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    Di cosa parla il Vangelo

    quando parla di vita

    Pietro Citati

     

    Nelle nostre lingue, abbiamo un solo termine per indicare la vita: si tratti di vita animale, umana, quotidiana; materiale, spirituale, celeste, eterna. Il greco classico (e il greco dei Vangeli) conosce tre termini: segno dell'attenzione con cui il pensiero e la lingua antichi osservavano ed esprimevano le forme dell'esistenza - sottigliezza che abbiamo dimenticato. Il primo è bios: che vale vita quotidiana, costume di vita, carattere, durata dell'esistenza, professione, mestiere, proprietà, eredità, ricchezza. Il secondo è zoe, che ha significato prevalentemente religioso. Il terzo, psiche, possiede molti sensi, di cui non posso parlare in un articolo. Nel Vangelo di Giovanni, «il volatile delle altitudini», come lo chiamò Giovanni Scoto, bios non appare mai. L'autore del Vangelo (forse un «discepolo del discepolo che Gesù amava») non provava il minimo interesse per la esistenza quotidiana, che i nostri cardinali esaltano tanto. Non amava l'esistenza insignificante, nella quale noi nasciamo, diventiamo adulti, abbiamo un carattere, dei sentimenti, lavoriamo, siamo ricchi o poveri, conosciamo il tempo, lo spazio e il numero, abbiamo una famiglia e degli amici, e infine, in modo egualmente insignificante, moriamo. A lui interessava soltanto la zoe ton aionon: la vita eterna. La vita eterna è, in primo luogo, Dio Padre, il vivente, come dice l'Antico Testamento: egli vive in eterno, porta in sé la vita, dà e toglie l'esistenza, e colma l'universo con una freschezza inesauribile. Anche il Figlio dispensa vita al mondo; e dà agli uomini un'acqua zampillante che non si esaurisce mai. Il Padre e il Figlio sono “una cosa sola», dice Giovanni, mentre Matteo, Marco e Luca non osano dirlo. Prima della creazione, quando lo spazio è vuoto e le tenebre si allargano sull'abisso, essi sono già una "cosa sola": il Figlio esiste presso Dio; e il Figlio e il Padre si riflettono l'uno nell'altro. Se il Padre ama il Figlio, il Figlio ama il Padre: se il Padre risuscita e vivifica i morti, così fa il Figlio: se il Figlio dona la sua vita per gli uomini, la dona per volontà del Padre: quando il Padre parla, il Figlio parla per lui; quando il Padre insegna, il Figlio ripete il suo insegnamento. «Io non sono mai solo, dice Gesù, perché il Padre è con me». Questa doppia vita è una luce gloriosa, onnipervasiva, ininterrotta, che caccia da ogni parte le tenebre che non la riconoscono. Non c'è niente nella vita eterna, che non sia zampillo e esplosione di luce. Questa luce sovrannaturale si esprime con le immagini più semplici e fisiche: Giovanni unisce la sublimità tremenda e la semplicità naturale; ecco l'acqua, il pane, la vite, il tralcio, il mietitore, il seminatore, il buon pastore, le pecore. Giovanni tuffa le mani nel mare del linguaggio della religione tardo-giudaica, ellenistica, gnostica, mandea: non teme il contatto con nessuna esperienza; accetta qualsiasi fonte, perché, come tutti i grandi teologi, la impregna col suo respiro.

    Lo "scandalo della Croce" aveva inquietato le prime comunità cristiane: quel Cristo disperatamente solo, che prega invano il Padre sul Getsemani e sulla Croce, e non riceve risposta, riempiva d'angoscia i fedeli. Queste inquietudini ed angosce diventano, in Giovanni, un trionfo; e la gloria di Cristo non sta solo nella Resurrezione, come pensano gli altri Vangeli, ma soprattutto nella Croce. Giovanni abolisce la scena notturna del Getsemani, dove Cristo aveva sofferto lacrime di sangue, invocando un'altra possibilità, e un'altra salvezza. Insiste sul fatto che mai, nemmeno per un attimo, durante la passione e la crocefissione, Gesù era rimasto solo: perché il Padre era sempre vicino a lui, e parlava con lui, senza conoscere né il silenzio né il segreto. Dio, per lui, non era mai nascosto. E infine, mentre negli altri Vangeli, la tenebra avvolge per tre ore l'agonia di Cristo, nel racconto di Giovanni c'è sempre luce: Gesù è «la luce vera, che illumina ogni uomo»; e dunque attorno a lui splende forse la stessa fresca aria primaverile che aveva illuminato qualche giorno prima, durante la festa di Gerusalemme, i rami delle palme pasquali. Tutto muta. La terribile umiliazione del Giusto biblico, abbandonato da Dio sulla Croce, rivela in ogni evento, anche il più doloroso, la maestà, l'esaltazione, la dignità regale del vero Re - il cui regno non appartiene a questo mondo, ma giudica e condanna il mondo e i suoi regni. La Croce di Gesù è un trono: il suo trono. Secondo Giovanni, anche gli uomini conoscono la vita eterna: non la conoscono solo nel futuro, dopo la morte, dopo n giudizio, come pensano Matteo, Marco e Luca e, dopo di loro; moltitudini di cristiani. Nel Vangelo di Giovanni, come Gesù ripete di continuo, la vita eterna è già qui, davanti agli occhi, a Betania, a Betesda, a Cana, lungo le rive del mare di Galilea, tra le palme di Gerusalemme. Il raccolto è già presente: se i discepoli alzano gli occhi, vedono i campi albeggiare di messi. In nessun altro testo cristiano (e in nessun altro libro che abbia mai letto) le parole di Gesù fanno sentire il respiro e il sapore della vita eterna impregnare la nostra vita, come s,e tutto ciò che è quotidiano fosse scomparso o fosse stato completamente assorbito dalla gloria della luce. Leggendo Giovanni, senza che egli alzi mai la voce e il tono, l'eterno si insinua in ogni angolo del presente. Non c'è che l'eterno: prossimo, famigliare, confidenziale. Tutto avviene qui: la vita eterna è tra noi, sebbene forse avrà una risonanza più sottile nel cielo. Anche la glorificazione di Cristo avviene in terra, sulla Croce, sul Golgota, non quando egli ascende nell'altro mondo. Se vogliamo conoscere la vita eterna, basta la fede nel Figlio, che ci viene data dal Padre. «Nessuno può venire a me, dice Gesù, se il Padre che mi ha mandato non lo attrae». Così siamo liberati dalla morte fisica, che non ha più alcun peso, perché viene completamente annullata dalla fede. A questa morte fisica, oggi, noi badiamo a tal punto, che vogliamo evitarla e cancellarla e allontanarla per mezzo di sondine e macchine respiratorie, come se non dovesse più esistere. Secondo Giovanni, morte è soltanto il nome della tenebra - il peccato d'Adamo, l'odio, la, malvagità, l'assenza d'amore, l'incredulità, le cattive opere, la mancanza di conoscenza, Satana, il "mondo" -: tenebra che lascia attorno a sé una fascinazione sinistra, turbando anche i primi discepoli, durante e dopo l'ultima cena. Mentre leggiamo il Vangelo di Giovanni, il Padre è una "cosa sola" col Figlio: il Figlio è "una cosa sola" col Padre: i discepoli presenti e tutti gli altri che in futuro leggeranno il Vangelo di Giovanni sono "una cosa sola" tra loro: essi sono "una cosa sola" col Figlio, come il tralcio e la vite; e sono "una cosa sola" attraverso la mediazione di Gesù Cristo, anche col Padre, come nessun cristiano aveva mai detto. Queste successive identità di amore e di conoscenza, queste fusioni sempre più vaste di cuori e di spiriti, che si allargano come onde nel lago dell'amore cristiano, ripetono l'unità originaria, che, prima della creazione, esisteva tra le due figure divine. Qualsiasi separazione e divisione, nel cielo e nella terra, è caduta. Non c'è che l'Uno celeste e terrestre. Fuori di esso soltanto le tenebre, che non riconoscono e non accolgono il Figlio.

     

    (La repubblica, 03/03/2009)



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