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    L’importanza di essere “pentecucia”

    Miriam Peroncini *



    esperienza MiramSin da piccola ho avuto una naturale predisposizione nel prendermi cura e nello stare con i bambini più piccoli di me. Ricordo bene il senso di protezione nei loro confronti, ad esempio quello per la mia sorella di due anni più piccola, e, soprattutto, per mio fratello, cinque anni più piccolo di me. Con il tempo lui è cresciuto e le mie attenzioni si sono rivolte ai vari cugini più piccoli.
    Nonostante ciò, ho sempre sentito in me il desiderio di voler rendere felici i “cuccioli d’uomo” e, non appena raggiunta la giusta età, sono diventata catechista. Trovo meraviglioso poter spiegare con semplicità a dei bambini il messaggio di Gesù, almeno per quello che prima aveva colpito me. Quell’ora a settimana era talmente gratificante che l’anno successivo decisi di cominciare a seguire una seconda classe di catechismo.
    In quel periodo, però, pensavo già all’estate. Ero sicura che avrei fatto l’animatrice nell’Estate Ragazzi della mia parrocchia, ma volevo mettermi in gioco in qualcosa di ancora più intenso e coinvolgente: insomma, volevo essere pronta, adeguata- Decisi così di cominciare a seguire le giornate di formazione per gli animatori, cosiddetti “pentecucia” (Pentecoste e fiducia), organizzate dall’associazione Città sul Monte, i cui campi frequento come animata dalla 5a elementare. La preparazione si è articolata in tre giornate: nelle prime due si è parlato della figura del Pentecucia, mentre l’ultima si è dedicata all’organizzazione del campo. Il nostro compito era quello di seguire i ragazzi, nel mio caso quelli del campo di 5a elementare, durante le attività, i giochi, il tempo libero, a tavola, e la notte, dormendo con loro, per circa sei giorni sotto la guida del “grande capo”, un adulto responsabile della gestione del campo.
    Quest’anno ho deciso di ripetere l’esperienza, da poco terminata, ma seguendo i ragazzi di 1a media, quindi gli stessi dell’anno precedente, ma un anno dopo. Entrambe le volte, i giorni precedenti al campo provavo una leggera ansia: la paura di sbagliare, di non riuscire a intrattenere i ragazzi e di rendere pesanti le attività e di non farmi rispettare. Nonostante ciò, ero colma di entusiasmo e curiosità la prima volta, e anche di amore la seconda, per quei ragazzi che l’anno prima avevo salutato con il cuore pieno di gioia per averli incontrati e tristezza per non essere sicura di rivederli. Le mie aspettative includevano la stanchezza, poiché si trattava di stare tutto il giorno a contatto con dei ragazzini che chiaramente non si possono ignorare, ma anche quella del concludere questa esperienza con una sensazione di arricchimento e amore che poche volte si può provare. Ad ogni modo, ero certa che sarei tornata a casa felice più che mai di aver compiuto questa esperienza.
    La struttura del campo è stata la medesima entrambi gli anni. Il primo giorno si arriva “lassù sul colle”, come si dice, e ragazzi e ragazze vengono divisi nelle camerate. In ogni camera, composta da circa 6 giovani, c’è un pentecucia. Successivamente, i ragazzi si dividono in gruppi di 7, con un animatore per gruppo. Dopo la cena, la serata, che si svolge allo stesso modo tutte le sere tranne l’ultima. Si inizia con un gioco, seguito da una scenetta, rappresentata dai pentecucia, si prosegue con una storia raccontata da un “vecchio”, ovvero uno degli adulti presenti, che in genere si intreccia o con il Vangelo e la Bibbia o un personaggio di questi, e infine si va a recitare la preghiera nella cappella. Il giorno dopo, sveglia, preghiera del mattino e colazione, poi ragazzi sono impegnati in una “chiacchierata”, tenuta da un vecchio o da uno dei preti presenti, seguita dall’attività nel gruppo di appartenenza e dalla Messa. Dopo il pranzo, si fa una passeggiata nei dintorni, la merenda, la chiacchierata e l’attività del pomeriggio, il “momento dello spirito”; un momento di preghiera personale e la cena. Più o meno a metà del campo si fa la camminata lunga fino alla sorgente del Po, vicina al luogo dove si fa il campo, e il pomeriggio di quel giorno per i ragazzi, pentecucia e vecchi c’è la possibilità di confessarsi. Infine, l’ultima serata la si passa cantando e facendo i bans attorno al falò.
    Sono stati due i ragazzi che mi hanno legata particolarmente a questa esperienza. Il primo è Luca, ragazzino di 10 anni dagli occhi ridenti e cristallini, i capelli biondi e una instancabile lingua. Luca, dopo un paio di giorni dall’inizio del campo, mi si è avvicinato cominciando a parlare incessantemente della sua grande passione, le macchine. Ammetto che ci volesse davvero tanta pazienza ad ascoltarlo e seguirlo, anche perché era sempre in movimento e questa cosa mi ha portata a stancarmi davvero moltissimo. Nonostante ciò, ho sentito come un suo bisogno di essere ascoltato, e questo ho fatto. Dietro a quel ragazzino che faceva disperare un po’ tutti, c’era una persona capace di un affetto fuori da ogni misura. I suoi abbracci all’improvviso, il suo regalarmi continuamente fiori, soprattutto margherite, che conservo ancora a casa, mi hanno riempita di una gioia indescrivibile che spero di aver trasmesso anche a lui.
    Il secondo volto a me tanto caro è quello di Maria Stella, ragazzina di quasi 12 anni, dai lunghissimi capelli scuri e ricci, gli occhi color cioccolata e un fisico molto minuto che sembra scomparire in un abbraccio. Maria Stella e io ci siamo ritrovate sedute vicine nel salone una sera e lei si è semplicemente appoggiata alla mia spalla, quasi addormentandosi. Dal giorno dopo, mi cercava, mi abbracciava e mi correva incontro. La sera della camminata era così stanca che si è addormentata durante la storia serale e quando si è svegliata diceva di non riuscire a tenere gli occhi aperti. L’ho presa in braccio e portata nel suo letto, aiutata a mettere il pigiama, raccontato una storia della buonanotte e cantato la ninna nanna. Questi momenti mi hanno scaldato il cuore, lo hanno fatto ardere di felicità, perché ero così contenta che il suo bisogno di affetto si fosse incastrato perfettamente con la mia voglia di donare abbracci a tutti quei ragazzi che ne hanno bisogno e, soprattutto, imporsi di trovare una chiave per comprenderli e aiutarli che vada oltre a vuote parole di incoraggiamento o gesti, che non tutti potrebbero gradire. Osservarli mentre giocano, mentre sono soli, guardare i piccoli gesti e le microespressioni sono sforzi che ho dovuto compiere per comprendere meglio ognuno di loro, perché si sa che spesso siamo restii all’aprirci agli altri.
    Il momento più speciale è stato duplice per entrambi gli anni. Durante la camminata, momento di fatica, non solo personalmente mi sentivo più vicina al Signore, ma ho avuto modo di aiutare quanti ragazzi più possibili e di scambiare con quasi tutti loro vere parole di incoraggiamento, anche se poco. Invece, al falò finale era presente fra tutti quella grandissima malinconia perché tutto stava finendo e lì lacrime e abbracci si sono mescolati, mai più sinceri di quel momento.
    In quei giorni ho capito quanto spesso, sottovalutandomi, abbandoni una situazione difficile o faticosa (perché è stata indubbiamente un’esperienza faticosa), quando avrei semplicemente bisogno di qualcuno che mi sproni, come hanno fatto lassù i vecchi, o un abbraccio con un bambino.
    Sono tornata da entrambi i campi cambiata, cresciuta, perché, come dico a tutti quelli che mi chiedono di questa esperienza, “da Crissolo non si torna mai gli stessi”. È proprio quello che penso. Si scoprono parti di sé, come per me è stato con la pazienza, che non pensavo potesse essere tanta quanto poi si è rivelata, e soprattutto è una continua e incessante riflessione interiore, un flusso continuo di pensieri riguardo al meraviglioso mondo che ci circonda e con lui le persone. Il senso di responsabilità che ho sviluppato in questi due anni è sicuramente in buona parte grazie proprio a queste esperienze, così come l’accettare quel dolce-amaro delle separazioni, così frequente nella vita ma spesso così doloroso.
    A distanza di un po’ di tempo chiaramente cambierei molti dei miei comportamenti e azioni, paradossalmente più per il secondo campo, dove avrei dovuto fare meglio perché con più esperienza, ma quel che è stato è stato. Posso solamente trarne insegnamento e fare meglio il prossimo anno. Una cosa è sicura, il mio cuore è un po’ più pieno ogni volta che torno a casa e penso e spero che sia così anche per i ragazzi, a cui spero di aver dato tanto quanto hanno dato loro a me. Il grande capo del primo campo una volta disse che l’educatore non vedrà mai il risultato del lavoro fatto, che questi ragazzi sarebbero tornati a casa alcuni cambiati davvero, altri no. Mi porto questa frase nel cuore per tutte le prossime esperienze simili a questa, come incitazione a fare meglio e a non cercare di stravolgere la vita dei ragazzi, ma di lasciare loro qualcosa che possano conservare anche dopo la fine di quei sette giorni.

    * 16 anni, parrocchia Madonna delle Rose, Torino.



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