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    Come comunica

    la Chiesa

    ai tempi

    del Coronavirus?

    Intervista a Fabio Pasqualetti *


    a cura di Riccardo Benotti

    “Una delle forme più importanti ma più disattese all’interno della comunicazione contemporanea è l’ascolto. La Chiesa diventi maestra di ascolto e di silenzio in un mondo dove tutti vogliono solo parlare e tutti fanno rumore”. Don Fabio Pasqualetti, decano della Facoltà di Scienze della Comunicazione (Fsc) dell’Università Pontificia Salesiana, riflette sulle modalità comunicative adottate dalla Chiesa in questo tempo di pandemia.


    Oltre 3 miliardi di persone nel mondo sono chiuse in casa o sottoposte a limitazioni di movimento a causa della pandemia. Cosa significa questa distanza per la Chiesa?
    La prima parola che mi sembra abbia rappresentato l’esperienza iniziale di tutti e quindi anche della Chiesa è stato lo “smarrimento”. In poco tempo abbiamo dovuto ripensare tutto quello che facevamo e davamo per scontato. La Chiesa che è, o dovrebbe essere, maestra dell’incontro, della comunione, dell’attenzione all’altro, generatrice di umanità e costruttrice di comunità si è trovata di colpo privata del suo elemento fondamentale: l’altro e in particolare l’altro come comunità. Il non poter stare insieme, per chi da sempre ha basato molte delle sue attività sulla presenza, ha provocato inevitabilmente un senso di disorientamento. Questo è stato vero anche per la scuola, per la famiglia, per tutte le istituzioni e la nostra società che si basano sul vivere insieme.

    Questa “distanza” forzata può essere l’occasione per ripensare la comunità?
    Quando sappiamo prendere distanza da ciò che facciamo abbiamo più prospettiva, ci rendiamo conto di ciò che va e ciò che non va. La distanza, come l’assenza improvvisa di qualcuno, fanno emergere la significatività della relazione. Se non si sente la mancanza di ciò che si faceva tutti i giorni vuol dire che non era un gran che, e se non senti la mancanza di qualcuno che improvvisamente non può essere con te vuol dire che non era fondamentale per la tua vita. Ci manca ciò che dà senso e significato alla nostra vita. Quindi è un tempo per comprendere se ciò che si faceva era fecondo, vitale e creativo o abitudinario, di comodo e incapace di generare futuro.
    Non dico che il Covid-19 abbia dato il colpo di grazia, ma ci ha messo davanti alla scena finale dell’esodo in atto e quindi paradossalmente ci impone la domanda sul perché. Ovviamente qualcuno potrebbe dire che ci sono alti ascolti delle messe, delle preghiere in rete. Ma il problema è più profondo e questi ascolti potrebbero essere un’altra immagine ingannevole e transitoria. Questa distanza forse ci dà il tempo per cogliere la domanda di senso dell’uomo contemporaneo che esige un dialogo con la Chiesa non basato su insegnamenti dogmatici o moralistici. Che chiede che la Chiesa si rimetta in cammino al fianco della gente e in particolare dei più poveri. C’è anche una ricerca di fede profonda, sganciata dal ritualismo sacramentario, di impegno in una comunità che viva i valori del vangelo in modo credibile in un contesto sempre più dominato dall’economia e dalla tecnologia.

    In Italia l’accesso ai Sacramenti è al momento impedito per tutelare la salute pubblica. Ma l’Eucaristia è semplicemente “fare la comunione”?
    L’Eucaristia è un sacramento che si celebra perché ci trasformi in pane spezzato per gli altri. Il “frutto dell’eucaristia è una vita eucaristica” di sacrificio della propria vita per gli altri. Se questo non avviene, c’è qualcosa che non va. In questo momento ogni giorno ci sono persone che si fanno eucaristia per gli altri svolgendo bene il proprio lavoro e mettendosi al servizio del bene comune. Stiamo ammirando tutti l’eroico sforzo di medici, infermieri, volontari di vario tipo, forze dell’ordine, e quanti lavorano nei presidi più difficili, ma a questi che ammiriamo, dobbiamo aggiungere anche i genitori che nelle quattro mura della casa si mettono a servizio gli uni degli altri per rendere vivibile questo tempo ai loro figli, inventandosi di tutto e di più. Così i vari insegnanti e studenti, che da un giorno all’altro si sono trovati immersi in una modalità di apprendimento online, che si impegnano per dare il meglio di sé. E possiamo continuare. Quindi, se il cristiano non può fare la comunione non vuol dire che non può vivere l’eucaristia.
    L’imprenditore che sta predisponendo con attenzione tutte le forme di precauzione per un ritorno al lavoro dei suoi dipendenti affinché possano lavorare in sicurezza, sta generando vita di comunione. Quindi l’eucaristia non è solo fare la comunione, è diventare comunione, pane spezzato per l’altro chiunque esso sia. La parabola del buon samaritano, che ha al cuore la domanda “chi è il mio prossimo” è una parabola profondamente eucaristica, perché farsi prossimo è ciò che Dio fa con noi ogni giorno anche in forma eucaristica e ci invita a fare altrettanto con i nostri fratelli. Il cristiano ogni giorno si incarna lì dove vive e lavora, si mette al servizio degli altri e diventa comunione per gli altri.

    Molte parrocchie, santuari, congregazioni e movimenti hanno intensificato la loro presenza sui social con messe in diretta, preghiere comunitarie, percorsi di accompagnamento personale e tante altre iniziative. È un passo in avanti nella prossimità alle persone?
    Credo che nelle situazioni di sofferenza prolungata, come questa, tutto ciò che può dare sollievo va fatto e fa bene. Detto questo però bisogna anche riflettere su cosa si fa, come lo si fa e perché lo si fa. Se volessimo fare un paragone con i tempi di Gesù, possiamo dire che oggi il tempio dove la gente si trova sono i social, ovviamente la religione è cambiata, ma buona parte della gente è lì.
    La Chiesa ha questa sensibilità di stare dove c’è la gente. Ma se guardiamo al comportamento di Gesù, Egli, pur frequentando il tempio, tuttavia preferiva le strade, la gente emarginata, che era fuori dal tempio.
    Se i social sono il tempio, la rete è il sabato e non mi è difficile ricordare ciò che Gesù diceva “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mt 2, 27). Anche se la Chiesa riuscisse a gestire questo tempio e questo sabato dovrebbe ricordarsi delle parole di Gesù. Non sono contro la rete, ma è da ingenui pensare che le multinazionali che la gestiscono lo facciano per beneficienza. Ed è altrettanto ingenuo pensare che entrando nei loro templi si sia indenni dalla loro regole del gioco. C’è poi un altro aspetto interessante: come tutte le tecnologie della comunicazione anche i media digitali riflettono la nostra immagine di società e anche di Chiesa. A me sembra che più che una Chiesa che si rinnova sia una Chiesa che sta trasferendo il pulpito in rete, che replica le azioni liturgiche e le devozioni attraverso finestre digitali, ma che conceda poco a ciò che la rete ha come suo di specifico che è l’interazione.
    La distanza alla quale si accennava prima, dovrebbe farci capire se il nostro modo di comunicare è adeguato o se abbiamo bisogno di un esodo di liberazione. La Chiesa in questo momento dovrebbe forse abbandonare le certezze delle “cipolle d’Egitto”, e dovrebbe mettersi in cammino con la gente alla ricerca della terra promessa dove costruire il regno dei cieli con i più poveri e i più abbandonati. Diciamo che è molto più facile replicare ciò che si è sempre fatto: messe online, prediche, momenti di preghiera e rosari, anziché affrontare problemi di giustizia sociale, di attenzione ai più poveri, di difesa dell’ambiente, dei più piccoli e dei migranti. Insomma, pensare a come costruire un mondo più sostenibile dopo questa esperienza spaventosa di pandemia.

    C’è però un’opportunità da poter cogliere…
    In questo momento la Chiesa si può ripensare, per “uscire” dagli schemi facili e consolidati. La novità non nasce mai da un makeup, o da una lustratina degli apparati tecnologici: nasce da una novità di vita. La crisi attuale è crisi di senso. La vita cristiana è in attesa di gente che sappia incarnare la parola di Gesù per i tempi attuali, che sappia entrare in dialogo con le persone, con la scienza e la tecnologia e i problemi che queste sollevano all’uomo contemporaneo. C’è una semplice domanda che possiamo farci: che differenza c’è oggi tra una persona che vive dicendo di credere in Dio e una che vive non credendoci? La risposta non può essere teorica, deve essere concreta, fatta di gesti e di azioni, perché la Parola o si incarna o non è Parola di Dio.

    Anche a livello comunicativo c’è una lezione da apprendere?
    La Chiesa dovrebbe fare memoria di quando Gesù si è cinto i fianchi e ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Quale forza comunicativa per dire che la vita cristiana è incarnare un servizio e non un potere.
    Certo la Chiesa non può essere ingenua, deve avere conoscenza e coscienza della realtà e delle tecnologie della comunicazione sapendo come usarle, ma ricordandosi anche che Gesù ad ogni segno di folla che lo applaude si rifugia in solitudine a pregare. I social sono luoghi di seduzione e di facile consenso fatto con “like” che non costano nulla, che non cambiano la vita di quelli che li danno, ma illudono molto coloro che li ricevono.
    La parola più incisiva di Papa Francesco ultimamente è stato il suo prolungato silenzio nella piazza vuota durante la Via Crucis. La Chiesa non deve aver paura di non avere tutte le risposte, deve aver paura di aver troppe certezze.
    Non usiamo la comunicazione per manipolare e assoggettare, ma per liberare. L’esercizio della libertà è prima di tutto esercizio di responsabilità. La parola di Gesù è radicalmente scomoda, se non fosse stato così non sarebbe stato condannato e messo a morte in croce. Attualizzarla oggi vuol dire mettere in discussione le nuove religioni, i nuovi templi e i nuovi sabati che vogliono sottomettere l’uomo.

    * Decano della Facoltà di Scienze della Comunicazione (Fsc) dell'Università Pontificia Salesiana

    (Agensir)



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