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    Timore e attrazione

    del Dio che ama

     


    N
    on avete mai provato, amici, paura di Dio? Disagio. Voglia di scansarlo. Non perché è l'inquisitore terribile delle nostre azioni e dei nostri pensieri. Non perché è il vendicatore rigido e inappellabile dei nostri tradimenti e delle nostre debolezze. Il Dio che fa tremare per la sua giustizia... Un Dio simile non esiste per il Cristianesimo. Esiste soltanto il Dio che perdona, che ha instancabilmente fiducia di noi, che si propone alla nostra povertà con una iniziativa sempre nuova, fresca, nativa, capace di rinnovare. Il Dio che il Nuovo Testamento chiama «amore».

    Ma non è proprio questo il Dio che temiamo? Ancor più dell'altro: quello che miete anche dove non ha seminato; quello che ci aspetta al varco del giudizio col cipiglio del fustigatore.

    Ecco, forse un Dio-giustizia ci sarebbe più tollerabile. Ci potremmo impegnare con tutte le forze, a denti stretti; e alla fine saremmo in diritto di dirgli con tono risoluto, se non proprio con compiacenza, ti ho dato quanto ti spetta, quanto è giusto: n on puoi pretendere altro.

    No, amici. Non ci sono diritti davanti a Dio. A rigor di termini non ci sono neppure doveri. C'è l'amore da accogliere e da corrispondere. L'amore: questa vertiginosa parola che non esprime mai il fondo di se stessa - e di noi.

    Appunto. L'accettare questa logica dell'amore significa confrontarsi con un Dio che ha dato tutto se stesso: fino alla morte di croce. E che richiede l'impegno di tutto il nostro essere. O neppure richiede: invita, piuttosto; si propone con la debolezza di chi può essere rifiutato o evitato con estrema facilità. Salvo poi a portarci dentro il rimorso d'un appuntamento non rispettato, d'un incontro risolutivo per noi stessi, per quel che dobbiamo essere e alla radice desideriamo di essere: quando siamo leali con noi stessi e andiamo oltre la scorza della nostra superficialità.

    Non avete mai avvertito un senso di brivido in qualche momento della vita, quando dentro si percepiva chiarissimamente che era giunto il tempo della conversione? Il tempo di dire «sì» a Dio, senza riserve? Il tempo di concedersi a lui, indifesi e disponibili a tutto: all'avventura di fede a cui ci chiamava e di cui non si conosceva l'esito? E nell'animo si intuiva che quel «sì» costringeva ad una revisione totale dell'esistenza: una revisione che ci costava terribilmente e che non avevamo nessun desiderio di attuare: nessun desiderio spontaneo, istintivo, voglio dire?

    Occorrerà diffidare delle persone che parlano con eccessiva allegria dell'incontro con Dio. È un incontro difficile. Ci si abbandona ad un amico esigentissimo, scomodo, conturbante.

    Ma è l'unico modo per ritrovare una serenità insospettata. Per raggiungere una pace pudica e ignota a chi non l'ha sperimentata. Non la pace della compiacenza o della pretesa, ma quella del perdono ricevuto e dell'impegno costantemente ritentato. Alla fine, non ci salvano gli esiti delle nostre opere, ma i tentativi, i desideri; e ancor più: l'umiltà di chi riconosce che i tentativi ed i desideri sono essi pure dono.

    (Alessandro Maggiolini)



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