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    Come fortificare

    la nostra

    confidenza filiale?

    Commento al Compendio del Catechismo /35

    Enzo Bianchi


    La confidenza filiale è messa alla prova quando pensiamo di non essere esauditi. Dobbiamo chiederci allora se Dio è per noi un Padre di cui cerchiamo di compiere la volontà, oppure è un semplice mezzo per ottenere quello che vogliamo. Se la nostra preghiera si unisce a quella di Gesù, sappiamo che egli ci concede molto più di questo o di quel dono: riceviamo lo Spirito santo che trasforma il nostro cuore. 

    (Compendio del Catechismo n. 575) 

    Nell’esortare i suoi discepoli alla preghiera fiduciosa Gesù ha detto: “Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete” (Mt 21,22). E ancora: “Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: ‘Lèvati e gèttati nel mare’, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà” (Mc 11,22-23). Ora, se è vero che la nostra fede è sempre fragile, basta metterla nella fede di Gesù Cristo, lui che è “l’origine e il compimento della fede” (Eb 12,2): egli, il Vivente, può far crescere il piccolo seme della nostra fede e trasformarlo in frutto.

    La preghiera cristiana non è come quella dei pagani che affaticano gli dèi – secondo l’eloquente immagine usata dal poeta e filosofo Lucrezio – moltiplicando le parole e confidando in esse (cf. Mt 6,7); la nostra fiducia va posta in colui che ci parla e ci chiama alla preghiera: Dio, il Padre. Lapreghiera filiale non si misura dunque sulle ripetizioni e sulla lunghezza (cf. Mc 12,40; Lc 20,47), ma sulla fiducia che la anima. Infatti “il Padre nostro sa di quali cose abbiamo bisogno ancor prima che gliele chiediamo” (cf. Mt 6,8), e nessun orante deve temere che egli dia pietre al posto del pane: noi, noi sì siamo cattivi, ma Dio è buono (cf. Mt 7,7-11)!

    Nessuna paura per chi sa di essere figlio di Dio, per chi è certo di mettere la propria preghiera nelle mani di colui che è nostro avvocato presso il Padre (cf. 1Gv 2,1), per chi ha ricevuto l’unzione dello Spirito (cf. 1Gv 2,20.27). Chi acquisisce questa consapevolezza può dimorare saldo nel Signore ed essere animato da una profonda convinzione: il vero esaudimento della preghiera consiste nel far crescere l’orante, nella concretezza della sua esistenza quotidiana, alla statura di Cristo (cf. Ef 4,13); nel conformarlo, sotto la guida dello Spirito santo, al Figlio stesso.

    Tutto questo si riassume in una straordinaria parola di Gesù, già ricordata in un precedente articolo, ma che merita di essere ripetuta ancora una volta: “Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono” (Lc 11,13). Lo Spirito santo è davvero la cosa buona tra le cose buone (cf. Mt 7,11), è la forza di Dio messa nei nostri cuori per insegnarci a vivere come Gesù. Ed è proprio nella potenza dello Spirito che ogni cristiano può imparare a pregare come Gesù: “Padre, non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42).

    (Famiglia cristiana, 21 aprile 2013)

     



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