I mercanti e il tempio
Gianfranco Ravasi
«Gesù, entrato nel tempio, si mise a cacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Insegnava loro dicendo: Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti?
Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri! Lo udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire». Chi non ricorda questo episodio della vita di Cristo, riferito qui dall’evangelista Marco (11, 15-18) ma offerto da tutti e quattro i vangeli e ripreso in infinite raffigurazioni artistiche e persino cinematografiche?
La sferza di Cristo e dei profeti
Il monumentale tempio di Erode dalla planimetria piuttosto complessa accoglieva, soprattutto in occasione delle grandi solennità ebraiche, una folla variopinta di pellegrini che avevano bisogno di acquistare animali sacrificali, ritualmente attestati come 'puri' dalle commissioni ispettive sacerdotali. Il mercato si svolgeva nel cosiddetto 'atrio dei gentili', cioè in un vasto cortile aperto anche agli stranieri, largo 300 metri e lungo 475. Si contrattavano non solo buoi e pecore per i sacrifici più importanti ma anche colombe e tortore per le offerte dei meno abbienti, come era attestato dalla stessa normativa biblica: «Se uno non ha mezzi per procurarsi una pecora o una capra, offrirà al Signore due tortore o due colombi» (Levitico 5, 7). Così avevano fatto anche Giuseppe e Maria in occasione del rito di purificazione della puerpera, a quaranta giorni dalla nascita di Gesù (Luca 2, 22-24).
Non mancava neppure il commercio del vino per i riti di libagione e quello degli incensi e aromi per i cosiddetti 'sacrifici vegetali'. Ogni ebreo, poi, doveva versare la sua decima per il tempio, tassa che anche Gesù aveva pagato, come narra Matteo (17, 24-27). Era, però, necessario ricorrere a una valuta che non recasse l’effigie di qualche sovrano, considerata come segno idolatrico: così, era ammessa solo l’antica monetazione giudaica o la valuta della città fenicia di Tiro, priva di tali immagini. Ecco, allora, la presenza dei cambiavalute, chiamati da Marco in greco kollybistai perché l’imposta ammontava a un kollybos, cioè a mezzo siclo.
Secondo le testimonianze rabbiniche, nel cambio gli operatori trattenevano per sé una commissione che oscillava dal 2,1 al 4,2%.
Attorno al tempio ruotava, dunque, un vero e proprio sistema commerciale sul quale lucrava il sacerdozio gerosolimitano e l’impressione generale era quella che ancor oggi si riproduce nelle adiacenze dei santuari di ogni fede religiosa, con un movimento d’affari consistente, legato anche all’oggettistica e agli ex-voto.
Gesù piomba – come scrive Giovanni nel suo racconto parallelo (ma con diversa collocazione cronologica) – con «una sferza di cordicelle» e, citando la parola dei profeti di Israele, cerca di riportare il tempio alla sua vera anima di «casa di preghiera», impedendo che si trasformi in una «spelonca di ladri», espressioni mutuate appunto dai testi di due profeti, Isaia (56, 7) e Geremia (7, 11). Con questo gesto di alta carica simbolica egli colpiva interessi consolidati ed è in questa luce che l’evangelista Marco registra la reazione aspra e quasi scomposta dei sommi sacerdoti e degli scribi, cioè dei gestori del culto ufficiale gerosolimitano. Certo è che, già da secoli, su Israele chiara e forte s’era levata la voce dei profeti che, oltre a sostenere come imprescindibile il nesso tra culto e giustizia sociale, aveva denunciato senza esitazione le degenerazioni del mercato che si effettuava anche in sede civile, cioè alle porte della città, l’ambito pubblico per eccellenza.
Basterebbe solo sfogliare il libretto di Amos, un pecoraio e coltivatore di sicomori chiamato a svolgere la missione profetica nella prospera capitale del regno settentrionale di Israele, Samaria, città di vivaci commerci nell’VIII secolo a.C. «Hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali – egli grida – e bevono il vino confiscato come ammenda nel tempio del loro Dio… Violenza e rapina accumulano nei loro palazzi… Voi schiacciate l’indigente e gli estorcete una parte del grano… Voi siete oppressori del giusto e incettatori di ricompense… Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (2, 6.8; 3, 10; 5, 11-12.24). Un altro profeta dello stesso secolo, Isaia, denunzia invece le speculazioni terriere che conducevano al latifondismo: «Guai a voi che aggiungete casa su casa e unite campo a campo finché non vi sia più spazio e così restate soli ad abitare nel paese» (5, 8). Quasi tutti i profeti, poi, protestavano con severità sulle falsificazioni commerciali, emblematicamente rappresentate dalle bilance truccate. Già la legge biblica ammoniva: «Non avrai nel tuo sacco due pesi diversi, uno grande e uno piccolo. Non avrai in casa due tipi di efa [unità di misura di 45 litri], una grande e una piccola… Chiunque compie tali cose e commette ingiustizia è in abominio al Signore» (Deuteronomio 25, 13-16).
Il mercante di perle preziose
Tuttavia proprio questa insistenza sulla correttezza commerciale è l’indiretta attestazione di una vivace attività economica che si sviluppava sui vari mercati e attraverso una rete di traffici. È curioso notare che i termini ebraici per designare il mercato sono metonimie: così, ma’arab di per sé indica le merci e gli articoli di scambio e sahar il 'guadagno'. Nella Bibbia si acquistano terreni ma anche derrate alimentari, si trattano incensi e profumi e si lavorano metalli preziosi, si importano materie prime e si mettono sul mercato manufatti e così via. Si esaltano centri commerciali di prim’ordine come le fenicie Tiro e Sidone, si conia un termine tecnico come 'cananeo' – che originariamente era un vocabolo etnico per indicare gli indigeni della terra promessa a Israele – per definire il mercante e si esalta Salomone per lo straordinario impulso impresso al mercato: «La quantità d’oro che affluiva nelle casse di Salomone ogni anno era di 666 talenti [un talento equivaleva a quasi 35 chili], senza contare quanto ne proveniva dai trafficanti e dai commercianti, da tutti i re dell’Arabia e dai governanti del paese» (1 Re 10, 14-15). Nelle liste delle sue importazioni marittime non si esita e segnalare la presenza non solo di «carichi d’oro, d’argento e d’avorio» ma anche quelli «di scimmie e di babbuini» (1 Re 10, 22)!
Non mancano scenette di vita mercantile in presa diretta come in questa 'vignetta' del libro dei Proverbi: «Robaccia, robaccia!, dice chi compra. Ma, mentre se ne va dopo l’acquisto, si vanta dell’affare» (20, 14). Anche Cristo non esita a desumere dalla vita commerciale spunti per le sue parabole. Lasciando da parte la celebre parabola dei talenti e gli altri rimandi concreti alla vita economica di allora (si pensi solo alla moneta di Cesare), citiamo questa scheggia narrativa del vangelo di Matteo: «Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (13, 45-46). L’Apocalisse in una pagina di grande potenza letteraria (capitoli 18-19) descrive il dramma dei mercati internazionali in seguito al crollo della 'borsa' della Roma imperiale, «Babilonia, possente e immensa città tutta ammantata di bisso, di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle! In un’ora sola è andata dispersa sì grande ricchezza!» (18, 16-17).
Già nell’antichità, infatti, un reticolo di traffici copriva il mondo allora conosciuto: lo sterminato patrimonio di tavolette di terracotta venute alla luce negli scavi archeologici dell’antico Vicino Oriente testimonia questo vigoroso sistema di scambi che si compiva per via marittima, soprattutto con la flotta fenicia (ma non solo), e per via terrestre con le carovane di cavalli, asini e muli e, sul finire del II millennio a.C., coi cammelli, capaci di trasportare fino a 400 chili di materiali percorrendo anche 50 chilometri al giorno e rimanendo fino a 5 giorni senza bere. Siamo, quindi, di fronte a un fenomeno sociale e culturale che non poteva non incrociarsi e, come si è visto, scontrarsi o dialogare con la religione.
L’oscillazione tra due poli
È ciò che raggiunge il suo apice con l’ingresso del cristianesimo nell’Occidente. Al di là delle discussioni ideologiche di questi anni, è indubbio a livello storiografico che il cristianesimo costituisce il fondamento capitale dell’Europa. Certo, ci sono altri ingredienti indiscutibili come il pensiero greco col suo contributo critico, logico ed etico, o come il diritto romano; ma su di essi si esercita una forte elaborazione di impronta cristiana. In un’intervista rilasciata ad Avvenire nel febbraio 2002 il famoso storico francese Jacques Le Goff dichiarava: «L’Europa cominciò ad apparire nel IV sec. con la fusione tra i popoli dell’impero romano e i popoli barbari grazie al cristianesimo. La struttura giuridica si fondò sul diritto romano, sul diritto consuetudinario, ma anche sul diritto canonico, che ha avuto nel Medio Evo un’importanza fondamentale. Il fatto che la Chiesa si sia riservata la giurisdizione su certi settori, come quello del matrimonio, ha rappresentato in un certo periodo un innegabile elemento di progresso. Un esempio: nel 1215 il IV Concilio Lateranense esige che la donna sia consenziente affinché il matrimonio sia valido, un elemento che favorì indubbiamente la dignità femminile e stabilì una quasi parità tra uomo e donna. Anche nel rapporto col danaro l’Europa possiede una sua 'personalità', che le viene proprio dalla Chiesa, la quale si è sempre riservata il diritto di giurisdizione e di giudizio sui trattati commerciali come sui prestiti a interesse. Penso sia questa la ragione per cui ancor oggi in Europa esiste un capitalismo diverso da quello americano, dal momento che tiene conto di preoccupazioni di ordine etico e morale».
Ovviamente non possiamo ora tracciare un ritratto storico di questa complessa vicenda che vide il tempio e il mercato accostarsi con alterne vicende. Era, infatti, facile oscillare tra poli estremi. Da un lato, ad esempio, c’è l’Opus imperfectum in Matthaeum, attribuito falsamente al grande Padre della Chiesa d’Oriente Giovanni Crisostomo (IV secolo), che non esita a bollare la mercatura e l’attività economico.finanziaria in genere come contrastante con la fede cristiana, quasi che il mercante e l’uomo di finanza non potessero mai piacere a Dio. D’altro lato, invece, ecco il trattato De emptionibus et venditionibus del teologo Pietro di Giovanni Olivi che, alla fine del Duecento, rivaluta la figura del mercante, divenendo così «un indagatore della razionalità economica medievale», come dice il titolo di un saggio di Amleto Spicciani dedicato a questo personaggio che seppe riconoscere in sede teorica ed etica una funzione positiva alle professioni economico-finanziarie.
Gli esordi del cristianesimo sembravano, infatti, al riguardo piuttosto reticenti per non dire ostili, sia per alcune spinte di taglio apocalittico, sia per ideali di impronta ascetica, sia per esperienze di forte impatto utopico (la comunione totale dei beni, praticata dalla comunità cristiana delle origini a Gerusalemme, come si evince dagli Atti degli Apostoli 2, 42-48; 4, 32-35; 5, 12-16). Anche il primo monachesimo, che sarà poi capitale nello sviluppo economico-sociale dell’Europa, si presentava come una comunità radicalmente ascetica, egalitaria, 'utopica' e apparentemente 'isolazionista'. Quel testo fondamentale che è la Regola di san Benedetto è, al riguardo, lapidario: «Ogni cosa sia in comune tra tutti, come sta scritto, e nessuno chiami qualcosa come sua proprietà o avanzi diritti su qualcosa… Affinché questo vizio della proprietà venga estirpato con tutta la sua radice, dia l’abate ciò che è necessario: cocolla, tunica, calze, calzature, cintura, coltello, stilo, punta, fazzoletto, tavoletta per scrivere, così che venga a mancare qualsiasi pretesto di bisogno» (cc. 33 e 55).
Tuttavia già san Paolo di fronte agli eccessi 'apocalittici' dei cristiani di Tessalonica non esitava a scrivere: «Sapete come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo giorno e notte per non essere di peso a nessuno di voi… Quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: Chi non vuole lavorare neppure mangi» (2 Tessalonicesi 3, 7-10). Tra l’altro l’aforisma finale formulato da Paolo – divenuto popolare nel Medioevo nella versione latina Si quis non vult operari nec manducet – è entrato persino nella costituzione dei Soviet voluta da Lenin. Sullo stimolo delle parole dell’Apostolo ma anche per la sua forte capacità di 'incarnazione' nei vari contesti culturali, il cristianesimo seppe coniugare religione ed economia, distacco e possesso, ascesi e sviluppo sociale, mistica e progresso, naturalmente con tutti i rischi che questo equilibrio delicato comportava. Sempre in agguato era, infatti, la tentazione dell’idolatria, dell’estenuazione del giudizio morale, dell’insorgenza dell’egoismo.
Indimenticabile come monito rimaneva il detto di Cristo: «Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro.
Non potete servire a Dio e a mammona!» (Luca 16, 13).
Il monastero e la cattedrale
Lo storico Friedrich Prinz in un suo saggio sulla Presenza del monachesimo nella vita economica e sociale giustamente osservava che «in tutto il corso del Medio Evo il monachesimo dovette lottare con sempre nuovi sforzi riformatori per la preservazione e il rinnovamento della sua originale sostanza cristiana, cioè per la sua intima ragion d'essere religiosa, ma con questa continua lotta per la tutela della sua essenza metastorica contribuì nel medesimo tempo e costantemente a trasformare, influenzare, modificare con azione indiretta l'intera società, imprimendole più rigide norme di morale, di comportamento e di autocritica» (in Dall'eremo al cenobio. La civiltà monastica dalle origini all'età di Dante, Scheiwiller, Milano 1987, p. 241). La stessa considerazione può essere svolta riguardo alle cattedrali, agli episcopi e alle curie, proprio nel loro impegno all'interno del tessuto economico urbano o diocesano. Anzi, spesso le due istituzioni s'intersecavano tra loro proprio nell'area del mercato: tra l'altro, almeno sino alla fine del VI sec. il monachesimo si sviluppò entro l'ambito giurisdizionale delle città vescovili e quindi sotto il controllo episcopale.
Non è il caso di illustrare in modo sistematico e documentario - considerati anche i limiti della nostra sintesi - il rilievo dei monasteri nella struttura economica e commerciale del Medio Evo, fino al punto da divenirne una sorta di colonna vertebrale. Certo, essi erano prima di tutto centri di spiritualità e di cultura: alla preghiera e alla liturgia si univano lo scriptorium, la biblioteca coi classici latini e greci e la scuola ove si insegnavano le lettere, le arti, la teologia, ('esegesi, la patristica ma anche la matematica e l'astronomia. Ma
monasteri erano anche centri economici di prim'ordine, riproponendo così il dilemma tra i due poli dell'impegno spirituale e di quello sociale. Immensi possedimenti terrieri, migliaia di contadini che prestavano servizio ed erano soggetti a tributo, il disboscamento di foreste, la bonifica di territori paludosi o desertici, lo sfruttamento del suolo, le innovazioni tecniche agrarie come l'aratro a ruote per lo scavo più profondo, dotato di un dispositivo per il ribaltamento delle zolle, le strategie di produzione come la nuova coltura intercalare
e a rotazione che sostituiva la vecchia pianificazione campo-erba: queste e altre caratteristiche davano origine a un vasto e articolato sistema produttivo che incrementava diversi circuiti di mercato.
È significativo che, accanto a Omero, Virgilio, Livio, Svetonio, Plutarco, Tacito, nelle biblioteche monastiche fosse sempre presente il testo fondamentale sull'agricoltura razionale che il romano Columella aveva composto nel I secolo d.C., continuamente ripreso e aggiornato nelle successive opere enciclopediche e applicato nel loro lavoro dai monaci e dai servi. Attorno ai possenti bastioni dei monasteri e alle loro superbe architetture si stendevano campi di grano e frutteti, vivai di pesci e allevamenti di bestiame, coltivazioni di ogni genere e villaggi in una sorta di paradiso umano che respirava accanto al paradiso liturgico del monastero e dell'abbazia. Il lavoro, infatti, secondo il celebre motto benedettino, doveva appaiarsi all'orazione: Ora et labora! L'operare veniva considerato come risposta al disegno stesso del Creatore che aveva collocato l'uomo «nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse» (Genesi 2, 15). Dopo tutto l'homo faber et oeconomicus aveva già ricevuto uno splendido ritratto in una pagina del Libro di Giobbe: «L'argento ha le sue miniere, l'oro le sue officine di raffinazione, il ferro si estrae dal sottosuolo e il rame si libera fondendo le rocce... Gli uomini trivellano pozzi in zone inaccessibili: privi dell'appoggio dei piedi, penzolano sospesi lontano dagli uomini e oscillano. La terra dalla quale si trae pane è nel sottosuolo sconvolta come da un incendio. Nelle sue pietre ci sono giacimenti di zaffiri, nella sua polvere pepite d'oro. L'uomo stende la mano alla selce, squassa i monti fin dalle radici, nella roccia scava le sorgenti dei fiumi» (28, 1-11). E poi si faceva cenno al commercio dell'argento, dell'oro, dell'onice, dello zaffiro, del cristallo, delle perle, del topazio, del vasellame e dei monili (28, 15-19).
Similmente il lavoro dei monaci e dei loro dipendenti immetteva sul mercato non solo derrate alimentari ma anche prodotti di artigianato: dalle sculture alle suppellettili, dalle legature preziose ai crocifissi, dai reliquiari agli oggetti fittili di uso comune, dalla pergamena (per un codice di media grandezza occorreva la pelle di almeno 40 pecore!) all'oggettistica più varia. Il tutto componeva una struttura economica che implicava bilanci consistenti e complessi sia nei costi di gestione sia nei ricavi. La stessa rilevazione valeva anche per le diocesi: il vescovo e la sua curia ma anche i capitoli, le singole parrocchie e cappellanie stendevano attorno a sé reti molto fitte di relazioni commerciali. Scriveva, a questo riguardo, lo storico Cinzio Violante in un suo saggio sui Vescovi dell'Italia centro-settentrionale e lo sviluppo dell'economia monetaria: ha l'impressione che i vescovi esercitassero in campo economico un'attività particolarmente fervida, spregiudicata e coerente coi tempi: e questo sia per necessità ministeriali e per impegni derivanti dalla partecipazione alla lotta delle investiture (...) e sia per la lotta per l'ascesa sociale nella quale venivano adoperati gli strumenti della risorgente economia monetaria e di mercato, che non era disgiunta dagli sviluppi della signoria rurale e dalla grande proprietà terriera. Anche i vescovi provenienti da questi ambienti ed educati in questa temperie non erano meno portati a un'ardita e spregiudicata partecipazione alle attività economiche, pure in campo monetario›, (Vescovi e Diocesi in Italia nel Medioevo nei sec. IX-XIII, Antenore. Padova 1964, pp. 215-216).
La crisi dell'economia ecclesiastica
Questa immersione in una struttura economico-commerciale piuttosto serrata e fin spregiudicata faceva sì che spesso si perdesse di vista quel polo spirituale a cui sopra si accennava e il pendolo dell'impegno pastorale si inchiodasse negli ingranaggi dell'economia monetaria e mercantile. Talora, però, la maggior lentezza burocratica curiale rispetto a una società laica più aggressiva e creativa faceva sì che monasteri e diocesi piombassero in crisi molto gravi. Ne vorremmo offrire solo un esempio desumendolo da un decreto poco noto emanato dal XIII Concilio Ecumenico, tenutosi a Lione nel 1245. I Padri conciliari denunciavano la drammatica situazione economica dei vescovadi, delle abbazie e delle canoniche. Le cause di questo crollo, che si ripresenterà con modalità differenti in varie epoche, erano molteplici. C'erano innanzitutto i vincoli giuridici canonistici che impedivano ogni agilità dell'adattarsi in modo rapido ed efficace alla maggiore mobilità contrattuale dei beni fondiari e all'evoluzione accelerata dei mercati. C'era, poi, il divieto di alienazione dei beni ecclesiastici, anche quando erano improduttivi, e la relativa impossibilità di un reimpiego dei capitali in settori redditizi del mercato. Infine c'era la lunga durata dei contratti d'affitto che costituiva un ostacolo al passaggio dai canoni in natura a quelli in denaro e viceversa.
I grandi proprietari laici, invece, potevano e sapevano muoversi con maggior prontezza, senza i lacciuoli dell'organizzazione ecclesiastica e, nel campo dei mercati, riuscivano ad ammassare le merci in centri da loro controllati così da monopolizzare con la vendita delle loro risorse i numerosi mercati cittadini e rurali. In questo contesto svaniva la potenza economica delle chiese e delle abbazie che sprofondavano "nella voragine delle usure", come sottolineava il Concilio. Si stabiliva, così, che «vescovi, abati, decani nel mese
successivo alla presa di possesso del governo dell'ente ecclesiastico (...) facessero redigere l'inventario dei beni spettanti all'amministrazione che avevano assunto (...) affinché si potesse chiaramente conoscere in quale situazione avessero ricevuto quella chiesa o abbazia e la sua amministrazione e come l'avrebbero governata in futuro”. Il responsabile ecclesiastico veniva poi invitato a saldare i debiti sia coi beni mobili disponibili, sia con proventi di vario genere, sia con una riduzione drastica delle spese. Si vietavano gli atti di fideiussione, il contrarre mutui, il ricorrere ai pegni. «Ma – continuavano i Padri conciliari – qualora un'evidente necessità o una calcolata utilità obblighi a compiere simili azioni, i vescovi e gli abati siano autorizzati a contrarre debiti non usurari, se è possibile, e comunque mai durante le fiere e i mercati pubblici».
Con una certa semplificazione, ricorrendo alla ben nota opera di Georges Duby, Lo specchio del feudalesimo. Sacerdoti, guerrieri e lavoratori (Laterza, Bari 1980), possiamo a questo punto concludere che a lungo, a partire già dall'XI secolo con Adalberone, vescovo di Laon, e con Gerardo, vescovo di Cambrai, la società era vista come un triangolo ai cui tre vertici si collocavano tre figure: il clero, l'esercito e il mondo del lavoro. Ancora nel 1610 il parigino Charles Loyseau nel suo Traité des Ordres et Simples Dignitez affermava che «i tre ordini o stati generali di Francia,› erano il clero, i guerrieri e i lavoratori: «Gli uni si dedicano particolarmente al servizio di Dio; gli altri a proteggere lo Stato con le armi; gli altri a nutrirlo e a mantenerlo con le attività di pace'. Il binomio dell'orare et laborare si trasformava in trinomio con l'aggiunta del pugnare. Ma, trasversale a tutte queste attività e al trittico dei soggetti indicati, c'era sempre il mercato con le sue molteplici espressioni e variazioni.
La morale e il Regno di Dio
Certo è che la spiritualità autentica, componente strutturale dell'esperienza religiosa, sarà sempre come una spina nel fianco della società e quindi anche dell'attività economica. Lo sarà adempiendo a due compiti differenti ma connessi. Da un lato richiamerà in modo permanente le esigenze dell'etica impedendo che si instaurino leggi di mercato del tutto aliene da ogni norma morale, immerse in un immanentismo autoreferenziale, autosufficiente e "auto-nomo". Come ammoniva il profeta Isaia, il mercato non può rendere «bene il male e male il bene, le tenebre trasformarle in luce e la luce in tenebre, l'amaro in dolce e il dolce in amaro» (5, 20). La denuncia delle violazioni morali sarà affidata alla voce genuina del tempio (si pensi al gesto di Cristo da cui siamo partiti) e alla testimonianza personale dei giusti (pensiamo, ad esempio, a san Francesco). Costoro condanneranno – come ci ricorda il Libro della Sapienza, opera biblica greca di matrice giudeo-alessandrina – chi «considera un trastullo la nostra vita e l'esistenza come se fosse un mercato lucroso. Costui dice: Da tutto, anche dal male, si deve trarre profitto» (Sapienza 15, 12).
D'altro lato, come insegna anche la recente dottrina sociale della Chiesa, la religione smitizza il valore assoluto del mercato e dell'economia, relativizzandolo non solo alla persona umana e alla sua dignità ma anche rispetto al tema centrale del Regno di Dio, cioè di un progetto superiore di giustizia e di pace verso cui tendere. Non possiamo ovviamente delineare il quadro generale del moderno "magistero" ecclesiale sui temi sociali, un insegnamento che ha come suo punto d'avvio l'enciclica Rerum novarum di Leone XIII (1891) dalla quale si dirama una vera e propria genealogia di documenti ufficiali, apparsi soprattutto a partire dal pontificato di Giovanni XXIII (Mater et magistra del 1961, Pacem in terris del 1963). Il Concilio Vaticano II è penetrato nel groviglio della modernità con la costituzione Gaudium et spes (1965), mentre fondamentale riguardo alla questione sociale è stata per Paolo VI la sua enciclica Populorum progressio (1967). Giovanni Paolo Ii ha emesso un trittico di documenti particolarmente attenti alla dimensione socio-economica del nostro tempo: la Laborem exercens (1981), attenta a marcare la priorità del lavoro sul capitale, dato che è il lavoro a fondare il diritto alla proprietà, diritto che è pur sempre funzionale al principio-base della dottrina sociale cristiana, quello della destinazione universale dei beni; la Sollicitudo rei socialis (1987) e soprattutto la Centesimus annus (1991).
Ebbene, è proprio quest'ultima enciclica a dedicare per la prima volta un intero paragrafo (n. 34) proprio al libero mercato. Lo vogliamo proporre nella sua integralità così puntuale da non avere bisogno di commento (naturalmente questa lettera si colloca all'interno di uno scenario dottrinale molto articolato e ricco del quale non possiamo ora rendere ,conto). «Sembra che, tanto a livello delle singole Nazioni quanto a quello dei rapporti internazionali, il libero mercato sia lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni. Ciò, tuttavia, vale solo per quei bisogni che sono "solvibili". che dispongono di un potere d'acquisto, e per quelle risorse che sono "vendibili", in grado di ottenere un prezzo adeguato. Ma esistono numerosi bisogni umani che non hanno accesso al mercato. È stretto dovere di giustizia e di verità impedire che i bisogni umani fondamentali rimangano insoddisfatti e che gli uomini che ne sono oppressi periscano. È, inoltre, necessario che questi uomini bisognosi siano aiutati ad acquisire le conoscenze, ad entrare nel circolo delle interconnessioni, a sviluppare le loro attitudini per valorizzare al meglio capacità e risorse. Prima ancora della logica dello scambio degli equivalenti e delle forme di giustizia, che le son proprie, esiste un qualcosa che è dovuto all'uomo perché è uomo, in forza della sua eminente dignità. Questo qualcosa dovuto comporta inseparabilmente la possibilità di sopravvivere e di dare un contributo attivo al bene comune dell'urna-nità. Nei contesti di Terzo Mondo conservano la loro validità (in certi casi è ancora un traguardo da raggiungere) proprio quegli obiettivi indicati dalla Rerum novarum, per evitare la riduzione del lavoro dell'uomo e dell'uomo stesso al livello di una semplice merce: il salario sufficiente per la vita della famiglia; le assicurazioni sociali per la vecchiaia e la disoccupazione; la tutela adeguata delle condizioni di lavoro».
Certo è che compito della religione e della morale è quello di risalire alle radici dell'autentica umanità e di allargare l'orizzonte oltre i ristretti perimetri delle leggi economiche impedendone l'assolutizzazione. Si tratta di una sorta di "principio di utopia" o "di speranza" trascendente che è il seme che la religione depone nella storia. La fede, consapevole del suo essere nel mondo senza essere del mondo (Giovanni 17, 11.14), fa sì che «quelli che comprano vivano come se non possedessero», secondo l'espressione di san Paolo che continua: «Quelli che usano del mondo vivano come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!» (1 Corinzi 7, 3031). Questo fremito escatologico fa alzare lo sguardo oltre le merci e le cose, oltre il possesso e la storia. Proclamava il profeta Ezechiele: «È giunto il tempo, è vicino il giorno: chi ha comprato non si allieti, chi ha venduto non rimpianga!» (7, 12). Ed è ancora una volta Cristo a raffigurare in forma plastica e potente questa relatività e a infondere l'inquietudine della trascendenza: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti! Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce davanti a Dio» (Luca 12, 16-21).















































