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    Introduzione al dossier "PARLIAMO UN PO' DI NOI"


    Essere adulti nell'epoca della fragilità

    Raffaele Mantegazza

    (NPG 2026-02-9)



    Vedi cara
    le stagioni ed i sorrisi
    son denari che van spesi
    con dovuta proprietà
    (Francesco Guccini, Vedi cara)


    Che cosa significa essere adulti oggi? Quali sono le specificità dell'adulto nell'epoca nella quale la parola fragilità viene tanto pronunciata ma forse un po’ meno vissuta nella sua positività? Possiamo tratteggiare caratteristiche comuni agli adulti, sapendo che riguardano miliardi di persone in tutto il mondo, con le loro caratteristiche di sesso, etnia, cultura, religione, ecc.? In fin dei conti la nostra Costituzione lo fa, anche se in modo indiretto, quando esclude che queste caratteristiche possano ostacolare il godimento dei diritti. Ma in tutta questa effervescente diversità che popola il mondo, possiamo capire davvero che cosa significa diventare grandi?
    Spesso è difficile parlare di noi adulti perché diamo per scontato il fatto di esserci, che diventa normativo rispetto ai nostri ragazzi: essi devono diventare “come noi”, ma in realtà siamo noi i primi a non sapere esattamente definirci, a non capire fino in fondo che cosa ci accomuna e che cosa ci differenzia da altri nostri coetanei. Per apparente ovvietà di questa lunga età della vita che ci impedisce di considerarla in modo elastico, e soprattutto riprovare a cambiarne le caratteristiche che sono negative, dannose, poco utile alla crescita dei nostri ragazzi.
    Da sempre l’essere umano ha sentito l’esigenza di trovare parole per narrare la crescita, l’invecchiamento, gli effetti che lo scorrere del tempo ha sull’esistenza del singolo e della specie. Parlare di adulti in senso generale ha altrettanto poco senso del parlare di “anno” in senso generico a partire dalla fine di maggio. Eppure abbiamo tante parole (neonato, bambino, ragazzo, preadolescente, adolescente, giovane adulto) per definire il primo tratto della vita, e poi affidiamo a un participio passato, “adulto”, tutto il resto: come se un trentenne e un sessantenne potessero essere considerati uguali, specialmente allo sguardo di un bambino o di un ragazzo. Un insegnante di trentacinque anni, un catechista di quarantacinque, un capo scout di sessanta… chi potrebbe dire che un ragazzo che incontra queste figure educative ha banalmente a che fare con “adulti”?
    Lo sviluppo biologico non ci aiuta in questo compito dal momento che fissa solo pochissimi punti di riferimento (la svolta a livello di dinamiche interne al DNA verso i 25 anni; l’uscita dallo stato di fertilità per le donne) in questo lungo viaggio nell'età adulta. Tutte le scansioni interne a questi decenni sono quindi di tipo culturale, valgono ovviamente a livello individuale, ma possono anche dar luogo a periodizzazioni più omogenee almeno all'interno di un determinato contesto sociale. Inoltre alcune variabili come la conclusione degli studi, l'uscita dal mondo del lavoro, la costruzione o meno di relazioni stabili costituiscono altre stelle polari all'interno del percorso individuale.
    È comunque certo che l’idea dell’adultità come di una conquista stabile, se mai ha avuto senso (e ne dubitiamo fortemente), non ne ha oggi nella società fluida che ci ospita. L’età adulta è lunga (sempre di più, fino al folle volo di chi vorrebbe farla durare cinquemila anni con l’applicazione smodata di una tecnica prometeica), è variabile, sa stupire nel suo manifestarsi come continua conquista, come cambiamento sempre in atto; il corso della vita non si lascia mai bloccare in una definizione, anche perché ogni presunta fase ricapitola le precedenti; e nell’attesa e nelle aspettative anche le successive condizionano la presente, in una circolarità che ci stupisce e un po’ ci spaventa.
    Abbiamo scelto di utilizzare la metafora delle stagioni, nata all'interno di un contesto temporale di tipo circolare, perché ci sembra che sia molto efficace, anche nella temporalità lineare che ci caratterizza, per descrivere il corso dell'esistenza. In questo contributo proviamo dunque a seguire il corso della vita dopo la fine della primavera, ovvero negli anni che, tra promesse di disgeli, maturazione di frutti, struggenti colori del fogliame o candide coltri di neve, seguono alla dolcezza e al tepore degli inizi della vita; gli anni dell’essere adulto, o forse meglio del continuare a diventare adulto. E proviamo a farlo capendo come ogni età della auspicabilmente lunga vita adulta può essere intesa come specifica opportunità pedagogica per coloro che ancora si trovano nello stato di gemme, e che sempre ci affascinano con la loro freschezza e promessa di vita, ma che hanno anche (e sempre più) bisogno di sentirsi dire che almeno alcune di queste promesse possono essere mantenute; e anche, perché no, superate in meglio.



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