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    «Come in cielo così in terra»



    Carmine Di Sante

    (NPG 1996-05-5)


    Per la bibbia l'amore divino - volere la felicità dell'uomo colmandone il bisogno - passa attraverso la responsabilità dell'altro che, con la sua signoria, Dio trasforma da essere di bisogno a essere responsabile. Ma se questo è vero, l'amore di Dio nella storia si espone al rischio della fallibilità e dell'impotenza. È così che, paradossalmente, «la volontà di Dio» iscritta nei cieli - considerata cioè in se stessa, perché «i cieli» rappresentano Dio stesso - può realizzarsi ma pure fallire, a seconda della adesione o meno del volere umano al volere divino.
    Di qui l'invocazione perché la «volontà di Dio» sia fatta «come in cielo così in terra», perché il suo disegno di amore, nato dall'amore e orientato all'amore, trionfi effettivamente e si realizzi storicamente.
    Pregare perché la volontà di Dio si realizzi «come in cielo così in terra» non è, per il credente biblico, un'invocazione tautologica dove, come avviene nelle preghiere alle divinità pagane, il «celeste» e il «terrestre» sono le due facce dell'unica, eterna e immodificabile realtà; per lui essi restano due realtà irriducibili e inomologabili, dove la prima, il celeste, è condizione della seconda, il terrestre, e dove questa non si configura con i tratti della necessità ma con quelli dell'evento e della possibilità. Nell'orizzonte del Dio biblico, la storia e il terrestre non sono né un prolungamento del celeste, come nelle visioni naturalistiche, né una negazione, come in quelle dualistiche, gnostiche o apocalittiche, ma una «porta» dalla quale il divino, cioè l'escatologico, può passare o restare bloccato.

    Fede storica

    Nell'ambito degli studi biblici è comune l'affermazione che la fede biblica, a differenza delle altre religioni definite come naturalistiche, è storica e che il popolo di Israele ha avuto del tempo una concezione non ciclica, legata ai ritmi del mondo naturale, ma lineare, iscritta entro il movimento del divenire. Ma cosa vuol dire in realtà il carattere «storico» della fede biblica?
    Lo storico ebreo Y. Yerushalmi, a proposito della storia dell'ebraismo, scrive che questa consiste in una nuova «rivoluzionaria intuizione e intelligenza del divino»: «All'improvviso l'incontro cruciale fra l'uomo e Dio si trasferiva, per così dire, dal piano della natura e del cosmo a quello della storia, concepita ora in termini di intervento divino e di risposta umana. Il conflitto pagano degli dèi con le forze del caos e degli dèi fra di loro lasciava il posto a un dramma di ordine diverso, segnato da una maggiore conflittualità: la lotta paradossale fra la volontà divina di un creatore onnipotente e il libero arbitrio della sua creatura» (Zakhor. Storia ebraica e memoria ebraica, Pratiche, Parma 1983, p. 10).
    L'intuizione «rivoluzionaria» della bibbia è, sì, la storia, ma la storia intesa non come la successione e concatenazione degli accadimenti di cui gli uomini sono in parte soggetto e in parte oggetto, bensì come l'incontro e il dialogo tra Dio e l'uomo, tra la proposta d'amore dell'uomo e la libera risposta dell'altro.

    Dio ha bisogno dell'uomo

    «Una domanda dobbiamo continuamente porci: che cosa è mai l'uomo perché Dio debba aver cura di lui? E la risposta, che dobbiamo sempre ricordare, è che l'attenzione di Dio per l'uomo costituisce appunto la grandezza dell'uomo. Essere significa rappresentare e l'uomo rappresenta appunto il grande mistero di essere il suo compagno. Dio ha bisogno dell'uomo» (A.J. Heschel, Dio alla ricerca dell'uomo, Borla, Torino 1969, p.445).
    E un altro grande maestro di Israele ha scritto: «L'ebraismo insegna che, come l'uomo ha bisogno di Dio, così Dio ha bisogno dell'uomo per la realizzazione del suo disegno... Dio ha bisogno dell'uomo come co-partner nella costruzione del suo regno sulla terra» (W. B. Silverman).
    Che Dio «abbia bisogno dell'uomo» è un'affermazione totalmente estranea al pensiero occidentale e, nella ipotesi più benevola, viene assunta come un'espressione pia o retorica, sprovvista di ogni spessore teoretico e filosofico. Ma se si vuole penetrare realmente nella logica del Dio biblico bisogna assumere fino in fondo questa affermazione e coglierne, al di là della sua formulazione paradossale, il dono di senso che in essa si cela.

    Potenza e impotenza di Dio

    Se Dio ha bisogno dell'uomo e questi gli è necessario, ne consegue che egli stesso è limitato e non può essere più definito con la categoria classica dell'«onnipotenza»: «Che il potere dell'uomo sia limitato risulta evidente dalla sua condizione creaturale, mentre l'idea della limitazione del potere di Dio mette in causa la concezione banale dell'onnipotenza divina, accettata superficialmente quasi da tutti gli uomini credenti. Ora Dio, lungi dall'essere 'l'onnipotente' come vuole il linguaggio superficiale e comune, è l'Essere che accetta di limitare il suo potere» (A. Neher).
    Per quanto paradossale, l'impotenza di Dio è «l'impotenza della forza» - nelle sue inesauribili figure che vanno dalla natura, all'energia, alla bellezza, alla spontaneità, all'armonia, ecc. -, ed è la faccia nascosta della sua potenza d'amore come amore di alterità che, invece di fare dell'altro il prolungamento della propria identità, lo costituisce come suprema e irriducibile alterità, capace di indipendenza, di autonomia e di libertà nei confronti della sua stessa assoluta realtà. La potenza di Dio e la sua «onnipotenza» non consistono, per la bibbia, nell'autoespandersi facendo del mondo la sua epifania, bensì nel ritirarsene per fare spazio all'uomo e alla sua storia. La vera potenza di Dio è la potenza della bontà con cui egli, per così dire, si autodestituisce perché possa fiorire l'alterità dell'altro, ed è la potenza della sofferenza e della compassione con cui egli, per primo, si assume, come un padre, la sofferenza dei figli che gli si ribellano.
    Rifacendosi alla tradizione chassidica Buber ha scritto che «amare» - amare di quell'amore che è l'amore di alterità - «è portare la sofferenza dell'altro». Pregando Dio che la sua volontà sia fatta «come in cielo così in terra», l'orante si consegna alla potenza di questo amore perché trasformi anche il suo in bontà e compassione.



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