Il simbolo
che svela la rinascita
Giorgio Alessandrini
Dobbiamo a un anonimo iconografo greco del XIV secolo la tavola di un battesimo del Signore, oggi a Gerusalemme, testimonianza di un’arte nutrita di fede e di profonda dottrina. L’opera molto deve alla tradizione per il linguaggio simbolico da tempo consolidato, ma presenta novità rimarchevoli che significano in modo immediato il rapporto tra il battesimo del Signore e quello della nostra rinascita in Spirito Santo.
Centrale è la figura di Gesù che di fronte a Giovanni è sceso nell’alveo del fiume che, proprio perché tenebroso, è chiaramente allusivo alla discesa del Cristo nella “regione degli inferi”, dove da vincitore rovescerà la signoria della morte sui figli di Adamo. Gesù si leva risorgente proprio nel luogo dominato da tenebra e da apparenze di morte, tra quattro pesci disposti come a figurare una croce. È lo stesso mistero che un’altra icona ben nota rappresenta nella figura del Cristo in candida veste, luminoso nel regno di tenebra, mentre ne calpesta le porte divelte e giacenti in forma di croce, nel gesto di trarre per mano Adamo liberato dai ceppi. Con singolare, felice invenzione, l’ignoto iconografo delinea poi il contorno dell’alveo nella forma di un utero, a significare che al movimento di Gesù risalente dalle acque corrisponde, nel simbolo, la nascita sacramentale della umanità nuova dal fonte del nostro battesimo. Quell’alveo del fiume raffigura il grembo della Chiesa feconda in acqua e Spirito Santo: in ciascun battezzato è vera e reale la parola divina del salmo: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato» (2, 7). Lo Spirito, che irraggiato dai cieli aperti discende per rimanere sul Cristo, si libra come colomba per far sì che l’uomo Gesù sia tramite della grazia divina per l’umanità intera, per farla capace di una vita conforme alla sua. È quello che scrive Paolo ai Romani: «Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme con lui nella morte, affinché come Cristo fu resuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (6, 4). Ma nell’icona ricorre pure la memoria dell’Esodo, connessa con le figure di due personaggi che stazionano sul fondo del fiume. La personalizzazione del fiume nella figura di un uomo riversante acqua da un’anfora è un motivo comune nella iconografia non solo cristiana, ma qui lo sdoppiamento delle figure rimanda al momento in cui il Giordano si divide per consentire al popolo l’ingresso nella terra promessa. L’immagine dell’uomo anziano barbuto allude alle acque “antiche” che scorrono a valle del varco che s’apre, “antiche” perché sgorgate dalla sorgente prima di quelle a monte rappresentate nel giovane che volge il capo all’i n d i e t ro , seguendo la suggestione del salmo: «Che hai tu mare per fuggire e tu Giordano per volgerti indietro?» (Salmi, 114, 5). Con l’allusione all’ingresso nella terra promessa l’icona suggerisce il parallelo col battesimo inteso come passaggio a vita nuova, a un modo nuovo di abitare la terra che consiste nell’accoglienza in Spirito Santo della novità del Regno che Gesù viene a inaugurare. Nella fitta rete di simboli il particolare dei tre angeli presenti alla scena costituisce un tema a parte da porre in rapporto con la teofanìa narrata nel capitolo sesto di Isaia, quando nel tempio il profeta trema atterrito dalla visione di colui che, seduto in trono, si manifesta nella sua tremenda maestà e di cui gli angeli per tre volte proclamano la santità. Qui invece sono gli angeli che nell’e s p re s s i o n e del volto contratto esprimono tremore e sgomento di fronte al mistero indicibile della santità divina che si abbassa nel Figlio, fino a sottomettersi alla condizione dell’uomo mortale. Sotto altri cieli e nei contesti culturali più disparati, il battesimo del Signore ha offerto all’arte motivo continuo di ispirazione. Molti tra pittori più o meno noti si sono cimentati sul tema: tra questi Piero della Francesca su commissione dei monaci camaldolesi di Sansepolcro, per una tavola poi trasmigrata alla National Gallery di Londra. Senza mettere in campo una competenza teologica paragonabile a quella dell’anonimo greco, Piero, che ambienta il racconto evangelico nello sfondo del luminoso paesaggio umbro-toscano, trova inoltre riferimenti appropriati nelle Scritture. Soprattutto si ispira al “genere sapienziale” più che a testi di indole spiccatamente teologica. Nel suo attesimo l’autore ha di certo presente la pagina di Geremia che contrappone le sorti dell’uomo che vive fidando totalmente in Dio a quelle di chi confida esclusivamente in se stesso: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa, non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine dove nessuno può vivere. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici, non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi» (17, 5-8). Il corso d’acqua del quadro è un fiume Giordano limpidissimo ma filiforme, un velo liquido, quasi invisibile che appena copre i piedi di un Gesù e di un Battista ritratti sotto l’ombrello fronzuto di un albero che cresce in prossimità immediata dell’acqua. Il tronco poderoso sorge su una sponda serpeggiante e ristretta, che quasi finge una strada dove crescono pianticelle di forme aggraziate. Il particolare sembra ispirarsi alla metafora del «cammino dei giusti» su cui veglia il Signore e che risale ai Salmi(1, 6). L’accostamento è verosimile perché in quello stesso contesto ricorre l’immagine comune a Geremia, dell’uomo che si compiace della legge del Signore e che «sarà come albero piantato lungo i corsi d’acqua» (Salmi, 1, 3) in contrapposizione agli empi «che saranno come pula che il vento disperde» (1, 4). Sulla sinistra ancora i tre angeli seguono quietamente la scena, mentre il fiume fa specchio a un bel cielo sereno e disegna, riflesso a rovescio, l’arco di un orizzonte alberato. Ma nel clima che parrebbe idilliaco si nota un elemento di forte contrasto. C’è un uomo colto nell’atto di mettersi a nudo: al seguito di Giovanni si dispone al cambiamento di vita che potrà compiersi per Cristo e in Spirito Santo. Un albero lo sovrasta, un tamerisco metafora per Geremia per una vita inaridita e improduttiva di bene, ma ormai l’uomo gli volta le spalle. La spoliazione significa la conversione del cuore per una vita nuova, la Lettera ai Colossesilo afferma: «Vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, a immagine di Colui che lo ha creato» (3, 910). Per contrapposto, Piero, per il tipo dell’uomo «che confida nell’uomo e non sa vedere il bene che viene» ci mostra, prossimo al tamerisco, un terzetto paludato e solenne: sono i dottori della legge renitenti all’invito a spogliarsi di sé per la “metanoia”, quel cambiamento di mente e di cuore al quale faceva appello il Battista per preparare l’incontro imminente con colui che avrebbe battezzato in Spirito Santo. Che siano ebrei lo svela il colore giallo negli abiti, segno di riconoscimento loro imposto dai contemporanei di Piero, e lo dice la foggia del copricapo dell’ultimo a destra rispetto a chi guarda.
Osservatore Romano 14 gennaio 2013















































