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    CATECHESI CON I GIOVANI /1. La catechesi nella vita della Chiesa



    Un quadro di riferimento teorico

    Marcello Scarpa

    (NPG 2018-04-6)

    La realtà dei giovani, così come quella della catechesi, attraversa un’epoca caratterizzata da rapidi cambiamenti. Entrambe sono oggetto di studio, ricerche e riflessioni che cercano di rispondere alle nuove condizioni sociali e culturali. Non mancano infatti analisi, convegni, testi di approfondimento specifico. Il rischio è che tutto rimanga nel recinto degli specialisti o degli esperti di settore senza che vengano coinvolti corresponsabilmente i diretti interessati. Invece, come ci ricordano le parole del vescovo E. Castellucci, «Se vogliamo, come Chiesa, arrivare ai giovani, occorre allora che vinciamo due tentazioni pastorali: la delega agli addetti ai lavori […] e la considerazione dei giovani come semplici destinatari di iniziative pensate ai tavoli degli adulti».[1] Da questo punto di vista il prossimo sinodo sui giovani e i loro cammini di fede, discernimento e vocazione (3-27ottobre 2018), su cui si sta già riflettendo sulle pagine di questa rivista, sarà senz’altro una notevole cassa di risonanza per risvegliare energie ed innescare processi per ringiovanire il volto della Chiesa.
    Con il seguente studio sulla catechesi con i giovani, data la complessità delle singole tematiche, più che ricercare risposte specifiche, si cercherà di allargare gli orizzonti per intrecciare intuizioni, prospettive, sviluppi futuri.
    In particolare:
    - Sulla catechesi. Da più parti si concorda sul fatto che i modelli tradizionali sembrano ormai inadeguati. Eppure, ognuno di essi è stato portatore di un valore che non può essere trascurato, ma che va invece adeguatamente ricompreso e valorizzato nel nuovo contesto culturale (i giovani di oggi) ed ecclesiale (la Chiesa al tempo di papa Francesco).
    - Sui giovani. Come sono realmente “i giovani di oggi”? Come sono stati “fotografati” dalle più recenti indagini sociologiche? Qual è l’atteggiamento della Chiesa nei loro confronti? La possibilità offerta ai giovani di tutto il mondo fra i 16 e i 29 anni di interagire attraverso il web compilando un questionario per ascoltarne la voce in occasione del prossimo sinodo è un evidente passo in avanti in termini di apertura, dialogo e corresponsabilità.[2] Quanto si potrebbe ulteriormente investire su ciò? Come valorizzare ulteriormente la risorsa giovanile?
    - Sulla catechesi per i giovani. È innegabile il fatto che fino ad oggi molte delle energie ecclesiali, nonostante testi, sussidi, i due volumi dei catechismi CEI per i giovani ed il più recente Youcat,[3] si sono indirizzate principalmente verso le catechesi ai fanciulli e i cammini di fede degli adulti. La catechesi dei giovani è invece una storia in cui molte pagine sono ancora da scrivere. Come pensarla oggi? Quali orizzonti devono guidarne il cammino e come tradurli in criteri operativi?
    Nel nostro percorso volgeremo uno sguardo al passato con il cuore orientato al futuro. Uno sguardo al passato, perché ciò consente di fare emergere alcune dinamiche che possono essere valide anche per la situazione attuale. Il cuore rivolto al futuro, perché siamo convinti di vivere, pur nell’attuale travaglio del cambiamento d’epoca,[4] un momento fecondo dello Spirito portatore di novità che devono radicarsi nei nostri cuori prima di irradiare tutta l’azione pastorale della Chiesa, in particolare quella della catechesi per i giovani.

    1. La catechesi nella vita della Chiesa

    La catechesi, una prima comprensione

    Che cos’è la catechesi? Di per sé questo termine non è presente negli scritti neotestamentari,[5] dove si ritrovano invece diverse altre forme verbali per descrivere le attività legate all’annuncio del Vangelo e al ministero della Parola di Dio. Infatti, la fedeltà alle parole di Gesù di andare ed insegnare a tutte le genti (cfr. Mc 16,14-20) venne espressa dalle prime comunità cristiane con diversi termini quali krazein (gridare), keryssein (annunciare), euangelizein (evangelizzare), martyrein (testimoniare), didaskein (insegnare), katechein (catechizzare), homilein (predicare), paradidonai (trasmettere).[6]
    In particolare, si tratta di gridare a squarciagola quel mistero che non può essere trattenuto solo per sé, ma va donato agli altri; di annunciare l’avvento del Regno di Dio, ossia di proclamare la bella notizia del Vangelo (evangelizzare); di testimoniare con la vita che la gioia della sequela Christi è più forte della morte, anche di quella cruenta del martirio; di avere l’audacia di insegnare la Parola dell’unico Maestro con le proprie deboli parole, di trasmettere fedelmente ciò che si è ricevuto e custodito (predicare).
    Relativamente alla catechesi, si tratta di lasciare che la Parola di Dio che cade dall’alto (kata = dall’alto in basso) penetri nelle fibre del proprio cuore e risuoni (eko = suono), propagandosi e annunciandosi all’esterno.[7] La catechesi sembra dunque essere, fin da subito, una questione di cuore. Di un cuore che vibra e palpita, che accoglie e trasmette, che custodisce e diffonde l’annuncio di salvezza fino ai confini del mondo.
    Non deve stupire questa varietà e differenza di termini. Non sono frutto di imprecisioni ma di un percorso storico complesso, in perenne divenire. Infatti, la catechesi non è un oggetto fisso ma una realtà viva nel corpo della Chiesa, «Lo stesso termine di catechesi, in passato, indicava il processo di introduzione alla comunità ecclesiale; in seguito, ha acquisito un taglio più esplicativo-dottrinale fino a coincidere con la dimensione formativa dei credenti».[8]
    Quali possono essere gli sviluppi attuali della catechesi? Prima di prefigurare scenari futuri è importante analizzare come è stata intesa e come si è sviluppata la prassi catechistica lungo la storia. Ogni epoca, infatti, offre un guadagno a quelle successive, dei punti di riferimento intorno ai quali poter continuare a riflettere anche oggi.

    Per la riflessione:
    - Quando pensiamo alla catechesi quali sono le fasce d’età che in primis si affacciano alla nostra mente? Siamo consapevoli del fatto che la catechesi sia una realtà viva e dinamica? Corriamo il rischio che l’esperienza ci suggerisca uno schema che riteniamo ormai sicuro e quindi definitivamente acquisito? Proviamo a stilare un elenco delle certezze e delle difficoltà che incontriamo nella prassi catechistica.
    - Abbiamo mai pensato che un mondo in rapido cambiamento interpella in modo nuovo anche la nostra catechesi? Quando cerchiamo soluzioni adatte alla nostra realtà, dove andiamo a trovarle? Siamo abituati a confrontarci sull’attività catechistica? Proviamo a pensare su come programmiamo gli incontri catechistici, sulla base di quali elementi maturiamo le nostre scelte e/o interventi e sui tempi che dedichiamo per sottoporre a verifica le nostre attività.
    - Siamo consapevoli che la catechesi, prima ancora di essere un ruolo che ci è stato affidato è questione di un cuore che sa coinvolgersi ed appassionarsi? Come ringiovaniamo il nostro cuore pastorale? Proviamo a riflettere sulla qualità del nostro aggiornamento catechistico (contenuti, strumenti, metodi, convegni, novità editoriali nel campo della catechesi), della nostra formazione spirituale (ritiri, incontri, lectio, esercizi spirituali) e della nostra presenza ecclesiale (partecipazione ad eventi comunitari e/o diocesani quali veglie di preghiera, feste, celebrazioni e ricorrenze varie).

    La catechesi: alcune tappe storiche

    Gli storici della catechesi concordano nel ritenere che le attività catechistiche non sono il frutto di iniziative puramente umane ma che esse abbiano avuto origine dalla precisa volontà di Gesù.[9] Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium sull’annuncio del vangelo nel mondo attuale,[10] esprime chiaramente questo momento iniziale: «L’evangelizzazione obbedisce al mandato missionario di Gesù: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20). In questi versetti si presenta il momento in cui il Risorto invia i suoi a predicare il Vangelo in ogni tempo e in ogni luogo, in modo che la fede in Lui si diffonda in ogni angolo della terra» (EG 19).
    Non si può dunque fare catechesi se non in risposta di fede al Signore che invia i suoi discepoli a prolungare l’annuncio della lieta notizia del Vangelo «fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). La catechesi, dunque, non è solo un’attività da compiere ma un processo che ci fa collaboratori della missione di Gesù. Quanta fiducia ha il Signore in noi! È proprio da questo sguardo confidente che traggono motivo lo slancio missionario e la gioia dell’evangelizzazione che nessuno deve farsi sottrarre.[11]
    In che modo le prime comunità cristiane corrisposero a questa fiducia accordata loro dal Signore? Come approfondiremo, la predicazione apostolica non si limitò a comunicare informazioni sulla Parola di Dio rivelatasi in Gesù, ma puntava dritto alla conversione del cuore, ovvero a «una necessaria educazione al pensiero e alla mentalità di Cristo, per vivere una vita nuova».[12]
    Di seguito, si riportano alcune dinamiche, riflessioni e opere catechistiche così come si sono succedute lungo il corso dei secoli. Esse non cessano di offrire intuizioni che ancora oggi possono essere utili a quanti hanno a cuore la catechesi.

    La catechesi dialoga con la cultura
    La Parola quando viene annunciata risuona sempre nei cuori di persone concrete, che vivono in un certo contesto, con una propria mentalità di vita e di fede. L’annuncio non avviene mai a vuoto, ma è sempre inculturato, bisogna tenerne conto se non si vuole che la catechesi cada nel vuoto. Come confrontarsi con questa situazione?
    Da questo punto di vista, i primi secoli di vita cristiana furono un vero laboratorio di fede all’interno di un contesto ricco e variegato, segnato dalla multiculturalità e da differenti espressioni del sapere scientifico, filosofico e religioso. Nei centri accademici di Antiochia ed Alessandria d’Egitto iniziarono a svilupparsi le prime riflessioni teologico-catechistiche sul cristianesimo. Infatti, la necessità del confronto con la cultura religiosa (giudaica e pagana) e filosofica del tempo (greca e gnostica) e l’esigenza di dover rendere ragione dei motivi per affidarsi alla novità di Cristo fecero maturare alcune opere di insegnamento catechistico che si proponevano di istruire alla verità cristiana a fronte delle altre verità. Fra esse, ricordiamo il Protrettico di Clemente d’Alessandria (150-215 d. C), il De principiis di Origene (185-253 d. C), e l’Oratio catechetica Magna di Gregorio di Nissa (335-394 d. C).
    Sostanzialmente, esse esortavano ad abbracciare la nuova fede a partire dai dati scritturistici e ponendosi in dialogo fruttuoso con la cultura del tempo.[13] A tale scopo, venivano riconosciute nelle altre religioni, nelle filosofie greche ed orientali, nella cultura classica e letteraria degli elementi di verità che preparavano alla venuta di Cristo, pienezza della Rivelazione divina.

    La catechesi è un cammino di vita
    Nei primi secoli del cristianesimo le comunità ecclesiali sentirono l’esigenza di rispondere in modo adeguato alle richieste di quanti, una volta accolto l’annuncio di Cristo, si convertivano alla nuova fede e chiedevano di aderirvi attraverso il sacramento del battesimo. A partire dalla fine del II secolo si consolida un percorso di tipo pastorale-liturgico approvato dall’autorità ecclesiastica detto di catecumenato,[14] che è proprio il cammino di formazione necessario per diventare cristiani. La prima opera che descrive in maniera completa l’istituzione del catecumenato è la Traditio Apostolica di Ippolito (215 d. C) che articola il percorso secondo le seguenti tappe:
    a) L’esame dei candidati. Gli adulti che chiedevano il battesimo venivano presentati ai responsabili delle comunità per essere interrogati sulle motivazioni della loro richiesta. Lo scopo era di verificare la sincerità e la consistenza della loro conversione e l’esistenza delle condizioni richieste per l’ascolto delle catechesi e la pratica degli impegni morali che ne scaturivano.
    b) Il periodo del catecumenato. Durante un periodo di tre anni i candidati venivano regolarmente istruiti da una persona formata e delegata dalla comunità a tale compito. Le catechesi consistevano in istruzioni che presentavano gli episodi della storia della salvezza e le prescrizioni della vita cristiana. Al termine dei tre anni era previsto un secondo esame per la verifica della condotta morale del catecumeno.
    c) La preparazione immediata ai sacramenti dell’iniziazione cristiana. Coloro che avevano superato il secondo esame venivano scelti per la preparazione immediata ai sacramenti dell’iniziazione cristiana (Battesimo e Confermazione). Nel periodo di quaresima i candidati venivano separati dagli altri catecumeni per ascoltare le catechesi sul Vangelo. Quotidianamente ricevevano un’imposizione delle mani e venivano esorcizzati dal vescovo. Il venerdì prima del battesimo digiunavano, il sabato vegliavano ascoltando letture bibliche ed istruzioni morali. All’alba della domenica di Pasqua ricevevano il battesimo e la cresima, per poi partecipare all’eucarestia comunitaria insieme agli altri fedeli. Il catecumenato era così concluso e i nuovi battezzati partecipavano alla vita della comunità.
    La struttura pastorale del catecumenato iniziò lentamente a decadere dopo l’editto di Costantino del 313 d.C. che riconobbe il cristianesimo fra le religioni ufficiali dell’Impero romano. Infatti la non perseguibilità dei cristiani e la convenienza legata all’appartenenza anagrafica alla fede cristiana spinse molti sudditi a richiedere i sacramenti dell’iniziazione per beneficiare dello status religioso. Con il diffondersi del battesimo dei bambini a partire dal V secolo il catecumenato, che era pensato per i neoconvertiti adulti, terminò di adempiere il compito formativo di preparazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana.[15]

    Catechesi e formazione dei catechisti
    Paradossalmente, quasi per bilanciare il progressivo impoverimento del catecumenato, iniziarono a prodursi ampie raccolte di catechesi.[16] Infatti, si avvertiva con sempre maggiore urgenza il problema di definire con chiarezza i contenuti (cosa annunciare), il metodo (come annunciare) e il fine da raggiungere con l’azione catechistica. A tale scopo, fra il 399 e 404 d.C. sant’Agostino compone il De catechizandis rudibus,[17] un’opera di metodologia catechistica scritta in forma di lettera al diacono Deogratias che, a causa delle difficoltà incontrate, chiedeva consigli sul modo di fare catechesi con i rudi (principianti) nella fede. L’autore, con uno stile semplice e confidenziale, presenta in tre punti il metodo più appropriato da utilizzare per l’efficacia delle catechesi:
    a) La narratio. Alle persone semplici nella fede è sufficiente raccontare gli episodi più significativi della storia della salvezza evitando di dilungarsi in dettagli inutili o secondari. Inoltre, poiché i rudi nella fede sono più sensibili all’ascolto degli interventi prodigiosi di Dio, bisogna narrare solo i fatti più formidabili (mirabiliora) della Bibbia perché attirano maggiormente l’attenzione e sono i più adatti per evidenziare lo straordinario amore di Dio per l’uomo. Anche la narrazione deve essere fatta con amore, in maniera tale da suscitare nel catechizzando il medesimo sentimento: «Pertanto, dopo esserti proposto un tale amore come fine a cui orientare tutto ciò che dici, esponi ogni cosa in modo che chi ti ascolta ascoltando creda, credendo speri e sperando ami» (DCR 4.8).
    b) La cohartatio. Con questo termine si indica la speranza nella risurrezione. Essa va annunciata infondendo il timore delle pene divine riservate agli empi e il premio del regno di Dio che spetta agli uomini giusti e fedeli. Perciò, ai catechizzandi va ricordata l’importanza di vivere secondo i precetti della morale, cioè con «un comportamento cristiano ed onesto» (DCR, 7.11). Infatti, da fine conoscitore dell’animo umano, Agostino sapeva quanto fosse importante suscitare nei rudi, le cui motivazioni di fede erano ancora deboli, «il desiderio della Risurrezione, il solo che può veramente spingere il cristiano a vivere nella città terrena con impegno e rettitudine».[18]
    c) La hilaritas. La lieta novella del Vangelo non potrebbe essere efficace al di fuori di un annuncio gioioso (hilaritas). Infatti, quanto più l’esposizione del catechista vibra di gioia tanto più riuscirà gradito ed «accetto presso chi lo ascolta: è questo il massimo impegno a cui occorre dedicarsi» (DCR 2.4). Ciò richiede che il catechista coltivi la propria dimensione spirituale perché egli non potrà testimoniare la gioia del vangelo se non è capace di vincere la noia interiore che può assalirlo nell’esposizione catechistica (Agostino analizza sei tipi di situazioni problematiche proponendo altrettanti rimedi).[19] Pertanto, il catechista deve chiedere tale dono nella preghiera, affidandosi alla grazia di Dio che ama chi dona con gioia (cfr. DCR 2.10).
    Altri elementi di rilievo presenti nella lettera catechistica sono la capacità di variare l’annuncio in base alle circostanze e alla tipologia dei destinatari (DCR 15.23), ed il clima di amicizia che si deve instaurare fra catechizzando e catechista (DCR 4.7).

    La catechesi “entra” nei libri
    Nel nuovo contesto di societas christiana dell’alto medioevo (VI-X secolo) la catechesi coincide sostanzialmente con le diverse forme di predicazione mentre il processo di iniziazione dei fanciulli è affidato alle famiglie. Inoltre il contatto con i popoli barbari portò allo sviluppo di forme di catechesi realizzate attraverso il sussidio visivo delle immagini che ben si adattavano a persone semplici e spesso analfabete.[20] Contemporaneamente si diffondono gli Omeliari, ovvero delle raccolte di commenti biblici utilizzabili sia in contesto liturgico per la predicazione domenicale che in ambito pastorale o per l’edificazione personale.[21]
    Il basso medioevo (XI-XV secolo) si caratterizza per la nascita delle università, per l’attenzione a partire dal Concilio Laterano IV (1215) per la formazione dei predicatori e per la fondazione degli Ordini religiosi mendicanti dei francescani e dei domenicani, questi ultimi specializzati nel ministero della predicazione. In questo contesto, «nacque anche una ricca letteratura per la formazione e l’istruzione cristiana del popolo, mediata da parroci, monaci mendicanti, predicatori itineranti».[22] Fra gli strumenti più importanti per l’istruzione cristiana del popolo ricordiamo:
    a) I testi agiografici. Furono uno strumento efficace di catechesi perché da un lato attraevano gli ascoltatori con la narrazione di eventi straordinari e miracolosi, dall’altro presentavano i santi come figure riuscite di vita cristiana, dei veri modelli da imitare. I punti della dottrina e della morale cristiana erano presentati in maniera concreta ed incarnata, cioè così come erano stati vissuti dai santi nella loro esistenza terrena. In tal modo l’umanità dei santi, con i loro sentimenti e le loro emozioni facilitava l’interiorizzazione dei valori della dottrina cristiana che avevano testimoniato con la loro vita.
    b) I Settenari. Il metodo, particolarmente adatto per l’istruzione religiosa popolare, si basava sulla tecnica mnemonica del numero sette per trasmettere gli elementi fondamentali del dogma e della morale necessari alla vita del buon cristiano. Il più famoso fu il De quinque septenis seu Septenariis di Ugo di S. Vittore. In esso, con un linguaggio immediato e ricco di immagini, s’intrecciano cinque diversi settenari. Ai sette vizi capitali che fanno ammalare il cuore dell’uomo sono contrapposti, come rimedio salvifico, le sette richieste del Padre Nostro. Dio stesso, poi, fascia le ferite dell’uomo con i sette doni dello Spirito Santo, le sette virtù dell’anima e le sette beatitudini evangeliche.
    c) I Lucidari. Il più diffuso fu l’Elucidarium di Onorio di Autun, tradotto in molte lingue. È un catechismo che sotto la forma di domande, poste da un discepolo, e di risposte, fornite da un maestro, offre delucidazioni sul dogma, sulla storia sacra, sulla vita dell’uomo nel mondo ferito dal peccato e sulla sua salvezza nella vita futura. Tra i motivi del successo dell’opera: la facilità di apprendimento mnemonico dei contenuti dovuta alla struttura di domanda-risposta, l’uso di un linguaggio semplice che traduce le nozioni razionali in immagini fortemente espressive e la contrapposizione di concetti quali bene e male, giusti e peccatori, paradiso e inferno, e così via.
    d) Gli Opuscoli catechistici. Tra i più noti troviamo gli Opuscoli spirituali di S. Tommaso d’Aquino. Poiché la salvezza consiste nella retta conoscenza della verità verso cui muovere la volontà e l’agire, ogni cristiano per salvarsi è tenuto a conoscere cosa deve credere, cosa deve desiderare e cosa deve fare. Da qui lo schema tripartito degli opuscoli intorno alle virtù teologali della fede (che cosa credere: il Simbolo degli Apostoli), della speranza (cosa chiedere a Dio è stato insegnato da Gesù: il Padre nostro), e della carità (come agire: i dieci comandamenti sintetizzati nel comandamento nuovo dell’amore a Dio e al prossimo). Tutta la vita cristiana ruota intorno a queste tre esigenze, ma è saggio iniziare a maturare questi atteggiamenti virtuosi fin dall’adolescenza.
    L’attenzione catechistica ai fanciulli è al centro dell’opera De parvulis ad Christum trahendis (1402) di Gersone. L’idea fondamentale è che per rinnovare la vita morale dei cristiani e riformare la Chiesa c’è bisogno di partire dall’educazione religiosa dei fanciulli. Essi non solo sono più docili ed obbedienti degli anziani ma hanno l’animo meno appesantito dal peso dei peccati. L’itinerario pedagogico per condurre i fanciulli a Cristo si basa sulle parole di Gesù (Lasciate che i fanciulli vengano a me e non glielo impedite, cfr. Mt 19,14) ed ha come punti di riferimento il sacramento della Confessione e la direzione spirituale vissuti in un ambiente amichevole e gioioso.[23]

    Il catechismo, un libro per le verità di fede
    Il sedicesimo secolo fu caratterizzato da una serie di eventi che provocarono grandi mutamenti politici ed ecclesiali, quali la nascita degli Stati nazionali e la riforma protestante. In un tempo di povertà spirituale e di ignoranza religiosa, sia del popolo che del clero, il Concilio di Trento (1545-1563) diede avvio al rinnovamento delle istituzioni ecclesiali e al rilancio delle attività di evangelizzazione della Chiesa cattolica attraverso la predicazione e l’insegnamento della dottrina cristiana.
    Per quanto riguarda la predicazione il Decretum secundum super lectione et praedicatione,[24] promulgato nella quinta sessione del concilio tridentino del 17 giugno 1546, stabiliva alcune indicazioni concrete, perché non venisse trascurato «il tesoro celeste dei libri sacri che lo Spirito Santo ha donato agli uomini».[25] In esso si affermava che tutti i vescovi, a meno di impedimenti legittimi, avevano il compito di predicare personalmente il sanctum Iesu Christi evangelium, in quanto la predicazione era proprio il praecipuum episcoporum munus.
    Anche tutto il clero in cura animarum doveva predicare personalmente, almeno nelle domeniche e nelle feste più solenni; esso infatti «doveva nutrire il popolo loro affidato con una salutare predicazione secondo la propria capacità e quella dei loro ascoltatori, insegnando ciò che tutti devono sapere per essere salvi e denunciando in poche parole e con un linguaggio accessibile i vizi da fuggire e le virtù da praticare, per evitare la pena eterna e conseguire la gloria celeste».[26] La predicazione era quindi il dovere principale dei vescovi e dei pastori e si doveva intendere come spiegazione al popolo della Scrittura, come esortazione morale e indicazione della via che il cristiano doveva percorrere per conseguire la salvezza.
    Nell’ampio decreto De Reformatione del 1563 la predicazione veniva strettamente collegata alla spiegazione catechistica dei sacramenti da farsi durante la celebrazione della messa,[27] all’esortazione morale e «all’insegnamento metodico dei “rudimenta fidei” (vale a dire della dottrina cristiana, o meglio cattolica)»[28] che sarebbero stati successivamente fissati nel Catechismus ad parochos[29] che assumerà un ruolo fondamentale per l’istruzione dei fedeli.
    Dopo un lungo lavoro di preparazione da parte delle commissioni conciliari, il catechismo fu pubblicato nel 1566. Così come indicato dal titolo, non era uno strumento diretto al popolo, ma ai parroci a cui offriva dei contenuti dottrinali, corredati da rimandi biblici e patristici, esposti didatticamente secondo quattro nuclei: la Fede, i Sacramenti, i Comandamenti, la Preghiera. Quanto al metodo, si trattava di adattare l’esposizione alle capacità dei fedeli. Veniva anche evidenziata la componente biblica e storica, in quanto ogni dottrina procede dalla Parola di Dio che si trova nella Scrittura e nella Tradizione. In questo modo veniva offerto ai parroci e ai predicatori un modello di predicazione e catechesi che avevano lo scopo di «riunire indissolubilmente la dottrina e il Vangelo, elemento catechistico e Scrittura, scienza e storia»[30].
    Il catechismo rappresentò una svolta nel panorama dell’insegnamento della dottrina cristiana al popolo di Dio perché presentava le verità di fede in maniera semplice, sistematica ed organica, cercando di venire incontro al non elevato livello culturale del clero. Ci sono poi altri catechismi cattolici che lo hanno preceduto (quelli di Pietro Canisio e di Castellino da Castello) e quelli successivi (come quello del Bellarmino) che, per la semplicità e la diversità dei destinatari, ebbero maggiore diffusione tra il popolo e lo stesso clero.[31] Il modello di catechesi tridentina che si basava su un corpo dottrinale di verità da spiegare razionalmente rimase sostanzialmente invariato fino al XX secolo quando si recuperarono le istanze catechistiche del kerigma e del catecumenato antico. A partire dal Concilio Vaticano II emersero le esigenze educative, comunitarie e comunicative della catechesi, oggi sufficientemente acquisite. Da allora la catechesi ricerca il dialogo fruttuoso con le scienze umane, integrando i suoi percorsi all’interno dell’intera azione pastorale della Chiesa.[32]
    Non è possibile approfondire ora gli sviluppi che nel postconcilio sono maturati dalle radici scritturistiche (catechesi bibliche), liturgiche (catechesi mistagogiche), morali (catechesi e dieci comandamenti), spirituali (catechesi e lectio divina) ed esperienziali dei secoli precedenti. Argomenti che non abbiamo certo derubricato dalla nostra agenda ma che ci proponiamo, data la loro ampiezza, importanza e complessità, di presentare in una Rubrica che sarà la continuazione naturale e operativa del presente Dossier.

    Per la riflessione:
    - Tenendo conto delle dinamiche catechistiche che sono emerse dal percorso storico, interroghiamoci:
    - Siamo consapevoli del fatto che la catechesi s’inserisce sempre in una data cultura? Proviamo a riflettere su quali siano le caratteristiche principali della nostra cultura attuale e a farne un elenco. Come penseremo di tenere conto di questi aspetti all’interno delle nostre attività catechistiche?
    - Dall’excursus storico, proviamo a raccogliere una serie di elementi che potrebbero rafforzare i nostri cammini formativi. Come potremo integrare le diverse polarità (ad es.: dottrina-iniziazione, catechismo-Bibbia, memorizzazione-narrazione, insegnamento-spiegazione, attenzione ai contenuti-contesto di vita della persona, comandamenti-sacramenti, morale-liturgia, etc..) all’interno delle nostre catechesi? Quali altri aspetti pensiamo che si possano aggiungere?
    - Quale attenzione poniamo all’aspetto relazionale nei nostri incontri catechistici? Qual è il nostro grado di coinvolgimento personale? Cosa urta la nostra sensibilità e cosa la gratifica? Quale considerazione abbiamo dei nostri interlocutori? Proviamo a far emergere la visione antropologica che soggiace alle nostre idee, decisioni e valutazioni. Che visione di giovane ne risulta?

    NOTE

    [1] E. Castellucci, Chiesa e giovani, parola di vescovo, in: “Note di pastorale giovanile” 51 (2017/2) 29-30.
    [2] «Obiettivo di questa indagine è quello di darti l’opportunità di farti sentire, di esprimerti, di raccontare quello che sei e ciò che vuoi far sapere di te»: https://youth.synod2018.va/content/synod2018/it.html (15 novembre 2017).
    [3] Conferenza Episcopale Italiana, Il catechismo dei giovani/1. Io ho scelto voi, LEV, Città del Vaticano 1993; Idem, Il catechismo dei giovani/2. Venite e vedrete, LEV, Città del Vaticano 1997; Conferenza Episcopale Austriaca in accordo con le Conferenze Episcopali Tedesca e Svizzera, Youcat. Youth Catechism per conoscere e vivere la fede della chiesa, Città Nuova, Roma 2011.
    [4] «Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli»: Papa Francesco, Discorso ai rappresentanti del V Convegno Nazionale della Chiesa italiana a Firenze, (10 novembre 2015).
    [5] Cfr. E. Alberich, Catechesi, in: J. Gevaert (ed.), Dizionario di Catechetica, LDC, Leumann (TO) 1986, 104.
    [6] Cfr. E. Alberich,
    La catechesi oggi. Manuale di catechetica fondamentale, LDC, Leumann (TO) 2002, 70.
    [7] Cfr. G. Ruta, Catechetica come scienza. Introduzione allo studio e rilievi epistemologici, Coop. S. Tommaso - LDC, Messina – Leumann (TO) 2010, 21.
    [8] F. Placida, Comunicare Gesù. La catechesi oggi, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2015, 99.
    [9] Cfr. ibidem, 24.
    [10] Francesco, Evangelii Gaudium (=EG). Esortazione apostolica sull’annuncio del vangelo nel mondo attuale, (24 novembre 2013).
    [11] «Per tutto ciò mi permetto di insistere: non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione»: EG 83.
    [12] G. Ruta, Catechetica come scienza, 40.
    [13] Cfr. ibidem, 41-48.
    [14] Il termine “catecumenato” significa letteralmente “istruire a viva voce”, ed aveva il significato di far riecheggiare l’annuncio già proclamato, cfr. G. Groppo, Catecumenato, in: J. Gevaert (ed.), Dizionario di Catechetica, 134.
    [15] Cfr. Ibidem, 134-135.
    [16] Fra le più importanti, le Catechesi di Cirillo di Gerusalemme, le Catechesi battesimali di Giovanni Crisostomo, le Omelie battesimali e mistagogiche di Teodoro di Mopsuestia, le Catechesi al popolo di Cromazio di Aquileia, la Spiegazione del Credo, i Misteri e i Sacramenti di Ambrogio di Milano.
    [17] Augustinus, Prima catechesi per i non cristiani. De catechizandis rudibus (= DCR), traduzione di Chiara Fabrizi e Paolo Siniscalco, Città Nuova, Roma 1993.
    [18] G. Ruta, Catechetica come scienza, 55.
    [19] Cfr. O. Pasquato, Agostino, in: J. Gevaert (ed.), Dizionario di Catechetica, 24.
    [20] Cfr. L. La Rosa, La trasmissione della fede. Percorsi storici (sec. IV-XV), Coop. S. Tommaso - LDC, Messina – Leumann (TO) 2009, 209-213.
    [21] Cfr. G. Groppo, Medioevo (Catechesi del), in: J. Gevaert (ed.), Dizionario di Catechetica, 411-412.
    [22] L. La Rosa, La trasmissione della fede, 459. Per la letteratura catechistica che di seguito si presenta, cfr. ibidem, 474-494.
    [23] Sull’opera di Gersone, cfr. G. Ruta, Catechetica come scienza, 64-71.
    [24] Cfr. G. Alberigo et Alii, Conciliorum Oecumenicorum Decreta, EDB, Bologna 1996, 667-670.
    [25] Ibidem, 667.
    [26] Ibidem, 669.
    [27] Cfr. A.M. Burlini Calapaj, Le indicazioni del Concilio di Trento circa la predicazione e la loro incidenza nella prassi, in: P. Chiaramello, L’omelia, Centro Liturgico Vincenziano – Edizioni Liturgiche, Roma 2012, 48-49.
    [28] R. Rusconi, Rhetorica Ecclesiastica. La predicazione nell’età post-tridentina fra pulpito e biblioteca, in: G. Martina – U. Dovere (edd.), La predicazione in Italia dopo il Concilio di Trento tra Cinquecento e Settecento, Dehoniane, Roma 1996, 19.
    [29] Il Catechismus romanus seu cathechismus ex decreto Concilii Tridentini ad parachos fu pubblicato nel 1566. Su di esso, cfr. P. Braido, Storia della catechesi. 3. Dal «tempo delle riforme» all’età degli imperialismi (1450-1870), LAS, Roma 2015, 127-142.
    [30] P. Braido, Lineamenti di storia della catechesi e dei catechismi, 138.
    [31] Cfr. F. Placida, Comunicare Gesù, 35.
    [32] Cfr. G. Ruta, Catechetica come scienza, 139-168.


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