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    Le “parole dalla croce”

    nei vangeli sinottici

    Meditazione per il Venerdì Santo

    Fratel Matteo - Bose

    ecce homo


    Se è vero che, come dice Paolo, tutto il vangelo è l’annuncio della “parola della croce” (1Cor 1,18) che è Gesù Cristo, e dunque per comprenderne la profondità è necessario abbracciare, meditare e vivere tutto il vangelo cioè tutta la vita di Gesù, la fede cristiana ha riconosciuto in alcune parole di Gesù la porta di accesso privilegiata per accedere a quel mysterium crucis: queste sono le cosiddette “sette ultime parole di Gesù dalla croce”, le parole pronunciate da Gesù prima di morire sulla croce. Parola della croce, parole dalla croce: le parole pronunciate della Parola, del Verbo appeso al legno della croce sono l’eloquenza massima del pensiero, della logica paradossale di Dio simbolizzata dalla croce. Le parole dalla croce, cioè le parole di Gesù, il Crocifisso, fanno l’esegesi, in un certo senso, spiegano il significato e la ragione profonda della croce. Non a caso le ultime “parole” di Gesù sulla croce sono sette: il numero sette nella Bibbia è la cifra della pienezza e della totalità.
    Leggiamo e meditiamo quattro delle ultime parole di Gesù pronunciate in quello spazio elevato tra la terra e il cielo che è la croce, quelle trasmesse dai vangeli sinottici. Le accogliamo come le parole-testamento del Signore. Poche parole, tanto più dense perché si stagliano su un orizzonte di grande silenzio: il silenzio di Gesù nelle sue ultime ore di vita.

    “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46 // Mc 15,34)
    Il primo posto è occupato dal grido di abbandono, in Marco e Matteo l’unica parola della croce che, dice von Balthasar, è la “parola fondamentale”.
    Verso le tre Gesù “gridò a gran voce”, dicono concordemente il Vangelo di Matteo e quello di Marco. I vangeli riferiscono addirittura in aramaico questa invocazione di Gesù: Eloì, Eloì, lemà sabactàni? Sono le parole con cui si apre il salmo 22, il salmo del servo del Signore, servo sofferente, condannato a una morte violenta, nel tormento, nella tortura, nell’infamia; il salmo del giusto che dice a Dio che quello che gli succede non rende più evidente che Dio è con lui: glielo dice “lamentandosi” con lui, in un tono di amara ma profondissima confidenza. Gesù dice: “Dio mio”, e quell’aggettivo “mio” ha un peso grandissimo. E tuttavia l’angoscia è grande e reale, e il forte grido la esprime fisicamente: l’angoscia, la solitudine, il senso di abbandono realmente ora hanno preso il posto della serena certezza di Gesù di essere sempre con il Padre, abitato dal suo amore. Questa comunione tra Gesù e il Padre sembra ora offuscata, non è più percepita, pare lontana… Ma così, solo così, anche l’esperienza dell’assenza di Dio è stata assunta al cuore della vita di Dio.
    La croce è il momento in cui il Figlio manifesta tutta la fiducia, incondizionata, nel Padre che tace, sta in silenzio, non risponde. O meglio, risponde proprio con quel silenzio: il Padre parla “non con il miracolo che libera dalla morte, ma con il coraggio di affrontare la morte, attraversandola” (B. Maggioni). Questo per amore, che è sempre condivisione di una povertà. E la povertà più estrema è la morte. E la morte più estrema è una morte nella solitudine, nell’abbandono, nel nonsenso: “Perché?”. Con questo “perché?”, il Crocifisso manifesta fino a che punto il Figlio di Dio condivide l’esperienza del silenzio che ogni uomo incontra, prima o poi, davanti al suo Dio.

    “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34)
    L’evangelista della mansuetudine di Cristo fa vibrare in queste parole l’espressione più profonda delle “viscere di misericordia” del Signore. Così anche il discorso della montagna, che in Luca è tutto centrato sul tema dell’amore del prossimo (cf. Lc 6,27-42), trova la sua piena attuazione nell’esempio di Gesù in croce. Egli aveva insegnato: “Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano; benedite coloro che vi maledicono, pregate per quelli che vi trattano male” (Lc 6,27-28). Ora vive in prima persona questa parola, facendosi modello per ogni discepolo nell’ora della prova, dell’oltraggio, della calunnia subiti.
    Gesù, nel momento più temibile della sua agonia sulla croce, al cuore del suo dolore, non pensa innanzitutto a sé ma agli altri. Nel momento in cui l’uomo Gesù, come tutti gli uomini, è più tentato di ripiegarsi su di sé, sul proprio dolore, sulle proprie ferite, si apre invece a “loro”. Sulla croce Gesù non smentisce, anzi conferma e rende ancor più vera, quella logica che ha mosso tutta la sua vita: la logica di una vita offerta per, di una vita donata nel segno dell’amore.
    Il perdono di Gesù per i suoi aguzzini diviene modello per i noi, suoi discepoli, che portiamo il nome di “cristiani”. Il primo a vivere la sua morte sul modello di Cristo fu Stefano che, nell’ora della sua offerta al Padre, pronuncia parole che ricalcano quelle di Gesù, per mostrare che Stefano sta ricalcando le orme del suo maestro: “Signore, non imputare loro questo peccato” (At 7,60). Di più, il perdono di Gesù nell’ora della sua morte diventa per noi modello di perdono al momento della nostra personalissima morte.

    “In verità io ti dico: «Oggi sarai con me nel paradiso»” (Lc 23,43)
    Uno dei due malfattori crocifissi insieme a Gesù si rivolge a lui riconoscendo la sua innocenza e al contempo confessando la propria colpevolezza. E aggiunge: “Gesù, ricordati di me quando verrai nel tuo regno” (Lc 23,42). La reazione di Gesù è immediata e decisa. In Gesù si mostra quel Dio che “fa giustizia prontamente” (Lc 18,7), come aveva detto Gesù stesso.
    Gesù apre la sua affermazione, già introdotta da un solenne “Amen”, con una parola importante: “Oggi”. Questo termine è particolarmente carico di un significato teologico pregnante nel Vangelo di Luca, dove ricorre ben undici volte. In questo vangelo la venuta di Gesù nella storia inaugura un nuovo “oggi” che è il tempo della salvezza. In questo senso, l’“oggi” rivolto da Gesù al malfattore pentito non va preso in senso puramente temporale, non può indicare il suo ingresso nella gloria del cielo nel giorno stesso della crocifissione e morte, cioè nel venerdì santo. Segna piuttosto l’ingresso nella salvezza messianica, che vedrà soltanto alla parusia, cioè alla seconda venuta di Cristo, il momento in cui egli potrà partecipare pienamente alla sua glorificazione con Cristo risorto.
    Su questo sfondo, sarà più facile ora interpretare esattamente anche la parola “paradiso”, che non può riferirsi alla gloria del cielo, né tanto meno ad un luogo fisico di beatitudine eterna. Gesù con questo termine vuole riferirsi all’ingresso del malfattore nell’ambito della salvezza, in quanto gli accorda il perdono dei peccati.
    E poi l’accento cade su quel “con me”, cioè cade su una comunione, che il Signore promette a chi ha sperato in lui. Compagno di Cristo sulla croce, avrà da Cristo il dono di protrarre questa confidente comunione là dove sarebbe stato il Signore. La salvezza, ovvero la vera beatitudine, la pienezza della vita non è qualcosa, non è uno stato, non è un luogo: è trovarsi con qualcuno.

    “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46)
    Sono le parole del salmo 31, che veniva recitato nella celebrazione del sacrificio vespertino per l’offerta dell’incenso. Si tratta di una lamentazione individuale composta da un credente, figlio di Israele, probabilmente afflitto da grave malattia e prossimo alla morte, un uomo perseguitato dai suoi avversari.
    La citazione di Gesù è desunta dal v. 6: “Nelle tue mani depongo il mio soffio vitale”. Il salmista non intende “raccomandare la sua anima a Dio” in vista della morte: egli prega per la guarigione e per la liberazione dagli avversari che insidiano la sua vita. Ciò che il salmista “depone”, cioè “affida” a Dio è il “soffio vitale”, il “respiro”, cioè la vita (anima e corpo). Perciò, deporre il proprio spirito in Dio significa mettersi nelle sue mani per trovare forza, coraggio, sostegno, liberazione.
    Alla citazione del salmo 31 Gesù premette la parola “Padre”, abba, accentuando così ancor di più l’abbandono totale e la fiducia assoluta del Figlio nelle mani del Padre, per sigillare definitivamente la sua missione: fare la volontà del Padre. Gesù, come noi, ha sentito il Padre in alcuni momenti vicino e in altri lontano. Fin nella passione, fin sulla croce, dove a lui si rivolge ora chiamandolo “Dio”, ora chiamandolo “Padre”: ora sentendolo un enigma, ora sentendolo mano aperta.
    Gesù consegna la sua vita nelle mani del Padre. Così facendo, Gesù esprime la sua obbedienza radicale di creatura: Dio gli ha dato la vita, Gesù l’ha vissuta e ora puntualmente la riconsegna. Queste parole di Gesù rendono chiara e cristallina la forza, la precisa volontà che ha mosso tutta la traiettoria di vita di Gesù, dall’inizio alla fine. Forse questa forza è quella che si intravede, che si sente vibrare dietro alla precisazione di Luca: “Gridando a gran voce, Gesù disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito»”. Gesù grida a gran voce la sua intima decisione, il suo desiderio di tutta una vita. Una vita apparentemente in balia degli aguzzini nell’ora della passione e tuttavia una vita personalmente offerta, con decisione interiore profondissima, come dono ai suoi: “Nessuno mi toglie la vita: io la offro da me stesso” (Gv 10,18). L’esito della vita di Gesù non risponde dunque a nessun fatalismo, bensì a una logica di attiva, consapevole consegna di sé per amore. In queste parole c’è tutta la fede di Gesù: questo soffio che lui ridà a Dio non cadrà nel vuoto ma, raccolto dalle mani del Padre, sarà vita nuova, vita per sempre.



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