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    Quali sono gli ostacoli sul nostro percorso?


    Ragazzi e adulti pellegrini sulla terra / 8

    Raffaele Mantegazza – Christiano Nella

    (NPG 2026-03-75)



    Nichilismo e fatalismo

    Caro Christiano,
    “È sempre stato così… sarà sempre così...”; quante volte me lo sono sentito dire, soprattutto da giovane, quando cercavo di evidenziare storture sia nel mondo sia nella mia vita quotidiana. “Ma non vorrai cambiare il mondo, guarda che non cambia”, “quanti prima di te ci hanno provato e hanno fallito”. Il nichilismo di molti adulti è letteralmente un’iniezione di veleno nelle coscienze dei ragazzi. A parte il fatto che già la frase “è sempre stato così” è falsa, prima di tutto perché generica e poi per il fatto che non è vero che l’oppressione e la violenza sono una costante antropologica della storia umana. E poi anche se fosse, non si capisce per quale motivo il passato dovrebbe avere una necessaria continuazione nel futuro. Hegel sostiene che “la storia del mondo non è il tribunale del mondo”. E questo mix tra nichilismo e fatalismo purtroppo a volte lo trovo anche nei giovani. “Prof, Lei ha anche ragione, ma il mondo va da tutta un’altra parte.” Cosa dovrei rispondere, Christiano?

    Caro Raffaele,
    Non escludo, almeno una volta, di averti risposto così anch'io – o quantomeno di averlo pensato. Per quanto mi riguarda, però, già il solo fatto che una persona con alle spalle parecchia più storia ed esperienza di me (tu) sia ancora capace di una tale spinta propositiva verso il futuro costituisce uno stimolo veramente forte.
    Io, purtroppo, non so cosa ti possa rispondere e forse non è proprio possibile che una risposta faccia cambiare prospettiva: le parole sono uno strumento potentissimo che noi abbiamo, eppure talvolta si disinnescano e si saturano. A quel punto ciò che ci rimane è fare, nel senso di mettere in moto qualcosa. Ci rimane lo spazio dell’arte, nel suo senso più profondo e che io amo di più: aprire una porta sul possibile, un possibile però che sia davvero altro e che sia autentica possibilità di immaginare un'alternativa.
    Ciò che dico potrebbe sembrare astratto, ma non lo è: dobbiamo aggregare per fare arte insieme. Dobbiamo far aggregare questi giovani miei coetanei o, meglio, ancor più giovani di me. La risposta deve essere l’invito ad unirsi ad un luogo (fisico!) dove forze e idee entrano in relazione, si autoalimentano e si scontrano – sia questo luogo un laboratorio teatrale, una redazione di una rivista o un movimento politico. È difficile, non c'è dubbio, ma quando frequento questi luoghi respiro aria frizzante e, magicamente, il cambiamento si immagina possibile.

    Abitudine alla mancanza di diritti

    Caro Raffaele,
    c’è un altro grande ostacolo che già la tua domanda chiamava in causa: la normalità. Darne una definizione è difficile, ma io amo quella che la identifica come l'insieme delle pratiche, delle abitudini e delle azioni che noi compiamo dandole per scontate. Quando una cosa diventa normale, allora non è più attenzionata perché, automaticamente, è diventata giusta. E nel nostro mondo il fatto che i decisori politici decidano ignorando completamente una fetta anagraficamente definita della popolazione è normale. È normale che le questioni che riguardano un giovane siano prese esclusivamente da soggetti prossimi all’età da pensione, è normale che sul bus gli studenti siano stipati come sardine, così come sono normali tante altre pratiche che hanno istituzionalizzato il fatto che se sei giovane la tua voce conta un po’ di meno.

    Caro Christiano,
    È vero, i giovani sono ignorati e i loro diritti sono quasi considerati con sarcasmo. A volte però mi sembra che ci sia da parte dei ragazzi anche troppa timidezza nel pretendere il rispetto dei loro diritti. Faccio un esempio: le elezioni per i rappresentanti. In Università il diritto di voto è esercitato da una percentuale bassissima di studenti, alle superiori spesso è difficile trovare candidati. Certo, questo rientra nella crisi più ampia che riguarda la politica, la rappresentanza e la partecipazione. Ma soprattutto nella scuola sarebbe opportuno che i giovani ricordassero che i loro diritti sono stati frutto di lotte dure e forti, anche se per fortuna non violente, dei loro coetanei tanti anni fa. E che se alcuni ragazzi di un liceo milanese non avessero avuto il coraggio di sfidare l’arroganza degli adulti pubblicando La zanzara, quella bellissima realtà che sono i giornalini scolastici non esisterebbe

    Apprezzare i piccoli risultati

    Caro Raffaele,
    ci sono poi gli ostacoli che, in un certo senso, siamo noi stessi a gettare sul nostro percorso: ignoriamo i piccoli risultati. Ci capita di essere a tal punto assuefatti da un'aria satura di nichilismo, fatalismo, normalizzazione e tutto quello di cui abbiamo discusso, che finiamo per farci sfuggire dalle mani le occasioni per godere di un traguardo e ricaricare le energie. Non che manchino esempi virtuosi, non c’è dubbio, eppure spesso mi sembra che la narrazione prevalente – quella che “tira di più”, quantomeno – preferisca sottolineare gli errori piuttosto che i successi; lo facciamo partendo dalla politica, per arrivare purtroppo ad influenzare anche la nostra quotidianità. Ti chiedo: esiste una dimensione educativa di questo fenomeno? Quanto siamo capaci, nelle nostre scuole, di valorizzare i piccoli successi, promuovendo così circoli virtuosi negli studenti?

    Caro Christiano,
    La mia generazione ha incontrato sulla sua strada lo strano termine “glocale” (che, devo dirlo, non è proprio linguisticamente elegante) per indicare l’intreccio tra globale e locale che si sintetizza nella frase “pensa globalmente, agisci localmente”. Ci sentiamo piccoli, è vero, quando apriamo il giornale e leggiamo notizie che riguardano il mondo intero; ma intanto abbiamo scelto di aprire un giornale e magari potremmo aprirne un altro e vedere come la stessa notizia cambia a seconda dello schieramento politico della redazione. E magari, come tu e altri amici avete fatto con grande intelligenza, creando la rivista Terza fila (tutta scritta da giovani) possiamo decidere di avere un nostro giornale, sul quale si discuta in modo serio e argomentato. Non avrà la tiratura del Corriere della Sera? Può darsi. Ma chissà che chi ha fondato il Corriere pensava di dare origine al quotidiano più venduto in Italia…

    Ostacoli di genere

    Caro Christiano,
    La violenza ha un genere? E l’appartenenza a un genere determina la violenza? Il maschile è strutturalmente costituito per fare violenza al femminile? Ed esiste una violenza del femminile? Domande destinate a far discutere anche in modo scomposto e scoordinato, dal momento che troppo spesso vengono manovrate in modo schematico, come se potessero avere una risposta a seconda dello schieramento politico. Ma comunque il genere è uno dei temi del futuro, e non possiamo non interrogarci da un lato sulla violenza del maschile che porta al femminicidio, ma si origina nella battuta volgare sul tram; dall’altro sulla violenza di Medea, non solo quella sui figli ma quella sulla sua famiglia. Storie inventate per delegittimare il femminile? O esiste una violenza che trascende il genere e forse si annida in tutte e tutti noi. E questa violenza è un dato ineliminabile dall’essere umano? Quanto può essere trascesa, simbolizzata, sublimata?

    Caro Raffaele,
    sono questioni tanto importanti e complesse quanto è il rumore che le circonda quando si tenta di discuterne, in pubblico. Senza pretesa di esaustività rispetto a tutti i punti che hai toccato, ce n’è uno che mi sta particolarmente a cuore. Da giovane uomo, che ne discute con un altro uomo, sono convinto che le battaglie per abbattere le ingiustizie sociali che hanno la loro matrice nel genere non possono essere vinte se affrontate da due schieramenti opposti. Ci sono parole – una tra tutte è patriarcato – che generano isteriche levate di scudi in uno dei due campi. Liberiamo il campo se necessario, cambiamo i nomi. Ma, uomini, abbiamo il coraggio di metterci in discussione, di riconoscere che gli stereotipi di genere fanno danno non solo alle donne ma anche a noi.
    Non si radicalizzino le mie parole, precipitando da un estremo all'altro. Non intendo dire che una certa nozione di “uomo”, così come è stata per molto tempo, debba essere cancellata, c’è spazio per tutti – purché i germi della prevaricazione li si lasci al passato. Ma anche per chi da “uomo” (o da “maschio”, se preferite) non ha bisogno di mostrarsi virile.



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