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    Giovani e Beatitudini /2

    Coloro che piangono

    Luis A. Gallo



    Beati quelli che piangono, perché saranno consolati (Mt 5,4)

    Si può piangere per molti motivi nella vita. Anche di gioia. Ma ordinariamente le lacrime sono segno di sofferenza. E le sofferenze occupano tanto spazio nella vita umana! C'è chi piange perché è ammalato, chi perché non si sente accolto con amore, chi perché ha perso una persona amata, chi perché è stato tradito da un amico, o perché non trova più senso alla vita e le ha cercato disperatamente in esperienze di morte e di disperazione, e ancora perché è calpestato nella sua dignità ... Ma c'è anche chi piange perché non ha il pane da dare ai propri figli, perché non riesce a comprare le medicine di cui ha urgente bisogno un familiare ammalato, perché gli hanno fatto morire in cuore le uniche speranze che gli restavano ...
    Quando l'autore del libro dell'Apocalisse volle immaginare cosa sarà il mondo nuovo che Dio ha promesso per la fine della storia, si provò a descriverlo con queste parole: "Non ci sarà più pianto" (Ap 21,4). Riecheggiava con esse le promesse fatte dal profeta Isaia: "Egli [Dio] asciugherà ogni lacrima dai loro occhi" (Is 25,6).
    È in questo contesto che acquista senso la seconda parola di beatitudine che Gesù pronunciò nel discorso della montagna: "Beati quelli che piangono, perché saranno consolati" (Mt 5,4).
    È chiaro che così dicendo egli si metteva sulla scia delle promesse di consolazione fatte da Dio sin dall'Antico Testamento. Soprattutto di quelle riguardanti il futuro profeta che le avrebbe portato a realizzazione. Infatti, verso la fine del libro di Isaia vengono poste sulla sua bocca le parole che poi, secondo il vangelo di Luca, Gesù fece sue nella sinagoga di Nazaret all'inizio della sua attività: "Lo Spirito del Signore è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato [...] per consolare tutti quelli che piangono [...]. Oggi si compie questa scrittura ..." (Is 61,1-2; Lc 4,18-19).
    Ci sono dei racconti evangelici che ci aiutano a percepire con molta chiarezza il senso che egli diede a queste sue parole. Uno di essi è quello, pieno di tenerezza, di Lc 7,11-15:
    "In seguito Gesù andò in un villaggio chiamato Nain [...]; quando fu vicino all'entrata di quel villaggio, Gesù incontrò un funerale: veniva portato alla sepoltura l'unico figlio di una vedova, e molti abitanti del villaggio erano con lei. Appena la vide, il Signore ne ebbe compassione e le disse: 'Non piangere!'. Poi si avvicinò alla bara e la toccò: quelli che la portavano si fermarono. Allora disse: 'Ragazzo, ti lo dico io: alzati!'. Il morto si alzò e cominciò a parlare. Gesù allora lo restituì a sua madre".
    In questo racconto troviamo la realizzazione emblematica della seconda beatitudine proclamata da Gesù. Egli infatti dice alla donna: "Non piangere!". E ciòvuota ice non è una parola vuota ma, viceversa, carica di emotività ed efficacia. Egli dona felicità a una madre vedova che piange amaramente la morte del suo unico figlio, condividendo anzitutto con lei il suo dolore e poi restituendole il figlio vivo!
    Gesù sapeva bene cosa significa piangere per la morte di un essere amato. Possiamo supporre, anche se i vangeli non ce lo dicono, che avrà pianto lacrime amare quando morì suo padre Giuseppe. Nel vangelo di Giovanni si dice esplicitamente che egli pianse davanti alla tomba del suo amico Lazzaro, morto da tre giorni (Gv 11, 35). Perciò, la sua reazione davanti allo straziante spettacolo di una madre che aveva perso quanto di più caro le restava nel mondo, non poteva essere quella di una apatica indifferenza, ma quella invece di chi si sente toccato nelle fibre più intime del cuore. Egli soffre con chi soffre, e piange con chi piange. E il suo rendersi partecipe del dolore di chi piange lo porta ad asciugare le lacrime strappate dalla sofferenza. Le asciuga rimuovendo la causa che le faceva versare, la morte del figlio unico.
    Quella madre è come il simbolo di tutti coloro che piangono. Soprattutto di quelli che piangono senza colpa propria e senza trovare consolazione. Ad essi particolarmente Gesù diceva: "Beati, perché sarete consolati". Quando? Ora, che il regno di Dio sta irrompendo nel mondo.
    Il modo di dire e di fare di Gesù illuminano il senso di questa seconda beatitudine da lui enunciata. Essa sta a dirci che le lacrime di dolore non sono mai volute da Dio, il quale è buono e vuole solo il nostro bene. Sta a dirci cioè che, contrariamente a quanto si sente spesso ripetere, la sofferenza viene da altrove, non viene da Dio. Non è vero quindi che ciò che ci fa piangere di dolore o di tristezza è "volontà di Dio". Al contrario, se Egli, come in mille modi ci ha fatto sapere Gesù, vuole soltanto e sempre la nostra vita e la nostra felicità, dobbiamo dire che ciò che si oppone ad esse è anche contrario alla sua volontà. Non è per niente vero che, come dice spesso la gente, "siamo nati per soffrire". No! Dio, secondo quello che possiamo capire dalle parole di Gesù e soprattutto dai suoi fatti, non ci ha creato per soffrire, ma perché siamo felici della sua stessa felicità. Egli "non gode con la morte dell'uomo" (Ez 18,32), ma è "amante della vita (Sap 11,26), e per ciò stesso vuole rimuovere ogni lacrima dagli occhi umani, come vuole far scomparire anche le cause che le provocano: le malattie, le incomprensioni, la solitudine, le ingiustizie, la guerra ...
    Perciò possiamo pensare che quando il morso della sofferenza fa scaturire lacrime dai nostri occhi, Egli stia con noi. Con noi per partecipare alla nostra sofferenza. Quando, durante la seconda guerra mondiale, in un terribile campo di concentramento un ebreo che guardava con disperazione il corpo pendolante di un ragazzino impiccato esclamò, a bassa voce ma amaramente: "Dio, dove sei?", un suo compagno di sofferenza gli sussurrò all'orecchio: "È lì, che soffre sulla forca".
    Oltre a soffrire con noi, Dio è anche con noi per aiutarci ad affrontare la sofferenza con dignità, come stette con Gesù appeso alla croce. In quel terribile momento egli visse una situazione umanamente assurda, ma Dio era con lui per aiutarlo a vivere quel momento con uni figl di figlio pieno di fiducia nell'amore indefettibile del Padre suo, e con un cuore di fratello che lo porta a perdonare perfino chi lo mette a morte. Perciò la sua morte è "piena di beatitudine", come dice un'antica preghiera eucaristica.
    Ma questa seconda beatitudine pronunciata da Gesù sta a dire anche un'altra cosa: che occorre fare il possibile per asciugare le lacrime che grondano dagli occhi umani, "piangendo con chi piange" (Rom 12,15), essendo vicini a chi soffre e, nella misura delle proprie capacità, rimuovendo le cause della sua sofferenza. In questo senso si potrebbe tradurre così la parola di Gesù: "Beati quelli che sono capaci di asciugare le lacrime, perché essi sono un po' come Dio!".
    Asciugare le lacrime oggi significa aiutare l'uomo o la donna che sono nella solitudine e nell'incomprensione, essere capaci di ascoltare con profondità chi si sente emarginato, accompagnare chi è vittima della malattia o della estrema povertà, come fanno i mille eroi e testimoni che condividono la vita dei poveri e sofferenti nei posto più miserevoli della terra. Ma significa anche darsi da fare per sradicare quelle ingiustizie che, nella vita sociale e perfino planetaria, creano, come ha detto tante volte papa Giovanni Paolo II, milioni di esclusi e di emarginati. C'è un modo di asciugare le lacrime che ha dei risvolti perfino politici, poiché è anche attraverso la gestione della vita collettiva che si possono eliminare le cause che stanno all'origine delle lacrime. Anche chi si dà da fare in quest'ambito è anche destinatario dell'augurio di Gesù: "Beato te, che consoli gli afflitti!".

    PER IL LAVORO PERSONALE E DI GRUPPO

    Anche tu attraversi nella tua via dei momenti di dolore, di disperazione, di non-senso ... Cerca in quei momenti di far risuonare dentro di te le parole di Gesù: Beati quelli che piangono, perché saranno consolati!. Pensa che il Dio che Gesù ha vissuto in prima persona, e che ha proclamato ai quattro venti, ti ha chiamato alla vita per la gioia e per la felicità. Come quella ragazza che fece del suo polmone d'acciaio una "cattedra di gioia della vita", sappi anche tu fare altrettanto.
    E poi, apri gli occhi: ci sono tanti nel mondo che piangono e aspettano che qualcuno gli dica, come Gesù a quella madre: "Non piangere!", e glielo dice con tenerezza e, possibilmente, con efficacia.

    Preghiera

    Ci hai fatto sapere, Gesù, che Dio è tenero
    e che non vuole altro che la nostra gioia e la nostra felicità.
    Aiutami a crederlo sempre, malgrado tutto,
    particolarmente nei momenti più duri e difficili della mia vita.
    Voglio che sia sempre viva dentro di me la tua parola che dice:
    "Beati voi, che piangete, perché sarete consolati!".
    Fammi avere sempre questa consolazione,
    perché anch'io possa essere di coloro che asciugano
    le lacrime che sgorgano dagli occhi dei fratelli.
    Amen.


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