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    S
    iamo sinceri, amici: forse non sono in molti tra noi ad essersi entusiasmati del paradiso quando ci è stato presentato - seppur van di moda ancora questi temi. O diciamo bene: quando ci è stato presentato un paradiso lontano, astratto, freddo, cerebrale e un po' individualista.

    Ricordate certi libri cartesiani e certe prediche infervorate e moraleggianti, ma un tantino inconcludenti?

    Dunque, di là vedremo, ameremo e godremo. Ma non ci veniva detto chiaramente il perché di questa gioia. O al più ci si assicurava che i misteri - queste specie di rebus insolubili che talvolta ci tormentavano il cervello - sarebbero stati spiegati, allora: vedremo Dio faccia a faccia; basta, tutto qui, eternamente? Una specie di settimana enigmistica già compilata.

    Ne veniva - riconosciamolo - una qualche delusione. Ci si immaginava il paradiso come una sorta di coro di frati dove ognuno avrebbe avuto un seggio, assegnato per sempre; o come - mi si perdoni il paragone - una specie di cinema - tutti seduti al proprio posto - dove ognuno avrebbe avuto gli occhi allo schermo: e vi si proiettava un film, sempre lo stesso, e noto fin dall'inizio, senza neppure la gioia d'una conclusione inattesa, come nei gialli di Hitchcock. E noi stessi come anime disincarnate: un vagare di persone rarefatte con le alucce, ma disinteressate ognuna alle altre e alla terra. Ciascuna per proprio conto con Dio. E il mondo distrutto alle spalle, neppur più come un ricordo...

    So bene di esagerare descrivendo le cose con queste tinte fioche: Dio è Dio, e se lo si coglie come valore, è ben capace di costituire, di far scoppiare un'esultanza incontenibile.

    Eppure, consideriamo la realtà della beatitudine in termini cristiani. Il paradiso alla fine è il Signore Gesù glorioso che anticipa il nostro destino: il Signore Gesù che rimane uomo, anzi lo diviene perfettamente con un corpo, con un volto, con un cuore; il Signore Gesù che ci conosce uno per uno e che continua ad amarci fino alla fine, come sulla croce; il Signore Gesù che si pone come il principio della comunione fraterna universale e come radice della rinnovazione del mondo...

    Dimentichiamo troppo spesso il dogma della risurrezione: in Cristo riassumeremo il nostro corpo; noi pure avremo quella realtà terribilmente e gioiosamente umana che è il corpo, ma senza l'opacità e la pesantezza di oggi; e avremo volto, mente, sensibilità, capacità di guardare a lungo e di stupirci e di commuoverci e di esaltarci senza illusioni. E con noi risorgeranno gli altri e sarà un riconoscerci e un ricongiungerci meraviglioso: un ritrovare persone care che ci sono vissute al fianco e di cui non abbiamo colto il mistero. Volete che un figlio, alla soglia dell'al di là, non cerchi subito con lo sguardo sua madre che l'ha atteso e che per lui ha pregato? Volete che le amicizie più vere e gli amori più autentici svaniscano alla morte e divengano insignificanti nella vita beata? Una gran «battera», verrebbe invece da dire...

    E i valori umani - la Commedia di Dante, la Nona di Beethoven, la Pietà di Michelangelo - saranno tutti vanificati? E i valori cosmici - la maestà delle montagne, la bellezza dei fiori, il canto degli uccelli - saranno tutti vanificati? Non lasciamo briglia sciolta alla fantasia: siamo più capaci di immaginare il male che non il bene. E tuttavia non ci vien detto che questo mondo sarà annientato: sarà piuttosto liberato dalle scorie del peccato e trasfigurato in Cristo. Parola sua: «Io faccio nuove tutte le cose: nuovi cieli e nuova terra». E tutto sarà dono.

    C'è di che vivere nel desiderio più limpido e trepidante. Nonostante la paura della morte: la paura che lui stesso ha attraversato e vinto.

    (Alessandro Maggiolini)



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