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    È possibile varcare le soglie della speranza?



    Carlo Nanni

    (NPG 1999-01-3)


    1. In questi ultimi mesi su quotidiani e riviste sono apparse inchieste o sono usciti articoli relativi al non facile futuro che si presenta ai giovani di questa generazione, che sarà adulta nel Duemila. La resistenza da parte degli adulti a non cedere sulle «conquiste» sociali acquisite (in concreto sulle possibilità di benessere che si hanno) rischia nel prossimo futuro di far pagare all’attuale generazione giovanile i costi di quello che appare alla fin fine l’«egoismo generazionale» dei padri: magari con a carico una maggioranza della popolazione non attiva, perché anziana (e senza il supporto della grande famiglia o della costellazione parentale vicina).
    Già ora, è quasi dato per scontato che un terzo della popolazione mondiale, anche nei paesi del sovrasviluppo, sia sistematicamente escluso dai vantaggi della produzione e dei beni di consumo. Il mito dell’Oriente produttivo ed efficiente (Giappone, Indonesia, Singapore...) è miseramente caduto.
    Il futuro non appare roseo per nessuno. La difficile congiuntura economica critica iniziata negli anni scorsi, se mostra aspetti di ripresa nella produzione, sembra cronica per ciò che riguarda l’occupazione: specie per i giovani; per quelli del sud e del centro, delle grandi città, in particolare. La classe politica non sembra dare in proposito molto affidamento.

    2. Come si potrà fare pastorale giovanile con queste prospettive di vita?
    Non sarà per i giovani e le giovani un alibi, per non pensare? Quasi un’evasione per non doversi misurare con una realtà dura, frustrante, immodificabile: dove più che la stessa competenza si richiede «fortuna» o essere «figli d’arte»; e dove dopo aver fatto balenare successo e felicità, si affaccia solo la delusione e il muro insormontabile o il nulla; e dove, men che mai, viene rispettato l’aureo principio della giustizia sociale democratica: «da ognuno secondo le capacità, ad ognuno secondo i bisogni».
    E per gli animatori o per gli incaricati di pastorale giovanile parlare di vita, di valori, di impegno, di senso della vita, di educazione alla fede, di Gesù e del suo progetto di vita, non sarà dire «bugie bianche», parole sublimi, ma che tutti sappiamo lontane le mille miglia dalla realtà?

    3. Essere uomini e donne di speranza non viene da sé. Occorre volerlo (e caso mai chiedere a Dio di «darci la grazia» per esserlo!). Occorre decidersi, pigliar posizione, schierarsi dalla parte del bene, fosse anche un milligrammo rispetto ad un mucchio. Occorre non isolarsi o sentirsi isolati, ma piuttosto cercare «compagni», «soci», alleanze, creare opinione pubblica, movimenti per espandere idee, prospettive, progetti di valore. Su terreni concreti, certamente anche politici: su tutto ciò che concerne i giovani e le giovani, l’educazione, la scuola, la famiglia, la prevenzione, il recupero, la devianza e la emarginazione giovanile e popolare, l’occupazione giovanile, le famiglie giovani, gli anziani, il diritto allo studio, alla formazione.
    Su queste questioni dovremmo far tutto per operare, ma anche per farsi presenti dove si mettono le premesse economico-politiche del futuro e per «dover essere sentiti» quando c’è da pigliare posizione a livello di opinione pubblica.

    4. Forse è necessario anche sapersi misurare (non dico sapersi accontentare), perché talvolta, almeno in prima istanza o nel gioco degli aggiustamenti (= «compromessi») politici, sarà necessario mirare a soluzioni intermedie più che ottimali. È da ricercare il meglio nell’umanamente possibile. Don Bosco diceva che «l’ottimo è nemico del bene».
    A questo scopo però forse è previamente necessario «farsi gli occhi al bene», a saperlo coglierlo come tra le pieghe dell’esistenza o come un bocciolo di rosa tra le spine. Altrimenti c’è il rischio che, come dice il proverbio, «non c’è più sordo di chi non vuol sentire» (ed io aggiungerei: «non c’è più cieco di chi non vuol vedere»). Abilitarsi a saper «leggere» il proprio tempo; farsi dei criteri ragionati che aiutino l’analisi di fatti ed eventi; abituarsi a saper fare una certa revisione di vita o a mettersi in una prospettiva di azione che coniuga il classico «vedere, giudicare ed agire»; il non vedere tutto in bianco e nero, ma secondo sfumature e gradazione di valore; uscire da una logica troppo rigida di «tutto e niente»: forse sono alcune piste formative che potrebbero aiutare ad essere persone di speranza e tali da non lasciarsi facilmente prendere dallo scoraggiamento e dalla stanchezza di agire per il bene: cosa che capita anche a chi era partito con tanto entusiasmo in azioni di volontariato.

    5. Su che fondare la nostra speranza?
    Io credo che ci sono buone ragioni (anche se non tutte) per essere fiduciosi nei confronti del futuro. Non è assurda, anche da parte di non credenti e di laicisti, una «fede nell’uomo» e in uno sviluppo dal volto umano. Non credenti preoccupati per l’uomo ed impegnati per un futuro di civiltà, e non di barbarie, non mancano. Ne può essere una non piccola testimonianza il dilatarsi del volontariato, al di là delle appartenenze politiche, ideologiche e religiose. Gli sforzi internazionali per la cooperazione e la lotta al sottosviluppo, alla fame nel mondo, l’impegno per la difesa e la tutela dei diritti umani dei singoli, delle minoranze, dei popoli, pur con tutte le contraddizioni, sembrano indicare una direttiva di marcia nel segno della positività e del meglio. La coscienza dell’interdipendenza, pur se strumentalizzabile a fini di mercato, spinge molti ad una effettiva azione di solidarietà internazionale (almeno come impegno e come «virtù» da coltivare).
    Quello che è successo in Irlanda (e speriamo che succeda anche nei paesi baschi), dove la via della pace sembra essere stata imboccata, dopo generazioni di odi, di vendette, di morti, fa ben sperare, perché mostra che la pace è possibile; che le armi e la guerra producono solo morte o riproducono vendetta, desolazione, sospetto, impossibilità di convivenza. Quel che è successo a Cuba dove un papa vecchio e malato è andato a «chiedere la verità» o quello che sta facendo la Comunità di Sant’Egidio, dice che ci sono altre strade rispetto alla diplomazia politica tradizionale, che è fatta più con i metodi della CIA, della STASI, del KGB che con veraci incontri dialoganti, dove ognuno sa di pagare (e di perdere) e di avere (e non stravincere o solo imporre il proprio interesse o il proprio imperio).

    6. Ma oltre a ciò, come cristiani, abbiamo motivi di fondamento della nostra speranza che ci vengono dalla nostra fede (ed in questo senso sarà caso mai da pregare, spesso, tutti i giorni: «Signore aumenta la nostra fede»!).
    In fondo, come cristiani, si tratta anzitutto di far proprio l’«occhio buono evangelico», quello che non solo si accorge della trave che è nel proprio occhio prima ancora che la pagliuzza nell’occhio del fratello, ma che – come dice la Costituzione conciliare del Vaticano II, a tutti nota, la «Gaudium et Spes», al n. 11 – sa cogliere «i segni del tempo», vale a dire gli «indicatori storici» che attestano la presenza dello Spirito di Dio operante nella storia e che mostrano le direzioni in cui impegnarci, come Chiesa e come singoli cristiani, per «fare la volontà di Dio». E la volontà di Dio – occorre ricordarlo – è questa: «che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità».
    In particolare il mistero cristiano dell’incarnazione (per cui Gesù redentore è unito ad ogni uomo), la rivelazione dell’amore misericordioso di Dio-Padre, la fede nel rinnovamento umano e del mondo ad opera dello Spirito Santo (che «compie ogni santificazione nel tempo e nella storia»), permettono di rivedere e ripensare in modo fiducioso la vita e il futuro dell’uomo.

    7. Nell’orizzonte della creazione, della redenzione e della promessa della piena comunione con Dio, oltre che nei semi concreti di speranza che si danno nel nostro tempo, credo che si possono aprire le porte e «varcare la soglia della speranza» (come ha invitato a fare il Papa nel suo libro appunto intitolato così): anche da parte dei giovani della nostra generazione, che, in molti casi, almeno in prima istanza, si trovano di fronte porte piuttosto sbarrate.


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