EDITORIALE
Cambiamenti che interpellano la pastorale dei giovani
Rossano Sala
(NPG 2026-02-4)
Siamo entrati ormai da 25 anni nel III millennio, e assistiamo a fenomeni nuovi in diversi ambiti della nostra esistenza personale e comunitaria. Per esempio al trionfo del capitalismo a livello globale, che rischia di trasformare ognuno di noi in merce di scambio. Sappiamo poi da molti studi psico-sociali i tanti cambiamenti in ambito culturale e politico, lavorativo e migratorio, comunicativo e relazionale, familiare e amicale. Anche sul piano religioso e spirituale stanno avvenendo mutamenti che ci danno da pensare. Su questo punto specifico vorrei fare il punto, seppur in maniera sommaria, dello stato dell’arte.
Alcuni segnali interessanti
Per dirla in maniera ampia e generale, stiamo passando da un’epoca “secolare” ad una “post-secolare”, almeno nel nostro ambiente culturale europeo occidentale, perché altre parti del mondo non hanno mai sperimentato davvero che cosa significhi vivere in una cultura segnata radicalmente dalla “secolarità”.
Siamo ancora sul piano della narrazione, e non abbiamo ancora la presenza di fenomeni di ampia portata. Ci sono certamente dei segnali, dei sintomi, dei germogli che ci dicono che le cose stanno cambiando in diversi paesi europei. In Spagna, per esempio, sono diventati eventi mediatici di massa il film Los domingos – che tratta di un’adolescente che riferisce del suo desiderio di entrare in un monastero di clausura aprendo un drammatico confronto nella vita della sua famiglia allargata –, la proposta musicale della pop-star Rosalia tutta centrata sulla nostalgia dell’assoluto, il successo del gruppo musicale Hakuna e del movimento giovanile cattolico che ad esso si riferisce, e anche la vincita del premio letterario delle Asturie del libro di Byung-Chul Han su Dio, in cui il filosofo tedesco di origine coreana si confronta con serietà e rigore col pensiero di Simone Weil[1]. In Francia da diversi si assiste all’aumento esponenziale di un nutrito gruppo di giovani adulti che ogni anno chiede il battesimo, smarcandosi dalla generazione che li ha messi al mondo. Così alcune attenzioni ad eventi tradizionali della fede, piuttosto che alla qualità liturgica, caratterizza alcune frange giovanili nel vecchio continente.
L’ambito intellettuale e demografico
Di certo l’ambito accademico si è ormai ricreduto circa la tenuta della teoria classica della secolarizzazione. Era una narrazione nata a cavallo degli anni ’60 del secolo scorso, e affermava senza mezze misure che ad una crescita della modernizzazione illuminata sarebbe seguita una drastica diminuzione della religione, della fede e della spiritualità, che l’avrebbe portata all’estinzione. L’incanto per il cielo stellato doveva lasciare il posto ad una visione sempre più razionale, disincantata e immanente. Oggi tale orizzonte ha perso molto del suo mordente, anche se l’Europa nel suo insieme fatica ancora a percepirlo rispetto al resto del mondo.
D’altra parte le proiezioni sul futuro della religione, della fede e della spiritualità sono esattamente opposte a quelle tracciate dalla teoria classica della secolarizzazione. Tutti i demografi seri stanno chiaramente notando come le popolazioni più religiose sono anche le più feconde a livello di natalità e il tasso di religiosità dei migranti è molto più alto rispetto ai paesi che offrono loro accoglienza. Non credere in Dio in fondo ci fa dubitare del futuro e ci spinge a rinchiuderci verso la nostra sopravvivenza personale in questo mondo: tutto ciò ci rende sospettosi verso gli altri, che sono visti sempre più come competitori piuttosto che come compagni di viaggio a cui trasmettere ragioni di vita e di speranza.
Una rinnovata cittadinanza della religione
Se nel tempo della modernità aggressiva la religione era relegata nel privato – anche per ragioni di sopravvivenza, perché non dobbiamo dimenticarci che il continente Europeo è stato segnato da secoli in cui le “guerre di religione” erano all’ordine del giorno – in un mondo post-secolare le cose non stanno più così.
Vi è una tendenziale “normalizzazione” del discorso religioso sia in ambito civile e sociale, perché non è più così necessario mimetizzarsi per vivere la propria fede. La religione e la spiritualità sono di nuovo sulla scena pubblica, e questo apre le porte ad un nuovo spazio di ricerca, dialogo e confronto a tutto tondo.
Sta di fatto che dopo i dibattiti tenutisi all’inizio degli anni 2000, di cui il punto massimo si è toccato con il dibattito pubblico sull’utilità della religione per la vita civile tra l’allora card. Joseph Ratzinger e il filosofo tedesco Jürgen Habermas[2], si è aperta una feritoia di grande interesse almeno a livello narrativo.
Di fatto siamo proiettati verso una società «che deve prevedere il persistere di comunità religiose entro un orizzonte sempre più secolarizzato»[3], dove risulta sempre più chiaro che «la secolarizzazione non basta a se stessa, e forse per questo è stato coniato il termine di età post-secolare»[4].
Una ricerca spirituale aperta
Da questo rinnovato contesto vi è un dato interessante che riguarda il mondo giovanile. Si tratta del desiderio di uscire dalla cappa dell’orizzontalità dell’esistenza per entrare nello spazio dell’inquietudine spirituale. Pare che le giovani generazioni europee, in alcuni territori, siano più attente al fenomeno religioso e spirituale rispetto a coloro che li hanno generati.
C’è una rinnovata disponibilità al confronto, una naturale attenzione alla trascendenza, una tensione che spinge a trovare spazi e tempi per il silenzio e la contemplazione, un anelito al contatto con altri livelli di esistenza. Alcuni studi recenti in ambito giovanile mostrano che vi sono orientamenti verso una ricerca spirituale aperta che in alcuni casi non disdegna percorsi di natura religiosa istituzionale, anche se è presto parlare di un “fenomeno” di rinascita[5].
Certamente sono dei segnali interessanti, e non si tratta certo di movimenti che coinvolgono un numero enorme di giovani. Persistono infatti istanze di grande indifferenza e distacco, perché il numero dei cosiddetti nones – adulti e giovani che non aderiscono direttamente a nessuna proposta religiosa e sono poco interessati sia alla credenza che all’appartenenza – è in tendenziale aumento[6].
Cammini post-religiosi
Un altro aspetto che non deve passare inosservato è che parecchi giovani che si avvicinano i sentieri spirituali e religiosi lo fanno in maniera autonoma e perfino autoreferenziale. Interpretando con estrema libertà e creatività le tradizioni religiose ereditate, danno vita a percorsi spirituali ibridi che tengono insieme molte istanze a volte in palese contrasto tra loro.
È un tentativo di personalizzazione della propria esperienza con la trascendenza, che tendenzialmente rende ognuno un inventore autonomo della sua relazione con il divino. Effettivamente, «quando si tratta di questioni di fede, ai membri delle generazioni Z e Y piace mantenere aperte le proprie opzioni e vedere la religione e la presenza in Chiesa come una delle molte scelte e opzioni nella loro vita»[7].
La prospettiva della “post-religione” ben si adatta quindi all’idea di una multiforme modalità di relazione con il sacro che ha elementi di continuità e discontinuità con le religioni tradizionali: molti giovani affermano di vivere una ricerca spirituale e religiosa molto personale, secondo il modello di una designer religion, che spinge ognuno di loro a ritagliarsi creativamente una religione-spiritualità su misura.
Uno scenario che interpella la pastorale giovanile
La narrazione post-secolare è una nuova opportunità che chiede alla pastorale dei giovani di rinnovarsi, sapendo intercettare evangelicamente le spinte che stanno venendo da un’epoca che si annuncia nuova, perché la religione e la spiritualità hanno per lo meno guadagnato un rinnovato diritto “cittadinanza attiva”.
Pare che tutto ciò ci spinga, a livello pastorale, prima di tutto ad essere coscienti della nostra originalità cristiana, perché in una società davvero plurale com’è la nostra siamo chiamati ad essere coscienti della nostra identità specifica. Questo tipo di società garantisce la libera espressione della propria singolarità, del diritto di essere appunto se stessi. E questo apre il campo ad un rinnovato annuncio.
È evidente che in un tempo post-secolare la pastorale giovanile non si può ridurre ad una generica opera di animazione sociale o culturale, ma parte dalla convinzione che la piena fioritura dell’umanità di un giovane è possibile solo a partire da un incontro amichevole e amorevole con il Signore Gesù. Non ci si può limitare all’ascolto, ma ci vuole anche un annuncio che metta in contatto con Gesù e un invito a condividere la missione apostolica con lui.
Un intero capitolo di Christus vivit è dedicato a questo “grande annuncio per tutti i giovani”[8], che propone di mettere all’attenzione di ogni giovane tre grandi verità:
Anzitutto voglio dire ad ognuno la prima verità: “Dio ti ama”. Se l’hai già sentito, non importa, voglio ricordartelo: Dio ti ama. Non dubitarne mai, qualunque cosa ti accada nella vita. In qualunque circostanza, sei infinitamente amato. […] La seconda verità è che Cristo, per amore, ha dato se stesso fino alla fine per salvarti. Le sue braccia aperte sulla croce sono il segno più prezioso di un amico capace di arrivare fino all’estremo: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). […] C’è però una terza verità, che è inseparabile dalla precedente: Egli vive! Occorre ricordarlo spesso, perché corriamo il rischio di prendere Gesù Cristo solo come un buon esempio del passato, come un ricordo, come qualcuno che ci ha salvato duemila anni fa[9].
Per la pastorale giovanile diventa una sfida quella di declinare queste tre verità attraverso parole, gesti ed esperienze nell’azione educativa quotidiana e in alcuni momenti forti e puntuali che non possono mai mancare in una progettualità pastorale che voglia essere all’altezza della rivelazione cristiana.
E noi adulti?
Tale scenario, nell’interpellare la pastorale giovanile, mette in gioco l’attuale mondo degli adulti. Una generazione che si riconosce abitata da molte fragilità, ma che è chiamata a divenire punto di riferimento per chi sta crescendo in un mondo in radicale trasformazione, per alcuni aspetti in piena metamorfosi.
L’educazione e la pastorale dei giovani non possono fare a meno degli adulti. Persone non adulterate né adultescenti. Uomini e donne che, pur abitati da tanti limiti, sappiano accompagnare con sapienza e pazienza chi si affaccia al mondo e si prepara alla vita.
L’età adulta oggi sembra sprovvista di un “libretto delle istruzioni” e di una “carta di navigazione”. Se da una parte ciò sembra essere un problema, dall’altra potrebbe anche offrire delle possibilità inedite: quelle che ci possono venire dal liberare fantasia e creatività nell’affrontare le sfide del nostro tempo.
Il Dossier che segue lavora esattamente in questo ambito. Siamo grati a Raffaele Mantegazza – uomo di grande mediazione tra la pratica educativa e il pensiero pedagogico, da sempre amico e collaboratore di NPG – per le sue riflessioni sapienti e feconde. Certamente aiuteranno ogni operatore di pastorale giovanile a crescere nella sua adultità umana, educativa e pastorale.
NOTE
[1] H. Byung-Chul, Sobre Dios. Pensar con Simone Weil, Paidós, Barcelona 2025.
[2] Cfr. J. Habermas - J. Ratzinger (a cura di G. Bosetti), Ragione e fede in dialogo, Marsilio, Venezia 2005.
[3] V. Rosito, Postsecolarismo. Passaggi e provocazioni del religioso nel mondo contemporaneo, EDB, Bologna 2017, 74. «È dunque una società postsecolare quella orientata anche epistemicamente alla persistenza di comunità religiose» (ivi, 75).
[4] R. Màdera, Nel labirinto del desiderio. Ricerca di senso e sfida del non senso nel conflitto dell’appartenenza e del disorientamento, in G. Colombo (ed.), Religione e fede nell’età secolare, Vita & Pensiero, Milano 2013, 143-158, 143.
[5] In ambito italiano segnaliamo alcune ricerche condotte negli ultimi dieci anni: R. Bichi - P. Bignardi (ed.), Cerco, dunque credo? I giovani e una nuova spiritualità, Vita & Pensiero, Milano 2024; P. Bignardi, Metamorfosi del credere. Accogliere nei giovani un futuro inatteso, Queriniana, Brescia 2022; P. Bignardi - F. Introini - C. Pasqualini (ed.), Oasi di fraternità. Nuove esperienze di vita comune giovanile, Vita & Pensiero, Milano 2021; P. Bignardi - D. Simeone (ed.), (D)io allo specchio. Giovani e ricerca spirituale, Vita & Pensiero, Milano 2022; F. Carletti - F. Vanotti, Nel cuore dei giovani. Abitare le domande, accogliere la ricerca, annunciare in modo sfidante, LDC, Torino 2025; A. Castegnaro, Giovani in cerca di senso, Qiqajon, Magnano (BI) 2018; P. Cazzaro, Chiesa, ricalcola il percorso. In ascolto dei giovani per rinnovare la Chiesa, Cittadella, Assisi (PG) 2024; F. Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, Il mulino, Bologna 2016; G. Goccini - D. Simeone (ed.), Sulle strade del rito. La giornata mondiale della gioventù tra passato, Lisbona e futuro, Vita & Pensiero, Milano 2025.
[6] Cfr. R.P. Burge, The Nones. Where They Came From, Who They Are, and Where They Are Going, Fortress Press, Minneapolis 20232; L. Davis - M. Graham - R.P. Burge, The Great Dechurching. Who’s Leaving, Why Are They Going, and What Will It Take to Bring Them Back?, Zondervan, Gran Rapids (Michigan) 2023.
[7] P. Wator, La Pastorale Giovanile Cattolica negli Stati Uniti. Verso il suo rinnovamento a confronto e in dialogo con i modelli protestanti, LAS, Roma 2025, 64.
[8] Cfr. Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit, 25 marzo 2019, nn. 111-133.
[9] Ivi, nn. 112, 118, 124.















































