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    Essere luce e sale

    V Domenica del tempo ordinario A

    sorella Ilaria - Bose



    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 13«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
    14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
    Matteo 5,13-16 (Is 58,7-10 – 1Cor 2,1-5)

    In questa domenica e nella prossima il lezionario liturgico ci propone di proseguire la lettura del cosiddetto “discorso della montagna”, discorso che copre i capitoli 5-7 del vangelo secondo Matteo. Dopo aver meditato domenica scorsa sulle beatitudini oggi ascoltiamo i versetti 13-16 nei quali Gesù utilizza le immagini del sale e della luce per evidenziare alcune caratteristiche del credente, del discepolo che cammina alla sua sequela.
    Il testo della prima lettura tratto dal profeta Isaia riprende l’immagine della luce per parlare dell’uomo giusto (“la tua luce sorgerà come l’aurora” si dice nel v.8); il testo della seconda lettura tratto dalla prima lettera ai Corinti parlando di sapienza allude all’immagine del sale in quanto la sapienza da sapore alla vita come il sale lo dà ai cibi.
    Luce e sale sono due immagini che ritroviamo lungo tutta la Scrittura o per parlare di Dio e della sua Parola, o, come nel caso delle letture di questa domenica, per parlare dell’uomo: Isaia parla dell’uomo giusto, il vangelo parla dei discepoli e la prima lettera ai Corinti parla di Paolo, l’apostolo che annuncia la sapienza di Dio.
    Ma l’uomo giusto, il discepolo, l’apostolo possono essere luce e sale perché sono “ancorati” al Signore, fonte di luce e di sapienza, perché il loro agire è guidato dal Signore, come dice il versetto di Isaia che segue immediatamente il testo di questa domenica.
    La lettera agli Efesini dice: “Voi siete luce nel Signore: camminate come figli della luce” (Ef 5,): la luce e il sale che il credente porta in sé, che lo caratterizzano, non hanno la loro fonte nel credente stesso ma nel Signore il quale ha detto: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12), e hanno come destinatario il mondo: “Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo…”.
    Il credente è investito dalla luce, è riempito di sale ma non per se stesso, ma perché tramite lui la luce e il sale raggiungano altri, ha perciò la responsabilità di non trattenere per sé, di non nascondere la lampada sotto il moggio, di non perdere sapidità così da non essere più conforme al nome che porta (come il sale che perde il sapore).
    La stessa dinamica la ritroviamo anche nella pericope di Isaia: l’uomo giusto non è colui che compie azioni per se stesso, per sentirsi a posto davanti a Dio facendo azioni cultuali che non corrispondono poi alla sua prassi di vita (teniamo presente che nei versetti precedenti Isaia denuncia l’ipocrisia di chi fa digiuni per ingraziarsi il Signore e contemporaneamente compie angherie verso il suo prossimo); l’uomo giusto è colui che agisce come Dio, ovvero colui che sa vedere il fratello, la sorella nel bisogno e lo soccorre, colui che ama dell’amore di Dio, il Signore “compassionevole e misericordioso, lento all’ira e grande nell’amore”.
    È l’amore che ci rende luminosi perché ci rende figli e figlie di quel Dio che è amore (1Gv 4,7), perché ci rende conformi a Cristo, colui che ci ha rivelato l’amore di Dio amandoci fino alla fine (Gv 13,1).
    È l’amore che dà sapore alla vita perché, come dice l’inno alla carità: “Rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande è la carità!” (1Cor 13,13). La carità è la più grande perché sintetizza in sé fede e speranza e esprime da dove veniamo e verso chi andiamo, dice l’origine e il compimento.
    Essere capaci di opere buone, belle (il testo greco ha l’aggettivo “kala “che può essere tradotto anche con “bello”) significa spandere intorno a noi la luce, mentre chi compie opere malvagie “odia la luce, e non viene alla luce” scrive Giovanni 3,20, e prosegue: “perché le sue opere non vengano riprovate”.
    Essere luce significa essere nella luce e trasmettere luce; essere luce significa essere nel Signore e “portare” il Signore.
    Essere sale significa avere in sé sapore/sapienza e trasmettere sapore/sapienza; essere sale significa aver in sé Cristo e testimoniarlo, significa “non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso” come dice la seconda lettura (cf. 1Cor 2,2).
    Risplendere della luce della resurrezione, annunciare la sapienza della croce è la nostra responsabilità come credenti, ma è una responsabilità a cui possiamo fare fronte se viviamo da con-risorti con Cristo, lasciando agire in noi le energie della resurrezione e la sapienza/potenza di Dio, altra rispetto alla sapienza e alla potenza del mondo (cf. 1Cor 2,5).
    Essere luce e sale significa essere giusti della giustizia di Dio che vede e ama, significa essere come il credente tratteggiato dal salmo 111, scelto come salmo responsoriale per la liturgia eucaristica di questa domenica. Questo salmo inizia con una beatitudine: “Beato l’uomo…” e questo ci suggerisce che essere luce e sale significa essere uomini e donne delle beatitudini perché conformi a Cristo che è, come abbiamo visto domenica scorsa, l’uomo delle beatitudini.



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