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    La Bibbia dice la verità - La verità della Bibbia (cap. 8 di: Una Bibbia sempre giovane)


    Cesare Bissoli, UNA BIBBIA SEMPRE GIOVANE. Tracce per un incontro, Elledici 1998



    Quante volte abbiamo sentito questa affermazione, ma non sempre in forma corretta! Si pensi al doloroso caso di Galileo, quando alcuni dotti ritennero che facesse parte della verità della Scrittura, e fosse quindi insegnato da Dio il sistema astronomico tolemaico, che invece Galileo con buone ragioni impugnava. Insomma, dove sta la verità della Scrittura?

    Una corretta impostazione

    Un esegeta moderno, il francese P. Grelot, così imposta la questione:[1] bisogna assolutamente tener presente che la Bibbia è opera divina ed umana.
    Soltanto così possiamo farci un'idea giusta di ciò che è la verità della Bibbia e dunque quale verità è detta dalla Bibbia. Non è altro in fondo che l'applicazione del principio del genere letterario: la Bibbia è a suo modo un genere letterario (= opera di Dio e dell'uomo!) e dunque essa esprime la verità secondo la sua qualità.

    La verità di Dio attraverso la verità dell'uomo: non solo dire, ma affermare, insegnare

    - Ispirando gli autori sacri, Dio si rende responsabile e garante dei loro scritti. Egli non può certo insegnarci l'errore.
    E poiché il suo insegnamento ci giunge attraverso la mediazione dell'uomo ispirato, si deve accettare come verità divina tutto ciò che costui afferma come vero.
    - Ma che cosa egli intende «affermare come vero»? In altre parole non basterebbe ciò che semplicemente viene riportato nel testo, ma ciò che è propriamente insegnato nella Bibbia.
    Ma che cosa viene «insegnato»? Il problema non è così semplice, come lo sarebbe se la Bibbia fosse un catechismo a base di domande e risposte. Noi sappiamo che i libri sono nati al servizio di una comunità vivente, lungo vari secoli...
    A questo punto bisogna badare a varie cose insieme.

    Una prospettiva certamente e primariamente religiosa: la salvezza dell'uomo

    Dio parla all'uomo per la sua salvezza, non per sé in vista delle sue conoscenze scientifiche
    Anzitutto va tenuto presente quello che possiamo esprimere come «il punto di vista» di Dio, quello cioè su cui convergono tutti i libri biblici pur nella loro varietà, e che Gesù ha esplicitamente insegnato.
    «Parlando» a noi, Dio ha per unico oggetto di «manifestare se stesso e il mistero della sua volontà» (DV, 2), cioè la nostra salvezza.
    Lo ha ben messo in risalto il Concilio con una frase celebre: «I libri della Sacra Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle Sacre Lettere» (DV, l l ).
    Non basta quindi dire che la Bibbia gode dell'inerranza = è senza errore). Bisogna completare dicendo che è un'inernmza a servizio della verità salvifica.
    - Da questo punto di vista possiamo) ben parlare di un'unità profonda, meravigliosa di tutta la Bibbia. Pi- con intta la sua immensa varietà essa parla di un'unica realtà: il prot-zet tu salvifico di Dio, l'alleanza di amore, al cui centro sta Gesù Cristo. La «teologia biblica» diventa dunque lo scopo ultimo dello studio della Bibbia, come pure la «spiritualità biblica» ne diventa lo scopo pratico.

    Estraneità del discorso scientifico nella Bibbia

    La Bibbia quindi non insegna nulla che non abbia attinenza a queste verità. Ciò significa, per esempio, che si ingannerebbe chi volesse conoscere dai primi capitoli della Genesi qualcosa sulle ere geologiche o sul modo con cui si è formato il corpo umano. In campo strettamente scientifico, come già disse nel 1893 Leone XIII, la Bibbia parla il linguaggio del suo tempo e si serve del modo allora comune di rappresentarsi le cose. Il non aver capito questo fu l'errore degli avversari di Galileo!

    Partecipazione della storia all'insegnamento della Bibbia

    Per quanto riguarda la storia invece, la questione si pone in modo diverso che per le scienze naturali. Infatti la storia del piano di salvezza che interessa a Dio coincide con la storia che la Bibbia riferisce. E ciò significa che quando narra gli interventi di Dio quaggiù, la Bibbia intende riferirci avvenimenti reali, una vera storia. Tuttavia è chiaro che non tutti i fatti della storia umana hanno un medesimo rapporto con questo piano di Dio.
    Anche quando si tratta della storia del popolo eletto, la Bibbia ne fa oggetto di insegnamento sempre dal punto di vista di questo rapporto. E perciò metterà bene in risalto la Provvidenza che guida gli eventi (quante volte Dio è il soggetto della storia biblica!) lasciando magari in ombra il gioco di cause ed effetti sul piano della politica umana. Veniamo così informati del nome delle levatrici di cui Dio si servì per salvare i bambini ebrei in Egitto e ci viene taciuto il nome del Faraone!
    I fatti quindi sono riportati e fanno parte della verità della Parola di Dio, ma visti e detti spesso da un angolo visuale molto diverso da quello da cui si pongono gli storici moderni.

    Una pedagogia della verità. Una verità in marcia

    Ancora dal punto di vista di Dio, bisognerà tener presente che egli ha scelto una forma pedagogica nel comunicare la verità della salvezza, cioè progressivamente.
    Gli stessi uomini dell'AT erano consapevoli che i loro antenati non erano giunti alla luce, che era invece cresciuta per i loro successori. A maggior ragione prima di Gesù Cristo si possono ritrovare delle forme imperfette di verità (non però degli errori veri e propri) circa la concezione di Dio, della morale, della retribuzione (ad esempio si pensi al modo duro con cui certi salmi invocano giustizia, oppure alla forma terrena con cui chiedono l'aiuto divino). Questo porta alla conclusione, come dicono certi autori, che la verità dei libri dell'AT è in progressione, «in marcia» e si ritrova piena soltanto nei libri del NT.

    La verità di Dio attraverso la cultura dell'uomo

    Infine, ricordando che Dio ci comunica le verità più sublimi in un linguaggio umano, cioè mediante l'agiografo, per cogliere la verità della Bibbia devo cercare di conoscere le intenzioni di quest'ultimo. Ma come fare?

    La via dei generi letterari

    Ne abbiamo accennato più sopra. La propone esplicitamente il Concilio: «Per ricavare l'intenzione degli agiografi si deve tener conto tra l'altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa nei testi in varia maniera storici, o profetici, o poetici, o con altri modi di dire... Per comprendere infatti nel loro giusto valore ciò che l'autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originari modi di intendere, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell'agiografo, sia a quelli che erano allora in uso nei rapporti umani (DV, 12).
    Come nelle nostre letterature moderne sappiamo distinguere una narrazione romanzata da una relazione giornalistica, da una novella e non cerchiamo la verità sullo stesso piano, così, fatte le debite proporzioni, si devono valutare diversamente le tradizioni dell'Esodo, i libri dei Re, Giobbe ed Ester... Anche quando ci si trova di fronte alla storia reale, non si deve dimenticare che essa non è rievocata sempre con gli stessi mezzi concreti, e che la presentazione del passato si realizza in diversissime maniere.

    La via dell'analisi culturale

    Oggi giustamente per cogliere l'«intenzione» di un autore si allarga la via del «genere letterario», badando globalmente al «mondo culturale» dell'autore biblico, che rivela il senso di un brano ben oltre la stretta consapevolezza di chi lo ha scritto.
    Per fare un esempio, il senso di un cantico della Divina Commedia certamente corrisponde a ciò che Dante voleva dire, ma l'intento di Dante non si restringe a ciò di cui aveva lucida coscienza intellettuale, per cui occorre una metodologia più ampia che la sola ricerca storico-critica.
    Recentemente è intervenuta su questo punto la Pontificia Commissione Biblica con un documento importante: L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa (Roma 1993), che prospetta diversi metodi o approcci di conoscenza del testo, tutti quelli che permettono di approfondire «lo sfondo culturale» dell'autore: attraverso certamente il metodo storico-critico, ma anche grazie all'analisi letteraria (come lo strutturalismo), le scienze umane (sociologia, antropologia, psicologia), i processi di indagine della tradizione storica (il giudaismo, la storia degli effetti prodotti dalla Bibbia).

    Una lezione di magnanimità: rispettare l'intelligenza per toccare il cuore

    In sintesi, è stupefacente ma vero che tutta la ricerca critica che vuol mettere in chiaro il senso umano del testo non è mancanza di rispetto alla verità della Parola di Dio, anzi è punto essenziale di partenza per non falsificarla.
    È stupefacente e suscita commozione, come fa capire ancora il Concilio: «Nella Sacra Scrittura dunque, restando sempre intatta la verità e la santità di Dio, si manifesta l'ammirabile condiscendenza dell'eterna Sapienza, "affinché possiamo apprendere l'ineffabile benignità di Dio e quanto Egli sollecito e provvido nei riguardi della nostra natura, abbia contemperato il suo parlare" (S. Giovanni Crisostomo). Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare dell'uomo, come già il Verbo eterno del Padre, avendo assunto le debolezze dell'umana natura, si fece simile all'uomo» (DV, 13).


    NOTA

    [1] Cf P. GRELOT, Introduzione alla Bibbia, Ed. Paoline, Roma 1965, 599-605.



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