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    La Bibbia: Parola di Dio in linguaggio umano (cap. 7 di: Una Bibbia sempre giovane)


    Cesare Bissoli, UNA BIBBIA SEMPRE GIOVANE. Tracce per un incontro, Elledici 1998



    Sentendo alla Messa domenicale la formula «Parola di Dio» al termine della lettura di certi testi biblici, specie dell'AT, dove vi sono espressioni di violenza o di non elevato profilo morale, andiamo in crisi.
    Può essere Parola di Dio? Sì, rispondiamo, a patto di cogliere la formula in termini esatti. E un punto nodale per la soluzione di tante difficoltà.

    Parola di Dio in linguaggio umano

    L'umanità della Parola di Dio

    - Qui dobbiamo badare ad una cosa fondamentale per rispettare la realtà vera della Bibbia. Questa è il libro di Dio, contiene ed è veramente la Parola di Dio a servizio della fede della comunità. Ma appunto perché diretta all'uomo, Dio ha voluto che la sua Parola fosse a lui comprensibile. Da buon maestro, ha voluto esprimere le sue verità, il progetto della nostra salvezza, in un linguaggio umano. Prova impressionante è Gesù stesso: la Parola suprema di Dio si è fatta carne, uno di noi (cf DV, 13).
    I profeti, portavoce diretti di Dio, parlavano ai loro contemporanei adoperando le categorie di pensiero loro adatte, così Gesù stesso, gli Apostoli...
    - Perciò la Bibbia, se è Parola di Dio, lo è informa incarnata in un linguaggio umano, rispecchia cioè la mentalità, la cultura, l'ignoranza anche, delle comunità per cui fu scritta, in particolare degli uomini di cui Dio si servì (evidentemente soltanto non accettando gli errori veri e propri). E tutto questo in una forma così profonda, che «l'interprete della Sacra Scrittura, per capire bene ciò che Dio ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione, che cosa gli agiografi in realtà abbiano inteso significare e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole» (DV, 12). L'analisi culturale dunque, specificamente della forma o genere letterario usato, diventa passaggio fondamentale per arrivare alla verità della Bibbia.

    La Bibbia fa parte del grande «mistero» dell'incarnazione

    In conclusione la Bibbia è veramente tutta di Dio e tutta dell'uomo, parola di Dio in linguaggio umano, testimonianza scritta e stabile dell'incontro di due amori: quello di Dio verso il suo popolo che viene assunto, pur nella sua povertà, ad essere la «voce» della Sua Parola, la «carne» della Sua Verità; e dell'amore del popolo verso il suo Dio, cui presta tutto se stesso, le sue istituzioni, le sue vicende belle e tristi, i suoi uomini migliori onde Dio possa veramente penetrare nel cuore dell'uomo.
    Come Gesù è la Parola di Dio fatta carne senza peccato nel seno di Maria, figura della Chiesa, per la nostra salvezza, così la Scrittura - in relazione e dipendenza da Gesù - è la Parola di Dio fatta scritto senza errore nel seno della Chiesa (e dunque non senza riferimento a Maria) per la nostra salvezza.

    Il linguaggio umano risonanza singolare della Parola di Dio

    Se Dio «parla» all'uomo allora vuol dire che l'uomo può «ascoltare» Dio. È l'intuizione da sempre presente nella visione cristiana dell'uomo: per grazia di Dio, questi è veramente capace di Dio, o come ama dire K. Rahner, l'uomo è intrinsecamente «uditore della Parola».
    Questo porta ad evidenziare alcuni altri aspetti della natura della Bibbia:
    - È facile riscontrarlo, ma cc ne dovremmo stupire assai di più, che la Bibbia è sempre presentazione di un Dio che va alla ricerca dell'uomo e viceversa, dall'«Adamo dove sei?» (Gn 3,9) dell'inizio al «Vieni, Signore Gesù» della fine (Ap 22,30). A. Iieschel afferma che la Bibbia è insieme «una teologia per l'uomo come pure una antropologia per Dio». Il che vuol dire che in certo modo Dio vuol avere bisogno dell'uomo, perché questi provi il bisogno di Dio. L'unico tu di Dio è l'uomo; e il vero tu dell'uomo non può essere ultimamente che Dio.
    - Coinvolgendo così sostanzialmente la persona, il «mistero» di grazia che fa la Bibbia non rimane circoscritto ad essa, ma diventa chiave di lettura della nostra condizione umana, la quale a sua volta diventa ermeneutica fondamentale della Bibbia. Gli esiti sono importanti.
    Anzitutto quella straordinaria ricchezza di segni e di qualità espressive di cui la creatura umana gode, a partire dal nucleo indissolubile di corporeità e spiritualità, fa sì che l'uomo-donna sia definito creatura simbolica, sintesi di finito ed infinito, di visibile ed invisibile, di contingente e di eterno... Purtroppo nel corso della storia, questa proprietà esclusiva della persona viene oscurata e tradita con la riduzione dell'«uomo ad una sola dimensione», quella spiritualistica ed ancor più materialistica.
    Ebbene è della Bibbia riaffermare ed esaltare questa singolare condizione dell'uomo, ed anzi avvalersene per far penetrare nel mondo di Dio attraverso la mediazione del simbolo. Coltivare in sé e negli altri tutta quest'area del linguaggio e dell'esperienza simbolica o sacramentale diventa mediazione sostanziale per parlare assennatamente di Dio e con Lui, e dunque capire la Bibbia.
    - Anche la interpretazione della Bibbia ne è toccata. Più avanti ne diremo le concrete implicanze, qui poniamo il criterio fondativo. Dato l'intrinseco collegamento della Parola di Dio alle condizioni umane, è atto compiuto di lettura quello per cui sappiamo «leggere esistenzialmente la Bibbia e leggere biblicamente l'esistenza». Vuol dire che lettura vera della Bibbia è quella che perviene a cogliere del dato biblico non generiche informazioni storiche e teologiche, ma la dimensione umana del vivere così come l'uomo biblico prova e Dio propone: domande, bisogni, attese, valori, aspirazioni... E contemporaneamente vuol dire ritrovare nell'esistenza dell'uomo tratti biblici sotto forma almeno di presentimento, di inconsapevole esperienza, ma anche di certa presenza. Chi potrà negare da questo punto di vista che l'Olocausto è stata una tragica prova di schiavitù, e che Madre Teresa ha svolto il compito di Buon Samaritano?



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