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    Il dolore,

    avvio a Dio

     


    M
    i diceva, giorni fa, una ragazza in una conversazione religiosa: Ecco, io mi sentirei di credere, se dovessi decidere in un momento di suprema libertà, quando mi costerebbe terribilmente affidarmi a Dio perché la vita mi sorride, sono circondata da amicizia, da comprensione, lo studio mi interessa, mi appassiona, mi rallegra perfino... Ma che senso ha ricorrere a Dio ora, in un momento di sofferenza in cui mi sento inutile, fallita: in un momento in cui tutto mi sembra crollare attorno ed ho bisogno di aggrapparmi a qualcosa o a qualcuno? Non è vigliaccheria, questa? Non è il tentativo d'illudermi un poco pur di riuscire a sopportare il dolore senza gridare o farla finita?... Poiché davvero - non sto esagerando, mi diceva - il suicidio o la bestemmia in certi momenti non appaiono cose tanto lontane... E il rifugiarmi in Dio non è un fuggire dalle proprie responsabilità? La paura di essere sola. Il desiderio di farmi consolare. Dio come un narcotico, un anestetico: una bella favola che ci si racconta nei tempi di angoscia e che si è subito pronti a dimenticare, quando torna la gioia...

    Ascoltavo in silenzio. Talvolta il silenzio è la più grande misericordia che possiamo offrire. Quando qualcuno ci lascia piangere come vogliamo, senza farci subito la lezione: una lezione magari perfetta, ma estranea, lontana, astratta... E noi rimaniamo soli, col nostro dolore.

    Posso rispondere ora?

    Sarebbe bello - forse - avviarci a Dio con atto eroico, con decisione risoluta, quasi a passo di danza, in tempi della vita in cui tutto riesce, tutto è sereno, tutto è radioso. Uno potrebbe affondare nella colpa più abissale o nella meschinità più gretta: ne ha le occasioni a portata di mano... E invece no: aleggia tra le seduzioni senz'esserne sfiorato: cammina - corre - verso Dio come al centro della sua esistenza, al cuore del suo cuore. Così, gratuitamente, senz'essere costretto o sollecitato da nulla: per elezione purissima...

    Sarà. Io non credo molto a queste favole: queste sì, bambina mia, sono favole. La vita è diversa. E, ad esser sincero, devo ammettere che diffido delle persone che mi parlano di Dio come se l'incontro con lui fosse cosa da nulla: due passi, una corserella e ci si è. Come se l'imbattersi in Dio fosse soltanto una letizia e ci si avviasse a lui così, quasi per capriccio: nulla lo esigeva, eppure il cammino è fatto.

    Ahimè. L'incontro con Dio è cosa seria, sconvolgente, terribile. Non si può più vivere come se non lo si fosse incontrato. Si deve cambiare un po' tutto: ribaltare l'impianto della propria esistenza. E la gioia, sì, viene: una gioia enorme; ma poi: quando ci si è davvero dati a Lui totalmente...

    Ho incontrato anch'io persone che sono vissute soltanto per Dio. E avevano tutte le possibilità di trastullarsi o di affogare in altre cose: dimenticando Lui, forse. Santi autentici. Ma non giochiamo a fare i gradassi. Non vedo perché Dio non possa servirsi anche dei momenti di dolore per condurci a Lui: magari andandoci a malapena, quasi arrancando tra mille difficoltà. Quando ci si accorge che tutto frana attorno a noi, che tutto perde senso e valore, e non si riesce più a vivere se non si invoca Qualcuno: se non ci si incammina verso il Mistero... Il suo Mistero: meno inaccettabile del nostro, alla fine...

    E non si tratta di vigliaccheria. Semplicemente si richiede la semplicità di chi ammette che a Dio non si sarebbe giunti senza questa pedagogia della sofferenza: senza questo stimolo del dolore. E non si dica che così ci si toglie la responsabilità. Talvolta è l'unico modo per riprendere la responsabilità di vivere. E stranamente insorge una insospettata capacità di impegno: quasi un dono non richiesto. Candido. Allegro, perfino.

    (Alessandro Maggiolini)



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