catacombe vediamo che questa è un'arte di puro segno. Il suo scopo è didattico: essa proclama la salvezza. La rappresentazione indica semplicemente l'azione salvatrice. Non c'è attenzione alla forma artistica ed è assente ogni sviluppo teologico. Si tratta di affermazioni disegnate; brevi e incisive, parlano della salvezza mediante il Battesimo e l'eucarestia. Tutto converge verso l'unico richiamo che non c'è vita eterna fuori del Cristo e dei suoi sacramenti.
    L'assenza di ogni arte segna qui il momento decisivo del destino stesso di quest'arte: essa rinuncia a se stessa, passa attraverso la propria morte, si immerge nelle acque del Battesimo, per uscire dai fonti battesimali all'alba del IV secolo sotto la forma, mai vista prima, dell'icona.
    È l'arte risuscitata in Cristo: né segno, nè quadro, ma icona, simbolo della presenza e suo luogo splendente, visione liturgica del mistero fatto immagine.
    La Parola di Dio contenuta nella Bibbia, cantata e rappresentata nella liturgia, misteriosamente disegnata, si offre in contemplazione, in teologia visiva, sotto la forma dell'icona.
    L'agiografo non è semplicemente un tecnico che fa una riproduzione dipinta riguardo a certi temi religiosi, ma ha un ufficio spirituale e un servizio spirituale, che realizza nella Chiesa, come il sacerdote e il predicatore.
    L'icona liturgica ha un significato teologico. Non è, come abbiamo detto, una pittura per deliziare i nostri occhi o ancora per ricordarci semplicemente i santi personaggi, come succede con le immagini che abbiamo per portare al nostro ricordo i parenti e gli amici amati, ma è in qualche modo dipinta perché ci innalzi da questo mondo corruttibile e per farci percepire il profumo della nuova atmosfera del Regno di Dio.
    Per questo non ha alcuna somiglianza con le pitture che raffigurano in modo materiale certi personaggi e neanche coi santi, come avviene con l'arte religiosa dell'occidente. Nell'icona liturgica le persone sacre sono rappresentate nell' incorruttibilità.
    Per questo motivo l'arte liturgica non cambia ad ogni momento insieme alle altre cose umane, ma è immutabile come la Chiesa di Cristo, che essa esprime.
    La sacra tradizione è la colonna di fuoco che la guida attraverso il deserto variabile del mondo.
    Ciò sorprende gli uomini di questo tempo i quali non sono in grado di penetrare nella profondità del mare spirituale, ma nuotano alla superficie delle sensazioni, trasportati dai flutti e dalle correnti delle acque.
    La bellezza nella pittura liturgica è bellezza spirituale e non carnale. Si tratta di un'arte di digiuno e di sobrietà, esprimente, con la povertà, le ricchezze e, come il Vangelo e l'A. T. sono succinti e sintetici, così anche l'agiografia ortodossa è semplice, senza ornamenti superflui e vuote ostentazioni.
    Gli antichi agiografi digiunavano lavorando e, quando iniziavano un'icona, cambiavano i loro abiti interni, per essere puri dentro e fuori; inoltre pregavano affinché la loro opera avvenisse nella compunzione e perché la loro mente non vagasse in cose mondane.
    Le icone sono come finestre sull'eternità, sollevano la mente al cielo e a quanti là vi abitano, rendono presente il mondo di Dio e ci pongono in comunione con l'eternità.
    Esse sono miracolose soprattutto nel senso che risanano l'anima grazie al contatto col mondo spirituale.
    Sono un'immagine del mondo venturo, consentono di saltare sopra il tempo e di vedere le immagini, come in enigmi, nello specchio, del mondo venturo.
    Le icone affondano le loro radici nel Vangelo e nella liturgia, fanno parte della vita interiore della Chiesa, prolungamento dell'Incarnazione.
    Fanno entrare in un mondo di bellezza e di fede. Sostengono e nutrono la nostra fede, come la nutrono le Sacre Scritture.
    Per tutto questo le icone non sono fatte per piacere. Il nostro padre S. Doroteo di Gaza arrivava a dire che l'icona è un digiuno per gli occhi e un'ascesi per il cuore.
    Nell'icona è Dio che ci viene incontro iconicamente. Per questo l'icona è perpetuazione del mistero dell'Incarnazione e attualizzazione dell'evento della Trasfigurazione.
    Non è la luminosità solare esterna della creazione, ma è la luce increata della divinità che dall'interno trasforma, trasfigura, divinizza, toglie oscurità alla materia della corporeità e rende l'icona tutta luminosa di Dio che è luce pura non creata.
    Così l'icona ci porta al silenzio, al di là di ogni riflessione e meditazione, ci pone in relazione, in comunione e diventa conoscenza, non sapere.
    E a forza di guardarla l'icona purifica il nostro sguardo, ci introduce nell'invisibile e così pian piano tutto per noi diventerà icona, come dice S. Giovanni: “Noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2).




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