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    Sull'amore:

    Rosmini

    Maurizio Schoepflin

     

    Antonio Rosmini:
    l'amore come carità e verità

    Nella prospettiva filosofica di Antonio Rosmini*, coerentemente con la profonda ispirazione cattolica che l'anima, la riflessione sull'amore si presenta con due caratteristiche principali. La prima riguarda la centralità che tale riflessione occupa nella sua speculazione, che pur spazia nei più diversi campi della ricerca; la seconda consiste nella chiara attribuzione all'amore di Dio e per Dio di un primato assoluto, come si legge nella sesta parte delle Costituzioni dell'Istituto della Carità: «Quindi tutto si deve riferire a Dio come a suo fine; talmente, che in ogni cosa e persona non si cerchi né si ami altro che il solo Dio... Perciò, noi non dobbiamo servire alla gloria o alla grandezza di alcun uomo, ma prestare cordialmente aiuto e servizio a tutti, non per riguardo alla carne ed al sangue, ma per amore del solo Dio, che solo è degno di amore e di onore. L'amore del prossimo, dunque, che quest'Istituto professa, non è altro che lo stesso amore di Dio; poiché, se col nostro pensiero si rimuovesse Iddio dal mondo, gli uomini non meriterebbero da noi nessun onore o amore, perché neppure esisterebbero... L'amore di Dio sia dunque l'unica fonte di tutte le sollecitudini e fatiche, a cui sono dedicati i membri di quest'Istituto»[1].
    Riflettendo con acutezza intorno ai tratti distintivi dell'amore divino come emergono dai testi rosminiani, Umberto Muratore ne elenca quattro: l'universalità, che abbatte ogni limite geografico e temporale; la tenacia, derivante da una fedeltà a tutta prova; la capacità di trarre il massimo risultato anche nelle condizioni meno favorevoli; e, infine, la profondità, legata all'imperscrutabile mistero del progetto divino [2]. Tale amore di Dio è dunque, per Rosmini, la ragione prima che spinge all'amore dell'uomo, e l'intero suo edificio morale poggia su di esso, come fa notare Pietro Prini: «Tutta l'etica rosminiana, al di dentro della sua rigorosa struttura razionale e senza intaccarla minimamente, è pregnante di questo senso concreto del rapporto amoroso o invocativo della creatura col Creatore... Ora, l'atto morale è, in senso proprio, un "atto intellettivo amoroso". In esso l'Essere ci si svela come Amore nello stesso nostro protenderci alla sorgente della nostra esistenza... Siamo qui nel centro vitale da cui s'irradia l'ispirazione profondamente cristiana delle principali intuizioni etiche del Rosmini. L'Essere è amabile e amante, poiché si volge ad esso l'eros che esso stesso suscita originariamente in noi chiamandoci all'esistenza come ad una vocazione caritativa» [3].
    Rosmini ha scoperto che l'essere è amore, e che tale amore è il fondamento della persona umana, nonché la giustiFicazione della sua attività morale: «Questa essenziale "volontà amorosa" - scrive ancora Prini - in cui si compie e si colma la vita divina si riversa poi, mediante l'atto libero della creazione, su tutte quante le creature. Tutto ciò che è reale ed intelligibile, è anche essenzialmente amabile, perché fu chiamato alla luce dell'essere dall'efficacia diffusiva ed operativa della beneficenza divina» [4].
    Rosmini torna ripetutamente a delucidare questo concetto del protagonismo amoroso di Dio, ribadendo come l'iniziativa d'amore appartiene a lui, ed è un'iniziativa che guida colui che docilmente l'accetta all'amore stesso. La carità guida verso la carità, e il Cristo è il primo e insuperabile esempio di una giustizia che si è fatta carità, capace di giungere sino all'immolazione totale (come si legge in un discorso tenuto nel 1839 in occasione della solennità dell'Annunciazione del Signore [5].
    In effetti, l'amore di cui ci parla il roveretano ha i tratti caratteristici della carità cristiana [6], la carità che Gesù ha vissuto e testimoniato in maniera perfetta, facendosi completamente obbediente al Padre. «La carità di Cristo, miei fratelli, è la più perfetta giustizia. E giusto amare Dio, perciò i giusti lo amano... Ma in colui che amiamo, che cosa propriamente amiamo? La sua stessa volontà. Chi ama, ama che la volontà dell'amato sia soddisfatta e appagata. Dunque la carità è amare, e amando compiere la volontà divina. E che cosa vuole la volontà divina? Oh, meraviglia! Non vuole altro da noi che l'amore. Infatti, sono i grandi comandamenti dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo quelli che esprimono più esattamente e pienamente questa divina volontà. Dobbiamo dunque dedurre questa verità, degna di una grande meditazione: il santo amore è il fine di se stesso. L'amore, cercando come proprio oggetto la volontà eterna di Dio, nella volontà di Dio ritrova se stesso» [7].
    Tutto ciò è reso possibile per il fatto che «Cristo è il grande amante in tutti noi. Egli è con noi la nostra capacità di amare» [8]. Gli uomini non sarebbero in grado di vivere l'autentica carità senza il sostegno della grazia e dello Spirito che sono stati diffusi nei loro cuori mediante l'incarnazione del Figlio di Dio; su questa linea, la vita della carità autentica diventa il segno più eloquente della presenza divina nel mondo [9]. Non solo: è la fede stessa che riceve vita dalla carità, ed è la carità «la sola virtù che rivela e fa più intimamente conoscere l'oggetto del suo amore» [10]. Fede e carità vengono a fondersi, e se, per così dire, la prima precede cronologicamente l'altra, è questa seconda, poi, ad accrescerla e rafforzarla, svelando l'amato all'amante.
    Rosmini insiste a lungo sul circolo virtuoso prodotto dall'amore, che da Dio si origina e proviene, e a Dio ritorna come al suo oggetto e fine ultimo: «Abbiamo quindi piena ragione di ripetere quanto abbiamo detto: la carità ama la carità e vive per la carità; così l'amante si trasforma continuamente nell'amato, e l'amato nell'amante. In effetti, se l'oggetto della carità è Dio, bene per essenza, non sarebbe bene perfetto se egli stesso non fosse amante; e non sarebbe bene se questo amante non venisse amato... Così Dio si fa veramente nostro bene, quando è da noi amato» [11]. Questa trasformazione risulta nello stesso tempo una conformazione a Cristo, e che si manifesta in particolare nel dono della vita per i fratelli, secondo l'esempio di Cristo stesso, che non si limitò a predicare l'amore, ma lo mise in pratica fino al sacrificio di sé, cosa che ora è richiesta ai suoi discepoli. «Davvero la carità non è né un semplice pensiero né uno sterile moto del cuore né un'inclinazione naturale. E neppure consiste in parole o nel profondere sentenze. È tutta azione, tutta vita, tutta opere» [12].
    Pietro Zovatto ha indicato gli aspetti salienti dell'amore caritativo rosminiano nei termini che seguono: «Una volta definita la sostanza della carità nella sua essenza, Rosmini passa a dividere questa charitas in una triplice articolazione: carità temporale, attinente gli "uffici" nella vita temporale; carità intellettuale, di ciò che concerne la "formazione" dell'intelletto e lo sviluppo delle facoltà intellettive; carità pastorale, che è volta alla salvezza soprannaturale. Quest'ultima viene suddistinta in carità morale, quando dispone l'uomo a compiere i doveri morali; e spirituale, se elevata all'ordine soprannaturale della grazia tendente a Dio» [13].
    Rosmini aveva avvertito con particolare forza la chiamata alla missione della carità intellettuale, che gli si era manifestata per bocca del papa Pio VIII, come egli fa sapere all'amico don Pietro Orsi, scrivendogli da Roma in data 25 maggio 1829: «Alcuni giorni fa sono stato dal Papa, che mi accolse con bontà apostolica... Mi comandò di occuparmi a scrivere, espressamente manifestandomi che questa era la volontà del Signore: "Si ricordi - disse -che Ella deve attendere a scrivere libri e non occuparsi negli affari della vita attiva"... Voi vedete che io, sapendo la volontà del Vicario di Gesù Cristo, ora non posso più sbagliare nella mia strada» [14]. La stessa ricerca filosofica diventa per il roveretano ministero di carità, in ossequio a una sensibilità e a una concezione che rappresentano due motivi dominanti e originali della sua dottrina dell'amore. Ancora una lettera - questa volta inviata da Domodossola nel gennaio 1838 a don Antonio Riccardi di Bergamo - esprime bene questa componente del suo messaggio: «Ben Le dirò, quello che Ella vedrà agevolmente da se stessa, che le varie cose da me scritte tendono tutte al solo fine di far conoscere nostro Signor Gesù Cristo agli uomini, e la salvezza da lui portata. Parrà a taluno, che per giungere a questi intendimenti si prenda la cosa troppo da lungi; ma mi parve, che essendo gli uomini andati tanto lontano, conveniva andar lontano a prenderli. Le dirò ancora, che ho creduto di non mai tenermi alla sola confutazione degli errori, ma di metter fuori positivamente il sistema della verità, metodo che mi sembra necessarissimo ai nostri tempi, ai quali non basta che si tolga l'errore, ma esigono che all'errore si sostituisca il vero in un modo palmare ed irrecusabile» [15].
    La carità intellettuale consta dunque di due momenti inscindibili: la contestazione e il rifiuto dell'errore, e la proposta positiva della verità; nella convinzione che verità e carità facciano un tutt'uno, secondo una visione unitaria propria della prospettiva cristiano-cattolica, che ancora Zovatto mette in luce: «Arrivato nel cuore della carità, definita amore con cui si dimentica se stesso per "procacciare ogni bene" al prossimo, il Rosmini riprende i tre sommi generi di questa virtù teologale, che assieme alla verità costituisce la sintesi o il principio fondamentale del vangelo, nella tripla articolazione di bonum corporale, intellettuale, morale. Quindi riduce la triplice suddivisione a una sola, quella carità morale che assorbe in qualche modo le precedenti due. Le tre categorie della charitas - la corporale, l'intellettuale e la spirituale - "ritornano alle tre forme dell'essere, la reale, l'ideale, e la morale". Sotto questo profilo, la carità possiede come ultima intenzionalità "di fare che gli uomini tutti partecipino dell'essere al maggior grado. E come in quell'essere appunto uno e trino si assolve la verità, così si raccoglie in che modo la carità termini nella verità, e come pure questa in quella si trasforma"... Rosmini conclude con un finale a carattere mistico e filosofico: riprende i tre termini onnicomprensivi della charitas, assunti quale asse della sua riflessione filosofica e sapienziale, e li presenta all'intellettuale cattolico come l'Essere, la Verità e la Carità» [16].
    La carità ha come fine ultimo Dio: Rosmini lo sottolinea con grande decisione - «qui sta il fine senza fine, la piena e definitiva carità, quando essa farà sì che Dio sia tutto in tutto, poiché l'opera della carità è l'unione» [17] -, e vi ravvisa l'unum necessarium del quale Cristo parlò con Marta: È la carità che è amore operoso, che sa ricavare il bene dal male, capace di umiliarsi sino all'olocausto, che si realizza perfettamente nella sofferenza, che vince il mondo, come ha dimostrato la croce gloriosa di Cristo: in sintesi, è l'amore di Dio, carità sublime e perfettissima, origine e giustificazione di ogni altra forma d'amore. «C'è dunque una carità materiale e c'è una carità intellettuale, ma né l'una né l'altra sarebbero carità, se non fossero ordinate alla carità morale e soprannaturale» [18].
    Rosmini ha compreso con straordinaria profondità che il duplice comandamento dell'amore (Mt 22,37-40) e che l'identificazione giovannea di Dio con l'amore (1Gv 4,8.16) rappresentavano il cuore pulsante del cristianesimo, e ne ha fatto il centro di irradiazione della sua riflessione spirituale che, in certo modo, compendia e porta a compimento anche il suo percorso più schiettamente filosofico: «Stabilito come punto cardine - scrive Umberto Muratore -che il cristiano, se vuole raggiungere la santità a cui è chiamato, deve vivere e trasmettere quell'unico amore che viene da Dio e che è Dio stesso, tutto il restante sviluppo della spiritualità rosminiana non è se. non un infuocato e aderente commento al divino comandamento dell'amore... Attorno al fuoco della carità Rosmini insegna a raggruppare ed edificare tutto ciò che il Signore si degnerà di offrirci lungo i sentieri dell'esistenza. Sapere, successo, amici, impegno sociale e politico sono pesi sterili, se non vengono promossi e accompagnati dal pungolo della carità» [19].
    All'interno di questa dimensione, profondamente speculativa e altamente spirituale a un tempo, la scelta di Rosmini di intitolare alla carità l'Istituto religioso da lui fondato appare eloquentemente significativa; una scelta che riassume in perfetta coerenza il cammino di un uomo che fu filosofo e asceta, e che guardò all'esistenza secondo la prospettiva feconda e unificante dell'amore [20].

    NOTE

    * Nacque a Rovereto nel 1797, e a 24 anni si fece prete. Giocò un ruolo da protagonista nelle vicende del Risorgimento italiano. Fondò due congregazioni religiose e fu uno scrittore fecondissimo; tra le sue opere si ricordano il Nuovo saggio sull'origine delle idee, la Filosofia del diritto e Delle cinque piaghe della Santa Chiesa. Rosmini si dimostrò assai critico nei confronti del pensiero moderno, a suo giudizio inficiato dal soggettivismo, nemico dell'autentica fede religiosa. Ritenne possibile sconfiggere lo scetticismo e l'empirismo mediante una dottrina della conoscenza fondata sull'idea dell'essere, una sorta di « a-priori» che ha in Dio stesso la sua origine. Elaborò anche importanti tesi etico-politiche, tutte imperniate sul valore irriducibile della persona, detentrice di una dignità intangibile. Tenne in massimo conto il ruolo salvifico della Chiesa, alla quale non risparmiò comunque critiche che oggi vengono considerate precorritrici della sensibilità ecclesiale contemporanea. Mori a Stresa nel 1850.
    1 A. Rosmini, Dio è amore, Edizioni Paoline, Milano 1993, pp. 218-220.
    2 Cfr. U. Muratore, I fondamenti «teologici» dell'ascetica rosminiana, in Rivista rosminiana di filosofia e di cultura 78 (1984), pp. 269-270.
    3 P. Prini, Rosmini postumo, Armando, Roma 19612, pp. 125-129.
    4 Ibid., pp. 131-132.
    5 Cfr. A. Rosmini, Il Maestro dell'amore, Edizioni Rosminiane Sodalitas, Stresa 1996, pp. 9-13.
    6 «Rosmini distingue - scrive Umberto Muratore -, a sua volta, due tipi di amore divino. Un amore ordinario, col quale Dio sostiene e vuole il bene di tutte le creature dal momento della creazione. Ed un amore straordinario, col quale egli opera realmente attraverso coloro che si sono uniti al Cristo per costruire un Regno. Questo amore e chiamato da Rosmini Charitas, secondo la definizione di san Giovanni»: I fondamenti «teologici» dell'ascetica rosminiana, art. cit., p. 268.
    7 A. Rosmini, Il Maestro dell'amore, op. cit., pp. 62-63.
    8 Ibid., p. 66.
    9 Cfr. ibid., pp. 66-68. Ha annotato a questo proposito Giancarlo Taverna Patron: «Per rendere ragione di come la carità di Cristo si comunichi a noi, Rosmini ricorre alla dottrina paolina dell'incorporazione; l'uomo è incorporato al Verbo con l'impressione del carattere battesimale, che è Cristo stesso in noi. In tal modo, il Verbo incarnato è il capo del mistico corpo, di cui noi siamo le molteplici membra, e la carità divina è trasfusa nei credenti. A partire dalla rinascita battesimale, tutto si rinnova nell'uomo, ed è innalzato a nobiltà divina: le opere dell'amore naturale si trasfigurano in opere di Carità» (in Aa.vv., Rosmini e la logica dell'amore, Libraria Editoriale « Sodalitas», Stresa 1991, p. 14).
    10 A. Rosmini, Il Maestro dell'amore, op. cit., p. 68.
    11 Ibid., p. 69.
    12 Ibid., p. 94.
    13 Aa.vv., Rosmini e la logica dell'amore, op. cit., p. 33.
    14 A. Rosmini, Dio è amore, op. cit., pp. 297-298.
    15 Ibid., pp. 308-309.
    16 Aa.vv., Rosmini e la logica dell'amore, op. cit., pp. 57-58.
    17 A. Rosmini, Il Maestro dell'amore, op. cit., p. 97.
    18 Ibid., p. 100.


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