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     Beatitudini

    Luigino Bruni

    fotobruni
    La purezza è un muro caduto

    La povertà di gioia che l’Europa e l’Occidente conoscono ormai da tempo, è conseguenza diretta dell’oblio della logica e della sapienza delle beatitudini. Le beatitudini incorporano ed esprimono tutti quei valori scartati e disprezzati dal capitalismo, e quindi dal nostro mondo sempre più costruito a immagine e somiglianza del dio business. Mitezza, costruzione di pace, povertà, misericordia, purezza, non sono le parole dell’economia capitalistica e della sua finanza, perché se le prendessimo sul serio dovremmo disfare i nostri imperi di sabbia e iniziare a edificare la casa dell’uomo delle beatitudini.
    Non a caso, in questi tragici e meravigliosi giorni di risveglio, inatteso e sorprendente, delle beatitudini in molta parte d’Europa, i grandi assenti sono le grandi imprese e le banche, che, con l’empatia senza compassione, continuano indifferenti e ignavi le loro produzioni e i loro riti, non aprono le porte delle loro "case", non sanno togliersi le scarpe per reimparare a camminare a piedi nudi. Come l’Adam, come i bambini, come i poveri.
    Purezza è la parola meno capita e amata dalla nostra civiltà dei consumi e della finanza. Eppure senza purezza il mondo non lo capiamo, perché vediamo soltanto le sue dimensioni più superficiali e ci sfugge la visione delle cose più belle. Vedendo poco e male, perdiamo l’enorme bellezza nascosta in ciò che appare come impuro e repellente. Nel Vangelo la purezza è strettamente legata al cuore e agli occhi: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio». Il cuore nell’umanesimo biblico esprime la natura profonda, spirituale e concreta della persona. Nella cultura ebraica e quindi in quella di Gesù e degli evangelisti, Dio però non si vede. È questa una delle verità più profonde e radicali dell’intera Bibbia, il centro della sua lotta contro ogni idolatria che adora dèi visibilissimi e quindi falsi. YHWH è una voce, che possiamo ascoltare tramite la parola dei profeti, che possiamo sentire palpitare viva nell’universo. La condizione che accomuna tutti gli umani e quella di ascoltatori non vedenti di Dio. Che cosa vede allora il puro se Dio non si vede? E che cosa è questa purezza nuova e diversa, la purezza del cuore?
    Per capirla, o almeno intuirne qualcosa, occorre ricordare che il mondo antico aveva una sua idea di puro e di impuro, che era alla base di tutto l’ordine sociale e religioso. Esistevano luoghi puri e luoghi impuri, persone, animali, mestieri, momenti, attività, oggetti puri e impuri e la società era costruita in modo da evitare le contaminazioni e proteggere la purezza dall’impurità. Tutta la gerarchia sacrale si spiegava in rapporto a questa sua funzione di separazione. Il messaggio cristiano operò un vero e proprio ribaltamento nella visione del puro e dell’impuro (già prefigurata da alcuni profeti e dal libro di Giobbe), proponendo una nuovissima idea di purezza che superava la categoria stessa di impurità. Ecco perché la purezza del cuore non è l’innocenza meravigliosa dei bambini, né quella degli animali e della natura. Queste purezze naturali erano la sorgente della purità sacrale delle comunità antiche, che dopo averla persa cercavano di ricostituirla sacrificando agli dèi animali, vegetali, vergini, bambini. Ma la separazione del puro dall’impuro, dei puri dagli impuri, era troppo radicata nel mondo perché questa rivoluzione del Vangelo potesse durare a lungo e generare una nuova civiltà. E così, anche nel cuore della cristianità abbiamo ricreato gli impuri e i lebbrosi, e abbiamo ricostruito mattone dopo mattone la stessa cultura dell’immunità (incontaminazione) pre-cristiana, che sta vivendo la sua apoteosi proprio nel nostro tempo apparentemente non religioso e secolarizzato, di cui le multinazionali sono i principali apostoli.
    La purezza del cuore è esattamente l’opposto dell’antica (e post-moderna) cultura del puro contrapposto all’impuro. Francesco nel suo testamento ci dice che la sua conversione iniziò veramente quando cominciò a frequentare i lebbrosi di Assisi, abbattendo così la cortina di separazione della purezza dall’impurità. La purezza del cuore non scappa dai lebbrosi. Va loro incontro, li cerca, li ama, li abbraccia, li bacia. La prima caratteristica di questa purezza è l’eliminazione del termine impuro dalle parole cattive, e pensare che è proprio ciò che chiamiamo impurità la via dove passa la vita vera. Allora il primo dono di occhi nuovi che il puro riceve è vedere un mondo diverso, da dove è scomparsa l’impurità. Per questa ragione un chiaro segnale che non ci troviamo in presenza di occhi di purezza è ritrovare la distinzione tra puri e impuri – per mettersi, ovviamente, dalla parte dei primi.
    Se è così, si capisce che una caratteristica generale che ritroviamo nelle persone pure di cuore è il non auto-definirsi pure. Crollata la barriera tra puro e impuro, la purezza diventa l’ambiente, ed essendoci dentro i puri di cuore non la vedono più. Questa eliminazione della cortina tra puro e impuro avviene in vari modi. Quasi sempre è un dono, qualche volta è un atto di liberazione che giunge in un determinato momento della vita. Ma sempre è un moto dell’anima che non è teso a conquistare la purezza, perché cercare direttamente la purezza è la via maestra per perdere quella che avevamo già e non lo sapevamo, e ritrovarci solo con la purità pagana. Anche per questa ragione, la purezza del cuore, come tutte le altre beatitudini, non può essere chiamata virtù, perché arriva senza cercarla. Quindi è la pura libertà e la felicità più profonda. È questa la prima purezza del puro: essere puro e non accorgersene, e quindi non potersi appropriare della sua purezza. È la purezza della purezza. Il puro di cuore poi non è riconosciuto come tale, perché questa purezza non si vede, e quando la vediamo è quella antica e pre-cristiana. Il mondo è popolato di puri di cuori, ma non siamo capaci di vederli, anche perché cerchiamo la purezza dove non c’è.
    Il puro si dovrebbe riconoscere da quello che riesce a vedere attorno a sé. Vede Dio. Ma se Dio non si vede, che cosa vede il puro? Vede, sente, una presenza d’infinito dentro di sé, che alcuni sentono e chiamano divina, e che molti altri vedono e sentono ugualmente ma non sanno chiamarla per nome. E la scorge anche nella natura, nel mondo, ovunque. Ma soprattutto la scorge negli altri, in tutti gli altri che incontra o che scopre nei libri, nella musica, nell’arte, nella poesia. Vede ogni uomo e ogni donna come un tabernacolo che custodisce una presenza, anche quando ha perso la chiave e la porticina rimane sempre chiusa. E così è attratto da ogni persona, è un innamorato della vita e ancor più della gente. L’amore del puro è tutto agape, ma è anche tutto eros e tutto philia. Vede che il mondo è veramente popolato di bellezza, e che la bellezza più grande è quella delle persone. E con gli occhi riesce a dirci: "Fanciulla alzati!". La purezza che ci guarda ha la capacità di resuscitare l’immagine divina che appare morta anche a noi, ma che in realtà stava solo dormendo mentre i parenti e gli amici piangevano per la sua morte. Ma il segnale inequivocabile che ci svela la presenza dei puri di cuore è vederli abbracciare e baciare i poveri e i lebbrosi. Questa purezza porta grandi frutti quando la troviamo in chi si trova a essere responsabile di una comunità o di una impresa. La leadership di chi è puro di cuore la si riconosce per quello che riesce a vedere negli altri. Uno dei doni più grandi che può farci la vita è metterci accanto colleghi e dirigenti puri di cuore. Il giogo della fatica diventa leggerissimo, e il lavoro fratello.
    Ma c’è ancora qualcosa di più, e forse di ancora più sublime. Se è vero che il puro di cuore vede Dio e se è vero che Dio sulla terra non si vede, allora il mondo è pieno di persone pure che vedono Dio non vedendolo, che non sanno che ciò che stanno vedendo è Dio perché non lo riconoscono. Dio c’è dove non c’è, dove neanche i puri di cuore riescono a vederlo. Questa è una notizia buonissima, che deve riempirci di speranza in questo tempo che appare come notte buissima di Dio. L’incontro con un puro di cuore è spesso l’incontro decisivo della vita. Grazie a quegli occhi che ci guardano diversamente riusciamo, fosse anche solo per un attimo, a connetterci con la parte più profonda e vera di noi; e sentendoci guardati così, ci sboccia dentro il desiderio di diventare ciò che eravamo già, ma non lo sapevamo ancora, o semplicemente di tornare a casa. In questi incroci di occhi rivive qualcosa di quel primo sguardo buono di donna che ci ha accolti venendo al mondo, e che continuiamo a cercare per tutta la vita. La presenza di questi occhi è una forma di bene comune preziosissimo, che mantengono vivo lo sguardo di Elohim sulla terra, che continuano l’azione di quegli occhi che nelle strade della Palestina cambiarono il mondo guardandolo in un altro modo: «E guardatolo, lo amò».
    La purezza, come tutte le realtà della terra, si può perdere. Anche il puro di cuore può smarrire il suo sguardo. E l’unico vero segnale che ci dice che abbiamo perso la purezza è il non vedere più negli altri, nel mondo e dentro di noi una presenza d’infinito, e quindi smettere di essere innamorati di tutto e incantati per tutto. Ma, come tutte le realtà spirituali, la purezza del cuore si può ritrovare: puri si può ritornare. Si può ritornare perché troppo grande è la nostalgia di quel Dio che avevamo visto-non-vedendolo dentro e intorno a noi. E il primo segno che sta tornando è desiderarla di nuovo e, ancora di più, tornare a baciare poveri e lebbrosi. Una esistenza fiorita e beata è un lungo cammino per ritrovare da vecchi la purezza dell’infanzia trasformata in purezza del cuore. «Beati i puri di cuore, vedranno Dio».

    L'intelligenza delle mani miti

    Le beatitudini non sono virtù, non sono un discorso etico sulle azioni umane. Sono invece il riconoscimento che nel mondo "esistono già" i poveri, i miti, i puri di cuore, chi piange, i perseguitati per giustizia, i misericordiosi. E li chiamano "felici". Le beatitudini sono soprattutto una rivelazione, un togliere il velo per vedere una realtà più profonda e vera di quella che ci appare. Il vangelo non ci presenta un’etica delle virtù (questa c’era già), ma ci dona e ci rivela l’umanesimo delle beatitudini (che non c’è ancora, e quindi può sempre arrivare). Se capissimo e vivessimo la logica delle beatitudini, dovremmo andare per le strade, nelle piazze, nelle imprese, nei campi di accoglienza, guardarci attorno e ripetere con e come Gesù di Nazareth: «Beati, beati …». Ci sono troppi puri di cuore, perseguitati per la giustizia, poveri, miti, che attendono ancora di sentirsi chiamare beati.
    Non sappiamo di essere beati finché qualcuno non ci vede, ci riconosce e ci chiama con questo splendido nome. Mosè quando scese dal Sinai con le nuove tavole della Legge non sapeva che il suo volto era diventato raggiante (Esodo 34,29). Fu il suo popolo a rivelargli la presenza di quella luce speciale. La luce sul volto e ogni felicità appaiono dentro un rapporto. Iniziamo a scoprire di essere felici dentro le povertà, nelle persecuzioni, durante i pianti nostri e degli altri, perché qualcuno che ci ama ce lo dice, ce lo ricorda. Le beatitudini più importanti sono quelle degli altri. E le nostre si risvegliano solo quando sono chiamate per nome.
    La mitezza esiste, la incontriamo tutti i giorni, ci fa vivere, e grazie ad essa facciamo vivere chi è attorno a noi. I miti si riconoscono prima di tutto dalla tenerezza, hanno la stessa radice. Mansueto, mite, tenero. I mansueti sviluppano una amicizia particolare con le "mani" - la parola latina rimanda alla docilità con la quale gli agnelli si lasciano passare sul dorso la mano del loro pastore. Questa tenerezza è l’opposto di quella romantica e sdolcinata che inonda i talk show e gli spot pubblicitari.
    I miti conoscono il canto spirituale sublime delle mani. Innanzitutto sono docili all’azione della mano che li lavora, sanno lasciarsi lavorare. È questa la prima dimensione della mitezza: saper stare fermi e arrendevoli, soprattutto nei giorni quando la mano della vita si fa sentire più intensamente. Per riconoscere i miti occorre allora osservarli nei momenti della malattia, durante le prove e, soprattutto, nell’incontro con la morte. La mitezza è aiuto fondamentale durante gli abbandoni, i lutti, i deserti interiori ed esteriori, quando dobbiamo, come l’agnello, disporci docili per lasciare che la mano del pastore faccia il suo mestiere. E noi il nostro: la mitezza è l’opposto della passività. È un lavoro continuo, tenace e perseverante. La mitezza è anche la beatitudine dei poveri che riescono a stare e vivere in condizioni impossibili per i non-mansueti.
    La mitezza la incontriamo molto spesso tra gli anziani e i vecchi. La mitezza del cuore assomiglia alla morbidezza del frutto maturo, che compie il suo disegno diventando cibo per gli altri, cadendo e nutrendo la terra. Gli occhi più miti che ho incontrato sono stati occhi di vecchi e ancor più di vecchie. Soltanto questi occhi hanno i colori splendidi e luminosi dell’ultimo autunno.
    Non è raro che una persona riveli tutta la sua mitezza nascosta (anche a lei stessa) nell’ultima fase della vita, negli ultimi giorni, nell’ultima ora. Quando riesce stare docile sotto le mani di infermieri e medici, girata e rigirata nel letto, mansueta alla mano che passa durante la veglia nelle ultime notti infinite. O quando riusciamo, per un dono imprevisto, a scorgere la mano dell’angelo della morte e a riconoscerla come la mano buona e amica del pastore, e così lasciarsi abbracciare e accarezzare da essa nell’ultimo abbraccio-danza della vita. Allora la prima terra che il mite eredita è quel piccolo fazzoletto che lo accoglie benigna e sorella quando alla fine torna a casa. Come Abramo, che seguì docilmente la voce che lo chiamava verso una terra promessa, e che morì esule e straniero, possedendo soltanto la terra per la tomba comprata dagli ittiti per seppellire sua moglie Sara.
    Ma il mite, avvezzo all’azione delle mani degli altri, usa anche le proprie mani per abbracciare, per curare, per accogliere un amico, per fare casa a un pentimento. I miti abbracciano, stringono, piangono insieme, e sanno che non si conosce qualcuno senza averlo stretto al petto, senza avergli baciato le guance nel bacio della pace. Conoscono e usano il linguaggio umile e forte del corpo, la lingua delle carezze, sono maestri della tenerezza e dell’intelligenza delle mani. Tutti siamo capaci di accarezzare i nostri bambini, e tutti sappiamo accarezzare chi amiamo. Queste carezze sono parte del repertorio di base degli esseri umani - e di altri primati superiori. Ma solo i miti sanno e possono accarezzare chiunque: bambini e adulti, famigliari e sconosciuti (solo i miti dovrebbero accarezzare i bambini degli altri). E così con l’esercizio delle mani curano quelle ferite di solitudini e di abbandoni che guariscono solo quando sentono passare sulla pelle, leggera, una mano amica. Se non ci fosse la moltitudine di miti che abitano ospedali, reparti pediatrici, scuole, centri di accoglienza, cooperative sociali, e agiscono da volontari delle carceri, nelle stazioni e lungo le strade di notte, la vita in questi luoghi sarebbe impossibile, o troppo dolorosa. Beati i miti, beati chi li incontra ed è da loro accarezzato e amato.
    I mansueti, poi, sono necessari per disinnescare i conflitti e ricostruire concordia e pace, ovunque. Se nello sviluppo di un conflitto (tra fratelli per un’eredità, tra colleghi, tra soci, dentro una comunità) non interviene l’azione di almeno un mansueto, le uniche soluzioni diventano quelle dei tribunali - che non sono mai soluzioni vere nei rapporti primari della nostra vita: è l’abbraccio dei corpi e delle mani l’unica vera risoluzione di conflitti tra fratelli e amici. I miti tutto coprono, tutto sopportano. Ai miti è promessa la terra, è questa la loro eredità. Ma la terra nell’umanesimo biblico appartiene a Dio: «Mia è tutta la terra» (19,5). È dentro questo orizzonte che va letta allora questa beatitudine (e tutte le altre).
    Noi siamo soltanto possessori temporanei e passeggeri di una terra che non è nostra. La prima legge della terra è la gratuità, tutta la terra e tutte le terre sono prima beni comuni e dopo beni usati con responsabilità e custodia per il nostro benessere (shalom). Allora il mite possiede ogni terra non possedendola; e quindi la condivide. La sente come eredità gratuitamente ricevuta, non come merce acquistata nei mercati; e come tale la vorrà lasciare ai propri figli. Apre le porte della sua casa perché sa che è veramente anche degli altri, di tutti. E quando la sua casa si riempie di non-familiari non si sente un eroe né un altruista, ma soltanto qualcuno che sta possedendo una terra ricevuta in dono ed eredità, anche quando l’ha comprata con i salari duri del lavoro emigrante, con i risparmi di una intera vita. Ogni nostra proprietà è seconda, perché tutta la terra è di YHWH, e quindi non è di nessuno o di tutti. La terra è sempre terra promessa, sta oltre un Giordano che contempliamo ma non attraversiamo. E se ai miti è promessa la terra, allora la terra promessa è la terra dei miti. Ogni terra abitata dai miti diventa già terra promessa. Anche la terra della nostra città, del nostro quartiere, della mia casa diventa terra promessa se c’è in essa almeno un mite.
    Ma il mansueto vive anche la propria vita come "terra ereditata". Nel corso dell’esistenza, arriva quasi sempre un momento decisivo quando capiamo, ognuno a modo suo, che la vita che stiamo facendo non è quella che volevamo fare. L’albero che è fiorito dai semi della giovinezza non è quello che pensavamo né volevamo. Il mite trova la sua felicità-beatitudine accogliendo con docilità la vita che si trova a vivere, perché capisce che per lui, per lei, non c’è un albero migliore cresciuto al di fuori di quella sua terra. Nessun albero assomiglia al seme, nessuna vita adulta buona coincide con le speranze della giovinezza - e se coincide non è buona. Questa mitezza è il contrario della rassegnazione, perché mentre il rassegnato di fronte alla delusione dell’adultità diventa triste, incattivito e spento, il mite è felice e riconciliato. Sono molti, miriadi, i miti che trovano una loro felicità in famiglie, comunità religiose, che si sono rivelate nel tempo diverse da quelle scelte e sognate, a volte molto diverse, troppo diverse per i non-miti. I mansueti riescono a fiorire dentro scenari che non erano in programma nel giorno delle nozze o dell’ordinazione religiosa, ma che una volta arrivati li hanno abbracciati con la stessa tenerezza con la quale hanno abbracciato il primo giorno la sposa.
    Gli abbracci dei miti sono tutti uguali. Non possiamo controllare tutti gli eventi, dentro e fuori di noi, dai quali dipende la nostra felicità. Le cose più grandi della vita non le scegliamo. Sono "eredità", che non compriamo né meritiamo. Possiamo rifiutarle e fuggire via in cerca di una terra solo e tutta nostra. Il mansueto invece le accoglie in pienezza, senza beneficio d’inventario. Le fa entrare dentro la sua casa e apparecchia la tavola con la tovaglia più bella. E un giorno, sorprendendosi, riesce a far festa, ritrovandosi finalmente adulto e "maturo". Ci sono poche gioie più grandi di quelle che fioriscono dalle feste celebrate insieme alle nostre delusioni. I miti conoscono questa festa, assaporano questa gioia matura, e sono beati. «Beati i miti, possiederanno la terra».

    La persecuzione del «non-ancora»

    Esistono una giustizia del "già" e una giustizia del "non-ancora". La giustizia cresce, evolve e involve nel tempo, in base al senso morale delle persone, delle civiltà, e delle generazioni. "Non è giusto", ripetuto da individui e da comunità, è il primo motore di ogni allargamento degli orizzonti della giustizia e quindi dell’umanità. La maggioranza delle persone formulano il loro giudizio di giustizia o ingiustizia in base allo "scarto" tra quanto osservano e la giustizia già codificata nelle leggi o nelle consuetudini di un popolo. Sono l’approvazione della giustizia e il biasimo dell’ingiustizia la base per la costruzione della giustizia della nostra vita.
    Una prima persecuzione di chi pratica la giustizia arriva dalla convivenza con persone che la giustizia non la amano e cercano l’ingiustizia - anche quando l’ingiustizia nasce dal dire "giusto" e "ingiusto" alle cose sbagliate. Il mercato è pieno di queste persecuzioni, quando imprenditori onesti e retti si trovano a dover soffrire molto, da ogni punto di vista, solo perché operano in settori dove il senso di giustizia degli altri è interamente addomesticato alle ragioni dei profitti.
    Le imprese oneste vivono grazie all’onestà dei loro lavoratori, clienti, fornitori, concorrenti. La disonestà e le ingiustizie dei loro interlocutori inquinano la loro aria e la loro terra, e i frutti non arrivano. La virtù più grande richiesta, ieri oggi e sempre, a imprenditori giusti è riuscire a resistere quando si trovano accanto persone e istituzioni ingiuste. Queste sono autentiche persecuzioni, e chi resiste e non molla deve sentirsi chiamare "beato".
    L’esperienza della giustizia e dell’ingiustizia, poi, oltre a informare il nostro comportamento può portarci ad agire per ridurre o eliminare l’ingiustizia attorno a noi. È qui che si fa l’esperienza di un’altra forma di persecuzione. La storia e il presente dell’umanità ci mostrano una folla di perseguitati a causa dell’ingiustizia che vedono perpetrata su altre persone o sul mondo. Come accade per la misericordia, ciò che spinge a reagire contro le ingiustizie che osserviamo non è primariamente il desiderio di altruismo o filantropia.
    È qualcosa di molto più radicale che si muove dentro le nostre viscere, che all’inizio assomiglia più all’eros che al dono. Dopo, soltanto dopo questo primo sentimento, si attivano l’intelligenza e la razionalità, come "ancelle" del cuore indignato. Dentro le persecuzioni per la giustizia ci si "ritrova" inseguendo uno sdegno, obbedendo a una logica diversa da quella del calcolo costi-benefici.
    La prima molla che ci fa reagire contro una ingiustizia è allora una forma vera e profonda di "dolore". Stiamo male, "sentiamo" un dolore morale e a volte fisico, e, qualche volta, ci mettiamo in moto. Senza provare dolore per un mondo che ci appare ingiusto non nasce alcun senso di giustizia. Un dolore che può nascere anche quando l’oggetto dell’ingiustizia non sono esseri umani ma animali, la terra, l’acqua, la natura, perché il dolore per l’ingiustizia del mondo è più grande del puro dolore umano.
    Finché ci saranno persone che coltivano un senso morale di giustizia, e finché gli umani avranno una vita interiore che li fa capaci di sentire questo speciale tipo di sofferenza morale, avremo sempre non rassegnati alle ingiustizie capaci di lottare per ridurle, perseguitati da chi ottiene vantaggi da quei comportamenti ingiusti.
    Ma c’è, appunto, un terzo tipo di persecuzione (e certamente altri). Le persecuzioni a causa della giustizia del "non-ancora". Ci sono persone che hanno il dono di vedere, soffrire e lottare per una giustizia che non è ancora riconosciuta come tale dalla società nella quale vivono. Non si limitano a denunciare le violazioni della giustizia riconosciuta dalla loro generazione. Fanno anche questo, ma hanno ricevuto il dono di "occhi del cuore" diversi che consentono loro di vedere e cercare una giustizia che leggi e coscienza collettiva tardano a riconoscere. Ma loro la vedono, ci soffrono, agiscono. Patiscono per ingiustizie non sentite ingiuste dagli altri, perché considerate normali dalla tradizione, dalla vita, persino dalla natura delle cose. Sentono nelle loro carni che nel mondo c’è una ingiustizia nascosta dietro ciò che la legge non vieta o magari incoraggia, e poi iniziano processi di denuncia, di liberazione, e arriva puntuale la persecuzione. Si trovano contro le leggi, non solo quelle fatte per difendere bassi interessi iniqui, ma anche quelle fatte in nome della giustizia.
    Anche le leggi, come le scarpe e i vestiti, diventano spesso strette e logore e devono essere cambiate, altrimenti fanno male e non ci coprono più. I cercatori della giustizia del "non-ancora" continuano nella storia la funzione profetica. I profeti ricevono sguardi capaci di vedere ingiustizie dove gli altri vedono ancora giustizia, a chiamare ingiusto ciò che gli altri chiamano giusto, a provare una sofferenza che la società non capisce, a lottare per cose che agli altri sembrano inutili o addirittura dannose, a riconoscere diritti e doveri prima che appaiano a tutti come tali.
    Le persecuzioni per la giustizia del "già" riescono a suscitare l’empatia e la compassione dei tanti concittadini umani e giusti. Le persecuzioni per la giustizia del non-ancora avvengono invece nella "solitudine", che è un tratto specifico di questa giustizia diversa. Nessuno fa marce notturne, né fiaccolate, né scioperi della fame per le prime battaglie per le giustizie ancora invisibili. I profeti sono sempre soli.
    La giustizia del "non-ancora" è fondamentale per lo sviluppo morale dei popoli, come sono fondamentali i profeti. Dietro ogni diritto che oggi è riconosciuto e tutelato c’è qualcuno che ieri ha sofferto per la sua assenza, che si è indignato ed è stato male per quell’ingiustizia non considerata ancora tale. Dal quel dolore dell’anima è partita un’azione collettiva, e sono arrivate le persecuzioni. Sulla terra dei giusti c’è qualcuno che, come gli antichi (e nuovi) padri mercedari, sente una chiamata a fare il "voto di redenzione" per liberare gli schiavi della giustizia del "già", prendendo il loro posto.
    È così che cresce il senso morale di tutti, che si sposta in avanti il confine della giustizia. Ogni tanto dovremmo ricordare ai nostri figli e a noi stessi le storie e il tanto dolore nascosti dietro certi articoli delle nostre leggi. È anche la memoria collettiva a tenere vivo e vigile il nostro senso morale, e quando questa si affievolisce le comunità tornano indietro, si vanifica il dolore dei martiri per la giustizia e si oltraggia il loro sangue versato.
    Tutte le volte che la storia retrocede nel terreno della giustizia - lo abbiamo visto molte volte, e continuiamo a vederlo - prima c’è una eliminazione dello "scarto" tra i fatti che osserviamo e il nostro senso morale. Diventa normale licenziare qualcuno per la sua "razza", falsificare i bilanci delle imprese, erigere muri dove i genitori avevano dato la vita per abbatterli (i muri - di cemento, di filo spinato o di sguardi - sono tutti uguali). Il primo atto che deve compiere chi ama la giustizia è allora coltivare e alimentare il senso morale nei bambini e nei giovani. A partire dalla scuola, dove ridurre la storia, la letteratura, la poesia in nome delle tecniche "utili" significa diminuire nella futura generazione il senso di giustizia e la capacità di resistenza all’ingiustizia - nelle scuole e nelle università "tecniche" dobbiamo aumentare le discipline umanistiche, se vogliamo sperare nella giustizia in economia e nelle tecniche di costruzione delle "macchine".
    Ma c’è di più. Le persecuzioni dei profeti non arrivano solo da ingiusti e malvagi. Giungono anche dai "giusti del già". Spesso i cercatori della giustizia del già diventano persecutori dei "giusti del non-ancora". Gli scribi e i farisei, gli amici di Giobbe, il Sinedrio, erano in genere persone e istituzioni che credevano e difendevano la giustizia del loro tempo: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei…». Giustizie diverse, e la seconda persecutrice della prima. L’incomprensione da parte delle componenti buone e giuste della propria comunità è tipica di ogni esperienza profetica.
    Si creano delle fratture, a volte vere e proprie persecuzioni, all’interno dello stesso "popolo dei giusti", perché la giustizia del "non-ancora" appare ingiusta, ingenua, imprudente e dannosa a chi cerca la giustizia del "già". Questa specifica persecuzione, questo "fuoco amico", è tra le sofferenze maggiori dei cercatori della giustizia del "non-ancora", ma una sofferenza inevitabile nell’avanzamento della giustizia sulla terra. Qualche volta i giusti del "già", in un incontro decisivo con la giustizia del "non-ancora", riescono a capire che la loro giustizia deve aprirsi a un "oltre" per non diventare ingiusta. E così che Saulo, persecutore in nome della sua giustizia secondo la legge, diventa Paolo perseguitato per una giustizia nuova. Capiamo che la nostra giustizia deve morire per risorgere, deve rigenerarsi.
    Donare il mantello, perdonare sette volte, fare un miglio con un fratello non ci bastano più. Sentiamo che non siamo giusti se non doniamo anche la tunica, se non facciamo il secondo miglio, se il perdono non diventa infinito, per tutti, per sempre. Le nostre giustizie invecchiano, muoiono molte volte, e molte volte devono risorgere per poi reimparare ancora a morire. Il Vangelo accomuna la beatitudine dei perseguitati per la giustizia a quella dei poveri: di entrambi è già "Il Regno dei cieli". Esiste un’amicizia, una fratellanza tra i poveri e i perseguitati per la giustizia. Sono entrambi poveri, sono entrambi perseguitati per la giustizia.
    Chi cerca la giustizia se non era già povero ci diventa in seguito alle persecuzioni. E le povertà sono anche persecuzioni che nascono dalla giustizia negata, quella del "già" o quella del "non-ancora". Ci manca la giustizia del "già", ma ancor di più ci manca la giustizia del "non-ancora". Troppo pochi sono i profeti. «Beati i perseguitati a causa della giustizia, di essi è il regno dei cieli».

    Le beatitudini che non sappiamo

    La fame e la sete assumono molte forme. Ci sono quelle del cibo e dell’acqua, ma ci sono anche quelle di bellezza, di verità, di amore, di preghiera. Si soffre e si muore per carestie di pane e per siccità, ma si soffre e a volte si muore anche per la bruttezza di ospedali e di scuole, perché viviamo in luoghi pieni di menzogna, perché non amiamo e non siamo amati, perché nei momenti duri della vita guardiamo dentro di noi in cerca di risorse spirituali e non vi troviamo più nulla, incapaci di ascoltare e dialogare con lo spirito che ci abita e ci nutre. Carestie e siccità diverse, tutte decisive. Siamo animali simbolici e meta-fisici, per vivere abbiamo bisogno di molti cibi e di diverse acque. È forse questa pluralità di nutrimenti che rende l’"homo sapiens" abitante speciale del pianeta, che può morire di fame in mezzo all’opulenza dei cibi e delle vivande, e può saziarsi e dissetarsi di sostanze invisibili. Se i soli alimenti fossero quelli che saziano e dissetano il nostro corpo, andrebbero sprecati decine di migliaia di anni di storia evolutiva, quando iniziammo a desiderare stelle diverse da quelle notturne, ad ascoltare voci e suoni di montagne e di nubi, a riempire le grotte di disegni e di simboli "inutili" per la caccia e per la pesca, a cantare e magari comporre qualche verso, a guardarci negli occhi e amarci non solo per riprodurci. E quando agli esseri umani vengono tolti o negati i desideri di questi cibi altri, perché ridotti a consumatori e cercatori di merci al posto delle stelle, ritorniamo troppo simili ai nostri comuni antenati, e non cantiamo più il salmo: «Eppure lo hai fatto di poco inferiore a Elohim» (8). Abbiamo troppe fami e seti che nessun ipermercato può saziare, e quando le merci e il denaro riescono a saziare ogni nostra fame e sete, la dignità dell’umanità retrocede e rischia di estinguersi: scambiamo di nuovo un povero per un paio di sandali (Amos), vendiamo un fratello come schiavo ai mercanti in viaggio per l’Egitto (Genesi). L’espansione e la fioritura dell’esistenza umana consiste, paradossalmente, nell’allargare le forme della fame e della sete. Si viene al mondo bramando un seno materno, lo si può lasciare desiderando un latte che solo l’eternità può darci.
    Ci sono, però, una fame e una sete che non fanno star male né ci fanno morire. Sono quelle che il Vangelo associa addirittura a una forma di felicità, a una beatitudine. Esistono assetati e affamati che sono beati. Sono quelli che hanno "fame e sete della giustizia". La giustizia può essere cibo, può essere acqua. Può nutrire come un pane appena sfornato, può dissetare come una fonte fredda di montagna. Anche gli affamati e gli assetati di giustizia sperimentano una carestia. Anch’essi sono poveri, indigenti. I desideri nascono dalla "assenza delle stelle" ("de-sidera"), ogni eros ha la penuria ("Penia") come genitore. E come accade per ogni fame e sete, anche qui è il corpo il "luogo" dove si sentono e si vivono questa fame e questa sete. La fame e la sete sono "esperienze", non sono idee. Sono parole incarnate, prendono forma nelle nostre carni – come accade con tutte le parole incarnate, non sappiamo che cosa dica la parola "fame" fino alla prima esperienza concreta e cosciente di fame. Ci sono due tipi di fame e sete. Quelle quotidiane, sane e buone, legate al normale ritmo dei pasti, che non procurano alcuna sofferenza e che attendono solo di essere saziate. Ma ci sono anche la fame delle carestie e la sete delle siccità, quelle che milioni di persone ancora sentono e vivono, dove il pranzo che sazia e l’acqua che disseta a sufficienza non arrivano mai, e la fame e la sete sono pane quotidiano. Questa seconda fame non è mai saziata, e la sete non passa mai.
    C’è una fame e sete di giustizia che tanti, forse tutti, avvertiamo quotidianamente, semplicemente vivendo e coltivando il nostro senso di giustizia. Ma la beatitudine fiorisce durante le carestie e le siccità della giustizia. Ci sono persone che nelle dittature, nei lager e nei gulag, nelle prigioni dove sono finite solo perché povere e indifese , dentro lavori sbagliati e immeritati, riescono a non morire perché si "nutrono" della loro fame e sete di giustizia. Il cuore di questa splendida beatitudine è la "trasformazione" di una mancanza in nutrimento. La giustizia, per il suo essere bene primario alla base di ogni Bene comune, è un bene tutto speciale, perché la sofferenza per la sua assenza diventa pane e acqua. Come nel combattimento tra Ercole e Anteo, più il fortissimo Ercole scaraventava il suo avversario a terra, più questo si risollevava forte, perché Anteo era figlio della terra (Gea). Ercole ignaro di questa figliolanza, nel combatterlo lo rendeva soltanto invincibile. Chi combatte un figlio di questa giustizia, più gliela nega più lo nutre, perché gli aumenta il desiderio di quanto gli viene sottratto, e con esso l’energia e la forza per lottare. Chi combatte per una giusta causa, diventa tanto più forte quanto più cresce l’ingiustizia, la sua energia aumenta insieme alla sete e alla fame di quella giustizia negata. Si muore, invece, durante queste carestie quando perdiamo contatto con il desiderio di giustizia, quando smettiamo di sentire la sua tipica fame e sete. Come nel mito, dove Ercole riesce a uccidere Anteo solo quando lo solleva da terra, staccandolo dalla sorgente della sua forza invisibile e imbattibile. Si esce sconfitti dalle battaglie contro le ingiustizie, strangolati da chi ci nega la giustizia, quando smettiamo di bramarla e di essere affamati di questo pane di vita e assetati di questi fiumi di acqua viva.
    Quale sazietà promette allora il Vangelo ("... perché saranno saziati"), se il pane di chi cerca la giustizia sta nella sua mancanza? Come si può essere dissetati da un’acqua che disseta perché non c’è ancora? Se restiamo all’interno della nostra vita e della nostra storia (le beatitudini sono parole pronunciate qui e ora, e perderemmo molto, troppo, della loro profezia se le rimandassimo alla fine dei tempi), possiamo comprendere che la sazietà della giustizia nasce proprio "mentre" soffriamo per la sua indigenza. La sazietà che sentiamo quando lottiamo per liberare qualcuno da strutture di ingiustizia – salvare una vittima dell’azzardo, delle mafie, cercare di tirar fuori dalla prigione un carcerato innocente, riscattare un amico entrato in una spirale di debiti senza averne colpa ... – "è già beatitudine". Se le beatitudini non le sentiamo e scopriamo nel mezzo della buona battaglia, non le scopriamo mai, perché è la vita che genera "in diretta" questa forma sublime di felicità. Se non odo la voce che mi dice "beato" "mentre" sento forte la fame e sete di giustizia, non ho più la forza di continuare la lotta, muoio di fame e di sete. È la felicità dentro le sofferenze il primo grande motore della storia dei giusti. Sono gli scarti tra la giustizia che vorremmo e quella che abbiamo, che alimentano i giusti. Ho visto un ragazzo prendere un piccolo bidone di latta da una discarica, farlo diventare la cassa di un violoncello, e suonare Bach.
    Non tutti quando sentiamo risuonare nel tempio dell’anima la parola "beati" pensiamo che sia un Dio a parlarci; ma se ci sono persone dalle fedi diverse che si alimentano dalle loro stesse lotte per la giustizia – e ce ne sono molte –, allora le voci che ci dicono "beati" sono tante e diverse. È un coro di voci a cantare sulla terra: "beati voi". L’acqua che sazia i giusti è quella della fontana pubblica del paese, che disseta tutti, senza chiederci di conoscere dove sia la sorgente di quell’acqua che ci disseta. La terra dei giusti è bagnata ogni giorno, nutrita dalle tante voci che ci sussurrano dentro: "felice", "beato", "coraggio", "hai fatto bene", "stai combattendo una buona battaglia". Una beatitudine che sazia, disseta, a volte inebria di una gioia diversa ma fortissima. Che si avverte più chiara e forte quando incrociamo gli occhi di altri giusti che lottano accanto a noi. Solo con mille voci diverse tutti i giusti possono sentirsi chiamati "beati". Ai costruttori di Babele è sufficiente una sola lingua, ma nella Pentecoste dei giusti le lingue sono molte, tutte diverse e tutte uguali.
    Da qui nasce una grande speranza. Nel mondo ci sono molte più beatitudini di quelle che i giusti riescono a chiamare con questo nome. Siamo tutti accompagnati nelle nostre buone battaglie per la giustizia, non siamo soli negli attraversamenti di questi deserti, i nostri cuori sono abitati da molte voci che ci alimentano dicendoci in molti modi "beati". Il cielo, insieme alla rugiada, ci dona una manna che ci nutre tutte le mattine del mondo. Molti ci chiediamo stupiti: "che cos’è?", e non riusciamo a rispondere se i profeti non ce lo spiegano. Ma ciò che veramente conta è che i giusti siano nutriti dentro, che si sentano sazi nell’indigenza, che possano vivere in mezzo alle carestie di giustizia che non finiscono mai – i poveri, e quindi gli affamati e gli assetati di giustizia, li avremo sempre con noi, e con essi avremo sempre le loro beatitudini. Moltitudini di giusti si sentono chiamare nell’anima "beati" anche senza aver mai letto il Vangelo, o quando lo hanno dimenticato. Sarebbe un luogo troppo piccolo un "regno dei cieli" abitato soltanto dai residenti con il passaporto e non anche dai profughi, dai rifugiati, dai migranti. I suoi cieli sarebbero troppo bassi, i suoi orizzonti troppo angusti. Il Regno dei cieli deve essere il regno di tutti i giusti, ognuno con la sua lingua diversa, tutti nutriti dallo stesso cibo, dissetati dalla stessa acqua. «Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, saranno saziati».

    La seria felicità delle lacrime

    La felicità promessa dalle beatitudini non è quella promossa e promessa dalla nostra cultura. Quella delle beatitudini ha poco a che fare col piacere, non è il buon " (eu) demone (daimon), fiorisce dal dolore. Possiamo ottenere anche piacere dalle cose della vita se la ricerca del piacere non diventa l’unica cosa della vita. Perché confondendo la felicità col piacere finiamo per non avere né l’una né l’altro. Le beatitudini sono una "forma di vita", sono un altro già. Sono una proposta concreta e un giudizio sulla nostra giustizia e ingiustizia, sugli abbracci e sui muri, sulle nostre indifferenze e sulle nostre consolazioni. Chi crede alla verità delle beatitudini entra nel mondo concretissimo di chi vede poveri, miti, puri, e li chiama beati. E poi desidera di abitare nel loro Regno.
    La beatitudine degli afflitti, la felicità di coloro che piangono, sembra la più paradossale, quella dell’ultimo giorno, non quella dei nostri giorni penultimi. Quale felicità ci può essere dentro un pianto? Il pianto biblico non sono le lacrime di gioia, né quelle false e prodotte a scopo di lucro nei talk show televisivi. Sono le lacrime degli afflitti, il pianto disperato dei lutti, quello delle separazioni, dei fallimenti, quelle versate per i figli che sbagliano e non tornano a casa, quelle che cadono quando non riusciamo ad impedire a un fratello o a un amico di buttar via la propria vita. Quelle delle guerre, dei troppi poveri schiacciati e degli oppressi, quelle di chi perde il lavoro, quelle dei tradimenti. Ma sono anche quelle dei pentimenti e dei perdoni, quelle del dolore per le conversioni nostre e degli altri. Quelle delle beatitudine sono tutte lacrime molto serie.
    Nella Bibbia si incontra spesso l’esperienza del pianto. Piangono anche i patriarchi, i re, Giobbe. Gesù piange per l’amico morto, per Gerusalemme, e forse quel suo ultimo grido di abbandono fu anche un grido di pianto. I salmi sono pieni di lacrime feconde. Le lacrime sono il primo linguaggio degli umani. Possiamo parlare lingue diversissime, credere in Dei diversi, avere costumi e culture molti distanti tra di loro; tutti però capiamo il linguaggio del pianto, tutti sappiamo decifrarlo immediatamente. Gli uomini, le donne, i popoli hanno iniziato a conoscersi piangendo nei lavori dei migranti, quando John non capiva la lingua di Sergej ma poteva consolarlo quando piangeva, guardando la foto sgualcita dei figli e della sposa lontani. Lapo non capiva quasi nulla delle parole di Carmelo, ma le lacrime che cadevano a entrambi nella trincea dialogavano e si capivano perfettamente.
    Non tutti siamo perseguitati per la giustizia, non tutti siamo miti, ma tutti piangiamo. La beatitudine di chi piange è promessa universale, che raggiunge ogni essere umano nella sua condizione più essenziale, radicale, feriale, nuda. E vale per tutti gli esseri umani: donne, uomini, vecchi, bambini e bambine. Chiamando beati gli afflitti Gesù ha reso beati tutti gli uomini e tutte le donne della storia e della terra. Entriamo nel mondo piangendo, e il pianto muto è spesso la nostra ultima parola prima di lasciarlo.
    Come ci insegna Giobbe, c’è anche un pianto degli animali, degli alberi, della terra, dei vermi. Nel mondo ci sono più lacrime di quelle degli umani. Esiste una sofferenza della natura, un’attesa dolorosa di una consolazione, un grido della creazione. Quando riusciamo a sentirne qualche sua eco, accediamo a una dimensione più profonda della vita, scopriamo una fraternità cosmica, con Francesco – ieri e oggi – cantiamo un altro "Laudato si’". E ci nasce il bisogno di vedere arrivare la consolazione per gli esseri umani, ma anche per la terra umiliata e offesa, per gli animali non rispettati e schiacciati, per le specie viventi che ogni giorno muoiono.
    Sentiamo che "deve" esserci una consolazione delle lacrime del mondo, che "deve" arrivare un consolatore, un riscattatore, un Goel. Si diventa pienamente umani quando iniziamo a soffrire per il non-avvento di queste consolazioni – una sofferenza che una volta iniziata non ha mai fine e cresce con noi. La beatitudine che si trova dentro il pianto si chiama "consolazione": «Saranno consolati». La parola greca che noi traduciamo con "consolazione" è "parakaleo", che indica la figura di chi sta vicino alla vittima, come un avvocato, per difenderla dal suo accusatore. La beatitudine consiste allora nel fare l’"esperienza" dell’arrivo di una consolazione. Scoprire una presenza reale che ci consola mentre piangiamo. E con la consolazione smettiamo di piangere, o piangiamo diversamente. In questa beatitudine, diversamente dalle altre, la felicità sta nel cambiamento della condizione che genera la beatitudine.
    I miti, i misericordiosi, i costruttori di pace, i poveri, i perseguitati e assetati per la giustizia, restano in quella loro condizione quando la promessa si compie. Non si smette di essere poveri perché siamo nel Regno dei cieli, di esseri misericordiosi quando incontriamo misericordia, di costruire la pace quando un giorno ci sentiamo chiamare «figli di Dio». Quando invece dentro il nostro pianto e la nostra disperazione ci raggiunge la consolazione, il pianto di riduce, cambia tono, le lacrime iniziano a essere asciugate. Tutti conosciamo le beatitudini dentro le lacrime. Sono iscritte nel Dna morale degli esseri umani. Il giogo della vita sarebbe insopportabile se dentro le lacrime non trovassimo anche una consolazione. Una prima consolazione la incontriamo nell’esperienza di poter piangere. La sofferenza inconsolabile è quella che non riesce più (o ancora) a piangere. Molti pentimenti, ad esempio, iniziano con un profondo e irrefrenabile pianto. Un pianto diverso, che solo quando arriva possiamo conoscerlo nel suo dolore e nella sua beatitudine tipici. Quando arriva il momento del pentimento e del "tornare a casa", il primo moto è quasi sempre un pianto a dirotto – ognuno a modo suo, pianti tutti simili e tutti diversi. È un pianto beato, l’inizio della vita nuova. "Mentre" si piange ci si sente chiamare beati: «Erano lacrime di felicità nate dal risveglio dell’essere morale sopito in lui da molti anni» (Lev Tolstoi, "Resurrezione").
    Prima di "alzarsi" per "tornare" da suo padre, il figliol prodigo avrà iniziato il suo ritorno con un grande pianto. Dentro l’inferno si apre uno squarcio di paradiso, e la possibilità di poterlo finalmente raggiungerlo è già paradiso. La strada verso casa è già casa. Queste lacrime sono tutte e solo beatitudine, rigenerazione. Dolorosissime e salvifiche, tremende e meravigliose assieme. Afflitti e beati. Questo pianto diventa un mezzo di scoperta e di conoscenza delle dimensioni più profonde della vita. Se vuoi conoscere qualcuno veramente, incontralo e ascoltalo mentre piange per un pentimento, per un perdono, per una conversione. I grandi perdoni, soprattutto quelli tra fratelli e tra amici, si compiono piangendo insieme in abbracci infiniti e senza tempo: «Allora Giuseppe disse ai fratelli: "Avvicinatevi a me!". Si avvicinarono e disse loro: "Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l’Egitto" … Allora egli si gettò al collo di suo fratello Beniamino e pianse. Anche Beniamino piangeva, stretto al suo collo. Poi baciò tutti i fratelli e pianse» (Genesi 45, 4-15).
    C’è poi un’altra forma di consolazione-beatitudine. È quella che nasce dal poter piangere insieme a qualcuno che accompagna il nostro dolore. Com-piangere, con-patire, è una forma speciale di felicità. Condividere il dolore e mischiare le lacrime con un amico è per molti la sola felicità dentro vite dove il dolore e le lacrime sono l’unico "pane". In queste afflizioni la consolazione arriva con il volto concreto di un amico che si china sul nostro dolore. Se ci sono troppe afflizioni non beate è anche perché mancano i consolatori, amici capaci di piangere con noi. Nei pianti senza consolazioni che abbondano attorno a noi ci sono troppe latitanze di consolatori. Tante lacrime potrebbero essere consolate e asciugate, depressioni accompagnate, solitudini riempite, se ci vedessimo nel ruolo di consolatori e non in quello di chi è in attesa di consolazione. Sono io che manco nel troppo dolore inconsolato del mondo. Ogni beatitudine è anche un invito rivolto direttamente a noi, a te, a me. La prima terra promessa è quella della mia casa che condivido con chi non ce l’ha, la prima consolazione del pianto dell’altro è il mio pianto solidale.
    Una consolazione speciale e piena di mistero è poi quella della poesia, della letteratura, dell’arte. Il poeta, lo scrittore, il pittore, con la sua opera può raggiungere i disperati della terra, e nel crearli consolarli. Si fa loro prossimo, compagno di strada, e così li fa beati. Nelle storie più grandi non occorre l’"happy end", il lieto fine, perché la disperazione vista e "toccata" dall’artista è già felicità. L’arte ci dona anche queste beatitudini. Ma c’è ancora un’altra consolazione degli afflitti. È quella che arriva come un "angelo". Qui non c’è un amico che ci consola. È il "paraclito", che arriva come "padre dei poveri".
    È splendido che nella Bibbia il primo angelo arriva sulla terra per consolare Agar, una schiava cacciata via nel deserto dalla sua padrona. La prima teofania e la prima annunciazione sono per lei (Genesi 16). Le annunciazioni, le teofanie, la salvezza di un bambino, accadono spesso al culmine delle grandi afflizioni, quando un angelo ci raggiunge dove nessuno ci poteva più raggiungere, e ci consola. È la consolazione dello spirito, il paraclito consolatore, che ci risorge mentre moriamo sulle croci. È il consolatore perfetto, che riscalda, raddrizza, bagna. Se riusciamo ad alzarci ogni mattina quando la notte prima pensavamo di non farcela più, è perché il paraclito è all’opera, e bacia la ferita delle nostre anime mentre ancora dormiamo e sogniamo, e le cura. Non tutti sappiamo, o vogliamo, fare esperienza di Dio. Ma moltissimi, forse tutti, abbiamo incontrato nella vita almeno una volta questo spirito consolatore, o lo incontreremo in un pianto futuro. È una promessa. «Beati coloro che sono nel pianto, saranno consolati».

    Il dono del secondo nome

    Molte sono le guerre che si combattono sul nostro pianeta, nelle nostre città, nei nostri quartieri. Le armi sono tante e diverse, ma tutte producono soltanto morti, feriti, distruzione. Passano i millenni, ma il fratello continua ancora a ripetere all’altro fratello "andiamo ai campi".
    Ma tutte le volte che ricomponiamo la pace dopo i conflitti, rivive Abele, l’Adam passeggia di nuovo con Elohim nel giardino della terra, riusciamo a guardarci "occhi negli occhi" nella piena reciprocità e con gratuità assoluta. Tutte le volte che costruiamo e ricostruiamo la pace, la nostra azione si estende anche alla creazione, alla natura, alla terra. E quando smettiamo di essere "custodi" e neghiamo la pace, anche la terra, gli animali, le piante, vengono feriti, uccisi, umiliati, trascinati innocenti nel vortice della nostra violenza.
    Lo vediamo, sempre più chiaramente, ogni giorno. La pace, lo "shalom", è una grande parola biblica. È tra le più ricorrenti, forti, esigenti. La prima alleanza di Elohim con gli uomini arriva per ristabilire una pace-felicità originaria negata, per rigenerare lo "shalom" primordiale tradito dal peccato di Caino e da quelli altrettanto atroci dei suoi figli.
    Ci volle un primo costruttore di pace, Noè, per far splendere di nuovo l’arcobaleno sulla terra, per rendere ancora possibile una ricreazione del mondo e degli uomini. I costruttori di pace sono sempre costruttori di arche per salvare un’umanità guastata. Sono dei giusti che sentono una chiamata a lasciare la loro terra per salvare la terra di tutti. Se il mondo vive ancora nonostante tutto il male che generiamo, è perché Noè non ha mai smesso di costruire arche. I profeti e i tanti "beati" della storia hanno tenuto vivo l’arcobaleno nel cielo non smettendo mai di costruire la pace su una terra sempre bagnata dal sangue dei fratelli. La mano di Noè e dei costruttori di arche di pace è stata finora più forte e creativa delle mani di Caino e degli armatori di navi da guerra.
    Ai costruttori di pace non è promessa la terra, né la visione di Dio, neanche la misericordia. A loro è promesso soltanto un "nome": «Saranno chiamati figli di Dio». Un nome però immenso, il più grande di tutti, e usato solo per loro. I costruttori di pace sono i "pacificatori", coloro che ricompongono rapporti spezzati, che spendono la vita per risolvere i conflitti generati dagli altri. Lasciano la loro vita tranquilla per rendere più pacifiche le vite altrui. Costruttori di pace, edificatori di questo "shalom" biblico, si diventa solo per vocazione.
    Non è una faccenda di sola generosità né di altruismo. Si può mettere in discussione la propria vita per lo "shalom" degli altri e di tutti solo se una voce forte e più profonda ci chiama dentro. La costruzione della pace non è mai solo un mestiere, anche quando la costruzione e la ricostruzione di pace fa parte del nostro mestiere. A queste voci, a queste chiamate interiori, non si riesce a resistere: sono "efficaci". E non si resiste neanche quando non sappiamo da chi e da dove provenga la voce che ci chiama: per essere costruttori di pace è sufficiente sentirla e rispondere.
    Il nostro tempo conosce molte forme di guerra, e quindi conosce anche molte costruzioni di pace. Ma se il diluvio universale non torna e la vita continua, è perché dentro le guerre qualcuno continua a costruire pace, a immettere nel corpo cellule staminali che lo rigenerano – o almeno non lo fanno morire. Qualcuno che mentre le lobby dell’azzardo combattono le loro guerre contro poveri inermi, cerca di sabotare a terra qualche loro "caccia", di montare ospedali da campo per curare i feriti, di incontrare i loro generali per implorare una pace che non arriva mai.
    Sono costruttori di pace anche coloro che soffrono perché non riescono a costruire una pace impossibile e non mollano. Anche un costruttore di pace impotente e fallito resta un costruttore di pace. Non sappiamo se nel regno dei costruttori di pace sono più quelli che vedono arrivare la pace dopo le loro azioni, o quelli che passano tutta la vita a costruire paci che non vedono mai arrivare. E così, mentre si moltiplicano le costruzioni di morte, mentre i governi aumentano gli investimenti in armi e in sale slot, mentre i nostri bambini continuano a essere uccisi lungo le strade del Brasile e di troppi altri luoghi, Noè obbedisce alla voce che lo chiama, e anche oggi costruisce la sua arca.
    Ma il Vangelo ci promette che per i costruttori di pace arriva il giorno della beatitudine, il giorno in cui si sentono chiamare "figli di Dio". La beatitudine dei costruttori di pace sta infatti in un nome pronunciato, nel sentirsi "chiamare diversamente". La loro felicità sta nell’incontrare la voce che ci dà un nome nuovo. Tutte le beatitudini consistono in un sentirsi chiamare beati; ma per i costruttori di pace il sentirsi chiamare per nome è il contenuto stesso della loro beatitudine. Sono chiamati beati "mentre" sono chiamati con un altro nome.
    Nel mondo biblico "figlio di Dio" era il nome più alto, bello, grande che un essere umano poteva ricevere. Oggi, però, ci sono autentici costruttori di pace e di "shalom" che non proverebbero nessuna felicità se qualcuno li chiamasse "figli di Dio", perché hanno perso ogni contatto con l’umanesimo biblico o non lo hanno mai incontrato. Eppure la benedizione-beatitudine è anche per loro, perché deve valere per "tutti" i costruttori di pace. Le beatitudini sono vere per qualcuno se sono vere per tutti, per tutti coloro che si trovano oggettivamente in quella data condizione. Stanno in questa loro universalità la loro profezia e forza rivoluzionaria. Superano tutti i confini e i recinti delle religioni, delle fedi confessionali, delle ideologie.
    Nel regno dei beati ci sono molti più abitanti di quelli che frequentano chiese, sinagoghe, moschee, templi. Tutti i puri di cuore devono vedere un Dio che non si vede, tutti gli affamati di giustizia devono essere saziati, la terra promessa è la terra di tutti i miti. Tutti i costruttori di pace devono sentirsi chiamare "figli di Dio" e sperimentare una beatitudine-felicità, anche quelli che non sanno più che cosa significhino queste parole.
    Le beatitudini vivono nelle carni delle persone. Possiamo, per mille ragioni, non desiderare di essere chiamati "figli di Dio" (magari perché semplicemente il Dio che avevamo conosciuto era poco interessante, e non si desidera essere figli di qualcuno che non si stima); ma se le beatitudini sono vere e crediamo nel loro umanesimo, allora tutti i costruttori di pace devono provare una felicità speciale nel sentirsi chiamare con quel nome, e devono poterlo capire. Se crediamo alla promessa dobbiamo essere certi che i costruttori di pace un giorno sentono pronunciare il proprio nome, e scoprono una figliolanza nuova e diversa. Nel bel mezzo della buona e pacifica lotta per cercare di costruire la pace, per ricomporre famiglie, per sanare ferite, si sentono figli di quella voce che li ha chiamati a quel compito.
    Scoprono che rispondendo alla vocazione che li chiamava a costruire la pace, in loro è fiorito un altro nome accanto al nome donato loro dai genitori. Sentono di essere stati ri-generati da chi li ha chiamati, e intuiscono che quella voce che li chiama dentro è un’altra madre, è un altro padre. Non si sentono più orfani nelle loro solitudini. Se non siamo convinti dell’esistenza di questa diversa figliolanza, basta chiederlo ai costruttori di pace. E come abbiamo imparato il nostro primo nome udendolo pronunciato da chi ci amava (da bambini scopriamo il nostro nome perché qualcuno ci chiama così), anche il nome nuovo della pace lo impariamo sentendolo pronunciare da qualcuno che ci chiama.
    I costruttori di pace accedono allora a una dimensione profonda della vita, ricevono un secondo nome. Dalle loro lotte di pace e per la pace, escono feriti ma con un nome nuovo. Feriti e benedetti. Come Giacobbe, la benedizione è il dono di un altro nome. E così fanno forse l’esperienza più grande che si possa fare in questo mondo: scoprire che il proprio spirito è abitato da uno spirito più profondo, uno spirito che parla, che li chiama.
    Che ospitiamo uno soffio che non abbiamo prodotto, e che era lì, da sempre, ad attenderci. Che il nostro primo nome ne celava un secondo, più profondo e tutto dono. Se, almeno una volta nella vita, non si sente questo soffio, se non arriviamo mai a conoscere il nostro secondo nome, non raggiungiamo la verità più profonda su di noi, non inizia la vita spirituale, continuiamo per tutta la vita a parlare col nostro io anche quando lo chiamiamo Dio. La costruzione della pace attorno a noi è allora fondamentale perché diventa una via maestra per ricevere questo nome nuovo, per ri-conoscerci.
    C’è, infine, un rapporto profondo tra la fraternità e la costruzione della pace. È nella fraternità che ci scopriamo figli. Un giorno Giacobbe inviò suo figlio Giuseppe dai suoi fratelli lontani per vedere come stavano, per sapere come andava il loro "shalom" (37,14). Lungo la strada un uomo gli chiese: «Che cerchi?». Gli rispose: «Cerco i miei fratelli».
    Trovò i fratelli, ma non trovò né lo shalom né la fraternità. I figli di Giacobbe, lo sappiamo, rinnegarono lo "shalom" e profanarono la fraternità. Non c’è fraternità senza "shalom" (è decisivo ricordarlo proprio mentre brucia per guerra dei cuori, delle menti e dei coltelli la tomba di Giuseppe).
    Esiste però una fraternità spirituale tra tutti i costruttori di pace: sono figli della stessa chiamata allo "shalom", e quindi fratelli e sorelle tra di loro. È questa rete universale di fraternità che rigenera ogni giorno la terra macchiata dal sangue dei fratricidi, caparra di una nuova terra che deve arrivare, che ancora geme in attesa della piena rivelazione dei costruttori di pace. «Beati i costruttori di pace, saranno chiamati figli di Dio».

    Il Regno è di tutti i poveri

    Sono due millenni che il "discorso della montagna" prova a resistere agli attacchi di chi ha cercato e cerca di ridurlo ad altro, di ridicolizzarlo o trasformarlo in inutile esercizio consolatorio. Questa lotta alla semplice radicalità delle beatitudini è particolarmente evidente e forte per la beatitudine dei poveri. Un processo di ridimensionamento della sua portata che è iniziato molto presto, quando si cominciò a sottolineare troppo quel «di spirito» che troviamo nel Vangelo di Matteo, lasciando sempre più sullo sfondo i «poveri», grazie a esegesi sempre nuove e creative di quella beatitudine. Abbiamo così scritto e detto che «beati» non sono i poveri veri, ma chi vive il distacco spirituale dalla ricchezza, chi condivide i beni o chi li usa per il bene comune. Tutte cose vere e presenti anche nella Bibbia, ma che ci hanno allontanato dal semplicissimo e tremendo «beati i poveri».
    Non è facile capire e amare questa prima beatitudine. Il primo ostacolo, quasi insuperabile, è la condizione reale e concreta dei poveri veri: come possiamo chiamarli beati quando li vediamo deformati dalla miseria, abusati dai potenti, morire in mezzo al mare, spegnersi nelle nostre periferie? Quale felicità conoscono? Così accade che i maggiori critici di questa prima beatitudine siano quelli che spendono la loro vita per liberare i poveri dalla loro miseria. I più grandi amici dei poveri finiscono spesso per diventare i più grandi nemici di «beati i poveri».
    Se invece vogliamo provare a farci raggiungere, amare, cambiare da questa prima beatitudine, è necessario attraversare il suo terreno paradossale, scandaloso e persino manipolatorio – quanti ricchi hanno trovato nella beatitudine dei poveri un alibi spirituale per lasciarli beati nelle loro condizioni di deprivazione e di miseria, o auto-definendosi «poveri di spirito»?! Non dobbiamo commettere l’errore, comunissimo, di ridurre la portata di questa felicità folle per farla rientrare nelle nostre categorie, amputando, come nel mito, le gambe che fuoriescono dai nostri letti troppo corti. I paradossi del Vangelo, e della vita, non si risolvono riducendoli, ma "allargando il letto", formandoci categorie che siano alla loro "altezza".
    Un primo indizio per entrare dentro la prima beatitudine lo troviamo nel testo stesso: è il Regno dei cieli. La felicità dei poveri sta tutta nel vivere già nel Regno. Il Regno "è" loro oggi, non "sarà" domani. La beatitudine dei poveri non ha bisogno del non ancora.
    I poveri sono beati perché sono abitanti del Regno dei cieli. Basterebbe solo questa frase per capire, o almeno intuire, qualcosa del significato di questa beatitudine che, non a caso, è la prima. Tra i poveri chiamati beati c’erano gli scarti, i senza fissa dimora, coloro che avevano poco o niente per vivere. Ma anche i lebbrosi, le vedove (e quasi tutte le donne), gli orfani (e quasi tutti i bambini), persone che non a caso erano i principali amici e compagni di Gesù durante la sua vita. Poveri erano gran parte dei suoi discepoli, che lo avevano incontrato sulle vie della Palestina, gente comune, come noi, che si erano messi a camminare dietro e insieme a lui. Erano già poveri o lo diventarono incontrando un altro regno, seguendo un’altra felicità. Nel dire «beati i poveri» Gesù parlava ai suoi, e parla ancora ai suoi.
    Soltanto i poveri vivono nel Regno dei cieli, quel Regno abitato dagli uomini e dalle donne delle beatitudini: miti, puri, perseguitati, misericordiosi, affamati di giustizia, afflitti, poveri. Un Regno diverso da quelli che governano le nostre società, ma che non ha mai smesso di stare in mezzo a noi. Un Regno dove si conosce la provvidenza, che solo i poveri sperimentano: la provvidenza è per Lucia, non per Don Rodrigo. Le feste più belle sono le feste di poveri: forse sulla terra non ci sono cose più gioiose di matrimoni e nascite celebrate da poveri in mezzo ai poveri. I bambini amano le feste e i regali perché – e fino a quando – sono poveri.
    I ricchi non entrano in questo Regno, non per punizione, ma semplicemente perché il Regno non lo capiscono, non lo vedono, non lo desiderano. Sono interessati ai regni della terra non a quello dei cieli. Se il Regno dei cieli è dei poveri, allora non è dei ricchi, a meno che non diventino poveri lasciando i loro idoli. Il Regno dei cieli è il luogo dei rapporti non-predatori con le cose e con le persone, dove la legge aurea è la gratuità.
    Qualcuno ha tentato nel corso della storia di prendere sul serio questa beatitudine. Uno di questi è Francesco d’Assisi, colui che più di tutti ci ha svelato cosa significhi "beati i poveri". Francesco è questa beatitudine incarnata, quella parola fatta carne. Quella di Francesco non è l’unica via per entrare da poveri nel Regno, ma dopo il "poverello" (pauperculus) non è più possibile fare a meno della sua povertà per capire veramente quella delle beatitudini. Se non fosse così, i carismi sarebbero solo esperienze private, inutili all’umanità di tutti e di sempre. Francesco è il grande ed eterno maestro della beatitudine della povertà, della gioia diversa di un altro Regno. Tutte le volte che qualcuno risceglie di diventare povero incontra Francesco, anche se non lo riconosce (lui incontrò Gesù nel lebbroso e non lo sapeva, tutti i poveri per scelta incontrano anche Francesco, anche se non lo sanno).
    Non tutti i cristiani e non tutti gli uomini scelgono «madonna povertà», ma quella tipica gioia della povertà vera e non ideologica la conoscono solo Francesco e quelli e quelle come lui. Quella fraternità cosmica, quel cantico delle creature, quella libertà assoluta, quei baci alla bocca e alle mani dei lebbrosi, la perfetta letizia, possono nascere solo da chi è dentro quella beatitudine e vive in un Regno diverso. Non è obbligatorio essere poveri, neanche nella Chiesa: i ricchi non sono esclusi dai sacramenti, sono sovente lodati e ringraziati anche dagli stessi poveri. Sono sempre stati parte, legittima e anche importante, delle comunità cristiane. Vivono più a lungo, con una migliore istruzione e salute, riscuotono successi e applausi. Ma non sono abitanti di quel Regno, non conoscono quei cieli, non vedono quelle stelle lontane e splendide. C’è anche questa giustizia nel mondo, ed è grande.
    Ma c’è di più. La letizia di Francesco nasce da una povertà scelta, e la sua beatitudine è evidente a chi la sceglie e a chi la guarda. Ma tra i poveri che seguivano Gesù non c’erano solo quelli diventati poveri per scelta. C’erano tanti poveri-e-basta, persone che la povertà non l’avevano scelta, ma dentro la quale si erano ritrovati fin dalla nascita, o che erano diventati tali in seguito a una malattia o a una sventura. Tra quei poveri chiamati beati c’erano alcuni "Francesco", ma c’erano anche molti "Giobbe", cioè poveri non per scelta, ma solo per destino o per disgrazia. La forza sbalorditiva della prima beatitudine sta nel suo rivolgersi ai poveri-Francesco e ai poveri-Giobbe. Sono chiamati entrambi abitanti di quel Regno diverso. E se il Regno è loro, lì non sono sudditi ma sovrani.
    Ma mentre è relativamente semplice cogliere la beatitudine di Francesco, chiamare «beati» i tanti Giobbe della terra e della storia è operazione molto difficile, dolorosa, che sfiora l’assurdo, abita il paradosso. Ma se non includiamo anche Giobbe in quel «beati i poveri», ne riduciamo troppo la portata e la trasformiamo in ideologia. Dobbiamo riuscire a capirla e ripeterla nella letizia di Assisi, ma anche accanto ai tanti "mucchi di letame" dove vivono e dimorano i poveri-Giobbe. La beatitudine deve essere vera anche per chi la povertà non l’ha scelta, ma l’ha semplicemente subita. Il Regno dei cieli è, deve essere, il Regno di Francesco e quello di Giobbe, insieme. Poveri-per-scelta accanto a poveri-e-basta, tutti fratelli, tutti beati. Non è il sentirci felici che ci fa beati: la beatitudine nasce dalla condizione oggettiva dell’essere povero. Non è un sentimento: è un essere, un abitare. Non c’è amicizia più vera e grande di quella tra poveri, tra i poveri-Francesco e i poveri-Giobbe. Per incontrarla basta andare ancora in qualche missione in Africa, ma anche a Termini o all’Ostiense di Roma, dove poveri diversi vivono, soffrono, si abbracciano e "danzano" assieme, diversi e uguali, cittadini dello stesso Regno.
    Il libro di Giobbe ci aveva detto, a un costo altissimo, che anche il povero può essere giusto e innocente – non dimentichiamo che in quel mondo, e nel nostro, la ricchezza era segno di benedizione e la povertà di maledizione. Il Vangelo incontra Giobbe e tutti i poveri e annuncia loro qualcosa di nuovo e di immenso: "Non siete solo innocenti: siete anche beati". I letamai restano, ma da quel giorno è arrivata anche la beatitudine, che ha riscattato una storia infinita di poveri condannati dalle religioni dei ricchi di ieri e di oggi.
    La beatitudine della povertà può arrivare tardi, molto tardi nella vita delle persone giuste: a volte è l’ultima beatitudine. Per intravvedere un altro regno occorre camminare molto, e se la vita ci fa nascere e vivere nella ricchezza e nell’abbondanza di beni e di talenti, occorrono molta fatica, molte prove e molto dolore-amore per riuscire a raggiungere la beatitudine della povertà. Spesso serve tutta la vita, e a volte neanche basta, per tornare finalmente poveri, figli e "nudi" come siamo venuti al mondo, e recitare alla fine la preghiera più grande: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!» (Giobbe 1,20-21). Poveri si può tornare, si può ritornare alla povertà. Le porte del Regno sono sempre aperte e ci attendono.
    Credere e sperare che la prima beatitudine è anche per quei poveri che non hanno ricevuto un carisma per capire la felicità della povertà scelta, è un messaggio di grande speranza. Pochi possono diventare poveri-Francesco. Ma tutti possiamo diventare poveri-Giobbe. Allora tutti possiamo abitare il Regno, magari solo negli ultimi anni, mesi, giorni della nostra vita. E quando nell’ultima ora torneremo finalmente poveri, il salario del Regno sarà anche per noi. «Beati voi poveri, perché vostro è il Regno dei cieli».

    (Avvenire, da 12 settembre a 24 ottobre 2015)



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