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    Le celebrazioni comunitarie della penitenza



    Giuseppe Sobrero

    (NPG 1968-03-17)

    «I valori comunitari della Penitenza sacramentale, messi in rilievo dal Concilio Vaticano II, e la inadeguatezza del rito attuale ad esprimere natura ed effetto del Sacramento (cfr. SC 72), stanno suscitando interessanti iniziative pastorali per inquadrare la confessione dei singoli fedeli in celebrazioni comuni, ove si compie la preparazione e il ringraziamento. Tali iniziative sono da lodare e incoraggiare, purché pensate e attuate con competenza e discrezione.
    Queste celebrazioni comunitarie della penitenza risultano molto utili particolarmente per gruppi giovanili, in istituzioni educative, per avviare i fanciulli alla pratica del Sacramento, o in occasione di missioni popolari. Nelle parrocchie si possono tenere queste celebrazioni in ore determinate del sabato e delle vigilie».
    «Queste celebrazioni penitenziali possono risultare educative al senso della penitenza, e spiritualmente fruttuose, anche quando non comportassero, almeno per alcuni fedeli, la Confessione sacramentale». (Direttorio liturgico-pastorale per l'uso del rituale dei Sacramenti e dei Sacramentali, a cura della Commissione Episcopale per la Liturgia, art. 70).

    Da qualche tempo le riviste parlano delle celebrazioni penitenziali, e propongono schemi per realizzarle.
    La scopo di queste note è solo di amplificare le sintetiche indicazioni del Direttorio, e di dare alcuni suggerimenti per la pratica. Come responsabili di comunità educative non possiamo ignorare questi tentativi, ormai sanciti dall'autorità ecclesiastica nel loro ordinamento generale, e nemmeno improvvisarli senza conoscenza di causa. Come pastori dei nostri giovani, siamo mediatori o catalizzatori del loro incontro di salvezza con il Padre per mezzo dei segni sacramentali. La Penitenza che noi amministriamo o a cui educhiamo, è il ritorno gioioso al Padre nella comunità dei fratelli che è la Chiesa: ragione di più perché la nostra «piccola Chiesa» viva questa realtà della carità perduta e ridonata.

    1. Rinnovare il vocabolario della teologia

    La necessità di rinnovare il modo di esprimersi va al di là di una semplice moda, per coinvolgere teologia e comportamento. Come una volta si diceva, per es., «dire» e «ascoltare» la messa e oggi si parla di «celebrare» e «partecipare», implicando con questo un diverso rapporto alle strutture e allo svolgimento dell'azione; allo stesso modo parliamo di una «concelebrazione» della «penitenza», anziché delle «confessioni». Collegato a queste sta l'immagine dell'accusa, del dire-i-propri-peccati-al-confessore-che-dà-l'assoluzione; mentre la penitenza si collega all'atteggiamento interiore della mente e del cuore, cioè a una realtà che, in determinate circostanze, può essere assunta da Cristo e dalla Chiesa come base («materia») per il sacramento. La penitenza è quella metanoia, conversione del cuore, che è all'inizio della fede e dell'entrata nel Regno; quel necessario ritorno in noi e al Padre che la predicazione del Vangelo ci spinge a fare.
    Nella visione teologica si tratta di uno spostamento di accenti e dello approfondimento di elementi un po' oscurati da una visione troppo giuridica. Il Concilio Vaticano II, che ha messo in rilievo l'insufficienza dell'attuale rito (pur senza fornire, come per altri sacramenti, linee di soluzione: cfr. Cost. Lit. 72, citata sopra dal Direttorio), sottolinea il carattere «ecclesiale», troppo dimenticato, di questo sacramento:
    «Quelli che si accostano al sacramento della penitenza, ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui, e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato, e che coopera alla loro conversione con la carità, l'esempio e la preghiera» (Cost. sulla Chiesa, 11; cfr. Presb. Ord., 5).
    Troppo spesso per mancanza di respiro teologico ed ecclesiale le confessioni dei giovani (e degli adulti, forse noi compresi!...) sono, in tutto o in parte preponderante:
    – lo «scaricamento» dei peccati, per «mettersi a posto»;
    – il «mezzo» necessario per poter fare la comunione;
    – lo sfogo di una tensione psicologica, occasione di lunghe confidenze, più che un autentico atto religioso;
    – l'occasione di un'introspezione o rassegna lunga e minuziosa quanto, spesso, inutile (tipo certe «confessioni generali»);
    – il compimento, penoso o meccanico, di un «dovere», o l'occasione di rinnovare un proposito perseguito con atteggiamento volontaristico...
    Ma soprattutto sono quasi sempre concepite come un rapporto individuale con Dio: un atto che ha efficacia dal momento che sono realizzate elle condizioni (da parte del penitente le 5 «cose necessarie»; da parte del confessore la giurisdizione). Viene quasi dimenticato l'amore misericordioso del Padre, che perdona gratuitamente per mezzo di Gesù Cristo (a cui risponde il nostro atteggiamento di rendere grazie); la parte della Chiesa, ferita dalla mia mancanza di carità e tutta protesa alla guarigione e al mio rientro nella «comunione»; il necessario di spiegarsi del ' segno ' per accompagnare il processo penitenziale: dall’annuncio della Parola di Dio, alla «confessione» di essere peccatori, alla domanda di perdono, all'accusa, al gesto sacerdotale del perdono, all'azione di grazie.
    Teologia e comportamento rituale si sono influenzate a vicenda per portare il sacramento di Penitenza all'attuale situazione: viceversa il rinnovamento della teologia sacramentale in chiave ecclesiologica porterà a una revisione dei riti, e questa contribuirà all'acquisto di una nuova,( mentalità» e allo sviluppo del sacramento. Da questo punto di vista le celebrazioni penitenziali hanno un grande valore di educazione e di espressione della fede; non le utilizzeremo come una «trovata» nuova per sbrigarci con minor fastidio delle confessioni dei ragazzi, né penseremo che esse possano sostituire l'azione individuale di educazione della fede e del senso morale che si fa attraverso la direzione spirituale (con o senza assoluzione sacramentale).

    2. Come «celebrare» il sacramento della penitenza

    1. Si può pensare a una celebrazione della Parola di Dio con tema penitenziale, che non termina al sacramento, ma con un gesto espressivo di tutta l'assemblea e una formula deprecativa del sacerdote. Per esempio, tutti recitano il Confesso a Dio, e il sacerdote dice una delle due formule che ci sono all'inizio della messa (Il Signore... o Dio onnipotente...), o qualche altra.
    Per esempio il giorno delle Ceneri si potrebbe cominciare la celebrazione con alcune letture (dalla Bibbia, dai documenti ecclesiastici, dai giornali... sulla fame nel mondo) meditando sul nostro egoismo, sulla mancanza
    di carità, noi chiediamo perdono a Dio e in segno del nostro umile ritorno a lui, riceviamo sul capo le ceneri; segue la messa.

    2. Altre volte il nostro raduno avrà come scopo la «preparazione alla confessione». Pratica che si è fatta tante volte, tenendo buoni i ragazzi che aspettavano il loro turno con preghiere e con canti, aiutandoli anche a «fare l'esame di coscienza». Ma questa differisce profondamente dalle «celebrazioni comunitarie della penitenza» perché... non è «celebrazione»: manca cioè del carattere festivo della riunione, manca di una struttura interna e di un'articolazione gerarchica-comunitaria, che ne fa azione della Chiesa o la modella su di essa. Caratteristica della celebrazione è esprimere nel rito il mistero: mistero della comunità – anche piccola, anche parziale – radunata nel nome di Cristo, convocata nella Chiesa, per ascoltare la Parola e rispondere con un gesto di fede. Nella «celebrazione della Parola» (n. 1), la Parola di Dio è messa al centro dell'assemblea, e trae il suo potere santificante, quasi-sacramentale, dalla presenza di Cristo (Cost. Lit. 7): nella celebrazione di un sacramento, oltre al suo valore intrinseco, essa ha quello di assicurare la realizzazione qui, oggi, della salvezza annunciata. Così è nella messa, secondo forme definite dall'autorità centrale (il ciclo di letture); così negli altri sacramenti, in forme fisse (per es. il matrimonio o la confermazione amministrati nella messa) o libere, ma analoghe a quelle ufficiali.
    Nella celebrazione della Penitenza la Parola di Dio è l'annuncio di un evento di salvezza per questa comunità: evento sacramentale che trae la sua efficacia dalla Pasqua del Signore, «consegnato alla morte per i nostri peccati, risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom. 4,25). Essa, che è già grazia di conversione per quelli che il Signore chiama, proclama che «il Signore guarisce chi ha il cuore spezzato» (Sal. 146,3), che per la sua morte e risurrezione egli cancella le colpe e dà un cuore nuovo. Questa Parola di Dio sarà prolungata dall'annuncio profetico del sacerdote alle esigenze che essa comporta. Il sacerdote predica la conversione partendo da un testo, opportunamente scelto: ma non fa «la morale» né, regolarmente, un dettagliato esame di coscienza; soltanto pone degli interrogativi, per far uscire dal conformismo e dalla ' buona coscienza ' e disporre all'illuminazione dello Spirito Santo.
    Un secondo carattere della celebrazione è l'organizzazione degli elementi di preghiera e canto in funzione della Parola di Dio e del sacramento. Come mostrerà lo schema seguente, non si tratta tanto di un ordine «logico» astratto, quanto di un ordinamento che viene dalla vita e si collega alla grande tradizione eucologica della Chiesa. Anche in una celebrazione 'ridotta', questo ordinamento – purché riassunto personalmente – assicura organicità ed efficacia di fede, al di là di un semplice successo, legato a persone o a situazioni particolari, ma piuttosto di ordine estetico o sentimentale.
    Un ultimo aspetto collegato alla celebrazione si può considerare la 'straordinarietà' di questo 'evento ecclesiale', almeno rispetto a tutta la comunità: 3-4 volte all'anno nei principali periodi liturgici o in occasioni importanti della vita comunitaria (inizio dell'anno, ecc.): in forma ridotta, potrebbe essere accettabile nei ritiri mensili e bimestrali o nelle confessioni per classi», una volta al mese; in ogni caso, mi sembrerebbe normale nel corso degli esercizi spirituali.
    Il motivo è che «non ci si può convertire ogni otto giorni», intendo con questo la revisione seria e profonda del nostro atteggiamento spirituale. Ogni otto giorni c'è la messa, con l'annuncio della Parola di Dio e la comunione, che brucia tutti i peccati «quotidiani» purché ci sia la volontà di camminare verso Dio; ciò che non impedisce la confessione (li devozione a intervalli regolari, né la necessaria confessione che segue i peccati gravi, né la direzione spirituale. Perché è un evento straordinario, la celebrazione comunitaria della penitenza esige una seria e minuziosa preparazione: sia per la scelta del tema generale, o dei punti che interessano tutti, sia per la scelta dei passi biblici, dei canti, delle preghiere dell'assemblea e dei celebranti, sia per eventuali «gesti» dell'assemblea (come il bacio del crocifisso) o la stretta di mano in segno di affetto fraterno, o la colletta per i più poveri..., che devono, risultare veri, spontanei, espressivi; sia infine per la durata (mezz'ora-un'ora), lo stile (del presidente, dei lettori, del cantore, del commentatore... dell'assemblea) il ritmo (senza fretta, e senza inutili lungaggini; senza quei tempi morti che rivelano l'incertezza, ma lasciando ampio spazio a silenzi pieni e profondi).

    3. Osservazioni sullo svolgimento di una celebrazione

    Premessa

    Abitualmente conviene farla di seguito: ma talvolta potrebbe essere necessario o interessante, a causa del numero dei ragazzi o del tempo di riflessione maggiore che si vuole accordare, di dividere la celebrazione in due (tre) tempi. Nel primo si fa la Predicazione della penitenza (lettura-e, omelia, esame, «confessione» corale dell'assemblea, conclusa da una formula deprecativa del celebrante. Questa parte sarà abbastanza ricca anche per quelli che poi non si confessano);
    nel secondo, che segue immediatamente, si compie il Sacramento della penitenza: accusa individuale dei peccati, con la formula essenziale dell'assoluzione (durante questo tempo quelli che non si confessano e qul li che man mano sono già confessati potrebbero ritirarsi in silenzio in un'aula;
    infine tutti si ritrovano per l'Azione di grazie comune.

    Preparazione 

    Occorre un certo numero di confessori, perché non si prolunghi eccessivamente il tempo (10-15 minuti) delle confessioni individuali: uno ogni otto-dodici. I sacerdoti saranno vestiti con camice (o cotta) e stola (Direttorio, 66), e si disporranno, possibilmente, nel presbiterio come per la concelebrazione; uno di essi sarà il presidente della celebrazione e pronuncerà le orazioni e formule presidenziali.
    (Si potrebbe anche far assumere la stola solo al momento di ascoltare le confessioni, ma evitando ogni teatralità).
    Soprattutto per grandi celebrazioni, occorre una guida dell'assemblea (commentatore) e, sempre, un lettore.
    Eventualmente un salmista, o una piccola schola per le strofe dei salmi: purchè siano veramente in funzione della parola, e non del cerimoniale.
    Se non è stato fatto in precedenza, conviene spiegare l'andamento generale della celebrazione e dare gli avvisi pratici ci sul modo di fare l'accusa.
    Oorrendo, si impara o si ripassa un ritornello di canto.
    Si raccomandi di essere puntuali all'inizio, e di aspettare insieme la conclusione.

    Rito di entrata

    È destinato a costituire l'assemblea, come nella messa, per mezzo del canto e della preghiera presidenziale. Sin dall'inizio appare il «segno» della Chiesa, comunità gerarchicamente ordinata di popolo e ministri.
    Il canto, che deve essere familiare, per far subito presa sull'assemblea, si eseguisce mentre entrano i sacerdoti. Abbia una notevole ampiezza per creare il clima. Può essere un salmo, cantato in forma responsoriale; per es. salmo 50, ant. 1 oppure 2; salmo 24, ant. 1; salmo 84, ant. 5; salmo 122,
    ant. 1; salmo 129, ant. 3 oppure 1; altri salmi, eventualmente, secondo il tempo liturgico (ci riferiamo sempre al libretto Trenta salmi e un cantico, ed. LDC, oppure alla serie ECAS 01/...). Altre antifone si possono trovare nel libretto Proprio della Quaresima, ed. LDC. Inoltre molti canti della serie 10 nella collezione ECAS, dedicati alla Quaresima, Croce, Penitenza; soprattutto: 10/8 Dall'abisso del peccato; 10/9 Contro di te, Signore, abbiam peccato; 10/23 Padre, perdona; 10/24 Se tu mi accogli (altro testo: Signor, non oso dirti ancora, in Armonie di voci 1965, 1); 10/45 Non trattarci, Signore, secondo i nostri errori. Altri canti, generici, si possono scegliere secondo il tempo liturgico.
    Il saluto e l'invito del presidente alla preghiera e all'azione sacra sono indispensabili. Potrebbe esserci questa successione (gli ultimi due elementi non obbligatori):
    saluto: (Il Signore sia con voi)
    invitatorio (esempio: 1 Giov. 1,8-9) con l'invito: Preghiamo.

    Preghiera silenziosa (breve)
    Orazione del celebrante. Acclamazione: Amen,
    Testi di orazione: messa votiva per il perdono dei peccati; I, II, IV dom. di Avvento; Settuagesima; XI, XX, XXIII dom. dopo Pentecoste; I, II, III, IV oraz. delle Litanie dei santi. Inoltre le «preghiere salmodiche» dopo i salmi penitenziali e gli altri citati sopra (vedi Salterio corale, LDC).

    Predicazione della penitenza 

    La lettura può essere tratta dall'Antico o dal Nuovo Testamento; dall'A.T. specialmente i Profeti, dal N.T. specialmente il Vangelo. I racconti tengono meglio l'attenzione e si prestano più facilmente all'identificazione soggettiva. (Sfruttare soprattutto Luca 3,3-18; 7,36-50; 15; 16; 19; 22,54-62; Giov. 7,2-11; 4; 5; 9; 11; ecc.). Tener conto dei tempi liturgici e dell'età dei ragazzi.
    Una lettura può bastare, e sovente è meglio limitarsi ad una. Se si tratta del vangelo, lo legga uno dei sacerdoti «concelebranti» la penitenza, come il vangelo della messa; altrimenti può essere un lettore veramente capace.
    L’omelia deve aiutare a entrare negli atteggiamenti dei personaggi presentati dalla storia o predicati dal profeta; annunciare la salvezza che si attua oggi per l'assemblea che si converte alla parola di Dio.
    L'esame di coscienza si può fare in vari modi: per mezzo di poche frasi testualmente citate dalla lettura, che vengono confrontate con situazioni di vita della comunità; con un canto-preghiera di meditazione, nel quale alla invocazione del celebrante (che confronta la «proposta» di Dio con la nostra «risposta») segue un'acclamazione dell'assemblea: «Signore, pietà!», «Cristo, pietà», «Perdona, o Signore!», o il ritornello di un salmo. Evitare di essere troppo dettagliati: molto più importante è l'atteggiamento che non la trasgressione oggettiva alla legge. Lasciare tempi di silenzio dopo ogni enunciazione, e alla fine un grande silenzio. Anche la preghiera di confessione può assumere diverse forme. Per i più giovani possono servire brevi forme litaniche, per i più grandi la recitazione di un salmo della penitenza in forma alternata tra solista e tutti, e tra due cori. Anche qualcuno dei canti ricordati più sopra potrebbe servire.
    Per esempio: Ecas 10/23, oppure 10/49, 10/42 e 43; inoltre un canto di contemplazione della passione di Gesù in rapporto al nostro peccato: per es. 10/26 Cuore soave; 10/27 Dolce Signore; 10/28 Signore dolce volto; 10/47 0 mio popolo...
    Un esempio di invocazioni in Preghiere litaniche di R. Reviglio, ed. LDC.
    Al termine, (oppure in sostituzione delle preghiere precedenti) l'assemblea recita lentamente il Confesso a Dio, con cui ognuno si raccomanda alle preghiere della comunità dei «santi» (formula migliore dell'Atto di dolore).
    Il celebrante conclude con una formula di riconciliazione deprecativa: può essere il Misereatur (Dio onnipotente...) o l'Indulgentiam (Il Signore onnipotente...) o un'altra formula, a cui l'assemblea risponde: Amen.
    Alcuni propongono che tutti i sacerdoti «concelebranti» dicano insieme questa formula: nulla lo impedisce, quando essa sia quella comune usata nella messa (anche se è preferibile che sia uno solo a parlare). Ma tutti, a questo punto, stendono la mano (o le mani) in segno di benedizione.

    Sacramento della penitenza 

    Il presidente può iniziare con l'invitatorio del rituale: «Il Signore sia nel vostro cuore...».
    Poi iniziano le confessioni individuali dei penitenti. È raccomandabile che i sacerdoti per primi si confessino tra loro: ciò mostra che essi sono entrati in pieno nel movimento penitenziale dell'assemblea (e non hanno soltanto aspettato pazientemente che cominciasse, finalmente, qualcosa di serio...), e che anch'essi, ministri del perdono di Dio, sono dei penitenti. Il loro esempio faciliterà l'accesso ad alcuni più restii, e d'altra parte questa pausa permette ai primi di prepararsi immediatamente all'accusa.
    Se l'assemblea lo accetta volentieri, e non c'è pericolo di «caporalismo» o di qualsiasi costrizione morale, si può organizzare una «processione dei penitenti» (come alla comunione, ognuno si inserisce quando vuole...) col vantaggio dell'ordine e di una migliore espressione del segno ecclesiale. In precedenza si sarà spiegato il modo di fare, e si sarà raccomandato (come per la comunione) di non scegliere il confessore, ma di recarsi dal primo che è libero. I sacerdoti, per quanto è possibile, rimangano ai loro seggi nel presbiterio.
    Ognuno dice al confessore soltanto i peccati che deve o che vuole accusare, senza premettere nessuna formula. Normalmente il confessore si limita ad ascoltare, senza dare avvisi o raccomandazioni, (salvo necessità particolari), perché tutto l'insieme della celebrazione le supplisce abbondantemente.
    Il sacerdote impone la mano sul penitente e dice la formula sacramentale: «Io ti assolvo...» (l'assoluzione dalle censure, che rappresenta la riconciliazione con la Chiesa, non è necessaria per i ragazzi più giovani e per quelli che si confessano con una certa frequenza; per gli altri si deve dire in modo opportuno). Non si dà la «penitenza», che verrà proposta in comune.
    Durante questo tempo si conserverà il silenzio, o, preferibilmente, si farà suonare l'organo dolcemente (forse anche un disco o una registrazione, in mancanza dell'organo, può compiere questa funzione di suggerire un atteggiamento). Si può anche cantare un salmo o un canto con un ritornello familiare, intercalato con qualche passaggio del vangelo sul tema della celebrazione; ma qui la discrezione è molto importante, come, del resto, l'attenzione a non lasciar cadere l'interesse e la tensione durante questo periodo.
    A conclusione delle confessioni individuali, il presidente dice la preghiera del Rituale: «La passione di Gesù Cristo...» e tutti rispondono: Amen. Come «penitenza» o soddisfazione sacramentale, il presidente potrà proporre sia del le «preghiere» da dire (ma purtroppo questa è già la prassi quasi esclusiva delle confessioni private), oppure un gesto di mortificazione o di carità da compiere, subito o appena possibile (ma bisogna che sia concreto e facilmente eseguii le). Occorre ricordare che questa soddisfazione è un aiuto allo stabilirsi di abiti buoni, a correzione degli atteggiamenti sbagliati.

    Azione di grazie

    Riconciliati col Padre, possiamo con piena fiducia pregarlo. A questo punto potremmo invitare a pregare il Padre nostro, come ringraziamento. Poi il presidente dovrebbe pronunciare una preghiera di azione di grazie (sul tipo del prefazio; magari con l'invito: «Rendiamo grazie...: è cosa buona e giusta!») a cui l'assemblea risponde con un'acclamazione intercalata o un'acclamazione finale.
    Può servire qualche formula antica, quali si trovano nel libro Preghiere dei primi cristiani, Vita e Pensiero, Milano (per es. quella della Didaché); qualche prefazio del messale romano (Pasqua, Quaresima), o anche composizioni personali, nello stile liturgico (come questa di E. Amory: «È veramente cosa buona e giusta / renderti grazie, o Signore, / sorgente di luce e di vita, autore di ogni grazia, / lodarti sempre e dovunque / ma soprattutto in questo giorno / nel quale hai rinnovato le tue meraviglie di amore e di misericordia / per coloro che confidano in te. / Conservaci nella luce del tuo Spirito Santo / santificaci interamente, spirito anima e corpo, / perché possiamo invocarti sempre, nella comunione con tutti i tuoi santi, / per Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore, / che è Dio, e vive e regna con te, in unità con Io Spirito Santo / per tutti i secoli dei secoli. Amen». Anche un salmo come il 102 o il 144 può servire all'azione di grazie del presidente, eventualmente intercalato con un'acclamazione.
    Tutta l'assemblea termina con un canto pieno di gioia: il canto della Vergine Maria (Magnificat; Ecas 01/151), o un corale come 22/2 Noi canteremo gloria a te, 4/5 Te lodiamo, gran Signor, e simili. Troppo spesso nella confessione privata si dimentica di ringraziare: almeno la celebrazione comunitaria ci permette di esprimere insieme la gioia per la salvezza che tutti abbiamo ricevuto.
    Le celebrazioni comunitarie della penitenza, pur non essendo ancora «liturgiche», cercano le forme più adeguate per rispondere all'attesa di verità e di autenticità dei fedeli, specialmente dei giovani, e al senso profondo della tradizione ecclesiale. Con coraggio e umiltà, disposti a discutere, a rinnovare i nostri procedimenti, a vivere dall'interno l'avventura della fede e della conversione con i nostri ragazzi, proviamo e riproviamo, come buoni dispensatori della grazia che ci è stata donata in Cristo Gesù.


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