Luigi Pati
(NPG 2000-07-7)
Nostro intento in questo articolo, nato come relazione a un convegno organizzato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Brescia) dal titolo: La giovinezza: un nuovo stadio per l’educazione, e in corso di pubblicazione nel volume di AA.VV. dallo stesso titolo (La Scuola, Brescia 2000), è enucleare linee pedagogiche in virtù delle quali giovare all’elaborazione, da parte della comunità ecclesiale, di un progetto educativo a favore dei giovani. La comunità ecclesiale, infatti, essendo in linea di principio àmbito di vita ispirato da determinati valori, può svolgere un ruolo non trascurabile ai fini della proposta educativa verso i giovani. Siffatto obiettivo non è da intendere come sottovalutazione del lavoro sino ad oggi svolto nel campo della pastorale in generale, di quella giovanile in ispecie. All’opposto, avvalendoci dei risultati da queste conseguiti, con esso vogliamo porre l’enfasi sulla necessità di coltivare ulteriormente la dimensione educativa, da assumere come elemento primario su cui innestare l’annuncio di fede: l’azione pastorale, dal nostro angolo visuale, non può prescindere da un previo e continuo intervento educativo.[1]
ALCUNE CARATTERISTICHE DELLA CULTURA GIOVANILE
Affinché la delineazione delle linee pedagogiche per un possibile progetto educativo da parte della comunità ecclesiale sia rispondente all’odierna situazione di vita, è opportuno in via preliminare rilevare alcune caratteristiche della così detta cultura giovanile.
La sintetica analisi di studi e ricerche svolti sul tema sollecita a dire che il mondo extrafamiliare ed extrascolastico frequentato dai giovani e nel quale la cultura giovanile si concreta (si pensi alle discoteche, alle palestre, ai circoli ludico-ricreativi, alle associazioni di varia natura, ai gruppi spontanei che sorgono intorno a particolari luoghi di ritrovo, ai mega-concerti, ai meeting più o meno oceanici) motiva forme di contagio intersoggettivo in ordine agli stili di comportamento, alle modalità comunicative, agli orientamenti valoriali. «Lo stare di molti adolescenti sul muretto – è stato osservato – è come andare a scuola.
Il gruppetto degli scooter insegna o distrugge il codice stradale più di tanti corsi di educazione civica fatti a scuola.
È il solito discorso della scuola della strada e della vita, ma forse oggi molto di più sia per la debolezza dei luoghi istituzionali sia per le nuove esigenze soggettivizzate dei giovani sia per la sfiducia nei confronti degli adulti».[2]
Tra i giovani s’impongono modelli di vita «orizzontali», quindi flussi di condizionamento, svincolati dal trascorrere del tempo e dal concreto mondo dell’esperienza, i quali spesso risultano di difficile lettura agli adulti.[3]
Detta cultura giovanile, nella sua peculiarità, in molte sue manifestazioni sembra subire il fascino di orientamenti axiologici tipici del contesto socio-politico-economico-culturale generale.[4] Questo, attraverso i mass-media, si fa cinghia di trasmissione di valori legati all’oggi, alla quotidianità, al presente, di là da qualsiasi continuità con i valori del passato e attenzione al futuro. Pertanto, in riferimento a ciò può essere letto il tema della «presentificazione» giovanile, la quale, vera e propria sindrome, è stato rilevato che «appare con chiarezza quando si tratta di attribuire valore all’esperienza nel presente piuttosto che alla pianificazione del futuro».[5]
È ben vero che l’ancorarsi al presente, com’è noto, ha contraddistinto altre generazioni di giovani, talché qualche osservatore a suo tempo ha potuto notare: «Non esiste [per i giovani] un senso complessivo della vita che possa, in qualche modo, essere definito una volta per tutte, ma soltanto una costellazione di significati ai quali riferirsi per soddisfare le proprie esigenze. Questa attitudine – se favorisce, da un lato, un maggiore realismo e una più piena aderenza al ‘quotidiano’ – determina, dall’altro, un’assenza di prospettive, gravemente pregiudizievole per l’esistenza umana».[6] Tuttavia, l’elemento che circa l’attuale fascia giovanile di popolazione spicca è dato dall’alto livello d’incertezza nel campo delle scelte e dall’inclinazione a valutare le medesime all’insegna della permanente reversibilità.[7]
Nella cultura dei giovani d’oggi è palese un maggiore allentamento dei legami con i valori del passato, la qual cosa rende più difficile immaginare cosa implichi il diventare adulti: mancano le radici per leggere meglio il presente e per prepararsi a costruire il futuro. Per dirla con il linguaggio sistemico, pare che i giovani alle soglie del duemila, più di quelli di ieri, facciano parte a sé, svincolati dal tutto.
Siffatto procedere è certamente agevolato dalla crisi pedagogico-educativa in cui versano le generazioni adulte, le quali hanno difficoltà ad assolvere a quel compito di mediazione educativa, di filtro, indispensabile per dare consistenza al legame intergenerazionale. Tra mondo giovanile e mondo adulto si avverte uno iato, una frattura; e mentre quest’ultimo appare abbarbicato alla difesa ad oltranza del proprio sistema axiologico, attendendo che le nuove generazioni, con il procedere dell’età, rientrino nei circuiti della sicurezza sociale, il primo sembra preoccupato soprattutto di rispondere sempre meglio alle suggestioni del presente, ricercando nell’attuale contesto di vita schemi di riferimento e di condotta a cui aderire.
Gli adulti sottostimano la forza innovatrice di cui è portatore il nuovo «sentire» dei giovani, il loro anelito alla novità. I giovani sottovalutano i contributi che potrebbero provenire da un rapporto dialettico intrecciato con le generazioni attempate.[8]
Proprio per questo, le generazioni in via di accrescimento, con le loro modalità di essere, spesso contraddittorie e problematiche, in molte circostanze paiono sfidare il mondo degli adulti, anche con i modi d’impegnarsi nelle varie attività. Va detto, tuttavia, che il mondo giovanile, vero e proprio poliedro, si presenta anche ricco di entusiasmo, di protagonismo, di tensione all’affermazione, pur se privilegia la sfera dell’oggi.
Sono molti i settori in cui i giovani s’inseriscono con passione e con disponibilità. Ciò si nota soprattutto quando, dalle grandi analisi, si passa ad esaminare la realtà circoscritta, locale. Dinanzi agli elementi or ora messi in luce, sorge spontaneo interrogarsi circa le possibilità d’intervento e d’azione educative della comunità ecclesiale.
S’impone cioè la necessità di valutare se a questa ineriscono o meno compiti di natura educativa, oltre l’intervento catechetico.
COMUNITÀ ECCLESIALE E ISTANZA PEDAGOGICA
La comunità ecclesiale, contraddistinta da ben definiti valori religiosi, è obiettivo permanente a cui tendere. Essa, per potersi concretare e sviluppare in maniera continua, esige la definizione di particolari strategie operative tese ad avverare un certo ideale di vita, che, rischiarato da peculiari valori religiosi, è perseguito, con modalità originali, dai soggetti facenti parte di vari movimenti, istituzioni, aggregazioni. Nella differenziazione del procedere, è vivo il senso di appartenenza a una realtà e a una fede comuni. Per essi vale l’assunto secondo il quale la comunità ecclesiale, «voluta dal Signore, è nata dall’annuncio che egli è risorto ed è il Signore che ci libera, che è comunione con Cristo e con i credenti e testimonia l’unità del popolo di Dio, in cui ogni battezzato vive la sua dimensione profetica, sacerdotale, regale».[9] È da notare, tuttavia, che il Piano pastorale della CEI per gli anni Ottanta, conformemente alla suddetta precisazione, esclude l’idea di ridurre la Chiesa tanto «a semplice aggregazione umana o ad una realtà sociale qualsiasi» quanto ad una comunità in cui «debbano venire negate le caratteristiche umane delle persone o dei gruppi umani che vi apportano il contributo specifico della loro cultura, della loro esperienza storica, delle attitudini loro proprie. Anzi, se fa parte della missione della Chiesa riconoscere e promuovere dovunque la dignità dell’uomo, con tutta la ricchezza dei valori che ogni uomo porta con sé, la comunità cristiana deve saper offrire a chiunque desidera diventarne membro un posto che non cancelli, ma elevi, nella partecipazione alla comunione divina, tutto l’umano che ne compone la personalità».[10]
Con l’avvalerci di quanto or ora richiamato, ai nostri scopi importa sottolineare che nell’espressione «comunità ecclesiale» è intrinseco un preciso significato pedagogico-educativo. Indicazioni al riguardo, d’altro canto, si ricavano dalla Dichiarazione Conciliare Gravissimum Educationis del 28 ottobre 1965. In essa, dopo aver sottolineato il primato educativo della famiglia e i diritti di stretta competenza della società civile, all’ultimo paragrafo del punto 3 è precisato: «ad un titolo tutto speciale, il dovere di educare spetta alla Chiesa: non solo perché essa va riconosciuta anche come società umana capace d’impartire l’educazione, ma soprattutto perché essa ha il compito di annunciare a tutti gli uomini la via della salvezza e di comunicare ai credenti la vita di Cristo, aiutandoli con sollecitudine incessante a raggiungere la pienezza di questa vita. A questi suoi figli, dunque, la Chiesa come madre deve dare un’educazione tale, che tutta la loro vita sia perpetrata dello spirito di Cristo; ma, nel contempo, essa offre la sua opera a tutti i popoli per promuovere la perfezione integrale della persona umana, come anche per il bene della società terrena e per la edificazione di un mondo più umano».
Come è dato notare, l’intento catechetico non può fare a meno di una chiara preoccupazione educativa perché intrinseca ad esso; al tempo stesso la assume come obiettivo da perseguire, da parte della Chiesa, di là da un’esclusiva intenzione di accostamento al credo religioso: è presente il tema dell’umanizzazione personale e sociale. In questa direzione, anche con riferimento al mondo giovanile, risulta attuale la Costituzione pastorale Gaudium et Spes del 7 dicembre 1965. L’incipit del punto 31 recita: «Affinché i singoli uomini assolvano con maggiore cura il proprio dovere di coscienza verso se stessi e verso i vari gruppi di cui sono membri, occorre educarli con diligenza ad acquisire una più ampia cultura spirituale, utilizzando gli enormi mezzi che oggi sono a disposizione del genere umano.
Innanzitutto l’educazione dei giovani, di qualsiasi origine sociale, deve essere impostata in modo da suscitare uomini e donne, non tanto raffinati intellettualmente, ma di forte personalità, come è richiesto fortemente dal nostro tempo».
Le notazioni or ora svolte postulano la precisazione delle componenti che costituiscono la comunità ecclesiale. Esse, con uno sguardo all’esistente, sono molteplici. Famiglia, parrocchia, scuola, associazioni, movimenti, gruppi formali cristianamente orientati: tutti sono chiamati a concorrere all’attuazione della comunità ecclesiale, allo scopo di rafforzare una comunità di vita axiologicamente ispirata.
Anche la Conferenza Episcopale Italiana fa riferimento ad esse quando, nel documento Evangelizzazione e testimonianza della carità. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per gli anni ’90 dell’8 dicembre 1990, in ordine all’educazione dei giovani asserisce: «È indispensabile valorizzare gli ambienti educativi e i luoghi dove i giovani vivono, operano, crescono e si incontrano, e tra questi la famiglia, la scuola – specialmente la scuola cattolica – l’oratorio, la comunità cristiana. Una genuina fantasia pastorale saprà inoltre individuare quelle nuove occasioni di incontro e di approfondimento che permettono agli educatori e ai giovani di camminare insieme alla luce dell’esperienza evangelica».
Nella direzione tracciata, si può dire che la comunità ecclesiale va intesa come specificazione della comunità educante valutata nella prospettiva di determinati valori religiosi. È comunità educante ad intra, perché è tesa al costante perfezionamento nella fede dei credenti; è comunità educante ad extra, giacché mira alla promozione della comunità umana e sociale, avvalendosi dei valori religiosi come elementi ispiratori.
In quanto tale, la comunità ecclesiale non può essere semplicemente identificata con la struttura organizzativa della diocesi e quindi con la struttura delle parrocchie.
È invece il complesso delle istituzioni e dei movimenti che, sulla scorta di determinati valori religiosi, interagiscono tra loro e perseguono progetti d’intervento accomunati dal condiviso sistema axiologico.
Detto complesso di istituzioni e di movimenti trova nella figura del pastore e nel vivere le dimensioni costanti della Chiesa locale (liturgia, catechesi e carità) l’elemento unificatore e il centro di sostegno per la sua vitalità.
Va da sé che, in siffatto andamento, l’intento catechetico postula il riferimento all’àmbito più ampio dell’educazione qua talis. È un’idea, questa, affermata anche nel corso del 47° Sinodo della Diocesi di Milano, ove è stato ribadito quanto segue: «La comunità cristiana offre il suo contributo al bene della diocesi anzitutto attraverso un’opera educativa, che di fatto conserva e fa crescere il senso della dignità personale, del destino di ciascuno, dell’intima solidarietà che ci lega agli altri, in quanto figli del medesimo Padre.
Mantenendo anche operativamente vive queste dimensioni dell’esperienza personale e collettiva, la comunità cristiana concorre all’edificazione dell’intera comunità umana».[11]
Le precisazioni svolte risultano oltremodo espressive per chiarire il rapporto tra mondo giovanile e comunità ecclesiale.
Recenti studi mettono in luce il parere di giovani i quali, interpellati su come essi intendono la comunità ecclesiale, sottolineano quasi esclusivamente il ruolo della chiesa parrocchiale, dove si va ora per ascoltare la Messa domenicale ora per ricercare occasioni d’incontro, di gioco e di svago, specialmente in àmbito oratoriale. Certamente, alcuni giovani giungono a identificarla con la comunità cristiana, nella quale «risaltano la solidarietà, l’accoglienza, il reciproco rispetto, la disponibilità verso i giovani, l’amicizia, l’apertura»; sono però una minoranza, che dà ragione della scarsa informazione dei più.[12]
Ne consegue l’urgenza di ricuperare, nella comunità ecclesiale, il rapporto tra liturgia, fede e vita. Siffatto obiettivo esige un adeguato piano di sviluppo educativo dell’intera comunità ecclesiale, atto a coinvolgere in maniera diretta i giovani.
La Christifideles laici offre indicazioni al riguardo. «La Chiesa – si legge nell’Esortazione Apostolica postsinodale di Giovanni Paolo II – ha tante cose da dire ai giovani e i giovani hanno tante cose da dire alla Chiesa. Questo reciproco dialogo, da attuarsi con grande cordialità, chiarezza e coraggio, favorirà l’incontro e lo scambio tra le generazioni, e sarà fonte di ricchezza e di giovinezza per la Chiesa e per la società civile».
Nella nostra prospettiva, va sottolineata l’affermazione di prima, affinché il disegno pastorale si correli ancor più strettamente a una preoccupazione educativa, stabilendo tra giovani e adulti scambi dialogici all’insegna del reciproco avvaloramento. La comunità ecclesiale, se vuole agire per i giovani, non può prescindere dal ricercare la collaborazione dei medesimi. Questi in essa devono poter diventare interlocutori privilegiati, secondo il principio di un vero e proprio protagonismo giovanile.[13]
Per qualche studioso i ragazzi del nostro tempo, dinanzi alla diffusa inclinazione pedagogica di molti adulti, che ne sottovalutano le esperienze, reclamano attenzione e riconoscimento della loro dignità: «vogliono essere trattati come persone ‘grandi’ e vogliono essere presi sul serio». Soprattutto, chiedono di essere considerati come soggetti capaci di esprimere cose di una certa importanza e di interagire con competenza.[14]
Ciò vale anche per i giovani inseriti nella comunità ecclesiale. Una studentessa facente parte del gruppo di studio ha affermato: «Come giovane, vorrei soprattutto essere ascoltata. C’è bisogno di creare nella comunità ecclesiale momenti d’incontro, spazi in cui potersi confrontare, in modo da portare a tutti la buona novella».
GIOVANI E COMUNITÀ ECCLESIALE: NUOVE OCCASIONI DI INCONTRO?
La riflessione sull’attuale situazione struttural-organizzativa delle comunità ecclesiali in alcune zone del nostro Paese, così come è presentata da studi e ricerche di settore, sospinge a dire che le iniziative a favore dei giovani non mancano. Esse spesso fanno capo ad associazioni, movimenti e gruppi formalmente costituiti, in riferimento ai quali sono stati delineati anche i modelli di pastorale giovanile a cui i medesimi s’ispirano.[15] Non è nostra intenzione addentrarci nel tema. Vogliamo invece mettere in luce alcuni aspetti problematici concernenti il rapporto mondo giovanile/comunità ecclesiale. Da essi trarremo lo spunto per prospettare nuove possibilità d’incontro e d’azione.
Aspetti problematici
* Il primo problema è rappresentato dal fatto che in numerose comunità ecclesiali le varie iniziative spesso sembrano essere circoscritte alla vita delle singole parrocchie, con scarso coinvolgimento dei giovani nelle fasi di programmazione/progettazione delle medesime. Da qualche osservatore è stato fatto notare che in certune realtà ecclesiali vige una sorta di «marginalizzazione dei giovani», a cui fa eco l’adozione di atteggiamenti di tolleranza, in attesa che l’età della giovinezza volga al termine. In altre comunità ecclesiali, è stato denunciato che «non vi è un livello di sintonia e comunicazione accettabile nei confronti dei giovani. Alcune addirittura non si pongono nemmeno il problema di costruire qualcosa di serio con e per loro. È così che, pur essendoci oggi una crescita di interesse per il mondo della religiosità, questa non si traduce normalmente in un riavvicinamento alla Chiesa».[16] Tali valutazioni hanno avuto conferma dai giovani partecipanti al gruppo di lavoro da noi promosso. «La catechesi è teorica, poco incisiva: ci si chiude nella parrocchia», ha osservato una studentessa. Qualcun altro ha soggiunto: «In parrocchia, tutto ruota intorno alla figura del parroco; inoltre, non si sollecitano i giovani a fare proposte: si va all’oratorio soltanto per ascoltare».
Al problema enucleato non è arbitrario imputare l’assenza di novità nelle iniziative, le quali per di più sembrano sottostimare le mutate esigenze giovanili. Hanno convenuto gli studenti: «Dopo la terza media, non c’è una catechesi per i giovani: si lasciano andare le cose». Hanno poi precisato: «I giovani, finita la catechesi del dopo-cresima, sono abbandonati a se stessi. Non c’è una proposta forte. Nelle parrocchie si ha l’impressione che il cristiano sia solo chi è impegnato nell’oratorio. E i giovani che lavorano, quale formazione hanno? I giovani non valgono solo perché danno una mano nelle attività dell’oratorio ma perché sono persone».
Siffatto stato di cose si carica di ulteriori accenti problematici allorché si consideri che nell’età della piena giovinezza, la quale può essere fatta coincidere con il periodo degli studi universitari e post-universitari (sino ai 28-30 anni), la pastorale giovanile è pressoché assente.
* Il secondo problema attiene alla frequente riduzione degli itinerari educativi per i giovani a proposte concernenti, quasi esclusivamente, l’educazione religiosa dei medesimi.
È carente l’intenzione di sostenerli, in forza del tessuto dei valori religiosi, nelle scelte che, con il procedere del tempo, sono chiamati a compiere nei molteplici settori dell’esistenza: dalla definizione dell’identità personale all’orientamento professionale, dall’impiego del tempo libero alla scelta del partner, degli amici e così via. «La comunità ecclesiale si deve occupare di tutta la formazione dei giovani, non solo degli aspetti religiosi», hanno commentato i partecipanti al gruppo di lavoro.
La difficoltà in parola sembra affondare le proprie radici soprattutto nell’opinione degli adulti, secondo la quale i giovani non si pongono problemi circa la loro vita futura. «Domina l’idea che i giovani siano contraddistinti da forte superficialità – hanno sottolineato gli studenti da noi incontrati –. Eppure, un’analisi un po’ approfondita mostra che i problemi, gli interrogativi ci sono. Sessualità, tempo libero, scelte di vita: dalla noia nasce l’esigenza di capire. Si continua a vivere in un certo modo, ma si vorrebbe vivere diversamente».
* Il terzo problema riguarda la tendenza, da parte di responsabili della comunità ecclesiale, a occuparsi soltanto dei giovani che hanno già rapporti di frequentazione più o meno assidui con la parrocchia.
Verso i lontani e gli indifferenti non c’è grande attenzione. I contributi inviati dalle diocesi italiane alla Conferenza Episcopale Italiana, in preparazione del Convegno ecclesiale nazionale svoltosi a Palermo dal 20 al 24 novembre 1995, denunciano che «la chiesa, e gli adulti in essa, manifestano un grosso ritardo di sintonia: vi è incapacità di informare, mancano canali di comunicazione, si rimane più in attesa che in ricerca dei giovani, non li si sa ascoltare, si offrono itinerari formativi complicati, con scelte improvvisate, con troppo disinteresse per le cose che i giovani vivono (scuola, lavoro, tempo libero, musica...) e così i lontani sono sempre di più ai margini».[17]
Certamente, in alcune realtà parrocchiali si assiste a iniziative di stampo innovativo. Per esempio, va diffondendosi la figura del così detto «prete di strada», il quale, frequentando i luoghi in cui i «giovani lontani» trascorrono il loro tempo, cerca di avvicinarli per accostarli alla vita della comunità ecclesiale. Va osservato però che quando ciò si verifica, secondo gli studenti interpellati, spesso «questi giovani lontani sono ignorati» proprio dai loro coetanei appartenenti a gruppi e movimenti.
Indicative sono le spiegazioni date dagli studenti circa l’allontanamento dei giovani dalla comunità ecclesiale. Per alcuni, il fenomeno è da collegare al «fascino del concreto, che fa venir meno il fascino dello spirituale»; per altri, esso è motivato dalla ricerca di modelli significativi: «si desidera incontrare altre persone con cui fare esperienza». In ogni caso, gli uni e gli altri concordano nell’asserire che spesso nei giovani lontani è carente il desiderio di ricercare nuovi approdi: «non si mettono in gioco», ha dichiarato una studentessa.
Nella comunità ecclesiale appare deficitario in sostanza l’intento di riformulare gli schemi di funzionamento, in modo da rispondere con creatività alle «sfide» poste dai giovani d’oggi.
Se stiamo al parere espresso dal gruppo di studenti universitari, c’è bisogno soprattutto di «qualcosa che affascini di più» e di spazi in cui «ognuno possa esprimere se stesso e crescere come persona completa. Oggi il far parte della comunità ecclesiale molto spesso si riduce a fare l’animatore in oratorio».
Traspare da tutto ciò una richiesta giovanile che, come è stato osservato, è «tesa verso una ‘nuova qualità’ di vita, ossia verso un qualcosa che aiuti a superare, in piccolo e a loro misura, la tentazione di chiusura nel ‘proprio particolare’, e che permetta di sperare».[18] Un sostegno a questa tesi proviene dai giovani impegnati nei movimenti ecclesiali.
Qui, hanno osservato, «si ha la possibilità di fare un cammino spirituale, di guardarsi dentro, di aprirsi alla realtà in modo diverso. Ci si rapporta, nel movimento, costantemente al Tu». Non è da pensare, quindi, che gli aspetti problematici rilevati nascondano un rifiuto della comunità parrocchiale, a vantaggio di luoghi e momenti in cui prevalga l’effimero o in cui «ammazzare il tempo». Tutti i giovani da noi incontrati hanno convenuto che «la parrocchia va avvalorata». La critica è fatta soprattutto per richiamare gli adulti alla loro responsabilità di guida e i giovani ad un maggior e attivo coinvolgimento.
Modalità di rapporto
Giunti a questo punto, la possibilità di delineare inedite modalità di rapporto tra mondo giovanile e comunità ecclesiale la rintracciamo nell’indicazione recentemente offerta dalla Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana.
In Educare i giovani alla fede. Orientamenti emersi dai lavori della XLV Assemblea generale della CEI si afferma: «L’ascolto e la compagnia [offerti ai giovani] impegnano in una duplice direzione: da una parte chiedono di superare i confini abituali dell’azione pastorale, per esplorare i luoghi, anche i più impensati, dove i giovani vivono, si ritrovano, danno espressione alla propria originalità, dicono le loro attese e formulano i loro sogni; dall’altra esigono uno sforzo di personalizzazione, che faccia uscire ogni giovane dall’anonimato delle masse e lo faccia sentire persona ascoltata e accolta per se stessa, come un valore irripetibile».[19] Si tratta, come è facile dedurre, di un’indicazione innovativa la quale, se per un verso ripropone il tema della comunità ecclesiale come espressione particolare della comunità educante, per altro verso sprona a riconsiderare l’intento pastorale alla luce di una previa e chiara preoccupazione pedagogico-educativa.
Pone l’enfasi, nella fattispecie, sull’urgenza di formulare un progetto educativo della comunità ecclesiale, in virtù del quale far sì che, come propone D. Sigalini, «i luoghi di ritrovo dei giovani siano sfidati a diventare i nuovi spazi educativi»;[20] idoneo perciò ad aprirsi, coinvolgendoli direttamente, agli àmbiti formali e informali che attraggono i giovani o che sono suscitati dai medesimi. A onor del vero, quella in questione è un’istanza che va guadagnando spazio e attenzione da alcuni anni a questa parte. Secondo J. Vecchi, «i posti di cui parliamo [per l’azione pastorale] non possono essere soltanto quelli organizzati dalla comunità cristiana. È necessario ‘uscire’ alla ricerca, andare negli ambienti che gli stessi giovani o le diverse organizzazioni secolari hanno creato con altri scopi, ma non necessariamente contro le preoccupazioni religiose».[21]
Sotto l’aspetto pedagogico l’istanza in parola si mostra oltremodo stimolante e suscettibile di segnare l’avvento di un nuovo modo di prestare attenzione, da parte degli adulti, verso le generazioni in via di accrescimento. Può risultare utile, al riguardo, il parere espresso dai giovani facenti parte del gruppo di ricerca: «La catechesi non si fa solo in parrocchia; dobbiamo imparare tutti a uscire dal nostro guscio. Deve essere reciproca: la catechesi deve essere una forma di coeducazione».
Con il proseguire nelle loro riflessioni, essi prospettano altresì le due seguenti necessità, di chiara natura pedagogica.
* Coinvolgimento dei genitori. A loro dire, la comunità ecclesiale ha da ricuperare il rapporto con il tessuto familiare della realtà territoriale. Secondo una studentessa: «Le associazioni ecclesiali devono coltivare di più il rapporto con le famiglie: sono necessari valori e attività comuni tra le une e le altre».
Va prestata attenzione anche tanto alle famiglie lontane quanto a quelle disgregate, nella convinzione che l’incidenza della famiglia non può essere sottostimata, se si vuole venire incontro alle esigenze di crescita dei giovani.[22] Per accostare i lontani, d’altro canto, se è necessario il «saper ascoltare quello che essi dicono», quindi l’entrare in sintonia con il loro codice comunicativo, è altresì urgente conquistare le loro famiglie, di modo che si possa procedere all’insegna della corresponsabilità e della coerenza progettuali.
In siffatto contesto, si ripropone con tutto il suo peso pedagogico l’affermazione secondo la quale «la famiglia cristiana è chiamata a svolgere un’attività di promozione per la comunità in cui vive, diventando, in essa e per essa, momento di confronto e di speranza.
Nessun problema della Chiesa e della società temporale può lasciarla indifferente».[23]
* Collegamento tra i vari settori della pastorale. È indispensabile, a detta di tutti i giovani incontrati, «un collegamento tra le varie catechesi, che faccia perno sulla famiglia». C’è bisogno, a tal fine, di un progetto educativo della comunità ecclesiale che assecondi la partecipazione e il coinvolgimento dei giovani, lungo una linea di continuità con il loro processo di crescita.[24]
Ne consegue che l’attenzione verso i giovani ha da essere espressione diretta dell’interesse manifestato verso i soggetti nelle varie fasi del loro sviluppo. «Occorre reimpostare tutto l’iter formativo sin dalla fanciullezza-preadolescenza – hanno dichiarato gli studenti universitari –. Oggi, è difficile capire quali sono i problemi e i bisogni dei bambini, figuriamoci quelli dei giovani...».
RICHIESTE EDUCATIVE DEI GIOVANI ALLA COMUNITÀ ECCLESIALE
Se dal piano struttural-organizzativo passiamo a quello della specificazione pedagogico-educativa della comunità ecclesiale, balza subito agli occhi il fatto che i giovani interpellati propongono motivi sui quali la ricerca pedagogica da tempo va richiamando l’attenzione. Mettono l’accento, nella fattispecie, sull’urgenza di rinvigorire la comunicazione intergenerazionale e, in funzione di essa, essere aiutati a ricercare il senso della vita e a orientarsi nella scelta vocazionale.
Il rinnovamento della comunicazione intergenerazionale
Nel corso degli incontri di gruppo, alcuni studenti hanno asserito che, «siccome la bellezza attira, per educare i giovani occorre fare leva soprattutto sull’offerta di esempi positivi di vita». A loro dire, nella comunità ecclesiale è da rendere prioritaria la presenza di adulti significativi, dotati di un certo carisma, capaci di affascinare e, con il loro «mostrarsi felici», attrarre anche i giovani «lontani». Costoro hanno bisogno di poter fare riferimento a laici, in virtù dei quali «vedere concretamente come si vive da cristiani». Nei loro confronti, inoltre, auspicano l’assunzione di atteggiamenti di paziente attesa, giacché «ognuno ha i suoi tempi». Nel complesso, gli adulti significativi, lungi dal limitarsi a «proporre solo il fare per il fare», sono chiamati a «smuovere il bisogno di spiritualità dei giovani», coltivando la qualità della relazione intrecciata con essi. Dinanzi a tali rilevazioni, bisogna riconoscere che il recente documento della Presidenza della CEI coglie una reale esigenza educativa giovanile quando precisa: «Gli educatori dei giovani devono saper comporre armonicamente proposta d’incontro e attenzione educativa, iniziative di animazione e percorsi personalizzati. In particolare, occorre che in ogni luogo di vita dei giovani vengano individuate o riscoperte credibili figure educative: in famiglia, nella scuola, nei vari luoghi del tempo libero e dello sport, nella strada. A tutti questi educatori è chiesto di lavorare ‘in rete’, valorizzando la ricchezza che viene da una pluralità di approcci educativi coordinati».[25]
Il modello educativo riacquista così primaria importanza anche e soprattutto su sollecitazione dei giovani, i quali ad esso chiedono di essere sostenuti nel loro divenire, godendo di aiuti concettuali e metodologici per imparare a valutare convenientemente le molteplici sollecitazioni ambientali. Tutto ciò, in alternativa all’odierna tendenza di molti adulti, i quali, per dirla con le parole di R. Tonelli, «stanno bruciando la loro relazione educativa verso i giovani perché vorrebbero rinunciare al ruolo che loro compete, per cercare una impossibile compagnia. Non sanno che l’adulto che gioca di ribasso, perde ulteriore ascolto».[26]
Sulla scorta dei risultati conseguiti nel lavoro di ricerca, possiamo asserire che i giovani non mettono in discussione l’asimmetria della relazione intergenerazionale; reclamano, all’opposto, differenti modalità di conduzione della medesima. Per i giovani è indispensabile che gli adulti in generale, i genitori in ispecie, siano disponibili ad intrecciare con loro rapporti intensi ma complementari, tesi al rispetto della loro individualità e alla tutela del loro prorompente desiderio di crescente autonomia. L’affermazione secondo la quale «i genitori rimangono sempre punti di riferimento importanti per i figli... il confronto in famiglia è indispensabile», si correla direttamente con la reiezione dell’appiattimento dei piani relazionali. «I genitori – hanno confessato gli studenti – non devono essere amici dei loro figli, anche quando questi ultimi rimangono a lungo in famiglia, fino a trent’anni e oltre». In tale caso, sono convinti che compito delle figure parentali è la revisione delle funzioni educative, insieme all’ulteriore responsabilizzazione dei figli, anche esigendo un certo contributo al ménage familiare e, se del caso, maggiore impegno e responsabilità nello studio. Per gli studenti interpellati, «a volte sono i genitori che hanno paura di perdere i figli». Trova così motivi di sostegno l’indicazione pedagogica di N. Galli, per il quale «tocca ai genitori imparare anzitutto a separarsi dai figli. La cosa, per quanto difficile possa tornare loro, è però anche un gesto di responsabilità, essendo questi destinati a rendersi autonomi e a vivere lontani da quelli».[27]
Soppesati gli elementi raccolti nel corso dei gruppi di lavoro e in altre ricerche, che tra poco richiameremo, è dato enunciare, in ordine alla riformulazione della comunicazione tra giovani e adulti, un’esigenza di chiara natura pedagogica.
Si tratta della necessità d’imparare a capire i «linguaggi» dei giovani, a decodificare i loro codici comunicativi, correggendo l’attuale atteggiamento di trascuratezza assunto dagli adulti il quale, quasi sempre, è espressione dell’inclinazione ad attendere che le intemperanze giovanili cessino e gli interessati si adeguino allo stile vigente.[28]
La questione, come è facile arguire, va ben oltre la semplice conoscenza delle modalità e degli stili espressivi dei giovani. Chiama in causa quella che possiamo definire come «ardua impresa» dei medesimi, cioè l’impellenza d’imparare a dialogare con il mondo delle cose, delle persone, dei significati, pur vivendo in un contesto ambiente che, contraddistinto da novità, variazione, imprevedibilità, assegna tratti di provvisorietà alla sintassi etico-religiosa del vivere. Deriva da ciò l’urgenza di una nuova forma di comunicazione intergenerazionale, la quale, mentre aiuta gli uni e gli altri a riscoprire alcuni imperativi pedagogici, al tempo stesso si apre alle nuove istanze giovanili, filtrandole.[29] Possiamo esemplificare il discorso, prendendo in considerazione le attese dei giovani circa la comunicazione familiare in generale, in ordine alla figura paterna in ispecie.
* Da un’indagine pedagogica, svolta presso un campione di studenti dell’Università di Trento, è stato messo in luce che la famiglia contraddistinta da uno stile comunicativo duttile o autorevole è quella che meglio asseconda il corretto procedere dei rapporti parentali, quindi intergenerazionali. Esso, all’opposto dello stile comunicativo parcellizzato (permissivo) e rigido (autoritario), «poggia sulla chiara coscienza degli obiettivi della famiglia e sull’impegno per attuarli». Le risposte degli studenti delineano il nucleo domestico in cui vige lo stile comunicativo duttile come sistema di relazioni «contraddistinto da un forte sentimento di partecipazione, di coesione e di condivisione ma pervaso, al tempo stesso, da un atteggiamento di apertura alle idee e agli interessi dei singoli individui».[30] In esso il rispetto e l’ascolto reciproci si correlano con la tutela dell’autonomia, della libertà, della responsabilità, delle differenze personali.
* I dati conseguiti da un secondo lavoro di ricerca, con studenti della sede bresciana dell’Università cattolica del Sacro Cuore, hanno permesso di acquisire che secondo gli interpellati la comunicazione con il padre si dipana secondo corrette e desiderabili modalità quando il genitore fa proprie le categorie della maturità personale, della capacità comunicativa, della consistenza etica, dell’esercizio dell’autorità. I giovani studenti universitari hanno messo in luce una figura di padre ideale, le cui note particolari chiamano in causa la capacità del genitore di attendere con costanza e consapevolezza alla costruzione di schemi comportamentali e dialogici precisi. Questi schemi, lungi dal risolversi in esito del mero adeguamento del genitore ai dettami socioculturali, si appellano al processo di apprendimento attivato dal medesimo in riferimento ai messaggi e alle indicazioni provenienti dall’insieme familiare in generale e dalle singole componenti in particolare. Emerge altresì quella che abbiamo definito la struttura dialogico-affettiva della paternità.
I figli, quanto meno coloro i quali si trovano nell’età della giovinezza, prefigurano il padre come modello educativo che, di là da qualsiasi arbitrarietà di condotta e senza rinunciare a essere punto di riferimento rassicurante e autorevole, è capace di ispirare la propria azione a criteri orientativi in cui prevale l’attenzione, la cura, la dedizione all’altro. La sua funzione educativa, se per un verso ha da corrispondere ai bisogni educativi che promanano dal quotidiano andamento dei rapporti familiari, per altro verso esige di radicarsi in precisi orientamenti di valore: sono questi ultimi che concorrono a determinare l’identità personale dell’uomo-padre e imprimono alla sua azione uno stile comunicativo particolare.[31]
* Conferma ai suddetti risultati si è ottenuta mediante un altro lavoro di ricerca, in fase di elaborazione, sul tema dell’innamoramento giovanile, svolto sempre con studenti frequentanti la sede universitaria in parola.
Esso ha messo in luce che, anche durante la loro esperienza affettiva con un partner prescelto, i giovani desiderano ricevere dalla famiglia sostegno e guida autorevole, in modo da essere aiutati a soppesare convenientemente la scelta.
Dai genitori si attendono disponibilità al dialogo e rispetto per l’esperienza intrapresa. Per i giovani, un ambiente familiare sorretto da chiari e corretti rapporti di comunicazione aiuta a trasformare le tensioni e i conflitti in elementi dinamici di chiarificazione delle rispettive posizioni.
Invece, quando i rapporti di comunicazione familiare s’impostano all’insegna della disarmonia e della frammentazione, prevalgono l’indifferenza e la chiusura reciproche.
Dalla ricerca emerge che un consistente numero di giovani avrebbe voluto confidarsi con i genitori, con il padre e con la madre insieme, ma è stato frenato dalla convinzione che essi, specialmente il padre, non avrebbero capito.
Nel complesso, appare evidente che i giovani d’oggi desiderano comunicare con gli adulti, con i genitori specialmente, ma spesso si scontrano con modelli educativi disinteressati, freddi, lontani, autoritari.
Occorre notare che l’esigenza, nel campo della comunicazione, di trovare validi interlocutori, sospinge spesso i giovani verso forme di aggregazione, che in alcune circostanze si mostrano idonee ad assecondarli nell’affinamento della capacità d’intrecciare un positivo legame con l’ambiente circostante in generale e con la comunità ecclesiale in particolare, acquisendo efficaci comportamenti socio-civico-politici ed etico-religiosi.[32]
È ben vero, tuttavia, che se la dimensione del gruppo non è adeguatamente sostenuta da intenti formativi, è lasciata a se stessa o è assoggettata a intenti manipolatori, prevale la tendenza individuale a uniformare la propria identità personale alle caratteristiche del gruppo/movimento, con il rischio del prevalere di una intersoggettività di piccolo gruppo autoreferenziale e suscettibile di sottostare al dinamismo della marginalità/emarginazione.[33] Riferita al tema della comunità ecclesiale, la circostanza denunciata può sollecitare il giovane alla ricerca di uno stato di fusione e di chiusura nella realtà aggregativa prescelta, «sostitutiva del senso di appartenenza alla Chiesa in generale».[34] Si comprende, pertanto, l’importanza della presenza di adulti pedagogicamente preparati, ai quali spetta il compito di rilevare la dimensione axiologica dei giovani e, mediante competenza comunicativa, promuovere una vera e propria osmosi valoriale.[35] «Il mondo giovanile – è stato detto – non è un contenitore di valori precostituiti, ma un laboratorio sempre nuovo e sempre pronto ad offrire al Vangelo disponibilità di nuove vie di realizzazione».[36] Tale osmosi valoriale, è opportuno notarlo, non può attuarsi se gli adulti trascurano di valutare in maniera consona le potenzialità dialogiche insite nelle situazioni di conflitto e di dissenso intergenerazionale, quindi se omettono di «leggere» i messaggi «nascosti» da esse derivanti.[37] Il darsi dell’osmosi valoriale postula la capacità adulta di trasformare il conflitto e il dissenso, da elementi pregiudizievoli, in fattori idonei a promuovere lo scambio e il dialogo con le generazioni in via di accrescimento.
L’educazione dei giovani alla «ricerca del senso della vita»
Nel nostro tempo molteplici fatti e circostanze autorizzano a postulare il diffuso desiderio dei giovani di cimentarsi con il tema dei valori. Le indagini sulla religiosità giovanile, sul proliferare delle sette, sull’attecchire della New Age e Next Age, ma anche sulla mobilitazione di tanti giovani a vantaggio di giuste cause, dell’impegno sociale e del variegato mondo del volontariato inducono a pensare che, accanto al declino del sacro, si va facendo strada l’esigenza di sacralità, di esperienze spirituali, di impegni mistici.
Si tratta di un desiderio che, se da una parte mal si concilia con l’esaltazione odierna dell’esteriorità/corporeità, quindi con il materialismo e il pragmatismo imperanti, dall’altra parte stride con la denunciata inclinazione giovanile a esaltare il quotidiano, perciò la relatività dei sistemi axiologici di riferimento. Eppure, forse proprio per queste ragioni da parte dei giovani si attende alla ricerca di nuove forme di spiritualità.[38]
Si può prevedere l’ipotesi che il suddetto desiderio di valori vada via via emergendo, a mano a mano che i giovani prendono consapevolezza tanto del loro vivere in una società da più parti descritta come frammentata, segmentata, priva di centri di riferimento, quanto del loro pregiudizievole limitarsi al qui e ora, al contingente.
L’insoddisfazione provata nel confrontarsi con sistemi di valore disarticolati e quella derivante dal voler semplicemente «cogliere l’attimo», infatti, può non essere estranea nell’emergere della tendenza giovanile a ricercare stabili e sicure coordinate valoriali alle quali aderire.[39] Ovviamente, tale ricerca, nel vuoto di comunicazione educativa con adulti significativi, è suscettibile di distorsioni e di esiti a volte tragici. Si pensi, per esemplificare, all’adesione alle sette e al fenomeno del suicidio giovanile. Circa il primo, si può dire che il suo successo «non si potrebbe spiegare se non rispondesse alle attese di certi giovani (…). L’adesione alla setta si può capire sul modello della conversione religiosa repentina. Tocca giovani profondamente insoddisfatti, che cercano come dare un senso alla loro esistenza. La setta si presenta come risposta globale ai problemi: offre un ambiente caldo e fraterno, indica il senso della vita, procura emozioni religiose intense».[40] In ordine al secondo, si può osservare che esso, nella radicalità del gesto che lo determina, in molti casi esprime il bisogno di senso e l’impossibilità di reperire adeguate vie per conseguirlo. «È un gesto che si diffonde nelle società in cui si vive una condizione di sradicamento e di tracollo sociale, quando soprattutto cadono le convenzioni guida – religione e morale – che costituiscono la rete intorno alla quale i ragazzi creano la loro identità, le loro speranze, la loro sicurezza e il senso della vita stessa».[41]
C’è un desiderio di valori, da parte dei giovani, che non può essere sottaciuto. Ai nostri scopi, il muovere da esso non è di poco momento. Rappresenta infatti l’elemento primario su cui innestare, nell’àmbito della comunità ecclesiale, una corretta e adeguata educazione etico-religiosa. Questa, nel nostro tempo, lungi dal privilegiare l’astrattezza e dall’avvalersi, sotto l’aspetto della comunicazione educativa, di modalità direttive e di «atteggiamenti di annessione», ha da muovere dalla realtà giovanile e fare leva sulla presenza di personalità adulte dotate di «volontà di servizio e responsabilità di guida».[42]
Alcuni giovani da noi incontrati hanno asserito: «Nella comunità ecclesiale, occorre lavorare per la formazione di una coscienza critica delle nuove generazioni, che aiuti a selezionare la cultura contemporanea: oggi i modelli dei mass-media sono prevalenti». La richiesta è fatta soprattutto allo scopo di ricavare strumenti concettuali per meglio delineare i contorni del proprio esistere nel mondo. Altri giovani hanno sottolineato l’insufficienza delle indicazioni verbali e delle mere esortazioni, proprie degli adulti, a vantaggio di «momenti forti di condivisione». Tutti, a mo’ di sintesi del ragionamento, hanno auspicato la presenza di persone, modelli di vita, che aiutino i giovani ad accostarsi con atteggiamento pensoso alle varie esperienze. Si tratta di considerazioni, che esprimono l’esigenza educativa dei giovani di darsi ragione del loro esistere immersi nel presente. Sembra quasi che essi avvertano la condizione di asfissia valoriale in cui versano e anelino a dilatare il senso del loro vivere quotidiano per meglio definire la propria identità.
Lungo questa via interpretativa, si può convenire con chi osserva che la ricerca del senso della vita presso i giovani si snoda sul terreno delle «valorizzazioni personali», di ciò che può concorrere a far conseguire livelli sempre più soddisfacenti di autorealizzazione.
Il «confronto con le ragioni ultime e fondanti il mondo, trasmesse dalla cultura o dalla religione», appare subordinato alla necessità di voler dare senso alla vita presente.[43] In siffatto contesto, acquista particolare peso un tipo di proposta educativa che, movendo dalla parzialità della ricerca giovanile, risulti idonea a svelare il reticolo axiologico più ampio di cui essa necessita se si vuole, con essa medesima, trovare il fondamento del vivere. «È come dire che si tratta di aiutare i giovani a cogliere il ‘tutto’ racchiuso come germe nel frammento, di stimolarli ad operare il passaggio dalla molteplicità di significati alla percezione del senso al quale essi rimandano, quando ci si rapporta alla totalità dell’umano.
Questo processo implica ovviamente l’assunzione di un atteggiamento ‘misterico’ nei confronti della vita. Implica, in altre parole, la consapevolezza esistenziale che non tutto è spiegabile e tanto meno riducibile ad oggetto: che esistono dei limiti invalicabili alla pur legittima e doverosa sete di ricerca e che la realtà diviene comprensibile solo quando si rinuncia a volerla totalmente possedere, espropriandola dei suoi significati più profondi».[44]
Dal nostro angolo visuale, la ricerca del senso ha da essere coltivata come elemento propedeutico alla proposta religiosa.
Questa, d’altro canto, per poter risultare adeguata alle attese del mondo giovanile, emergendo sempre con la propria specificità, necessita del lavoro preventivo effettuato, in ordine alla riflessione sui valori e sul senso dell’esistere, mediante l’ausilio delle scienze antropologiche e sociali.
«L’impegno pastorale si situa esattamente sul terreno arato dalle scienze antropologiche; ma ha un proprio intervento specifico, in cui di nuovo tali scienze potranno sostenerlo, ma non sostituirlo».[45]
Quali direzioni?
Dai motivi enunciati scaturisce il richiamo alla comunità ecclesiale affinché, in un ricupero di progettualità, si muova, in maniera preliminare a qualsiasi discorso di trasmissione della fede, lungo le tre seguenti direttrici privilegiate.
* La prima è data dalla valutazione della giovinezza come età propizia per l’educazione. È necessario avvertire che i giovani molto spesso sono rinchiusi in macrocategorie, che tradiscono la reale consistenza delle molteplici identità giovanili e rendono arduo intervenire nella concretezza delle situazioni individuali e locali. Pertanto, in questo primo livello, sono chiamati in causa soprattutto gli adulti della comunità ecclesiale, quelli impegnati in varie associazioni specialmente, affinché modifichino i loro criteri di percezione e di valutazione del mondo giovanile, se con esso e per esso vogliono elaborare itinerari da perseguire insieme.
* La seconda direttrice è data dal tema della mediazione educativa nei vari ambienti ecclesiali, da intendere come capacità adulta di compromissione con il quotidiano nella testimonianza di valori prescelti e duraturi; di attualizzazione efficace del messaggio religioso; di vivificazione della proposta axiologica alla luce dell’originale essere e «sentire» giovanile. Con essa si tratta di favorire nei giovani «una appartenenza ecclesiale ‘sentita come importante’, di dare concrete risposte alle loro domande di giustizia, di pace, di uguaglianza, di identità e di senso, e di creare le condizioni perché le comunità vengano percepite da loro come significative».[46] La mediazione educativa evita che la proposta dei valori risulti estranea al concreto vivere dei giovani. Una delle accuse che da costoro è fatta alla Chiesa riguarda proprio il suo rimanere ferma ai principii, senza prestare la debita attenzione alla necessità di calarli nel tempo presente.
* La terza direttrice è data dalla riformulazione dell’offerta dei valori religiosi ai giovani, in modo che essa si ponga come risposta da desiderare. Oggigiorno gli adulti hanno difficoltà a proporre i valori religiosi: ci sono incertezze interpretative, non soltanto metodologico-didattiche. «Coloro che hanno la responsabilità di affidare ad altri le ragioni per credere alla vita e alla speranza, non sanno più bene cosa trasmettere e come trasmettere».[47] La conseguenza è che spesso l’impegno dei giovani nei vari àmbiti della comunità ecclesiale poggia in grande misura su motivazioni di natura sociale, non già religiosa.
Per educare i giovani ai valori religiosi crediamo che, così come è già stato messo in risalto da altri, «l’impegno più sollecitante per la comunità attuale è sulla sponda ermeneutica. Si tratta di far parlare la fede all’esperienza, di ridare senso alla vita: di riempire dell’annuncio di salvezza il quotidiano, nella sua routine, magari nella sua banalità; ma anche nel suo presagio e nella sua altezza. Bisogna dire le verità cristiane non più nella loro immota architettura sistematica, ma nella loro vitale provocazione quotidiana».[48]
Sono gli stessi giovani a dare ragione alla suddetta impostazione riguardante il processo di nuova inculturazione della fede.
Nel corso degli incontri di lavoro, essi hanno dichiarato: «La fede è necessaria per capire, nella quotidianità, il senso della vita». D’altro canto, essi hanno sottolineato che la fede non è da identificare con un qualche cosa che riguarda la sfera interiore, privata del soggetto.
All’opposto, è indispensabile per lumeggiare le prospettive di crescita e di sviluppo verso cui si vuole tendere. Una studentessa ha dichiarato: «La fede ha un posto importantissimo in un rapporto affettivo e nella prospettiva della costruzione di una famiglia». Un’altra ha osservato: «Per incrementare la fede oggi mancano i momenti, che non siano solo di catechesi comunitaria ma soprattutto favoriscano il progresso personale».
Da queste e da altre affermazioni è lecito dedurre che dai giovani è avvertita l’esigenza pedagogica, da lungo tempo proposta all’attenzione, secondo la quale il messaggio evangelico ha da essere strettamente correlato ad una proposta educativa, che metta in luce il forte nesso esistente tra opzione religiosa e definizione dell’identità personale e sociale.[49]
«Le comunità ecclesiali si rendono conto di questa sensibilità e constatano concretamente che non è sufficiente riproporre i contenuti della morale cristiana: ritengono che la sfida vada giocata, ancora una volta, non nel contrapporsi o eliminare ciò che fa problema, ma nel discernere.
Sono così stimolate ad accogliere la sfida, concentrando la loro attenzione sul problema per eccellenza dei giovani d’oggi, l’autorealizzazione: di essa cercano di valorizzare l’istanza di soggettività riflessa, che la sensibilità morale dei giovani esprime; ma, nello stesso tempo, cercano di ‘innestare’ su di essa una approfondita e specifica riflessione sui valori che devono essere necessariamente assimilati in vista di un progetto che conduca a un’effettiva realizzazione personale, sociale ed ecclesiale».[50]
L’orientamento dei giovani alla scelta vocazionale
Nel mondo giovanile odierno, la propensione a vivere nel presente sembra procedere di pari passo con il gusto del rischio, a sua volta vincolato ai temi della temporaneità e della reversibilità delle scelte.
Si ha a che fare con una vera e propria spregiudicatezza di comportamento la quale, se da una parte, con la «cultura del rischio», esalta il «mettersi in gioco» e il «non accontentarsi», dall’altra parte, con la «tensione alla reversibilità delle opzioni», palesa presso i giovani un elevato grado d’incertezza circa le «scelte che prima o poi dovranno fare per entrare nella vita adulta (finire gli studi, trovare un lavoro stabile, andare a vivere per proprio conto, sposarsi, avere dei figli)».[51]
Sotto l’aspetto pedagogico la scelta vocazionale non può essere sottostimata: ad essa si collega in maniera forte l’istanza della piena autonomia dei giovani, quindi l’accesso dei medesimi alla vita adulta.[52] Da ciò deriviamo l’urgenza di approntare nella comunità ecclesiale strategie educative idonee a richiamare agli interessati il nesso tra selezione valoriale, progetto di vita, coerenza e responsabilità personali. A siffatta impostazione è data conferma, sia pure in maniera indiretta, dai giovani da noi incontrati. Interpellati sul significato della scelta religiosa, hanno espresso perplessità e detto di non capire il senso di una decisione vincolante per sempre.[53]
Quasi tutti hanno manifestato «sconcerto verso una persona normale che alla nostra età (21-23 anni) si sente di fare una scelta irrevocabile». Allorché è stato fatto notare che anche la scelta matrimoniale, nella prospettiva cristiana, non è ritrattabile, hanno osservato che quella religiosa «è ancor più esclusiva perché ci si mette in gioco da soli rispetto al tema della solitudine. Nella scelta religiosa manca la fisicità e quindi è maggiormente presente il tema della solitudine».
L’elaborazione di adeguate strategie educative postula, nelle generazioni adulte della comunità ecclesiale, una nuova percezione della giovinezza aliena da forme di deresponsabilizzazione più o meno strisciante.
Il giovane va posto dinanzi ai suoi diritti, ma anche ai suoi doveri, mettendo fine a quella sorta di «zona franca», quasi sempre da identificarsi con la casa paterna, dove, il più delle volte con il beneplacito dei genitori, lo si fa stazionare per lungo tempo e con ampi margini di libertà e discrezionalità.[54] Su tale modificazione culturale s’innesta l’urgenza pedagogica di aiutare i giovani a capire che l’orientamento vocazionale non è da confondere con la scelta di una cosa che piace ora, nel presente. Vocazione significa avere consapevolezza del senso che si vuole dare alla propria vita e perseguirlo attraverso le decisioni dell’agire quotidiano. Vocazione, pertanto, fa rima con progetto. Strettamente collegato a quanto or ora osservato è l’assunto secondo il quale la selezione vocazionale non si compie in un momento predeterminato, per esempio alla fine della scuola media superiore o dopo il conseguimento della laurea: essa è frutto di un cammino educativo, che comprende l’intero arco dell’età evolutiva.
Riemerge, in tale contesto, il tema dell’orientamento esistenziale, che interpella i vari gruppi, istituzioni, associazioni, movimenti della comunità ecclesiale. Tutti sono chiamati a cogliere che la scelta vocazionale è possibile quando da parte dei giovani sono ben riconoscibili gli àmbiti verso i quali disporre la propria attenzione e tra i quali privilegiarne qualcuno. Essa, d’altro canto, non si può pretendere che sia effettuata, quando i campi delle vocazioni sono presentati in termini di vita critica e problematica: da quello religioso a quelli matrimoniale, familiare e professionale. S’impone, insomma, la necessità di una riproposta degli àmbiti vocazionali, che non sia soltanto o esclusivamente svolta in termini di difficoltà ma anche e soprattutto di fascino, di appetibilità.
Nella fattispecie, risulta opportuno far capire che la proiezione di sé nel futuro si correla strettamente alla capacità di leggere se stessi in riferimento ai molteplici settori di vita verso i quali decidere di muoversi. In questa direzione, i giovani sembrano essere ben consapevoli del fatto che la scelta va vagliata con accortezza, a prescindere dalla sua specificazione: «La verifica della vocazione religiosa, ha dichiarato una studentessa, è come la verifica che avviene nel corso di un fidanzamento».
L’elaborazione di adeguate strategie educative esige il raccordo progettuale tra le istituzioni della comunità ecclesiale, nella prospettiva di ciò che la Presidenza della CEI ha definito progetto educativo pastorale. «Ci vuole più unità di percorsi tra pastorale della fanciullezza e della preadolescenza, pastorale giovanile, pastorale familiare. Siamo sempre più consapevoli che non c’è spazio per la pastorale giovanile, se non è preceduta e collegata ad una seria iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi.
L’itinerario dell’educazione alla fede dei giovani continua poi nella prospettiva della educazione alla famiglia. È un itinerario in cui pastorale giovanile e pastorale familiare devono collegarsi, per far sì che il cammino dei giovani verso il matrimonio religioso (scelta ancora condivisa da un numero significativo di coppie) sia terreno per una rifondazione della scelta di fede e di appartenenza alla Chiesa e insieme per la scoperta della natura vocazionale del progetto di coppia e di famiglia».[55] Questa impostazione è stata condivisa dai giovani i quali, per esempio, con riferimento alla preparazione al matrimonio e alla famiglia, hanno propugnato uno stretto collegamento tra parrocchia, famiglia, consultori familiari.[56] Al riguardo hanno posto l’enfasi anche sull’opportunità che la comunità ecclesiale educhi al matrimonio e alla famiglia per tempo, lungo tutto l’arco evolutivo. A tal fine, hanno convenuto che è da chiedere un impegno preciso ai coniugi: «di matrimonio e di famiglia deve parlare non soltanto il sacerdote ma anche e soprattutto chi ha vissuto e vive quotidianamente quelle esperienze».
NOTE
[1] Per delucidazioni e indicazioni al riguardo, cf D. Coletti, «Educazione e piano pastorale della comunità», in Presenza Pastorale, 1991, 8-9, pp. 77-89; E. Alberich, «L’educazione religiosa oggi: verso un chiarimento concettuale e terminologico», in Orientamenti Pedagogici, 1997, 2, pp. 311-333.
Nella convinzione che le differenze e le condizioni esistenziali del mondo giovanile, messe in luce da indagini di ampio respiro e perciò attente al dato quantitativo, sono da integrare con i risultati provenienti da studi settoriali idonei a favorire riflessioni di tipo qualitativo, abbiamo creduto opportuno, ai fini dello svolgimento del tema, avviare un lavoro di analisi con un gruppo di giovani studenti universitari che, iscritti al terzo anno del corso di Laurea in Scienze dell’Educazione, nell’a.a. 1998/99 hanno seguito gli insegnamenti di Pedagogia sociale e di Pedagogia della Famiglia presso la sede bresciana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si tratta di sette giovani (6 femmine e 1 maschio) con età tra i 21 e i 23 anni, i quali hanno tutti un impegno nella comunità ecclesiale di appartenenza (animazione in oratorio, incontri di catechesi, gruppi missionari, scoutismo, gruppi di Azione Cattolica, attività di volontariato). In media dedicano ad esso 5-6 ore nel corso della settimana, appartengono a famiglie nelle quali almeno un componente condivide il loro impegno nella comunità ecclesiale. Ai due incontri di lavoro, di circa tre ore ciascuno, oltre a quattro ricercatori, hanno preso parte anche due studentesse di anni 36 e 26. La loro presenza è stata accettata allo scopo di rilevare eventuali diversità di percezione e di valutazione dei problemi rispetto agli altri sette giovani. È stato loro detto che avrebbero dovuto svolgere il compito di «voce critica» degli altri studenti accomunati dall’età.
Gli incontri sono stati preceduti da uno studio approfondito delle problematiche giovanili, che la ricca letteratura sul tema oggigiorno offre. Ne è scaturita la possibilità di mettere a fuoco il protocollo per un’intervista centrata su due aspetti specifici: il primo concernente l’essere giovani impegnati nella comunità ecclesiale, quindi il perché della scelta compiuta e i significati della medesima nella loro vita, i problemi incontrati, gli aspetti critici rilevati; il secondo attinente alle forme di sostegno educativo a cui i soggetti, facenti parte del gruppo di studio, desidererebbero poter fare riferimento nell’àmbito della comunità ecclesiale, quindi ai loro suggerimenti per l’avvento di una comunità ecclesiale sempre più a misura di giovane. Entrambi gli incontri sono stati registrati e il materiale trascritto ha rappresentato un elemento efficace per rileggere alcune acquisizioni pedagogiche sulla realtà giovanile e per mettere a fuoco possibili linee d’intervento educativo.
Nel complesso, le testimonianze in parola sono metodologicamente da definire come analisi di casi compiuta attraverso modalità di tipo narrativo; in quanto tali, esse non hanno la pretesa di esaurire la problematica indagata. Nella loro significatività, tuttavia, aiutano a rispondere al seguente interrogativo: ai fini dell’elaborazione di un progetto educativo da parte della comunità ecclesiale a favore dei giovani, quali sollecitazioni provengono dai giovani medesimi?
Secondo questa impostazione metodologica abbiamo già svolto alcune ricerche. Cf L. Pati, «Adozione internazionale e sua dimensione educativa», in Pedagogia e Vita, 1998, 2, pp. 36-64; ID., «Condizione di vedovanza e parentalità», in Pedagogia e Vita, 1999, 4, pp. 21-38.
[2] D. Sigalini, «L’educazione implicita nei luoghi di ritrovo», in Proposta Educativa, 1999, 3, p. 48. Dell’autore si veda pure «I giovani tra festa e quotidianità», in Presenza Pastorale, 1998, 1-2, pp. 37-48.
[3] Sull’argomento cf C. Baraldi, Comunicazione di gruppo. Una ricerca sui gruppi giovanili, Milano, Angeli/Comune di Modena, 1988; AA.VV., Ragazzi senza tempo. Immagini, musica, conflitti delle culture giovanili, Genova, Costa & Nolan, 1993; M. Canevacci, R. De Angelis, F. Mazzi (a cura di), Culture del conflitto. Giovani Metropoli Comunicazione, Genova, Costa & Nolan, 1995; D. Cravero, Se tuo figlio in discoteca... Provocazioni e domande educative dei giovani in discoteca: una ricerca, Bologna, EDB, 1998.
[4] Cf L. Tomasi, «Introduzione. L’elaborazione della cultura giovanile nell’incerto contesto europeo», in L. Tomasi (a cura di), La cultura dei giovani europei alle soglie del 2000. Religione, valori, politica e consumi, Milano, Angeli, 1998, pp. 15-16, 20. Cf inoltre A. Gasparini, Giovani verso la società futura, Milano, Angeli, 1987, pp. 28–34; F. Avallone, M.G. Gemelli, Il senso del futuro. Sentimenti politici dei giovani, Roma, Ediesse, 1994, p. 43; G. Campanini, «La nuova cultura giovanile. Una sfida per la fede?», in Aggiornamenti Sociali, 1995, 2, pp. 119-134.
[5] A. Cavalli, «La lunga transizione all’età adulta», in C. Buzzi, A. Cavalli, A. De Lillo (a cura di), Giovani verso il Duemila. Quarto rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 28.
[6] G. Piana, «La dimensione etica come centro dell’esperienza del vivere», in AA.VV., La domanda di vita dei giovani, AGe – AGeSC – CAV – CIF – MpV -UCIIM, Atti del Convegno Regionale, Torino, 22 ottobre 1988- 7 maggio 1989, p. 46. Sul tema si veda F. Garelli, La generazione della vita quotidiana, Il Mulino, Bologna, 1984; R. Mion, «Essere giovani negli anni Novanta», in Orientamenti Pedagogici, 1993, 2, pp. 229-239.
[7] A. Cavalli, «La lunga transizione all’età adulta», p. 28.
[8] Sul tema, cf L. Pati, Pedagogia familiare e denatalità. Per il ricupero educativo della società fraterna, Brescia, La Scuola, 1998, pp. 22-28.
[9] CEI, Comunione e comunità. Piano pastorale della Cei per gli anni ’80, Roma, Figlie di San Paolo, 1983, p. 27.
[10] Ibid. p. 27.
[11] Diocesi di Milano, Sinodo 47°, Milano, Centro Ambrosiano, 1995, p. 484.
[12] M. Chiarapini, Giovani dal vivo. I giovani in dialogo con gli adulti, Milano, Paoline Editoriale Libri, 1998, p. 54. Cf altresì I. Colozzi, «Aspetti della religiosità giovanile: il rischio di una fede senza trascendenza», in P. Donati, I. Colozzi (a cura di), Giovani e generazioni. Quando si cresce in una società eticamente neutra, Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 95-214.
[13] Cf E. Alberich, «Per una educazione della fede in chiave di maturazione: Quale tipo di cristiano deve promuovere oggi la catechesi?», in Orientamenti Pedagogici, 1989, 2, pp. 309-323; G. Villata, «Le domande dei giovani alla comunità ecclesiale», in Catechesi, 1990, 2, pp. 29-34; R. Tonelli, «Per trasformare gioia e sorpresa in nuova responsabilità», in Note di Pastorale Giovanile, 1999, 4, pp. 25-26.
[14] A. Fabbrini, A Melucci, L’età dell’oro. Adolescenti tra sogno ed esperienza, Milano, Feltrinelli, 1992, p. 141.
[15] Cf R. Tonelli, «Pastorale giovanile (Modelli)», in Istituto di Teologia Pastorale – Università Pontificia Salesiana, Dizionario di Pastorale Giovanile, Leumann (Torino), Elle Di Ci, 1989, pp. 687-694; G. Villata, «Proposte pastorali per accogliere le sfide dei giovani/1», in Catechesi, 1990, 4, pp. 41-45; ID., «Proposte pastorali per accogliere le sfide dei giovani/2», in Catechesi, 1990, 5, pp. 30-34; ID., «Parrocchia, ragazzi e giovani: quale pastorale?», in Note di Pastorale Giovanile, 1990, 9, pp. 29-36.
[16] Cf L. Chiarinelli, «Comunità ecclesiale per l’educazione cristiana dei giovani», in Note di Pastorale Giovanile, 1996, 8, p. 89; U. De Vanna, Ragazzi & ragazze. Come sono cambiati. Come credono. Come vivono insieme, Leumann (Torino), Elle Di Ci, 1996, p. 146.
[17] C. Bissoli, «I giovani a Palermo», in Orientamenti Pedagogici, 1996, 2, p. 248.
[18] G. Villata, «Le domande dei giovani alla comunità ecclesiale», pp. 29-30.
[19] Presidenza della Cei, Educare i giovani alla fede. Orientamenti emersi dai lavori della XLV Assemblea generale della CEI, p. 7.
[20] D. Sigalini, «L’educazione implicita nei luoghi di ritrovo», p. 49.
[21] J. Vecchi, «Gioventù: terra di missione», in Catechesi, 1995, 2, p. 9. Cf pure L. Van Looy, «Quattro riferimenti per orientare i giovani», in Note di Pastorale Giovanile, 1996, 6, pp. 34-38.
[22] Emerge, in àmbito ecclesiale, l’istanza del protagonismo familiare riferita dalla riflessione pedagogica al più vasto contesto socio-civico-politico della comunità locale e nazionale. Cf al riguardo L. Pati, L’educazione nella comunità locale. Strutture educative per minori in condizione di disagio esistenziale, Brescia, La Scuola, 1995; ID., La politica familiare nella prospettiva dell’educazione, Brescia, La Scuola, 1995.
[23] N. Galli, Educazione dei giovani alla famiglia, Milano, Vita e Pensiero, 1981, pp. 205-206.
[24] Cf A. Fontana, «Nuove strategie per la catechesi degli adulti», in Catechesi, 1990, 2, pp. 35-38. Per altre considerazioni cf W. Brezinka, L’educazione in una società disorientata. Contributi alla pratica pedagogica, Roma, A. Armando, 1989, pp. 83-92.
[25] Presidenza della CEI, Educare i giovani alla fede. Orientamenti emersi dai lavori della XLV Assemblea generale della CEI, p. 8.
[26] R. Tonelli, «La fede giovane dei giovani. Il dialogo tra Giovanni Paolo II e i giovani», in Note di Pastorale Giovanile, 1999, 1, pp. 45-46.
[27] N. Galli, Educazione dei giovani alla vita matrimoniale e familiare, Milano, Vita e Pensiero, 1993, pp. 80-81.
[28] L. Macario, «L’educazione dei figli apprendistato della ‘professione uomo’», in C. Nanni (a cura di), La famiglia e i figli. Tendenze, prospettive, educazione, Torino, SEI, 1995, pp. 214-218. Per suggestioni cf E. Bianco, «‘Dire Dio’ ai giovani d’oggi. Difficoltà e prospettive di risposta», in Catechesi, 1990, 5, pp. 35-42.
[29] Per suggerimenti, cf M. Pollo, «Comunicazione e linguaggio, ovvero, l’incontro con la realtà negata della cultura giovanile», in AA.VV., Ipotesi sui giovani, Roma, Borla, 1986, pp. 106-128; J.E. Vecchi, «La scommessa dell’educazione negli anni ‘90», in Note di Pastorale Giovanile, 1994, 1, pp. 24-26; R. Mancini, «Il vissuto giovanile alla ricerca di interlocutori: ragazzi, giovani e adulti in un dialogo da ricostruire», in Presenza Pastorale, 1996, 12, pp. 37-50. Circa una possibile funzione dei genitori come «facilitatori» dei figli, si veda E. Lukas, «Giovani e ricerca di senso. Elementi per una lettura logoterapeutica», in E. Fizzotti, A. Gismondi (a cura di), Giovani, vuoto esistenziale e ricerca di senso, Roma, LAS, 1998, pp. 45-64.
[30] R. Viganò, Ricerca educativa e pedagogia della famiglia, Brescia, La Scuola, 1997, pp. 125, 137.
[31] L. Pati, Pedagogia familiare e denatalità. Per il ricupero educativo della società fraterna, pp. 68-70.
[32] G. Villata, «Parrocchia, ragazzi e giovani: quale pastorale?», p. 29.
[33] Cf L. Pati, L’educazione nella comunità locale. Strutture educative per minori in condizione di disagio esistenziale, pp. 50-57; E. Butturini, «Scuola e famiglia di fronte alla domanda di vita dei giovani», in AA.VV., La domanda di vita dei giovani, p. 29.34) F. Garelli, «Giovani e fede in una società differenziata. Estraneità culturale e bisogno di identità», in Il Nuovo Leopardi, 1987-1988, 1, p. 15.
[34] F. Garelli, «Giovani e fede in una società differenziata. Estraneità culturale e bisogno di identità», in Il Nuovo Leopardi, 1987-1988, 1, p. 15.
[35] Sul concetto di osmosi valoriale, cf L. Pati, Pedagogia della comunicazione educativa, Brescia, La Scuola, 1984, pp. 103-108.
[36] D. Sigalini, «I vescovi italiani e l’educazione alla fede dei giovani», in Note di Pastorale Giovanile, 1999, 4, pp. 11-12. Si veda pure C. Nanni, «Pensare per generazione, educando», in Note di Pastorale Giovanile, 1999, 3, pp. 3-5.
[37] L. Macario, Comunicare: sorgente di vita. I giovani: non vasi da riempire ma lampade da accendere, Roma, LAS, 1996, pp. 73-98.
[38] G. De Rita, «Prigionieri della soggettività», in Note di Pastorale Giovanile, 1999, 4, pp. 59-60.
[39] E. Fizzotti, «Le provocazioni del vuoto esistenziale e la logoterapia di Frankl», in E. Fizzotti, A. Gismondi (a cura di), Giovani, vuoto esistenziale e ricerca di senso, pp. 13-28.
[40] G. Lutte, Psicologia degli adolescenti e dei giovani, Bologna, Il Mulino, 1987, p. 201.
[41] P. Gariglio, Gioventù di fine secolo, Roma, AVE, 1996, pp. 216-217. Cf inoltre P. Crepet, Le dimensioni del vuoto. I giovani e il suicidio, Milano, Feltrinelli, 1997, pp. 50-53.
[42] D. Sigalini, «I vescovi italiani e l’educazione alla fede dei giovani», p. 12. Cf altresì G. Marcuzzo, «Pastorale giovanile: significato e attualità», in Presenza Pastorale, 1992, 11, pp. 15-28.
[43] G. Villata, «Le domande dei giovani alla comunità ecclesiale», p. 32. Sul tema si veda pure Z. Trenti, «La domanda sul significato della vita. Linee di un itinerario esistenziale alla fede/2», in Catechesi, 1994, 2, pp. 4-10; E. Fizzotti, «Giovani, psicologia ed esperienza religiosa. Verso una lettura pluridimensionale», in Orientamenti Pedagogici, 1996, 4, pp. 762-778.
[44] G. Piana, «La dimensione etica come centro dell’esperienza del vivere», pp. 46-47.
[45] Z. Trenti, Giovani e proposta cristiana. Saggio di metodologia catechetica per l’adolescenza e la giovinezza, Leumann (Torino), Elle Di Ci, 1985, p. 148. Si veda altresì E. Alberich, «Catechesi verso una comunità di adulti nella fede», in Catechesi, 1990, 1, pp. 27-38; A. Hiang-Chu Chang, «Educare all’esperienza religiosa: dimensione pedagogica», in Note di Pastorale Giovanile, 1996, 8, pp. 41-51; C. Colzani, «I giovani, nuova risorsa di una chiesa tutta missionaria», in AA.VV., Educare i giovani alla missione, Quaderni dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose «Mater Ecclesiae» di Roma, 1996, pp. 20-22; F. Cultrera, «Formare i giovani ai valori», in Aggiornamenti Sociali, 1997, 7-8, pp. 593-594.
[46] G. Villata, «Le domande dei giovani alla comunità ecclesiale», p. 32.
[47] R. Tonelli, «La fede giovane dei giovani. Il dialogo tra Giovanni Paolo II e i giovani», p. 43.
[48] Z. Trenti, Giovani e proposta cristiana. Saggio di metodologia catechetica per l’adolescenza e la giovinezza, p. 184. Secondo D. Sigalini, «La comunità cristiana propone spesso esperienze toccanti, coinvolgenti, gradite al mondo giovanile, capaci di toglierli dal torpore dell’abitudine o dell’indifferenza, ma è necessario ridare dignità alla quotidianità». Cf D. Sigalini, «I vescovi italiani e l’educazione alla fede dei giovani», p. 17. Si veda inoltre S. Pintor, «Giovani e pastorale giovanile nella Chiesa», in Presenza Pastorale, 1992, 11, pp. 45-64; P. Triani, «Azione cattolica: luogo ordinato e popolare per il cammino di fede e di testimonianza per i giovani», in Presenza Pastorale, 1997, 4, pp. 53-62; R. Tonelli, «Per trasformare gioia e sorpresa in nuova responsabilità», pp. 30-31.
[49] N. Galli, Educazione religiosa e libertà, Brescia, La Scuola, 1978, pp. 170-174. Lo sviluppo del tema in termini ermeneutici si trova in Z. Trenti, «Dalla vocazione all’in-vocazione. Ipotesi per un itinerario attuale dei giovani alla fede», in Orientamenti Pedagogici, 1985, 5, pp. 968-981; ID., «Tradizione educativa ed inculturazione della fede», in Orientamenti Pedagogici, 1995, 5, pp. 1013-1031.
[50] G. Villata, «Le domande dei giovani alla comunità ecclesiale», p. 34. Cf inoltre R. Mion, «Giovani e fede. I risultati di una ricerca nazionale», in Orientamenti Pedagogici, 1992, 2, pp. 308-309. R. Tonelli, Ritratto di un giovane cristiano, Leumann (Torino), Elle Di Ci, 1996, p. 81; B. Sorge, «Nuova evangelizzazione e comunicazione di massa», in Aggiornamenti Sociali, 1997, 2, pp. 99-114.
[51] A. Cavalli, «La lunga transizione all’età adulta», pp. 15-16. Cf poi C. Buzzi, «Rischio, reversibilità, sfiducia negli altri, disagio», in C. Buzzi, A. Cavalli, A. De Lillo (a cura di), Giovani verso il Duemila. Quarto rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia, pp. 89-90; F. Sartori, «Diventare adulti: prospettive di responsabilità e atteggiamenti nei confronti della vita e delle scelte future», in C. Buzzi (a cura di), Essere giovani in Lombardia. Una generazione fra Italia ed Europa. Rapporto Regione Lombardia – Iard, Milano, Guerini e Associati, 1998, pp. 53-79.
[52] Su nascita e strutturazione del progetto di vita in prospettiva pedagogica si rinvia a N. Galli, Educazione dei giovani alla famiglia, pp. 83-88; P. Roveda, «I giovani e l’elaborazione del progetto di vita», in N. Galli (a cura di), Esigenze educative dei giovani d’oggi, Milano, Vita e Pensiero, 1983, pp. 17-53.
[53] Per suggestioni cf M. Chiarapini, Giovani dal vivo. I giovani in dialogo con gli adulti, p. 31.
[54] Cf A. Cavalli, «Il prolungamento della giovinezza in Italia: Non bruciare le tappe», in A. Cavalli, O. Galland (a cura di), Senza fretta di crescere. L’ingresso difficile nella vita adulta, Napoli, Liguori, 1996, pp. 35-38.
[55] Presidenza della CEI, Educare i giovani alla fede. Orientamenti emersi dai lavori della XLV Assemblea generale della CEI, p. 16.
[56] L. Pati, «Giovani e fidanzamento: linee educative», in Conferenza episcopale italiana, ufficio nazionale per la pastorale della famiglia, servizio nazionale per la pastorale giovanile, Il fidanzamento. Tempo di crescita umana e cristiana, Cinisello Balsamo (MI), Edizioni San Paolo, 1998, pp. 68-81.















































