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    Il popolo di Dio: Israele e la Chiesa (cap. 3 di: Dio e l'uomo)


    Mario Cimosa, DIO E L'UOMO: LA STORIA DI UN INCONTRO, Elledici 1997



    Un’altra grande pagina della Bibbia si riferisce alla storia del popolo di Dio che attraversa il deserto per andare verso la terra promessa e prepara il nuovo popolo di Dio, la Chiesa. Mentre, nel cosiddetto Pentateuco, la Genesi tratta di Dio, del mondo, dell'uomo, I'Esodo della redenzione e dell'alleanza, il Levitico della liturgia e il Deuteronomio dei principi della morale, il libro dei Numeri potremmo considerarlo in modo particolare un trattato sul popolo di Dio e sul suo progresso spirituale.

    La struttura sociale di un popolo

    La visione del popolo di Israele descritto nella sua formazione e nelle sue istituzioni appare nell’AT sotto un triplice aspetto. Il popolo di Dio si articola sempre in tribù, clan e famiglie e lungo la sua storia ha fatto l’esperienza della teocrazia, della monarchia, e della democrazia.
    La teocrazia consiste nella convinzione e quindi in un modo di vivere secondo cui Dio è visto come unica guida e unico signore del popolo. È una struttura, questa, non esclusiva del popolo ebraico, perché tutti i popoli mediorientali antichi avevano la convinzione che fosse Dio il loro re e che si servisse di uomini considerati come divinità, per esempio in Mesopotamia e in Egitto. È una struttura particolarmente utilizzata all'epoca nomade di Israele, quando l'organizzazione si fondava sulla parentela del sangue e sull'unione delle singole tribù che sentivano Iahvè come il loro Dio. Il Dio del popolo è un Dio che lo guida, che non si lascia fissare in un luogo, ma che accompagna il popolo nei suoi spostamenti, abita in mezzo al suo popolo, combatte al suo fianco. L'Israele del deserto è una comunità cultuale attorno alla tenda, dimora di Dio, al centro dell'accampamento ed è un esercito nel campo di battaglia guidato da Dio che combatte alla sua testa.
    Ma la Bibbia ci conserva anche il racconto drammatico del sorgere della monarchia in Israele. Essa nacque in Israele al tempo di Samuele (verso la fine dell'epoca dei Giudici, nel sec. XI a.C.), e mentre all'inizio sorse in accordo con «i diritti di Iahvè», divenne poi man mano laica. L'epoca monarchica, considerata poi sempre come l'epoca ideale per Israele, è stata quella davidico-salomonica, epoca nella quale sembravano essersi realizzate le promesse fatte da Dio ai padri.
    La democrazia è un'altra caratteristica strutturale di Israele che lo accompagnerà lungo tutta la sua storia. Sarà sempre il popolo a determinare ogni presa di posizione da parte dell'autorità. Il popolo ha diritto a parlare, a essere presente nelle decisioni che lo riguardano e ad essere ascoltato. Prima della monarchia le grandi decisioni erano prese sempre attraverso consultazioni popolari. Mosè, al Sinai, siglò l'alleanza solo dopo aver convocato «gli anziani del popolo». Il principio democratico è sempre rispettato anche nella concezione biblica del ministero. Infatti quelli che avevano un compito particolare erano sempre presi dal popolo. Per esempio, il profeta sarà preso "in mezzo ai tuoi fratelli" (Dt 18,15.18), il sacerdote e il re vengono nominati dal popolo: «Soltanto uno dei tuoi fratelli potrai stabilire re sopra di te» (Dt 17,15). Inoltre essi sono considerati un dono di Dio per il popolo. Lo stesso servizio di Dio a cui queste persone sono preposte avviene sempre per la salvezza del popolo.
    Ma è ancora più complesso determinare le strutture del nuovo popolo di Dio che è la chiesa del NT. È necessario ripercorrere tutti e singoli gli scritti del NT per vedere quale descrizione di chiesa dà il NT. Luca, per esempio, è testimone di strutture comunitarie diverse che si andavano determinando in base alle esigenze concrete dell'evolversi della comunità primitiva. Certamente le due dimensioni - struttura carismatica e struttura gerarchica - sono entrambe presenti, come appare, per esempio, nelle lettere paoline per la chiesa di Corinto da una parte e in quelle pastorali dall'altra.

    Il popolo d'Israele, popolo di Dio

    Il popolo di Israele ha una sua consistenza in se stesso e in rapporto agli altri popoli, perché vive in un rapporto particolare con Dio. «Io sono il vostro Dio e voi siete il mio popolo» è la cosiddetta formula di alleanza che riassume questo rapporto e che ruota intorno a due elementi: l'elezione e l'alleanza.

    L'elezione

    Uno dei nomi con cui ancora oggi si indica Israele è quello di popolo eletto. Il verbo eleggere ricorre spesso, specie nel Deuteronomio, quando si parla del rapporto particolare che Dio stabilisce con il suo popolo. È un verbo che indica scegliere, preferire, amare in modo speciale. Un testo sintetico riassume i termini e il motivo di fondo di questa elezione:

    Perché tu sei un popolo santo per il Signore, tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto affinché sia un popolo particolarmente suo fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra. Non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli il Signore si è unito a voi e vi ha scelto; ché anzi voi siete il più piccolo di tutti i popoli. Ma perché il Signore vi ama e per mantenere il giuramento fatto ai vostri padri il Signore vi ha fatto uscire con mano potente e vi ha liberato dalla casa di servitù, dalla mano di faraone, re di Egitto (Dt 7,6-8).

    Di qui quell'insieme di espressioni che mostrano il popolo come «proprietà di Dio». Dio ha «acquistato» Israele per sé (Es 15,16); lo ha «preso» per mano (Ger 31,32); lo ha «riscattato» (Dt 7,8); lo ha «liberato» dalla schiavitù di Egitto (Es 6,6). Di qui scaturisce anche l'idea di «separazione» di lsraele dall'Egitto e dagli altri popoli (Lv 20,24.26).
    Il segno della separazione dagli altri e di questa appartenenza a Dio è la circoncisione. La tradizione sacerdotale in Gn 17,11 la presenta nel contesto dell'alleanza tra Dio e Abramo. Essa appare come il segno di questa particolare elezione ed amore di Dio. Sono tante le immagini che l'AT usa per mostrare questo speciale legame. Oltre «la proprietà» e «la piantagione di Dio» troviamo: «la vigna» (Is 5,1-7), la «vite» (Ger 2,21), il «gregge» (Is 40,11; Sal 95,7), «figlio» (Sap 18,13) e «sposa» di Iahvè (Os 2,17). Sono concetti che ricorrono anche nel NT applicati alla chiesa e ripresi anche dal magistero ecclesiastico.

    L'alleanza-impegno

    È il nucleo del messaggio biblico, la spina dorsale di tutta le rivelazione. Si riassume nella formula dell'alleanza: «Io sono il vostro Dio e voi siete il mio popolo». Gli antichi consolidavano la loro amicizia e collaborazione per mezzo di alleanze. In forme diversificate ma assai significative anche la Bibbia usa questa categoria per esprimere il rapporto tra Iahvè e il suo popolo:

    Voi state oggi tutti al cospetto del Signore vostro Dio: i vostri capi-tribù, i vostri giudici... per entrare nell'alleanza del Signore tuo Dio e nel patto che il Signore, tuo Dio, stringe con te oggi, per costituirti oggi come suo popolo, e per essere egli Dio per te, come ti ha detto e come ha giurato ai tuoi padri, ad Abramo, a Isacco e Giacobbe (Dt 29,9-12).

    Ci sono tre termini nella Bibbia che ricorrono nei contesti di alleanza: a) conoscere (jada'): significa che come Dio ha conosciuto e riconosciuto Israele, così ora il popolo deve conoscere e riconoscere soltanto Iahvè come suo Dio; b) amare ('ahab): Dio ha scelto questo popolo come «sua proprietà» perché lo ha amato, così Israele deve rispondere all'alleanza osservando il grande imperativo: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la forza» (Dt 6,5); c) lealtà e amore (hesed): è il contenuto delI'alleanza, sia da parte di Dio, che è «ricco di amore e di fedeltà» che da parte del popolo, «Perché io voglio l'amore, non i sacrifici, la conoscenza di Dio, non gli olocausti» (Os 6,6).

    ° La vita interna del popolo d'Israele
    L'unità interna del popolo è assicurata da alcuni elementi comuni quali l'unità di stirpe, di istituzioni, di destino, una patria comune, l'unità di lingua come veicolo di una cultura e di una concezione comune del mondo, I'unità religiosa che va dal culto a un Dio solo, a un modo comune di offrire sacrifici a Dio. Chi poi rende più facili e favorisce le relazioni all'interno del popolo sono i sacerdoti, che hanno il ruolo primario di servire Iahvè e di «stare davanti a lui»; i profeti, chiamati e inviati da Dio con la precisa missione di comunicare al popolo i suoi voleri, di aiutare il popolo a cogliere negli avvenimenti storici la logica di Dio; i capi del popolo, che lungo la storia hanno assunto diverse fisionomie. Quel che nell'antica alleanza assicura i rapporti alI'interno del popolo è però soprattutto la legge (torah): il cuore della vita del popolo. Mosè l'ha ricevuta da Dio come guida sicura per il cammino di Israele. In modo particolare il libro del Deuteronomio vede nell'osservanza della legge l'essenza stessa della religione e dell'etica ebraica.

    ° Il popolo d'Israele e gli altri popoli
    Nel momento stesso in cui Dio sceglie un popolo come suo prediletto, gli altri popoli sono esclusi dall'elezione. Il popolo di Dio appare così di fronte agli altri popoli. Del rapporto del popolo eletto con gli altri popoli si nota anzitutto il suo impegno ad isolarsi, a non contaminarsi con i popoli pagani. L'idea di separazione è particolarmente sottolineata dalla tradizione elohista: «...Ecco un popolo che dimora a parte e non si può contare tra le nazioni» (Nm 23,9); ma è ripresa ed elaborata dal Deuteronomio e troverà sviluppo più tardi nelle correnti nazionalistiche del dopoesilio.
    La separazione religiosa dagli altri popoli spinge Israele anche a praticare con impegno l’anatema (herem), che consiste nel distruggere completamente la popolazione delle città sconfitte, compresi i vecchi, i bambini e gli stessi animali. Un simile modo di fare era comune presso i popoli antichi e assumeva anche significato cultuale perché indicava l'offerta in sacrificio al proprio dio di tutto ciò che veniva sottratto al dio del popolo nemico sconfitto. Israele deve distruggere tutto ciò che appartiene ai popoli pagani per evitare di contaminarsi con loro, perché «è un popolo santo al Signore» (Dt 7,1-6).
    Questo isolamento dagli altri popoli è conseguenza della sua elezione ed è un polo della dialettica particolarismo-universalismo che accompagnerà Israele lungo tutta la sua storia. Ogni volta che Israele ha cercato di avvicinarsi agli altri popoli tentando di fare «al modo degli egiziani» o «al modo dei cananei», oppure facendo «ciò che facevano i popoli pagani, che Iahvè aveva scacciato di fronte agli israeliti» è stato per esso un fallimento. Nel dopoesilio, ai tempi di Esdra e Neemia, il popolo continua in questo nazionalismo religioso.
    Gli stessi atteggiamenti di Gesù all'inizio della sua missione sembrano risentire di questa mentalità particolaristica:
    ... Egli rispose: "Non sono stato mandato se non alle pecore disperse della casa di Israele" (Mt 15,24);
    ... Ma egli le disse: "Lascia che prima siano saziati i figli, perché non sta bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini" (Mt 7,27).
    Ma accanto a questo elemento appare anche la coscienza che Israele ha sempre avuto di essere stato creato a favore degli altri popoli.
    Se si guarda alla rivelazione biblica nel suo insieme, ci si accorge che questa è stata sempre la pedagogia di Dio: scegliere un popolo per portare la salvezza a tutti gli uomini. L'elezione di Israele non è tanto un privilegio di alcuni quanto un compito a favore di tutti. Un compito che Iahvè esercita per mezzo di un popolo particolare nel quale fa risplendere la sua gloria e la sua potenza.
    Questa consapevolezza, già presente nei due profeti dell'esilio, il Deutero-lsaia ed Ezechiele, diviene ancora più accentuata nel postesilio, quando l'esperienza di mescolanza e di diaspora in mezzo ai babilonesi gli ha fatto prendere coscienza del suo Dio come di un Dio cui appartengono tutti i popoli.
    Il fenomeno della diaspora (dispersione) di Israele in mezzo agli altri popoli, che ha avuto inizio con l'esilio babilonese e durerà lungo tutta la sua storia, sarà una caratteristica dell'ebreo: essere «pellegrino e straniero» in mezzo agli altri popoli[1]. La letteratura sapienziale, particolarmente il Siracide e la Sapienza, ne sarà la definitiva presa di coscienza.
    Se ne deduce una grande importanza missionaria di questi libri nei quali la cultura ebraica si apre all'universalismo di cui avevano parlato i profeti alcuni secoli prima. Israele riceve una missione per tutti gli uomini e ora diviene il portatore di questa rivelazione anche nel mondo ellenistico: espressione dell'universalità della salvezza è il fatto che la rivelazione passa dalla cultura semitica a quella greca.
    Ma tutta la letteratura sapienziale, avendo come unico centro di interesse l'uomo in quanto tale, ha un carattere notevole di universalità. La sapienza è per Israele un modo di condividere con gli altri popoli ciò che ha in comune con essi. La «sapienza» è il terreno di incontro tra Israele e i popoli, tra la filosofia e la storia della salvezza. In modo particolare il libro del Siracide nel suo sforzo di unire sapienza e legge (specie i cc. 44-49), storia di Israele e sapienza universale, riflette la dialettica particolarismo-universalismo, elezione di Israele e salvezza di tutta l'umanità. Prepara così quella salvezza universale che Gesù realizzerà e che la chiesa annuncerà e diffonderà «fino all'estremità della terra» (At 1,8).

    Continuità/discontinuità tra antico e nuovo popolo di Dio, la Chiesa

    Il nuovo popolo di Dio

    Percorrendo l’AT abbiamo enucleato le caratteristiche del popolo d’Israele.. Nella nuova realtà di salvezza inaugurata dal NT, accanto a un evidente parallelismo di fondo e perciò un’innegabile continuità di dimensioni e di categorie, c’è un’evidente discontinuità. Tanti elementi antichi (elezione, alleanza, culto, sacerdozio, legge...) sono ripresi su un piano più alto, in una situazione radicalmente nuova e inimmaginata. La radice di questa novità è l’evento-Cristo, l’incarnazione del Figlio di Dio fattosi uomo per salvarci.
    Nel NT la chiesa è chiamata «nuovo popolo di Dio» in collegamento con «l'antico popolo di Dio» che era Israele. Gli scrittori del NT usano l'espressione «popolo di Dio» (laòs theou), per ben 140 volte, di cui 80 solo negli scritti lucani.
    Se Cristo è il compimento a cui tendono la legge e i profeti, la comunità di Cristo è il vero popolo di Dio (laòs theou), com'è il vero Israele di Dio (Gal 6,16), il vero seme di Abramo (Gal 3,29), la vera circoncisione (Fil 3,3); il vero tempio (1 Cor 3,16), il vero qehal Iahvè; essa è il vero laòs di Dio.
    Nella prima lettera di Pietro c'è un brano particolarmente sintetico in cui l'apostolo, per descrivere la chiesa come popolo di Dio, riprende espressioni tipiche che l'AT (Es 19,6 e Os 1,6.9; 2,1.23) usava per indicare Israele:

    Ma voi siete una stirpe eletta, un organismo sacerdotale, regale, un popolo santo, un popolo destinato ad essere posseduto da Dio, così da annunziare pubblicamente le opere degne di colui che dalle tenebre vi chiamò alla sua luce meravigliosa, voi che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio, eravate non beneficati dalla bontà divina, ora invece siete beneficati (1 Pt 2,9-10).

    Questo nuovo misterioso rapporto di appartenenza a Dio della comunità cristiana è spesso chiamato da Paolo «Chiesa di Dio» (cf 2 Tess 2,4). Il genitivo «di Dio» indica l’appartenenza come «Israele di Dio» (Gal 6,16), «il campo di Dio» (1 Cor 3,9), «l’edificio di Dio» (1 Cor 3,9).

    ° Un popolo redento
    Nei primi scritti cristiani si incontra spesso il vocabolario della redenzione, caratteristico specie del vangelo di Luca e degli scritti paolini, che sembra riecheggiare quello dell’AT. Il popolo di Dio viene presentato come «un popolo redento». Cristo con la sua morte in croce ha liberato tutti gli uomini da una situazione universale di colpa e di perdizione. Egli è l’«agnello escatologico» che con il suo sangue versato sulla croce, per amore, ci ha redenti tutti. Da notare che, anche se talvolta il linguaggio usato è piuttosto giuridico, la realtà è il gesto d’amore compiuto dal Figlio di Dio a favore di tutti gli uomini: dare loro la salvezza.
    Anche la chiesa appare come un «popolo distinto dagli altri» ma anche questa è una espressione da intendere bene. È la comunità dei «figli di Dio», resa tale dal carattere battesimale che «contrassegna» ogni cristiano, proprio come gli antichi orientali segnavano le cose proprie con un sigillo in modo da poterle riconoscere dalle altrui. Come il segno della «circoncisione» caratterizzava l’identità di Israele come popolo di Dio, così il «battesimo» esprime l’identità dei membri del nuovo popolo di Dio.
    Ma è una comunità aperta a tutti, non chiusa in se stessa o contrapposta in modo ostile al resto del mondo. Aperta a tutte le genti proprio perché inviata da Gesù ad annunciare la salvezza a tutti gli uomini. La chiesa è un popolo guidato dallo Spirito Santo che lo rende un popolo spirituale e profetico.

    ° Un popolo ministeriale
    La chiesa poi, nuovo popolo di Dio, è tenuta insieme, oltre che dalla crescita spirituale garantita dalla presenza dello Spirito, anche da vari compiti comunitari enumerati negli scritti del NT, in particolare nelle lettere paoline, e che vanno dagli apostoli agli evangelisti, ai maestri, ai pastori.
    Nel NT la chiesa è descritta come una comunità gerarchica. Suo capo è Cristo, rappresentato però dai responsabili delle comunità, la cui autorità non deve essere esercitata come quella dei potenti di questo mondo ma, come quella di Cristo, deve essere essenzialmente un servizio. Perciò Paolo dice ripetutamente di essere al servizio non soltanto di Cristo ma anche della chiesa.
    La situazione fondamentale del cristiano è questa: egli vive in questo mondo, ma con l'atteggiamento di chi si sente ospite e straniero in attesa di essere ricondotto all'unità, proprio come l'antico popolo di lsraele.

    ° Una comunità aperta a tutti
    La chiesa primitiva si presenta come una comunità aperta a tutti nonostante le difficoltà che le vengono soprattutto dai cosiddetti «giudaizzanti», i quali pretendono che i pagani, per diventare cristiani, debbano dapprima passare attraverso la legge di Mosè.
    Gli apostoli avevano ricevuto dal Signore risorto la missione di predicare il vangelo a tutti gli uomini per ottenere il perdono dei peccati e Luca riporta in apertura degli Atti il programma affidato agli apostoli:

    Ma lo Spirito Santo verrà su di voi e riceverete da lui la forza per essermi testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, la Samaria e fino all’estremità della terra (At 1,8).

    L'iniziativa di apertura verso i pagani è presentata dagli Atti come presa dallo stesso Spirito Santo (At 10,10-12). E sarà proprio Paolo, antico persecutore dei cristiani, a divenire «l'apostolo delle genti» e ad affermare ripetutamente che il battesimo, che rende «nuove creature» e «figli di Dio», realizza la vera comunità escatologica già intravista dai profeti, specie da Geremia ed Ezechiele.

    La comunità cristiana, un popolo «in Cristo Gesù»

    Gesù di Nazaret fondando la comunità cristiana l’ha definita la «sua» Chiesa (Mt 16,16), ossia una comunità che gli appartiene e ha con Lui un rapporto tutto particolare. È stato soprattutto Paolo che nelle sue Lettere, specie agli Efesini e ai Colossesi, ha affermato con forza la prerogativa di Cristo, capo della Chiesa e di tutto l’universo creato. Presente alla comunità Gesù è unito ad essa in maniera misteriosa. Ognuno dei suoi membri vive in Lui per mezzo del Battesimo ed egli così dimora in loro.
    Ci sono nel NT figure e immagini che illustrano molto bene tutto questo. Giovanni nel suo Vangelo dice che Gesù parlava di sé come di una vite, e dei suoi fedeli come di tralci che nell’essere e nell’agire sono strettamente uniti a Lui. E Paolo presenta la comunità di Corinto come una «lettera» che raccomanda il suo lavoro di apostolo. Questo rapporto di appartenenza è anche indicato dalla figura della «sposa», anzi ancora meglio da quella di «corpo». La comunità cristiana è il «corpo di Cristo», non solo nel senso che appartiene a Lui e di essa egli è il capo, ma anche nel senso che Egli continua ad agire nei secoli per mezzo di Lei.
    Sotto questa immagine si nasconde il fatto che Gesù continua ad agire in modo visibile ed esteriore per mezzo della Chiesa, perciò si parla di essa come di un «sacramento di Cristo» nel senso che essa è un richiamo, un segno della presenza invisibile ma efficace di Signore Risorto nella sua Chiesa.
    Gesù perciò non solo ha dato origine ad un popolo nuovo ma è rimasto con lui attraverso i secoli come protagonista potente della nuova storia della salvezza, inaugurata con la Risurrezione: «ecco io starò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

    La Chiesa, un popolo in cammino verso il cielo

    Come il popolo ebraico, liberato dalla schiavitù egiziana, camminava nel deserto del Sinai verso la terra promessa, così anche il popolo cristiano, dopo il suo «esodo» è in cammino verso la terra promessa del cielo. Soprattutto la prima Lettera di Pietro presenta i cristiani come «pellegrini» (1 Pt 1,1). La Chiesa proviene già dal mondo celeste; il cielo è la sua «madrepatria», mentre sulla terra si trova in esilio. Perciò la comunità cristiana vive in tensione continua verso il cielo. Ma anche il popolo cristiano, come l’antico popolo d’Israele, è sottoposto a delle prove della sua fede. Ma anche questo popolo è sostenuto durante il suo pellegrinaggio terreno da un cibo e da una bevanda misteriosa, quella eucaristica. Ma la mèta non è lontana perché la realtà cristiana è già in qualche modo una realtà celeste. Vivere in comunione con Dio e con Cristo significa vivere già in cielo. Attendiamo solo la conferma del nostro essere figli di Dio, cioè la manifestazione visibile di ciò che già siamo in realtà.
    Il libro dell’Apocalisse presenta la Chiesa in terra come una «sposa» che attende di entrare nella casa dello sposo, Cristo e mentre lo attende invoca: «Vieni, Signore Gesù!». Il ritorno del Signore alla fine dei tempi renderà piena e definitiva la nostra salvezza. Anche l’universo materiale parteciperà a questa glorificazione, come ricorda Paolo (cf Rm 8,21) per diventare l’habitat glorioso dei figli di Dio. I «nuovi cieli e la nuova terra» di cui parlava Isaia (Is 65,17; 66,22) diventeranno finalmente una realtà (cf Ap 21,1).

    Il popolo di Dio: una prospettiva sempre universalistica

    Il popolo di Israele (e poi la chiesa) pur avendo avuto sempre coscienza della sua elezione particolare da parte di Dio in vista della sua missione universale, non ha mai escluso dai suoi interessi quelli che noi chiamiamo, di solito, i «pagani». E se questo talvolta è avvenuto, è stato un grave rischio e sono stati i momenti più oscuri della storia del popolo di Dio.
    Già nell'AT la rivelazione biblica ha presentato Dio come padre di tutti e, specie nel libro di Giona, ha proclamato l'universalità dell'amore di Dio. Nel secondo dialogo con Giona Dio cerca di aprirgli il cuore verso i fratelli pagani.

    Dio disse a Giona: "È giusto che tu sia irritato per il ricino?". Rispose: "Sì, è giusto che io mi irriti fino a morirne!". Il Signore soggiunse: "Tu hai compassione per il ricino, per il quale non hai faticato e che non hai fatto crescere; giacché in una notte è sorto e in una notte è finito! E io non dovevo aver pietà della grande città di Ninive, nella quale ci sono più di centoventimila esseri umani che non distinguono la destra dalla sinistra e tanto bestiame?" (Gio 4,9-11).

    La bontà di Dio è universale e non fa accezione di persone. Egli gestisce la vita del mondo creato dal suo amore con la cura di una cosa sua:

    Ami tutte le cose che esistono e niente detesti di ciò che hai fatto, perché se tu odiassi qualche cosa, neppure l'avresti formata. E come potrebbe sussistere una cosa, se tu non volessi, o conservarsi ciò che non è stato da te chiamato? Ma tu hai pietà di tutte le cose, perché sono tue, Signore amante della vita (Sap 11,24-26).

    Il libro della Sapienza riprende l'idea del progetto universale di salvezza che Dio ha per tutti gli uomini e che trova poi nel NT, specie in Paolo, il suo vertice. Dio ha dato ad ogni uomo la sapienza secondo una certa misura, con essa lo educa, lo corregge e lo aiuta a credere in lui.
    Paolo dice ripetutamente che la salvezza è per tutti gli uomini: «(Dio) vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4). Nella lettera ai Romani, con un testo molto incisivo, dice qual è la sorte dei pagani se osservano la legge scritta nei loro cuori:

    Infatti tutte le volte che i pagani, che non hanno la legge, praticano le azioni prescritte dalla legge, seguendo il dettame della natura, essi, pur non avendo la legge, sono legge per se stessi. Essi mostrano che l'opera voluta dalla legge è scritta nei loro cuori, dato che la coscienza rende loro testimonianza e i loro ragionamenti si accusano o difendono tra di loro... E allora se un incirconciso pratica le opere della legge, la sua incirconcisione non gli varrà forse come circoncisione? (Rm 2,14.15.26).

    La prospettiva universalistica dell’antico e del nuovo popolo di Dio è molto chiara nella Bibbia anche se presentata con le idee più diverse.
    Alla fine dei tempi tutti i pagani saliranno al monte santo di Dio. Due oracoli profetici (Is 2,2-4; Mic 4,1-4), ripresi poi anche nel NT, descrivono questo evento. I due profeti vedono nel futuro il trionfo di Gerusalemme e del tempio. In visione Isaia ascolta un cantico con cui questi popoli si incoraggiano vicendevolmente a salire «al tempio del Dio di Israele» (Is 2,3) per ascoltare insegnamenti di tipo pratico. lsaia presenta una visione quasi teocratica del mondo e dell'umanità. Con la legge accolta da tutti i popoli Dio guiderà e giudicherà tutti gli uomini. In questo oracolo sia Isaia che Michea intravedono un futuro ideale: una visione di gloria e di salvezza per tutta l'umanità. Il Trito-Isaia (Is 60), poi, presenta agli occhi degli ebrei rimpatriati la grandiosa visione della Gerusalemme futura avvolta dalla luce di Dio, punto d'incontro di tutti i popoli e centro della religione universale, dove tutti gli uomini, anche gli stranieri, porteranno offerte cantando inni liturgici (Is 60,6); il tempio che si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli (Is 56,7); e il Signore sceglierà anche tra gli altri popoli «sacerdoti e leviti», abolendo il privilegio esclusivo di un solo popolo (Is 66,21). Così questo profeta anonimo del postesilio descrive la nuova Gerusalemme, punto di convergenza di tutti i popoli.
    È possibile rilevare cinque aspetti di questo pellegrinaggio dei popoli descritto dai profeti:
    1) Esso viene avviato dall'epifania di Dio (Zc 2,17) che presenta al mondo la sua gloria:
    Sì, dall'Oriente all'Occidente grande è il mio Nome fra le genti. In ogni luogo incenso viene offerto al mio Nome con un'oblazione pura. Perché grande è il mio Nome fra le genti!, dice il Signore degli eserciti (Ml 1,11).
    Dio attende di essere onorato su tutta la terra, anche fuori Gerusalemme, con un sacrificio puro perché egli (il suo Nome) è grande dinanzi a tutti i popoli.
    2) Segue l'invito di Dio: «Radunatevi e venite, avvicinatevi insieme, scampati delle nazioni!... Volgetevi a me e sarete salvi, voi tutti confini della terra!...» (Is 45,20.22).
    3) Poi la marcia dei pagani: Is 19,16-25. Si tratta della seconda parte in prosa del c. 19 del profeta Isaia: una profezia tra le più importanti dell'AT, con l'universalismo che continua la linea di Is 2,2-5. Dio punisce con amore paterno il suo popolo per condurlo alla salvezza e fa certamente lo stesso anche con gli altri popoli (come ad esempio l’Egitto e l’Assiria).
    4) Il pellegrinaggio dei popoli termina nel santuario cosmico: «...Al Signore ritornino tutti i confini della terra e si prostrino davanti a lui tutte le famiglie delle genti» (Sal 22,28).
    5) Da quel momento i pagani fanno parte del popolo di Dio e partecipano al banchetto sul monte santo. Il profeta Isaia con una suggestiva intuizione profetica vede Dio stesso preparare un grande banchetto a cui sono invitati tutti i popoli della terra: un'immagine della salvezza offerta da Dio, ancora nascosta agli altri popoli. Dio stesso farà scomparire le lacrime, il lutto e la tristezza. A questo banchetto preparato da Dio per tutti i popoli viene collegato l'annientamento della morte nonché il pensiero dell'immortalità: «Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi; non vi sarà più né morte né lutto e grida e dolore...» (Ap 21,4).
    L'Apocalisse riprende il testo di Isaia per mostrare la nuova umanità salvata dal sangue dell'Agnello: una folla di tutte le nazioni, razze, popoli e lingue (Ap 7, 9-17), che abiterà per sempre nella nuova Gerusalemme (Ap 21,24 ss). Il NT si chiuderà con questa visione di speranza in cui l'umanità ritrova alla fine la sua unità.
    Questa concezione universalistica era stata preparata nel postesilio anche dalla riflessione sapienziale oltre che da due libri molto belli: quello di Rut, che introduce i moabiti nella genealogia di Davide e di Gesù, e quello di Giona, che presenta Iahvè come Dio di tutti gli uomini e di tutti i popoli, portando così l'universalismo profetico al suo massimo sviluppo. Dio ha un unico disegno di salvezza per tutta l'umanità; in vista della sua realizzazione concede vocazioni particolari: tra queste, la prima è quella di Israele.
    «Dio si é scelto tra le genti un popolo per il suo nome» (At 15,14)
    Simone ci ha raccontato come fin da principio Dio si è preso cura dei pagani, per accogliere anche loro nel suo popolo.
    Queste parole di Giacomo pronunciate all'assemblea di Gerusalemme e riportate da Luca al c. 15 degli Atti degli Apostoli hanno lo scopo, ripetendo con un linguaggio di sapore più biblico gli stessi argomenti di Pietro nel suo precedente discorso, di dimostrare come la salvezza di Dio è per tutti gli uomini. Pietro infatti aveva mostrato come è volontà di Dio che la salvezza raggiunga anche i pagani, volontà espressa sia dai segni della presenza di Dio nel cuore dei pagani che dalla potenza salvifica della grazia di Cristo (At 15,7-9). A questi argomenti ora Giacomo aggiunge anche la testimonianza della Scrittura che aveva già in passato predetta la conversione dei pagani. Possiamo osservare come la predica esegetica di Giacomo ha un nucleo centrale che è lo stesso in fondo di tutto il libro degli Atti degli Apostoli: mostrare come Dio ha costituito un nuovo popolo ma in continuità con l'antico popolo di Israele.
    Sottolineiamo nel testo di At 15,14 la continuità storica e teologica che Luca vede nelle parole di Giacomo tra il popolo di Israele e il nuovo popolo di Dio che è la Chiesa.
    Il nuovo «popolo di Dio» si innesta dunque sul nucleo storico dell'antico Israele e ad esso si aggiungono nella linea delle promesse profetiche i membri nuovi, non giudei, che entrano a far parte di questo popolo.

    Cristiani ed Ebrei

    Il Concilio Vaticano II ha riconfermato la dottrina di salvezza universale per tutti gli uomini e in Lumen Gentium 13-16 ha anche specificato il tipo di rapporto che i non-cristiani hanno con la chiesa: «Infine quelli che non hanno ancora ricevuto il vangelo, in vari modi sono ordinati al popolo di Dio, anzitutto gli ebrei in virtù dell'elezione...» (Lumen Gentium 16).
    Agli ebrei poi viene riservata una considerazione particolare anche nella Dichiarazione conciliare Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, tenuto conto che essi rappresentano l'antico popolo di Dio sul quale si è innestata la Chiesa, che ha avuto il singolare privilegio dell'elezione. Viene chiaramente riproposta tutta la dottrina paolina di Rm 9-11. Il Concilio ha espresso la coscienza che la Chiesa ha del suo vincolo con Israele secondo i disegni di Dio: «La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, Mosè e i profeti. Essa afferma che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede (cf Gal 3,7), sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza della Chiesa è misteriosamente prefigurata nell'esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo la Chiesa non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell'AT per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l'antica alleanza, e che si nutre dalla radice dell'ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell'ulivo selvatico che sono i gentili (cf Rm 11,17-24)» (Nostra Aetate 4).
    È interessante rilevare che lo schema precedente a questo definitivo esprimeva con più chiarezza la gratitudine verso Israele da cui la chiesa ha ricevuto per volere divino l'antica promessa. L'espressione che abbiamo sottolineato nel testo «per mezzo di quel popolo» era ancora più chiara nello schema precedente, perché diceva: «da quel popolo». E c'era inoltre nel testo un'altra frase che si è perduta: «La Chiesa... non può dimenticare di essere la continuazione di quel popolo». Si sa che uno dei motivi principali fu di non urtare la suscettibilità del mondo arabo. Sta il fatto che la dottrina biblica è questa: la Chiesa non deve dimenticare quali sono le sue radici. Essa è la continuazione di quel popolo nel quale è nato Cristo, nostro Signore».


    NOTE

    [1] La dialettica particolarismo-universalismo che ha accompagnato il popolo di Israele lungo tutta la sua storia ha fatto alcune volte sentire a Israele forte la tentazione di chiudersi in se stesso, e quindi del particolarismo.
    La necessità di opporsi al paganesimo, alla sua mentalità, al suo culto sia nei tempi biblici che postbiblici è continuata nelle sette dei farisei e degli esseni; la reazione all'antisemitismo, alcune volte anche solo inconscio, nell'epoca moderna, ha spinto spesso Israele a chiudersi in se stesso e a vivere per alcuni secoli quella esperienza, triste, chiamata "il ghetto".
    Già il profeta Giona, che si adira perché Dio è benevolo e misericordioso con i niniviti, incarna il particolarismo degli ebrei del postesilio che attendono il giorno di Iahvè e si scandalizzano perché Dio non stermina i popoli pagani secondo le previsioni dei profeti. Esdra e Neemia decidono la separazione di Israele da tutti gli stranieri: «Ma ora date gloria al Signore, Dio dei nostri padri, e compite la sua volontà; separatevi dalle popolazioni locali e dalle donne straniere!» (Esd 10,11-12).
    Lo sforzo di essere ebrei a tutti i costi in opposizione agli altri popoli spinse a un rigido separatismo, anche se questo non raggiunse tutti gli ebrei, come sembrerebbe da alcune fonti bibliche. Neemia infatti vive in un momento storico in cui è necessario far leva sull'unità del piccolo gruppo osteggiato da ogni parte; Daniele e i Maccabei vivono in una situazione storica particolare di resistenza e di opposizione al paganesimo imperante che tenta di affossare l'ebraismo.
    Ma l'ebraismo nella sua storia bimillenaria ha sempre dimostrato interesse per le civiltà con cui veniva a contatto. Dall'incontro e dallo scontro con le civiltà ha ampliato e arricchito la propria cultura e questo fino al momento in cui non è stato bloccato all'inizio del Cinquecento dal ghetto, che ha costretto gli ebrei d'Europa a vivere in ambito chiuso e senza possibilità di comunicare con il mondo esterno. Dopo tre secoli, all'inizio dell'era moderna, gli ebrei avevano due vie dinanzi a loro: o assimilarsi agli altri popoli, con il rischio di perdere la propria identità ebraica, o conservare la propria identità abbandonando il ghetto e cercando di integrare il meglio degli altri popoli. Ma tutti i tentativi di assimilazione o integrazione sono stati bloccati dall'antisemitismo, che rafforzò la tendenza separatista dell'ebraismo, e da quello che sarà poi chiamato «sionismo»: la convinzione che gli ebrei, per conservare e manifestare pienamente la propria diversità, devono riunirsi in un territorio e porre fine alla diaspora. Cominciano così il fenomeno moderno del ritorno alla terra dei padri e la nascita dello stato di Israele.
    Non si può non tener conto del legame religioso e storico tra il popolo ebraico e il paese dei patriarchi per capire questa esigenza degli ebrei di tornare nella terra dei loro padri, per conservare anche nella propria terra l'identità di popolo eletto in attesa di raggiungere la Gerusalemme celeste. E una dimensione questa, «terrestre», che non si può trascurare facendo una teologia cristiana del giudaismo, anche se si tratta di un problema assai delicato per i suoi ovvi risvolti politici. È necessario solo capire come l'individuazione storica e geografica di Israele è essenziale anche per la sua missione nella storia della salvezza degli uomini.
    Ma se ripercorriamo la storia del popolo di Israele ci accorgiamo che, nonostante la tentazione del particolarismo, fin dalla sua primissima origine, l'ebraismo ha sempre avuto una tendenza universalista. Il suo particolarismo non esclude necessariamente l'universalismo: entrambi appartengono essenzialmente alla storia della salvezza. Dio non salva l'umanità in genere: egli salva questo popolo e attraverso questo popolo egli raggiunge tutti gli altri.



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