Dacci oggi
Pietro Citati
Quando noi diciamo: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», il testo greco del Vangelo scrive, al posto di «quotidiano», epioúsion, una parola per noi incomprensibile. Già Origene, all'inizio del terzo secolo, ricordava che essa non appariva in nessuno scrittore greco: era soltanto qui, nel capitolo sesto del Vangelo di Matteo e nel capitolo undicesimo del Vangelo di Luca. Origene ignorava che essa ricorreva molto probabilmente in un tardo papiro egiziano, insieme a un elenco di spese giornaliere: fave, ceci, olio, fegato, carne, fichi, sale, bietole. Mescolato tra queste parole che sembrano appartenere agli appunti di una padrona di casa, abbiamo: «mezzo obolo [cioè una somma piccolissima] per epioúsion».
Non conosciamo quale fosse l'originale parola aramaica, pronunciata dai primi discepoli di Gesù, che sta nascosta dietro il misterioso epioúsion. Possiamo limitarci a un'ipotesi. Quando, verso la fine del primo secolo dopo Cristo, un traduttore anonimo volle renderla in greco, impiegò un termine del linguaggio popolare, che non ricorreva nei libri di filosofia e di religione. Aveva bisogno di una parola unica, ignota ai sapienti, che suscitasse tra loro meraviglia e forse scandalo: appunto per questo essa gettava luce su ciò che aveva di scandaloso la nuova religione predicata sulle rive del Giordano. «Il pane nostro, quello epioúsion, dà a noi oggi», così Gesù Cristo raccomandava di pregare. Non so se avesse ragione Chesterton, quando sosteneva che Gesù possedeva un'intelligenza supremamente ironica. Certo, se è così, niente doveva piacergli più di questa parola della spesa quotidiana, che forse tutte le massaie conoscevano, usata per definire ciò che aveva di particolare e quasi esclusivo la religione annunciata agli ebrei e ai cristiani.
Sono passati venti secoli. Intorno a quel termine misterioso hanno sostato i Padri della Chiesa: Tertulliano, Cipriano, Origene, Cirillo di Gerusalemme, Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo, Ambrogio, Teodoro di Mopsuestia, Agostino, e poi quanti altri, san Francesco, Lutero, e centinaia di specialisti, che continuamente lo circuiscono con le armi della linguistica, della filologia e dell'analisi testuale. Non sono un padre della chiesa né uno specialista. Cercherò di raccogliere le diverse interpretazioni di epioúsios. Per quanto sembrino opposte tra loro, esse disegnano un campo immaginativo, filosofico e religioso, che ci conduce verso il cuore della rivelazione cristiana.
Il pane epioúsios, che secondo Gesù dobbiamo richiedere a Dio, è in primo luogo quello necessario alla nostra esistenza: il pane del bisogno e del sostentamento. Dobbiamo richiedere soltanto il pane che ci è indispensabile: il «pane della nostra ristrettezza», come dice la versione siriaca del Padre nostro. I Vangeli ricordano di continuo che l'uomo è una creatura effimera, fragile, passeggera, il quale dipende dalle cose che lo circondano e dal paesaggio che Dio gli crea intorno. L'uomo manca di tutto. Come affermano le Beatitudini, egli è «afflitto», ha «fame e sete di giustizia», è «affaticato e gravato». Persino le sue qualità – «povero di spirito», «mite», «puro di cuore» – sono profondissime mancanze, assenze, privazioni e negazioni di sé, le quali, diceva Platone nel Simposio, costituiscono il suo dono supremo. Il Padre nostro ci ricorda che l'uomo manca di pane. Se prega, Dio scende e gli dà il pane: la prima grazia della sua esistenza.
Secondo il Vangelo di Matteo, Dio gli dà «oggi» questo pane: giorno per giorno; non domani, non sino alla fine della vita, ma ogni giorno come chiede il Vangelo di Luca (11,3). La preghiera di Matteo è istantanea e invoca una grazia istantanea: domani invocheremo un altro pane con un'altra preghiera. Sullo sfondo di questa richiesta, sta un passo famosissimo dell'Esodo. Quando il Signore fa scendere la manna dal cielo, gli ebrei devono raccoglierla «giorno per giorno»: nessuno può conservarla fino al giorno successivo, perché altrimenti genera vermi e imputridisce (16,16-20). Più tardi, sempre il Vangelo di Matteo (6,34) ammonisce: «Non vi preoccupate dunque per il domani ... a ciascun giorno basta il suo tormento». Così, all'inizio del secondo secolo, un rabbino dice: «Colui che ha da mangiare oggi e dice: "Cosa mangerò domani?" è un uomo di poca fede».
Queste frasi ebraiche e cristiane rivelano il respiro della rivelazione cristiana. La nostra vita è fatta di assoluto presente: attimo effimero dopo attimo effimero, momento dopo momento, istante dopo istante, ora dopo ora, punto dopo punto, ognuno sufficiente a se stesso e benedetto da Dio. Viviamo nell'ispirazione della grazia che Dio infonde, goccia dopo goccia, nel cuore di ognuno di noi. Come dice Teodoro di Mopsuestia, «l'oggi designa l'ora, perché esistiamo oggi, non domani; anche quando giungiamo nel giorno successivo, stiamo nell'oggi». A prima vista, non avvertiamo nel mondo cristiano nessuna durata, né intravediamo un domani o un futuro: non c'è un progetto, non c'è né un piano né un programma, e nessuna linea che ci conduca in qualche luogo anticipato e previsto con il pensiero.
Una traduzione del Padre nostro, proposta da Salvatore Calderone, ci rivela un'altra sfumatura dell'immaginazione cristiana. Il pane epioúsios è quello indispensabile al viaggio: il pane (o il viatico) necessario, come le fave, i ceci, l'olio, il fegato, la carne, i fichi, il sale, le bietole, enumerati nel papiro egiziano. I cristiani sono dunque ospiti e stranieri sulla terra. Anche quando sembrano immobili, compiono un viaggio, fatto di piccole tappe, che riprende ogni giorno, da un luogo a un altro luogo, sempre eguale e sempre diverso. Almeno nella preghiera, ogni tappa del viaggio è accompagnata dal dono celeste del pane.
Via via che sgraniamo il rosario dei significati, il panorama della mente cristiana, in apparenza, si capovolge. Il pane epioúsios diventa quello del futuro: «Il pane per domani» così Gesù suggerisce di invocare il Padre «daccelo già oggi». In ogni istante della sua esistenza, il cristiano attende il pane del tempo della salvezza, della fine degli anni, del regno che deve venire. Forse il regno è già qui, senza che noi lo sappiamo. Forse verrà prestissimo, forse in un futuro che non possiamo né anticipare né prevedere: in qualsiasi caso, malgrado ogni rinvio e procrastinazione, esso scenderà luminosamente o segretamente tra noi. Ma l'attesa non è completa. Il nostro oggi non è mai pieno. Se Dio ci dà, oggi, il «pane della nostra ristrettezza», esso è un anticipo. Il pane assoluto lo avremo soltanto alla fine dei tempi, nel regno dei cieli; e perciò, quando mangiamo oggi ciò che ci è necessario, dobbiamo ricordare (perché ricordiamo anche in futuro) la rivelazione piena e definitiva.
Il pane di domani ha molti nomi, che i Padri della Chiesa declinano con un piacere incontenibile. È la parola pronunciata da Gesù in Palestina: la parola che viene recitata e commentata dagli interpreti: il pane spirituale che sta sopra tutte le sostanze terrene, nutrendo l'anima e l'intelligenza degli uomini: il pane della vita che non si consuma mai; il Cristo che dice di sé: «Io sono il pane di vita disceso dal cielo. Se uno mangia questo pane, vivrà in eterno». Quando tutti i nomi sono stati pronunciati, ciò che era effimero diventa stabile, ciò che era passeggero perpetuo: il viaggio inquieto una quiete tranquilla; ciò che era povero e appena sufficiente al bisogno, diventa una grazia sovrabbondante che eccede i desideri e i bisogni. Così il viandante che percorreva di tappa in tappa le strade, attendendo il viatico ogni istante, abita ora una casa dalle mura traslucide, dove «una sorgente d'acqua zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14).
(Da: I vangeli, cap. X: Il Padre nostro, Mondadori 2014, pp. 72-76)















































