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    Oratorio "laboratorio" /2



    Appunti per una prima esplorazione della Nota CEI "Il laboratorio dei talenti" (2013)

    Parte seconda: La caratterizzazione "salesiana" dell'Oratorio

    Giuseppe Ruta

    (NPG 2014-04-38)


    Il nome di Don Bosco è inscindibilmente legato all’Oratorio. Ricorre ben sei volte nella Nota CEI [1] e, richiamandone le Memorie (cfr. LdT, n. 2), ne descrive la tipica visione in modo essenziale, come è possibile in questo genere di documento. L’impronta “salesiana” è chiara nel testo, armonizzata nella ricchezza di altre esperienze altrettanto degne di essere comprese e ricordate. A partire dal documento sull’Oratorio, tentiamo di esplicitare quanto di "salesiano" è tratteggiato in sintesi.
    C’è un aneddoto particolare nelle Memorie dell’Oratorio di San Francesco di Sales [2], redatte dallo stesso Don Bosco, che abbina insieme i due termini "Oratorio" e "Laboratorio" e che in questo contesto è interessante e utile richiamare:

    "Mentre succedevansi le cose sopramentovate, era venuta l’ultima domenica, in cui mi era ancora permesso di tenere l’Oratorio nel prato (15 marzo 1846 [3]). Io taceva tutto, ma tutti sapevano i miei imbarazzi e le mie spine. In sulla sera di quel giorno rimirai la moltitudine di fanciulli, che si trastullavano; e considerava la copiosa messe, che si andava preparando pel sacro ministero, per cui era solo di operai, sfinito di forze, di sanità male andata senza sapere dove avrei in avvenire potuto radunare i miei ragazzi. Mi sentii vivamente commosso.
    Ritiratomi pertanto in disparte, mi posi a passeggiare da solo e forse per la prima volta mi sentii commosso fino alle lacrime. Passeggiando e alzando gli occhi al Cielo, “mio Dio”, esclamai, “perché non mi fate palese il luogo in cui volete che io raccolga questi fanciulli? O fatemelo conoscere o ditemi quello che debbo fare?”
    Terminava quelle espressioni, quando giunge un cotale, di nome Pancrazio Soave che balbettando mi dice:
    - È vero che cerca un sito per fare un laboratorio?
    - Non un laboratorio, ma un Oratorio.
    - Non so se sia lo stesso Oratorio o laboratorio; ma un sito c’è, lo venga a vedere. È di proprietà del Sig. Giuseppe Pinardi [4], onesta persona. Venga e farà un buon contratto.
    Giunse opportuno in quel momento un fedele mio collega di Seminario, D. Merla Pietro, fondatore dell’Opera pia, nota sotto al nome di famiglia di S. Pietro. […] Quando a quel degno Sacerdote rimaneva qualche momento di tempo, correva con piacere in aiuto del suo amico, che per lo più si trovava solo in mezzo ad una moltitudine di ragazzi.
    - Che c’è, disse appena mi vide, non ti vidi mai così malinconico. Ti colse qualche disgrazia?
    - Disgrazia no, ma un grande imbarazzo. Oggi è l’ultimo giorno, che mi è permesso dimorare in questo prato. Siamo alla sera; rimangono due ore di giorno; debbo dire ai miei figli dove si raduneranno un’altra domenica e non so. Avvi qui un amico, che mi dice esservi un locale forse conveniente. Vieni, assisti un momento la ricreazione; io vado a vedere e presto sarò di nuovo qua.
    Giunto al luogo indicato vidi una casupola di un solo piano colla scala e balcone di legno tarlato, attorniata da orti, prati, campi. Io voleva salire la scala, ma il Pinardi ed il Pancrazio, “No”, mi dissero. “Il sito destinato per Lei è qui di dietro”. Era una tettoia prolungata, che da un lato appoggiava al muro, dall’altro terminava coll’altezza di circa un metro da terra. Poteva per necessità servire a magazzino o per legnaia e non di più. Per entrarci dentro ho dovuto tenere chino il capo a fine di non urtare nel solaio.
    - Non mi serve, perché troppo bassa, dissi.
    - Io la farò aggiustare come vuole, ripigliò graziosamente il Pinardi. Io scaverò, farò scalini, farò altro pavimento; ma desidero tanto che il suo laboratorio venga stabilito qui.
    - Non un laboratorio, ma un Oratorio, una piccola chiesa per radunare dei giovanetti.
    - Più volentieri ancora. Mi presterò assai di buon grado. Facciamo contratto. Sono anch’io cantore, verrò ad aiutarla; porterò due sedie, una per me l’altra per mia moglie. E poi in mia casa ho una lampana, la porterò ancora qua.
    Quel dabben uomo sembrava che vaneggiasse per la contentezza di avere una chiesa in sua casa.
    - Vi ringrazio, o mio buon amico, della vostra carità e del vostro buon volere. Accetto queste belle offerte. Se voi mi potete abbassare il pavimento non meno di un piede (cm 50) io l’accetto, ma quanto dimandate?
    - Trecento franchi; me ne vogliono dare di più, ma preferisco Lei, che vuole destinare questo locale al pubblico vantaggio ed alla religione.
    - Ve ne do trecentoventi, purché mi diate anche la striscia di sito che lo circonda per la ricreazione dei giovani; purché mi promettiate che domenica prossima io possa già venir qua co’ miei ragazzi.
    - Inteso, patto conchiuso: Venga pure. Tutto sarà ultimato.
    Non cercai di più. Corsi tosto da’ miei giovani; li raccolsi intorno a me e ad alta voce mi posi a gridare: “Coraggio, miei figli, abbiamo un Oratorio più stabile del passato; avremo chiesa, sacristia, camere per le scuole, sito per la ricreazione. Domenica, domenica andremo nel novello Oratorio che è colà in casa Pinardi”. E loro additava il luogo…".

    Il colloquio tra Don Bosco, il Soave e il Pinardi contiene profeticamente anche nei termini il progetto a lungo accarezzato da Don Bosco e le indicazioni provenienti da prospettive apparentemente estranee che si riveleranno premonitrici: un Oratorio, essenzialmente chiesa e cortile, che si sarebbe trasformato in scuola, centro professionale, convitto, parrocchia e che sarebbe diventato con il tempo un "laboratorio di talenti" secondo la felice espressione del Nota della Chiesa italiana. Mettendo a confronto le fonti salesiane e il documento CEI è possibile tentare di tracciare l’identikit dell’Oratorio salesiano, distinguendo possibilmente gli elementi espliciti da quelli impliciti o rimasti inespressi nel documento magisteriale.

    ELEMENTI ESPLICITI

    Tra le tante voci che si sono elevate per mettere in evidenza il valore e la "genialità" dell’"oratorio", è Umberto Eco ad esprimersi efficacemente in un breve e intenso articolo apparso nel 1981: "L’oratorio è la grande rivoluzione di don Bosco. Don Bosco la inventa, poi la esporta verso la rete delle parrocchie e dell’azione cattolica; ma il nucleo è là, quando questo geniale riformatore intravede che la società industriale richiede nuovi modi di aggregazione, prima giovanile e poi adulta, e inventa l’oratorio salesiano: una macchina perfetta in cui ogni canale di comunicazione, dal gioco alla musica, dal teatro alla stampa, è gestito in proprio su basi minime e riutilizzato e discusso quando la comunicazione arriva da fuori. La genialità dell’oratorio è che esso prescrive ai suoi frequentatori un codice morale e religioso, ma poi accoglie anche chi non lo segue. In tal senso il progetto don Bosco investe tutta la società italiana dell’era industriale" [5]. Il Documento della CEI si pone sulla stessa lunghezza d’onda, quando ne evidenzia la popolarità: "l’incontro di don Bosco con ragazzi “abbandonati e pericolanti”, spesso precocemente incarcerati a causa delle dure condizioni di vita nella Torino industriale di metà Ottocento" (LdT, n. 5).
    All’origine di tutto e di questa felice intuizione c’è qualcosa che "invisibile agli occhi": la carità pastorale, il "cuore oratoriano". "Per Don Bosco [la carità apostolica] prende il nome di cuore oratoriano: è fervore, zelo, messa a disposizione di tutte le risorse, ricerca di nuovi interventi, capacità di resistere nelle prove, volontà di ripresa dopo le sconfitte, ottimismo coltivato e diffuso; è quella sollecitudine, piena di fede e di carità, che trova in Maria un esempio luminoso di donazione di sé" [6]. L’espressione "cuore oratoriano" risale al VII successore di Don Bosco, Don Egidio Viganò, che, raccogliendo tutta una tradizione di riflessione e azione, così ne rilevava i battiti: "È necessario, per noi, far palpitare il cuore […] all’impulso del “da mihi animas”. Non è, questa, una semplice espressione verbale, ma l’intuizione della “scintilla prima” che spiega tutta la nostra santità: vivere di carità pastorale, incarnata nel dono di predilezione verso la gioventù e caratterizzata dalla “bontà”. Ecco la vena d’acqua cristallina e salutare della santità salesiana alla sua scaturigine" [7].
    In principio c’è quindi il "cuore": e, a partire da esso, la relazione, l’ambiente di famiglia come desiderava Don Bosco, perché l’Oratorio nella sua essenza più profonda è una comunità, una famiglia. In termini tecnici, è una Comunità Educativa e Pastorale (CEP) [8] che esprime, nel suo insieme e nelle sue singole parti, e rende palpabile il grande cuore oratoriano. Si tratta di un fascino e di un amore ricambiato tra Don Bosco e le nuove generazioni di ieri e di oggi: "Lasciate che ve lo dica, e niuno si offenda, voi siete tutti ladri, lo dico e lo ripeto, voi mi avete preso tutto. Quando io fui a Lanzo mi avete incantato colla vostra benevolenza ed amorevolezza; mi avete legate le facoltà della mente colla vostra pietà; mi rimaneva ancora questo povero cuore di cui già mi avevate rubati gli affetti per intiero. Ora la vostra lettera segnata da 200 mani amiche e carissime ha preso possesso di tutto questo cuore, cui nulla più è rimasto se non un vivo desiderio di amarvi nel Signore, di farvi del bene, salvare l’anima di tutti" [9].
    Prima delle strutture, quindi, c’è una passione forte, un desiderio intenso e il dono di sé fino all’ultimo respiro, per la salvezza dei giovani. Innanzi ogni forma organizzativa, c’è una tessitura di relazioni belle e profonde: "L’ambiente oratoriano non è primariamente una specifica struttura educativa, ma un clima che caratterizza ogni opera salesiana. I rapporti sono improntati alla confidenza e allo spirito di famiglia, la gioia e la festa s’accompagnano alla laboriosità e al compimento del dovere, vi sono espressioni libere e molteplici del protagonismo giovanile e si sperimenta la presenza amicale di educatori che sanno fare proposte per rispondere alle esigenze dei giovani e che suggeriscono nel contempo scelte di valori e di fede" [10]. Come recita la Nota CEI: "don Bosco volle ricreare nei suoi oratori un ambiente di famiglia sotto la sua cura di padre, maestro e amico" (LdT, n. 23).
    Questa intuizione di fondo del sistema di Don Bosco e dell’Oratorio di Valdocco con le sue molteplici traduzioni negli spazi geografici dei cinque continenti e nella storia di ieri e di oggi, prende il nome di "criterio oratoriano" che presiede l’ideazione/progettazione, la fondazione, la realizzazione e il collaudo di ogni ambiente che voglia dirsi "salesiano": "Don Bosco visse una tipica esperienza pastorale nel suo primo oratorio, che fu per i giovani casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita e cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria. Nel compiere oggi la nostra missione, l’esperienza di Valdocco rimane criterio permanente di discernimento e rinnovamento di ogni attività e opera" (Cost. SDB, n. 40). Lungi dall’essere statico è un dinamismo di continuo rinnovamento come afferma il testo della CEI: "Fin dalle sue origini l’oratorio, nelle varie situazioni e tradizioni, ha posto attenzione alle necessità e alle povertà delle nuove generazioni. In modo particolare don Bosco, con la sua sensibilità per l’abbandono in cui versavano masse di ragazzi, si fece carico della loro formazione e istruzione, non solo religiosa: la nascita di scuole e collegi manifestò come il Vangelo non potesse limitarsi al catechismo, ma chiedesse, in quel contesto, un’attenzione nuova e diversa. Oggi occorre prendere atto che molti oratori faticano a perseverare in questa medesima apertura, per la complessità delle sfide culturali sociali che li coinvolge. In altri quartieri o paesi, invece, l’oratorio resta l’unico vero punto di riferimento ecclesiale e sociale, non di rado capace di denuncia e di rottura rispetto a ingiustizie e degrado" (LdT n. 25).
    Lo stile della missione salesiana nello spazio e nel tempo è riassumibile in un’espressione che ha fatto fortuna, anche se va esplicitata e interpretata correttamente: "evangelizzare educando, educare evangelizzando" [11]. Don Bosco aveva sintetizzato la sua missione giovanile nei seguenti termini: "Questa Società era un semplice catechismo. […] lo scopo era di raccogliere i giovanetti più poveri ed abbandonati e trattenerli nei giorni festivi in esercizi di pietà, in cantici sacri ed anche in piacevoli ricreazioni" [12] a significare che nessuna delle due polarità può essere strumentale e funzionale all’altra. La missione evangelizzatrice non è estranea all’impegno educativo e vi si inserisce come sforzo di impregnare di Vangelo tutta la realtà quotidiana, con l’unico e semplice vantaggio di arricchirla e di non volerla assolutamente sminuire o mortificare.
    La prospettiva vocazionale, che porta a compimento ogni itinerario di educazione e di evangelizzazione [13], si innesta nel binomio educazione-evangelizzazione non come un corpo estraneo o una mera appendice, ma come il suo necessario sviluppo e la sua naturale conseguenza. Tale dimensione pervasiva rende la proposta unitaria e integrale portando i soggetti a realizzarsi pienamente come "onesti cittadini, buoni cristiani e degni abitatori del Cielo" [14]. Tale traguardo non segue la logica del "tutto e subito", ma quella della gradualità predisponendo un avanzamento di maturità umana e cristiana e di spirito di appartenenza alla realtà oratoriana, che non si presenta mai monolitica ma a cerchi concentrici (cfr. CG23, n. 276), mediante una variegata gamma di possibilità aggregative e di responsabilità sempre più esigenti e impegnate. Infatti, Don Bosco, a partire dalla sua esperienza personale e ispirandosi in certo qual modo alle forme aggregative parrocchiali che coinvolgevano prettamente gli adulti (le "confraternite"), favorì la nascita delle “Compagnie”, esperienze di socializzazione giovanile, con autentici e progressivi itinerari di crescita in cui i ragazzi erano considerati non solo destinatari d’interventi ma soggetti responsabili e protagonisti della stessa proposta educativa. Se l’Oratorio salesiano è sempre aperto a tutti, tuttavia si fa attento a ciascuno, al suo specifico cammino di crescita. La Nota della CEI esplicita questo processo di individualizzazione educativa ed evangelizzante: "[…] don Bosco, incontrando l’8 dicembre 1841 un giovane immigrato analfabeta, Bartolomeo Garelli, in quello che poi riconobbe come il momento scelto dalla Provvidenza per iniziare la sua opera, gli propose un “catechismo a parte”, un catechismo speciale per lui più conveniente" (LdT, n. 28).
    La proposta educativa oratoriana era e rimane tuttora articolata in tempi e in ambienti tipici, valorizzando la creatività giovanile nella molteplicità dei linguaggi a loro congeniali e atti a veicolare umanità e fede: festa, musica, teatro, arte, letteratura, stampa, multimedialità… non senza un legame con il contatto quotidiano con Dio tramite la preghiera e la liturgia (in particolare i sacramenti della penitenza e dell’eucaristia), non senza la confidenza in Maria SS. Ausiliatrice e l’affetto verso il Papa, l’esperienza di Chiesa che si vive nell’assemblea oratoriana e nei gruppi, l’impegno concreto da forme più semplici di servizio al volontariato internazionale e all’animazione missionaria, fino all’assunzione di una forma di vita e di dedizione ministeriale nella comunità ecclesiale e nel mondo.
    L’oratorio salesiano è improntato al trinomio "animazione, stimolo, risveglio" - coniato da Don Juan Edmundo Vecchi [15], - nell’animazione avverte il suo stile più tipico e trova connaturale quanto afferma la Nota CEI [16]:

    "Il metodo proprio dell’oratorio è quello dell’animazione, ovvero quello del coinvolgimento diretto; è un metodo attivo che si caratterizza per il protagonismo del soggetto e per la notevole carica esperienziale. Esso parte normalmente da un’attività semplice, dinamica e attraente per comunicare dei contenuti o stimolare una riflessione. Tale metodo si serve di molti linguaggi a seconda dell’opportunità. Molto spesso la ricchezza di una proposta educativa dipende in grande misura dalla varietà dei linguaggi attraverso i quali riesce a esprimersi. L’utilizzo di più linguaggi può permettere un’assimilazione dei contenuti più precisa e profonda, oltre che dare la possibilità a ciascuno di esprimersi a partire dalle proprie inclinazioni naturali. L’oratorio assume volentieri i linguaggi del mondo giovanile contemporaneo, nell’auspicio che ogni interlocutore possa riconoscere la propria lingua. In particolare sceglierà di servirsi dei linguaggi del gioco libero e creativo, dello sport spontaneo e organizzato, della musica, della narrativa, del cinema e di altre dinamiche comunicative riconosciute, apprezzate e frequentate dai ragazzi. Tra i vari linguaggi, merita certamente una menzione quello della comunicazione nel nuovo ambiente digitale" (LdT, n. 20).

    ELEMENTI IMPLICITI O INESPRESSI

    È scontato che nella Nota CEI sia impossibile trovare, e per la sinteticità del documento, e per lo scopo che lo specifica, una presentazione esaustiva dell’Oratorio “salesiano”. Se è vero che ci si ritrova nei contenuti e nello stile del testo, è altrettanto certo che esso non esaurisce sia il cammino di riflessione che la Congregazione salesiana ha svolto da Don Bosco in poi sull’”oratorio”, sia la delineazione dell’identità “salesiana” di questo ambiente che più di tutti lo caratterizza per primogenitura cronologica, per principio e, come si è visto, come criterio.
    Da un punto di vista profetico, l’oratorio fa da battistrada ad altri ambienti educativi e pastorali (ad es. per la parrocchia) a motivo della sua delocalizzazione. Non solo per motivi socio-culturali, ma soprattutto per motivi identitari endogeni, l’oratorio segue la mobilità delle persone e del mondo giovanile, evitando ogni staticità e fossilizzazione. È questo un tratto originale dell’oratorio salesiano che va ripreso e disegnato più sul tessuto relazionale, che non sui luoghi fisici e topografici.
    Sono in particolare le "periferie" e le povertà antiche e nuove che costituiscono il punto di polarizzazione maggiore e il pungolo per reinventare l’oratorio di oggi: l’attenzione al disagio e all’emarginazione giovanile attraverso il triplice intervento (evolutivo, trasversale, esplicito) non è un optional o un elemento casuale, ma è capacità di guardare in concreto al mondo giovanile e di ripartire dagli ultimi e dai più poveri per una lettura, un contatto, una interpretazione dei bisogni più profondi dei giovani e una proposta che sia significativa e pertinente alla loro esistenza.
    Vi sono anche scenari inediti e differenti rispetto al passato. Ad esempio, la presenza di un oratorio in paesi arabi comporta una modulazione differente da quella che si può attuare in altri contesti, come ad es. in Europa o in America latina. È questo appare abbastanza chiaro e scontato. Ma rimane la sfida anche per l’Italia quando si tratta di impostare un Oratorio dove la compresenza di giovani di religione islamica, di fede cristiana e di una più o meno dichiarata indifferenza, esige una nuova progettualità e nuove realizzazioni continuamente da verificare. Si acuisce così il problema: l’organizzazione “tipica”, con le sue principali esplicitazioni, sarà identica in tutti gli Oratori oppure si dovrà diversificare in base ai soggetti? La risposta appare scontatamente affermativa, ma a quali condizioni e con quali modalità è tutto da ripensare e riesprimere. Con coraggio e audacia.
    In tal senso, mentre in passato l’Oratorio poteva essere un hortus conclusus (anche se in effetti non lo è mai stato) e godere di una certa autoreferenzialità, oggi è ineludibile l’inserimento nel territorio in senso dinamico e il lavoro in rete con le risorse disponibili, e dispiegare nell’entourage per un servizio educativo più incisivo e qualificato. Oltre all’efficacia di tale mobilitazione, questa sinergia con altre entità istituzionali ed educative conferisce, tra i tanti vantaggi e le immancabili fatiche, efficienza e risparmio di energie, condividendo con altri soggetti finalità e obiettivi e rinforzando la proposta oratoriana. Anziché ripresentare il mondo in piccolo nell’Oratorio, nella situazione odierna è meglio e più proficuo esplorare il mondo con gli occhi, la mente e il cuore dell’Oratorio e incidervi con il proprio contributo originale che solo l’animus oratoriano può dare.
    Come per altre realtà aggregative, anche per l’Oratorio costituisce un punto delicato lo sbocco esistenziale e professionale delle nuove generazioni a partire da e valorizzando l’esperienza oratoriana. Se essa non sfocia, infatti, nell’orientamento dei giovani a trovare ciascuno il proprio posto nella Famiglia Salesiana, nella Chiesa e nella Società, l’esperienza anche prolungata per anni in ambiente oratorianosi rileverà sterile e improduttiva.

    CONCLUSIONE

    Concludiamo con un dato certo. Rispetto ad alcuni decenni fa, la mappa degli Oratori in Italia si è notevolmente arricchita e in zone, come il Sud, dove la presenza era piuttosto scarna, oggi si è registrato un interessante incremento non solo numerico ma anche di qualità. Da parte di chi ha una lunga tradizione oratoriana non dovrebbe esserci alcun sentimento di invidia e gelosia. Il mondo è grande e le esigenze del Regno sono veramente tante ed eccedono le reali possibilità di risposta.
    In questo senso, è bene far propri l’esclamazione di Mosé ("Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!": Nm 11,29) e lo stile di Gesù di fronte ai discepoli che volevano vietare ad altri di compiere i segni del Regno (cfr. Mc 9,38-40). A nessuno deve spiacere che siano in tanti a “fare l’Oratorio” e che quest’esigenza non sia appannaggio o prerogativa di pochi. La riflessione e l’azione oratoriana non è finita, ma continua… tra tante e ingenti difficoltà e tra mille sogni da realizzare.

     

    NOTE

    [1] Cfr. LdT, nn. 2. 3. 5. 23. 25. 28. Negli Orientamenti CEI, Don Bosco è citato una volta: Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 34, nota 59.
    [2] G. Bosco, Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855. Saggio introduttivo e note storiche a cura di Aldo Giraudo, LAS, Roma 2011, pp. 152-154. Il neretto è nostro per indicare i due termini e l’intenzionalità di Don Bosco.
    [3] A. Giraudo fa notare da un confronto con altri documenti che era domenica 8 marzo.
    [4] Secondo le ricerche dello stesso Giraudo si chiamava Francesco, non Giuseppe.
    [5] U. Eco, A lezione da don Bosco, in “L’Espresso” 15 novembre 1981. Il neretto è una mia sottolineatura.
    [6] Così la Carta d’Identità della Famiglia Salesiana di Don Bosco, Tipografia Vaticana, Roma 2012, n. 29.
    [7] E. Viganò, I grandi valori della santità salesiana, in “Il Bollettino Salesiano” 106(1983) 18 (BS – per i Cooperatori: 15 dicembre), p. 2 (pp. 1-2).
    [8] CG24, n. 5: si tratta di una comunità che realizza un "insieme di persone (giovani e adulti, genitori ed educatori, religiosi e laici, rappresentanti di altre istituzioni ecclesiali e civili e appartenenti anche ad altre religioni, uomini e donne di buona volontà) che operano insieme per l’educazione e l’evangelizzazione dei giovani, specialmente i più poveri".
    [9] G. Bosco, Lettera ai ragazzi di Lanzo, 3 gennaio 1876, in Epistolario, a cura di Francesco Motto, LAS, Roma 2012, vol. V, p. 38 [pp. 38-39].
    [10] CG23, 100.
    [11] L’originale formula di Pio XI “evangelizzare civilizzando e civilizzare evangelizzando” (cfr. CGS, n. 276) fu, in modo efficace, ripresa dal CG21 nel 1978 (l’educazione e l’evangelizzazione sono "attività distinte nel loro ordine", ma "strettamente connesse sul piano pratico dell’esistenza": n. 14) e, nello stesso anno, fu interpretata e rilanciata da don Egidio Viganò: "Si è voluto descrivere la sua [di Don Bosco] prassi con una specie di slogan capitolare, nel seguente modo: “evangelizzare educando ed educare evangelizzando”. Con esso si afferma che la pastorale giovanile salesiana si caratterizza per una sua incarnazione culturale nell’area dell’educazione, e che la pedagogia salesiana si distingue per una costante finalizzazione pastorale. Non si tratta di un gioco di parole, ma di evitare due riduzionismi perniciosi: quello di pretendere che possiamo dedurre la pedagogia semplicemente dalla Pastorale e quello che esalta i dati antropologici quasi fossero già in se stessi cristiani": E. Viganò, Il progetto educativo salesiano, in “Atti del Consiglio Superiore della Società Salesiana” 59(1978) 290, p. 26 [pp. 3-42]. Cfr. i contributi di studio raccolti nel volume di A. Bozzolo - R. Carelli (edd.), Evangelizzazione e educazione, LAS, Roma 2011. L’espressione ha goduto particolare fortuna e ha avuto una sua ratifica ufficiale a livello magisteriale, nel Direttorio Generale per la Catechesi edito a cura della Congregazione per il Clero, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1997: "Ispirandosi in continuità alla pedagogia della fede, il catechista configura il suo servizio come qualificato cammino educativo, ossia da una parte aiuta la persona ad aprirsi alla dimensione religiosa della vita e dall’altra propone a essa il Vangelo, in maniera tale che penetri e trasformi i processi di intelligenza, di coscienza, di libertà, di azione, così da fare dell’esistenza un dono di sé sull’esempio di Gesù Cristo. A questo scopo, il catechista conosce e si avvale del contributo delle scienze dell’educazione cristianamente intese" (n. 147: questo numero del Direttorio porta il titolo Evangelizzare educando, educare evangelizzando).
    [12] MB IX, p. 61.
    [13] Cfr. i due documenti a cura della Regione Italia – Medio Oriente, "…Darei la vita". Verso un progetto di Animazione Vocazionale… I cammini ispettoriali. Identità, forme, obiettivi, contenuti, modalità, strumenti, Scuola Grafica Salesiana, Milano 2010; Idem, "Messis multa…". Verso un progetto di Animazione Vocazionale… I cammini locali. Linee per la realizzazione, Scuola Grafica Salesiana, Milano 2013.
    [14] Cfr. P. Braido, Buon cristiano e onesto cittadino. Una formula dell’“umanesimo educativo” di Don Bosco, in “Ricerche storiche Salesiane” 13 (1994) 1, pp. 7-75; anche il cap. 11 di Idem, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di don Bosco, LAS, Roma 1999. Si ritiene importante avviare, a livello di riflessione e, di più, a livello di sintesi vitale, una visione integrale della missione salesiana tra i giovani perseguendo, senza sconti e decurtazioni, il trinomio dell’educazione salesiana: "onesti cittadini, buoni cristiani e degni abitatori del Cielo" (cfr. G. Bosco, Lettera ai Cooperatori, in “Bollettino Salesiano” 7 (1883) 1, p. 4), anche se ricorre più raramente negli scritti donboschiani. Spesso si isola una o si assumono al massimo due delle dimensioni, rischiando di vanificarle tutte, dato che nell’intenzionalità educativa di Don Bosco erano (e rimangono) tutte e tre indispensabili e inseparabili.
    [15] J. E. Vecchi, Spiritualità Salesiana. Temi fondamentali, Elledici, Leumann-Torino 2001, p. 123.
    [16] Nella Nota CEI sugli Oratori: gli “animatori” sono citati sei volte (cfr. LdT, Introduzione 3, 8, 19, 23), il sostantivo “animazione” cinque volte (cfr. LdT, Introduzione, 8, 10, 12, 13, 20), il verbo "animare" una volta (cfr. LdT, n. 14).



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