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    Dove c’è perdono

    e riconciliazione

    là c’è Gesù

    XXIII domenica del tempo Ordinario - A


    Enzo Bianchi

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello pecca contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.
    Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
    In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà.
    Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
    (testo dell'evangeliario di Bose)
    Mt 18,15-20

    Nel capitolo 18 del vangelo secondo Matteo Gesù rivolge ai discepoli un discorso su alcune esigenze fondamentali per quanti vivono insieme nel suo Nome: oggi ascoltiamo le sue parole a proposito della difficile arte della correzione fraterna.
    In ogni forma di vita comune giunge l’ora in cui qualcuno commette un peccato: può trattarsi di un’offesa arrecata personalmente a un altro oppure di un peccato manifesto agli occhi di tutti. Come trattare chi si è macchiato di tale colpa? Innanzitutto occorre accorgersi del peccato: bisogna non fingere che nulla sia avvenuto, in nome del quieto vivere o, peggio, di una malsana complicità con chi è caduto. Ciascuno di noi è infatti custode dell’altro (cf. Gen 4,9) e ha ricevuto da Dio la responsabilità di distoglierlo dalle sue vie perverse: «Se tu non parli per distogliere il malvagio dalla sua via, egli morirà per la sua iniquità; ma della sua morte chiederò conto a te» (Ez 33,8).
    È in questo senso che Gesù dice: «Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e correggilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello», perché, per usare ancora le parole del profeta, «egli si convertirà dalla sua condotta e avrà la vita» (Ez 33,11). Avere il coraggio di rivolgere al fratello una parola franca, a tu per tu e al momento opportuno, ci libera dal rischio di covare rancore nei suoi confronti, di mormorare contro di lui rivolgendoci a un terzo, di sentirci migliori di lui, osservando la pagliuzza che è nel suo occhio senza accorgerci della trave che è nel nostro (cf. Mt 7,3). E può anche aprirci alla capacità di accogliere a nostra volta la correzione, quando saremo noi a cadere in errore.
    La correzione, come ammonisce anche l’apostolo, va fatta con dolcezza e pazienza (cf. Gal 6,1; 1Ts 5,14; 2Tm 2,25), senza infierire sul colpevole con la scusa di fare il suo bene. Questa è l’intenzione che anima le successive parole di Gesù, il quale mostra un discernimento ispirato a misericordia e gradualità: «Se il tuo fratello non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché “ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni” (Dt 19,15); se non ascolterà neppure costoro, dillo all’ekklesía», alla chiesa locale. Così la correzione fraterna può diventare un evento ecclesiale, all’insegna di quell’amore che è l’unica legge della comunità cristiana: l’amore consapevole del fatto che il peccato di un membro contamina tutto il corpo, l’amore di chi non vuole che neppure una pecora si perda (cf. Mt 18,9-14)… Può accadere infine che, nonostante tutto questo, il fratello perseveri nelle sue vie di morte; allora – dice Gesù – «sia per te come un pagano e un pubblicano», cioè sia escluso dalla comunità. Questo atto di «scomunica», compiuto con tristezza, si limita ad attestare la volontà del fratello di separarsi dalla comunione…
    Ma anche su questa decisione estrema regna la misericordia che il Signore Gesù ha insegnato e richiesto ai credenti in lui. Lo si comprende da quanto egli aggiunge: «Quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo». In tal modo egli consegna a tutti i suoi discepoli la responsabilità affidata in precedenza al solo Pietro (cf. Mt 16,19), quella di escludere e riammettere all’interno della comunità cristiana. E ciò in base a quale metro? Quello del perdono sovrabbondante, concesso al fratello «fino a settanta volte sette» (Mt 18,22), come Gesù chiarirà subito dopo allo stesso Pietro; diversamente, come potremmo chiedere con cuore sincero al Padre: «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12)?
    È dunque significativo che tra l’insegnamento di Gesù sulla correzione fraterna e le sue parole sul perdono sia collocata l’esortazione a pregare accordandosi nel suo Nome, pegno di un esaudimento certo da parte del Padre che è nei cieli. Sì, quando c’è unanimità nella preghiera, quando ci si sforza di avere in noi i sentimenti di Cristo (cf. Fil 2,5), allora egli stesso è presente e giudica in mezzo alla sua comunità. «Dove sono due o tre riuniti nel mio Nome, io sono in mezzo a loro», ci ha assicurato Gesù: ma noi sappiamo pregare unanimemente prima di prendere una decisione riguardo a «un fratello per il quale Cristo è morto» (1Cor 8,11)?



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