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    Che cos’è la preghiera

    dell’Ora di Gesù? 

    Commento al Compendio del Catechismo /37

    Enzo Bianchi

     

    È chiamata così la preghiera sacerdotale di Gesù all’Ultima Cena. Gesù, il Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza, la rivolge al Padre quando giunge l’Ora del suo “passaggio” a lui, l’Ora del suo sacrificio.

    (Compendio del Catechismo n. 577) 

    Lungo tutto il vangelo secondo Giovanni si annuncia e si attende l’“Ora” di Gesù, “l’ora del suo passaggio da questo mondo al Padre” (cf. Gv 13,1), ossia della sua morte e resurrezione, compimento dell’intera sua vita. Quest’ora inizia a compiersi con l’ultima cena, nella quale Gesù mostra la sua vera gloria, la gloria dell’amore, lavando i piedi ai discepoli. Ed è proprio dopo questo segno, seguito dall’annuncio del tradimento di Giuda, che Gesù pronuncia i “discorsi di addio” (cf. Gv 13,31-16,33): in essi parla il Signore risorto e vivente, con parole che condensano tutto il vangelo e gettano un ponte tra la vita terrena di Gesù e la sua venuta nella gloria.

    Questi discorsi trovano il loro apice e la loro degna conclusione nella preghiera rivolta da Gesù al Padre (cf. Gv 17), preghiera del “sommo sacerdote della fede che professiamo” (Eb 3,1), nella quale si manifesta l’incessante intercessione che il Cristo risorto compie presso il Padre a favore dei suoi discepoli di ogni tempo. “La sua preghiera, la più lunga trasmessaci dal vangelo, abbraccia tutta l’economia della creazione e della salvezza … In questa preghiera pasquale, sacrificale, tutto è ricapitolato in Cristo … È la preghiera dell’unità” (CCC 2746.2748).

    L’orizzonte dell’intera preghiera è ben tracciato dall’affermazione con cui essa si apre: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). Una conoscenza esperienziale del Signore è ciò che della vita eterna ci può essere dato di gustare già qui e ora, in attesa della venuta del Regno. È la conoscenza che coincide con l’amore, come appare dalla promessa con cui la sua preghiera si conclude e – potremmo dire – si apre sul tempo della chiesa: “Padre giusto, … io ho fatto conoscere loro il tuo Nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17,25-26).

    Come vivere questo amore? Confidando nella forza della preghiera di Gesù affinché i suoi discepoli siano nelmondo senza essere del mondo, vivano cioè in pienezza l’esistenza terrena senza cedere alla seduzione degli idoli mondani: “Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” (Gv 17,15-16). In questa “differenza cristiana” consiste le nostra santificazione, radicata nella santificazione, nella distinzione con cui Gesù ha saputo vivere “altrimenti”, conducendo un’esistenza che è la via definitiva per andare al Padre.
    E il modo più eloquente per vivere tale santificazione è la testimonianza dell’unità dei credenti, in obbedienza alla richiesta accorata di Gesù: “Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).

    (Famiglia cristiana, 5 maggio 2013)

     



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