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    La dottrina sulla

    presenza eucaristica

    divide le chiese?

    Carlo Molari

    Il Pastore Valdese Paolo Ricca ha pubblicato un libro di carattere storico sulla Eucaristia dal titolo molto significativo: L’ultima Cena, anzi la Prima. La volontà tradita di Gesù (Claudiana 2013). Il tradimento richiamato dal sottotitolo consiste nel fatto che l’Eucaristia, nato come sacramento di comunione è diventata, ben presto, ragione di divisione tra le comunità cristiane. Egli limita l’esame al mondo occidentale e non si avventura nel mondo ortodosso che avrebbe richiesto “un’ampia introduzione al cristianesimo ortodosso nel suo insieme, ai suoi tratti costitutivi, alla sua teologia e spiritualità, e in particolare alla sua concezione della chiesa e della liturgia” (p. 14).
    Non intendo esporre l’ampio tracciato storico che egli delinea con la riconosciuta competenza e la consueta chiarezza. Vorrei solo proporre alcune riflessioni sulla asserita necessità di ripetere le parole dette da Gesù nella cena e sul senso della sua presenza reale nella celebrazione eucaristica, perché credo siano ambiti nei quali il dialogo ecumenico potrebbe procedere e giungere a chiarimenti che favoriscano una più ampia convergenza tra le chiese.

    La ripetizione delle parole dette da Gesù

    Il pastore Ricca è convinto giustamente che “è possibile superare l’ostacolo delle interpretazioni diverse se le si mette in secondo piano perché non sono costitutive della Cena” (p. 271).
    A suo giudizio “gli elementi costitutivi della Cena sono: la preghiera di ringraziamento a Dio e di benedizione del suo nome per il pane e il vino; le parole di Gesù sul pane e il vino; la condivisione da parte di tutti i discepoli del pane e del vino offerti da Gesù. Dove ci sono questi elementi, c’è sicuramente la cena del Signore, se egli è presente secondo la sua promessa” (p. 19). Per questo le parole pronunciate da Gesù nella cena “vanno messe al centro” perché “creano un’unità più forte della divisione causata dalle interpretazioni divergenti” (p. 272)
    Data questa convinzione è comprensibile che egli si dichiari molto sorpreso di fronte al resoconto di una celebrazione eucaristica contenuto nel breve ma prezioso documento intitolato Didaché (= insegnamento) dei dodici Apostoli. Questo manuale di una comunità giudeo-cristiana del primo secolo (pervenutoci in un unico manoscritto, conservato ora a Gerusalemme), descrive una riunione domenicale e trasmette un primo embrionale canone eucaristico. Egli ne trascrive tre brevi capitoli (pp. 21-24) esprimendo la sua sorpresa perché mancano “del tutto le parole di Gesù sul pane («Questo è il mio corpo») e sul vino («Questo è il mio sangue»), la cui importanza è ovviamente centrale nella celebrazione”(p. 23). Egli aggiunge “è però difficile immaginare una Cena cristiana senza le parole di Gesù che la rendono tale” e dopo aver accennato ad alcune possibili ragioni di questa assenza, a suo giudizio non convincenti, conclude: “il mistero, dunque rimane” (p. 23).
    In realtà molti storici sono oggi dell’opinione che “non esiste nessuna preghiera eucaristica pre-nicena [il riferimento è al Concilio di Nicea del 325] per cui si possa provare che contenesse le parole dell’istituzione. Oggigiorno, perciò, molti studiosi concordano sul fatto che le preghiere eucaristiche più antiche e originarie erano brevi benedizioni a sé stanti, prive di Sanctus, racconto dell’istituzione o epiclesi, paragonabili alla Didaché 10 e al papiro Strasbourg 254” (Robert F. Taft “Mass Without the Consecration?” Centro pro Unione Semi-annual Bulletin N. 63 (spring 2003) 15-27, Roma).
    Proprio queste acquisizioni storiche hanno consentito alla Chiesa di Roma di permettere ai cattolici la partecipazione alla Eucaristia della Chiesa Ortodossa assira di Oriente celebrata con l’Anafora di Addai e Mari, nella quale manca appunto il racconto della istituzione e sono quindi assenti le parole dette da Gesù. Secondo questa decisione resa pubblica il 26 ottobre 2001 i cattolici, possono partecipare e ricevere la santa comunione in una eucaristia ortodossa assira anche se celebrata con l’Anafora di Addai e Mari. Questa decisione è stata giustificata come una legittima forma di ospitalità eucaristica motivata da ragioni pastorali, ma fondata sulla convinzione che la ripetizione delle parole di Gesù non sono costitutive della celebrazione eucaristica. Il Gesuita P. Robert Taft commentando le ragioni di questa decisione conclude: “Da un punto di vista storico ed ecumenico, su quali legittime basi teologiche ed ecclesiologiche Roma poteva sostenere che una Chiesa apostolica la cui anafora principale più che antica è in uso ininterrotto da tempo immemorabile senza mai essere stata condannata da nessuno, né un Padre della Chiesa, né un sinodo locale o provinciale, né un Concilio Ecumenico, né catholicos, né patriarchi o papi, su quali basi quindi si può osare dedurre, anche implicitamente, che una simile antica Chiesa Apostolica non abbia, e non abbia mai avuto, un sacrificio eucaristico valido?” (o. c.).

    Simbolo e realtà

    Il secondo tema su cui vorrei proporre una breve riflessione riguarda il significato del termine simbolo nella teologia dei sacramenti e il valore del termine presenza nella Eucaristia. Mi sembra che su questi punti vi siano ambiguità che possono essere facilmente chiarite. Certamente le interpretazioni divergenti sulla modalità della presenza non impediscono la comune partecipazione all’Eucaristia, ma il loro chiarimento è necessario per il superamento di concezioni distorte che impediscono a molti l’esercizio della fede e la pratica sacramentale.
    Presenza indica una relazione in atto. Ogni relazione tra due termini (persone o gruppi sociali) ha il fondamento in una specifica attività che differenzia diversi tipi di presenza: locale, intenzionale (fondata sul semplice pensiero), metaforica, virtuale, sacramentale (fondata su simboli reali), ecc.
    Simbolo è ciò che rimanda ad un’altra realtà e la rende in qualche modo presente. Il punto da chiarire è come si svolga la funzione di richiamo in ordine alla presenza. Se avviene per un riferimento che poggia esclusivamente sulla attività conoscitiva del soggetto (come ad es. una foto che ricorda una persona cara) la presenza è solo intenzionale. Se invece il simbolo opera in modo da proporre contenuti attuali e modifica il soggetto (come ad es. la visione di un evento alla televisione o un dialogo attraverso il telefono) il simbolo (le onde elettromagnetiche dell’immagine televisiva o del telefono) stabilisce una presenza reale e coinvolge attivamente il soggetto modificandolo.
    Le onde elettromagnetiche trasmettono informazioni che stabiliscono relazioni reali tra diverse persone distanti nello spazio. Non sono più semplici onde elettromagnetiche perché contengono una nuova realtà ontologica, molto più ricca della loro semplice 'sostanza' fisica. Attraverso simboli verbali o visivi diverse persone vengono coinvolte in una stessa avventura emotiva o intellettuale, che le rende presenti le une alle altre, a volte in modo molto più intenso di quanto avvenga fra persone che si trovano in uno stesso luogo.
    Quando si parla di presenza eucaristica non si intende presenza spaziale, né solo intenzionale bensì ‘sacramentale’ cioè attraverso simboli che stabiliscono un rapporto effettivo tra i due termini. Nell'Enciclica Mysterium fidei (3/9/1965) Paolo VI afferma che la presenza eucaristica non si attua "come i corpi sono nel luogo" (EV 2 n.427). Una dichiarazione tra cattolici e luterani del 1978 dice che essi “si oppongono insieme a una concezione spaziale o naturale di questa presenza e a una comprensione del sacramento puramente commemorativa o metaforica” (La Cena del Signore. Conf. internazionale delle Chiese luterane e Chiesa cattolica EnOec 1, n. 16 p.598).
    Il primo estremo da evitare accuratamente è l’interpretazione spaziale. Ciò implica che si devono evitare preposizioni o avverbi legati allo spazio: non si dovrebbe per esempio parlare di Gesù dentro l’ostia o dentro il calice. Il rapporto infatti tra il credente e Cristo non si realizza per contatto di dimensioni spaziali, bensì attraverso simboli. Questo tipo di presenza viene detta sacramentale o con termini corrispondenti nelle diverse tradizioni cristiane.
    Il secondo estremo da evitare è l’interpretazione puramente metaforica fondata sulla esclusiva attività del credente, sulla sua semplice rievocazione di eventi passati.
    La relazione che si stabilisce nel sacramento è reale e dinamica, nel senso che trasforma il fedele che si apre nella fede all'azione salvifica di Dio, che opera attraverso Cristo e il suo Spirito.
    In conclusione i protestanti che professano la presenza reale di Cristo nella celebrazione eucaristica possano partecipare senza difficoltà alla Eucaristica cattolica, anche se non accettano la formula della transustanziazione. Questa infatti intendeva escludere la interpretazione ‘metaforica’ o ‘soggettiva’ della presenza, dipendente cioè dalla semplice fede del credente.

    (Rocca 11/2014)



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