27 gennaio:
non solo una data, ma un dovere
Oggi il calendario ci indica un appuntamento con la memoria. Non una memoria qualsiasi, ma quella che fa male, che richiede coraggio. La Giornata della Memoria non è un semplice omaggio storico; è un atto di resistenza contro la più insidiosa delle tentazioni umane: l'oblio.
Ricordare per rispettare
Ogni vittima ha un nome, un volto, una storia irripetibile. Ridurre la Shoah a un numero – sei milioni – è, in un certo senso, tradirne ancora una volta l'umanità. Ricordare i drammi nel loro dettaglio agghiacciante, nella loro concretezza inumana, è l'unico modo per restituire dignità a chi ha subito l'ultima delle umiliazioni: quella di essere cancellato come persona, come essere degno di esistere. Il ricordo è il nostro modo di dire: "Tu non sei scomparso nel nulla. La tua sofferenza ha un testimone". È un atto di pietas fondamentale, un rispetto che va oltre la morte.
Ricordare per imparare
Tuttavia, la memoria non è solo un monumento. È una lezione. E la lezione più profonda della Shoah non è semplicemente che "il male esiste". È molto più sottile e pericolosa: ci mostra come il male si costruisce. Mostra i gradini della disumanizzazione: la propaganda, la creazione del capro espiatorio, l'indifferenza progressiva, la burocratizzazione del crimine. Ricordare significa riconoscere quei gradini non come mostruose eccezioni, ma come processi che possono ripetersi, in forme diverse, ogni volta che smettiamo di vedere l'altro come un fratello in umanità.
Imparare la lezione significa quindi coltivare un'umanità vigile. Significa esercitare il pensiero critico di fronte ai discorsi che dividono, all'odio che si diffonde sui social, alla tentazione di cercare soluzioni semplici a problemi complessi trovando un "nemico". Significa scegliere l'inclusione contro l'esclusione, la curiosità contro il pregiudizio, il coraggio civile contro l'acquiescenza.
Ricordare per costruire
Infine, la memoria è un fondamento per la pace. Una pace autentica non è l'assenza di conflitto ottenuta rimuovendo il passato. È una riconciliazione con la verità, per fragile che sia. Ricordare le atrocità commesse è un monito perenne: ci dice fino a che abisso può spingersi l'odio e, per contrasto, quanto sia preziosa la convivenza basata sul rispetto dei diritti di ogni persona, sulla giustizia, sulla tutela dei più deboli.
Oggi, mentre il numero dei sopravvissuti diretti si assottiglia, il testimone passa a noi. Il nostro compito non è solo commemorare, ma trasmettere. Trasmettere non solo la storia, ma il suo significato profondo di chiamata alla responsabilità. In un mondo ancora ferito da genocidi, persecuzioni e indifferenza, ricordare la Shoah significa rifiutare l'apatia. Significa scegliere, ogni giorno, di essere "guardiani" gli uni degli altri.
Perché, come scriveva Primo Levi, sopravvissuto e testimone insostituibile: "È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire."
Il ricordo, dunque, non è un peso. È un'eredità, un compasso morale. Ci indica la direzione da non prendere mai più, e ci spinge a costruire, con pazienza e determinazione, un futuro dove la parola "mai più" non sia un vuoto slogan, ma una promessa tenuta viva dalle nostre scelte quotidiane.
«Da ieri sera ho potuto di nuovo sperimentare su me stessa quanto la gente soffra, è un bene doverselo ricordare e imparare ogni volta da soli come reagire. E poi, continuare indisturbati a percorrere i vasti e sgombri paesaggi del proprio cuore.» (Etty Hillesum, 29 settembre 1942).















































