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    Undicesimo comandamento

    "Ama la terra come te stesso"

    Enzo Bianchi

     

    Da anni torno con insistenza su due mie convinzioni riguardo al nostro rapporto con la terra e con il cibo. La prima è una sorta di undicesimo comandamento che mi pare emerga con forza da una lettura in profondità delle pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento: “Ama la terra come te stesso”.
    La seconda l’ho appresa dal libro aperto della vita quotidiana, in particolare dal dono dell’amicizia che ha attraversato come balsamo la mia esistenza: “il miglior modo per dire a una persona ‘Ti voglio bene!’ è farle bene da mangiare”. Ora ritrovo questi due grani di sapienza accostati nel titolo scelto quest’anno per “Terra Madre” e il “Salone del Gusto”: “Voler bene alla terra”.
    “Amare la terra come se stessi” rimanda all’unico, doppio comandamento biblico di “amare Dio e amare il prossimo come se stessi” (Lv 19,18; Mc 12,31 e par.), infatti la terra (adamah), da cui ogni terrestre (adam) è stato tratto (cf. Gen 2,7), è nostra matrice, di essa siamo fatti, a essa torniamo (cf. Gen 3,19). Ma la terra non è solo polvere, è un organismo vivente che dobbiamo rispettare, amare, contemplare e soprattutto sentire solidale con noi. Senza la terra noi non siamo, e anche la nostra vita interiore non è estranea alla terra, alle piante, agli animali, alla natura. Anzi, è vita interiore vera e viva se ingloba tutte le co-creature con le quali siamo la terra in corsa nell’universo. C’è una relazione vitale tra l’uomo e la natura, e per questo l’umano non può distruggere la natura ma deve abbracciarla, contemplarla, diventare la sua voce e il suo custode, fino a essere il suo cantore. Per pochi giorni siamo dei viventi sulla terra: come possiamo non amarla? Come possiamo non sentirla nostra madre e nutrice?
    Se poi decliniamo questo “voler bene alla terra” nelle tre modalità proposte da “Terra Madre Salone del Gusto” – fare il contadino, fare il coproduttore, fare l’orto – ci rendiamo conto che l’atto del mangiare, soprattutto quando avviene nella convivialità tipicamente e unicamente umana del sedersi alla stessa tavola, è momento di consapevolezza e di ringraziamento. Consapevolezza perché, mentre ci nutriamo del cibo, non dovremmo mai dimenticare da dove e da chi ci viene: da chi l’ha preparato come pietanza bella a vedersi e desiderabile al palato, certo, ma prima ancora da chi l’ha coltivato, fatto crescere, prodotto perché nutrisse l’esistenza sua e dei suoi cari, prima ancora che la nostra. Poi da chi ha reso possibile che arrivasse sulla nostra tavola e su come questo tragitto, lungo o corto, è stato compiuto: e qui la dimensione del “coproduttore” diventa critica delle ingiustizie che troppo spesso si moltiplicano lunga la filiera che porta un alimento dai campi o dalle stalle fin nei nostri piatti. Ingiustizie e violenze sui lavoratori, sugli animali, sul suolo… Infine, il “fare l’orto”, il dedicarsi – come io ho avuto la gioia, e anche l’ostinazione, di fare dalla mia infanzia fino ad oggi – a coltivare di persona un pezzetto sia pur minuscolo di terra ci rende consapevoli della fatica che accompagna ogni singolo boccone di cibo e di come ciò che mangiamo trasuda del lavoro di generazioni e generazioni di uomini e donne che hanno fatto della coltivazione una cultura.
    Queste consapevolezze non possono allora che sfociare nella gratitudine e nel ringraziamento. Non caso la tradizione cristiana ha chiamato con il termine di eucaristia, “rendimento di grazie”, il pasto che fa memoria del mistero della morte e risurrezione del Signore. Ma credo che anche la tradizione più laica non possa e non debba esimersi dal reimparare a pronunciare dal cuore la parola “grazie”, raccogliendo, in un termine ormai quasi dimenticato, il sentimento più genuino che sgorga quando ci rendiamo conto che altri e non noi hanno reso possibile che noi vivessimo e godessimo dei frutti di questa terra, benedetta e amata.
    Infine, l’etica della terra richiede di pensare con consapevolezza e responsabilità ai diritti delle generazioni future: ogni generazione dovrebbe andarsene dalla terra dopo averla resa più bella, conosciuta, amata e difesa, ma in realtà soprattutto le nostre ultime generazioni sembrano solo capaci di lasciare bruttezza nel paesaggio, nell’ambiente, e sembrano responsabili dell’avanzata dei deserti su tutte le terre. Davvero c’è una conversione “globale” da operare, c’è un comandamento universale da proclamare: “Ama la terra come te stesso, e la terra ti ricompenserà”. E non si dimentichi questo monito della sapienza monferrina ripetuto da generazioni di contadini: “Dio perdona sempre, l’uomo perdona qualche volta, la terra non perdona mai il male che le viene fatto”.

    (La Stampa 16 settembre 2016)



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