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     Giovanni 6

    Il ciclo liturgico

    del pane di vita

    Ermes Ronchi

    risortoappareaidiscepoli

     

    XVII DOMENICA B
    Tu sazi, Signore, ogni vivente (Gv 6, 1-15)

    «Il cristiano non fornisce pane, fornisce lievito.» Questa bella frase di Miguel de Unamuno ci introduce nella meditazione sul racconto di Giovanni. È il miracolo del pane, unico riportato da tutti e quattro gli evangelisti, cosa che non avviene per nessun altro prodigio compiuto da Gesù. "Il miracolo del pane": mi sembra questa la definizione migliore, perché non si parla mai di moltiplicazione del pane. «Fateli sedere» dice «e presi i pani, ringraziò e cominciò a distribuirli.» Diceva padre Turoldo: «La mia tentazione è di non chiamarlo mai miracolo della moltiplicazione, ma miracolo della distribuzione: prese e distribuì. E mentre distribuiva si moltiplicava».
    Credo sia più facile moltiplicare il pane che distribuirlo. C'è tanto di quel pane sulla terra che a distribuirlo basterebbe a tutti. Provate, infatti, e tutti ne facciamo l'esperienza triste, provate a distribuire, a condividere, provate a dividere tra gli stessi fratelli in modo giusto l'eredità, i beni ricevuti... Tutti, invece, a moltiplicare i beni, nessuno a distribuire. Il cristiano è chiamato, allora, a fornire al mondo non dei beni, ma un lievito particolare al pane di cui abbonda la terra, il lievito che muove quel ragazzo, «un ragazzo» – perché «dei piccoli è il regno dei cieli» (Mt 18, 10) – «che ha cinque pani d'orzo e due pesci», li mostra ad Andrea e Andrea lo dice a Gesù; Gesù prende i pani e i pesci e rende grazie. Certamente rende grazie a Dio, ma amo pensare che ringraziò anche quel ragazzo, capace del primo miracolo, capace di fornire il lievito del miracolo, generosamente capace di donare tutto quello che aveva.
    Dona poche cose, ma dona tutto quello che ha. Come quella vedova ammirata da Gesù, che getta gli ultimi due spiccioli nel tesoro del tempio (Mc 12, 42): si fida completamente, rischia la sua fame.
    È questo il primo miracolo: che Gesù sappia cambiare così il cuore, e cambiare così i desideri, e cambiare così i valori. Il nostro modello non sono gli apostoli, oggi, ma questo ragazzo senza nome e senza volto, che con il suo dono innesca la spirale prodigiosa del miracolo, tutta la sua disponibilità, significata anche dai numeri.
    Nel brano del Vangelo di oggi i numeri sono importanti. Il 7 (5 pani + 2 pesci) dice la totalità della disponibilità. Certo è inadeguata, così come sono inadeguati per Eliseo e il suo servo i venti pani d'orzo (cf. 2Re 4, 42-44). Ma allora subentra Gesù, allora c'è una parola che deve diventare lievito per la vita: Eliseo, il profeta, insiste: «Dallo da mangiare alla gente!». E il servo risponde: «Ma come posso mettere venti pani davanti a cento persone?». E il profeta ancora: «Dallo da mangiare!».
    Questa è la parola che ci fa passare dal piano materiale a quello spirituale: perché il pane per me è un fatto materiale, ma il pane per mio fratello è un fatto spirituale. Il mio pane è un fatto materiale, il nostro pane è un fatto spirituale. Il problema non è la penuria di pane, ma la penuria di fede nella parola che diventa lievito, che ci spinge alla condivisione, che ci chiama a fare di tutto ciò che abbiamo, di tutto ciò che siamo, dei sacramenti di comunione.
    La vita pubblica di Cristo comincia con la tentazione del pane nel deserto: «Converti queste pietre in pane» e termina con il pane: «Prendete questo pane: è il mio corpo. Prendete questo calice: è il mio sangue». Dalla fame di pane alla fame di Dio. Ma chi di noi ha davvero fame di Dio? Gesù si fa pane perché in noi c'è una fame che non è solo quella delle calorie necessarie alla sopravvivenza.
    A quest'altra fame si rivolge Gesù, in questo racconto pieno di simboli bellissimi: è ormai primavera, è tempo di pasqua, c'è il monte, grande simbolo, c'è l'erba che richiama i pascoli e il pastore, ci sono i numeri, c'è il ragazzo, i dodici canestri. Allora ci chiediamo: in questa corsa della vita, in questa furia di vivere che ci prende tutti, ci preoccupiamo di moltiplicare dentro di noi le sorgenti interiori che ogni giorno rinnovano la gioia di vivere e il desiderio di comunicare la vita? Vorrei chiedere a me e a voi: di che cosa abbiamo fame? O abbiamo soltanto fame? Oppure abbiamo fame di amore per noi e per gli altri, fame di Dio per noi e per gli altri, fame di felicità per noi e per gli altri? Perché noi siamo fatti per la felicità, ma non ci preoccupiamo di moltiplicare dentro di noi le sorgenti interiori che sole danno la felicità. Noi siamo fatti per essere saziati, è vero, ma lo sentiamo dentro di noi il desiderio di andare più lontano del semplice grido del corpo?
    O siamo come quei cinquemila che si interessano del pane, ma non di colui che dà il pane? Da chi andremo, Signore? Tu solo dai il pane. Il vero discepolo dice: «Da chi altri andrò, Signore? Tu solo hai paroleche colmano le profondità della vita». O siamo come la folla che cerca se stessa, non il Cristo, che vuole un re, ma non le interessa un padre? La folla è religiosa solo in apparenza. In realtà cerca un profeta a disposizione, che non sia tanto voce di Dio, ma che plachi la voce del corpo. Vuole un Dio a disposizione, contro tutte le angosce, le fatiche, i pianti, vuole un operatore di miracoli, non un Dio come abbraccio incoraggiante. E noi, quali domande rivolgiamo al Signore? Forse un esame serio di che cosa domandiamo a Dio potrebbe rivelarci la qualità della nostra fede. Noi quale Dio cerchiamo? Un Dio che sia facile risposta ai nostri bisogni di pane, di salute, di sicurezza?
    Un Dio che tolga le paure che popolano il cielo del cuore? Oppure il Dio che dà profondità a tutto ciò che dico e faccio, il Dio che è il mio affamatore, che placa la fame ma poi la suscita ancora?
    Colui che mi chiama sempre più al largo, colui che mi dice: ama e dona. Ama con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze, con tutto. Colui che dice: non accontentarti, sei fatto per un più grande respiro, per un più grande amore e l'unico aggettivo che vale è "tutto".
    Ed ecco, alla fine, il grande, umile segno messianico: oltre il pane, un altro segno: «Gesù si ritirò sulla montagna tutto solo». Il brano inizia con la folla e termina con la solitudine. Tra la folla e la solitudine c'è l'infinita distanza che indica il nostro cammino verso la ricerca non del pane ma di Dio. O, almeno, non del mio pane, ma del pane per mio fratello.
    Vorrei terminare con una piccola preghiera che la nostra comunità di tanto in tanto dice quando si riunisce per la mensa:

    Signore dona il pane a chi ha fame
    e dona fame di cose grandi a chi è sazio di solo pane.
    Donaci, Signore, il pane, la gioia, l'amore,
    perché per il pane, la gioia e l'amore tu ci hai creati.
    Amen.


    XVIII DOMENICA B
    Il pane di Dio è colui che discende dal cielo (Gv 6, 24-35)

    La folla ha inseguito Gesù sull'altra riva del lago. Questo inseguimento ha qualcosa di commovente e di emblematico. È segno di una domanda che invoca risposta. Sono poche e semplici le leggi fondamentali del vivere: tra queste c'è la legge primaria della fame e della sete. «Forse Gesù può risolvere per sempre l'assillo del pane quotidiano» pensa la gente, e il lago si riempie di barche e di illusioni. Seguiamo il brano di Giovanni, tutto ritmato su domande e risposte tra la folla e Gesù.

    1. «Rabbi, quando sei venuto qua? Noi ti stiamo cercando, perché ti nascondi? Abbiamo bisogno e desiderio.» E Gesù svela la sua distanza. Cristo che ha sfamato la folla ora si fa l'affamatore della folla: «Molto di più di un lago c'è di mezzo tra me e voi. Voi avete fame, ma io voglio svegliare in voi una fame diversa, per un pane diverso. Procuratevi il cibo che non perisce, quello che dura per la vita eterna». Sono i due uomini di cui Paolo parla nella Lettera agli Efesini (4, 17.20-24): l'uomo vecchio e l'uomo nuovo.

    2. Nasce allora la seconda domanda della folla, che sembra aver accolto la provocazione di Gesù: «Cosa dobbiamo fare in concreto per avere questo pane?». Ed ecco la risposta sorprendente: «Credere in colui che Dio vi ha messo sulla strada. Sono io che riapro le vie del cielo, sono io che do senso, profondità, futuro, forza e canto alla vita». «Il Signore è mia forza, mio canto, egli la mia sola salvezza» (Sal 118, 14). La vita è forte, la vita canta solo con questo pane.
    Alla provocazione di Gesù: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato», contestazione alla nostra fede così spesso legata alle grazie, agli interventi di Dio, vorrei rispondere con una preghiera molto bella di un padre della chiesa armena, Gregorio di Narek:

    Aspiro al donatore più che ai suoi doni.
    Non è tanto dal legame della speranza

    quanto dalla forza dell'amore che io sono attratto.
    Non è dei doni,
    ma del Donatore che ho sempre la nostalgia.
    Non è la gloria a cui aspiro,
    ma è il Glorificato che voglio abbracciare.
    Non è per il desiderio della vita,
    ma per il ricordo di colui che dà la vita
    che costantemente mi consumo.

    Non è dietro il desiderio di godimenti che sospiro,
    ma per il desiderio di colui che li prepara.
    Non è il riposo che io cerco,
    ma il Volto di colui che dona riposo
    che io domando supplicando.
    Non è per il banchetto nuziale,

    ma per il desiderio dello Sposo che languisco.

    C'è un'opera che precede tutte le altre opere, c'è un fare che vale più di ogni altro fare, priorità delle priorità: è il credere in Cristo. Se ci domandassimo: «Cosa cerca la gente, oggi? Di che cosa ha fame? Che cosa posso fare? Che cosa posso dare loro?», sappiamo la risposta: «Devo credere, mostrare e dimostrare che Cristo è pane e respiro, è forza e canto della mia vita». Questa è la prima opera, la più importante. Il resto è una conseguenza. E quando mi chiedo: «Ma di che cosa ho fame? Che cosa mi manca? Cosa sto cercando?», so la risposta. La prima opera è fidarsi e fondarsi su colui che è forza e canto della vita. La folla capisce che questo è il punto di svolta e pone a Gesù la terza domanda.

    3. «Quale segno fai perché vediamo e possiamo crederti? Mosè ci ha dato la manna, ma tu che ci dai?» Gesù risponde cambiando i tempi, dal passato al presente, dal Sinai al lago di Galilea: «Non interpretate Mosè come soggetto. Non lui ha dato, ma Dio, il Padre, oggi, dà». Dio dona, oggi, un pane dal cielo. Dio dà. Due parole semplicissime eppure chiave di volta del Vangelo. Dio non chiede, Dio dà. Dio non pretende, non esige, Dio dà. Non dà pane in cambio di potere, non dà pane in cambio di un regno sulle anime. Dio dà la vita al mondo. Per noi cercatori di vita, per noi affamati di vita sono queste parole: Dio dà vita. E la folla capisce, la folla insieme a noi dice: «Dacci sempre di questo pane». E la domanda diventa ordine. L'interrogativo diventa ingiunzione. La ricerca è finita, si placano le domande. «Io sono il pane della vita». Gesù annuncia la sua pretesa: «Io ho saziato per un giorno la tua fame, ma posso colmare tutta la tua vita». Lui solo può colmare le profondità dell'esistenza. Le cose, lo sappiamo, non bastano. Sentiamo di aver bisogno di qualcuno più che di qualcosa. E quando, però, qualcuno, cioè le persone ci hanno dato tutto ciò che potevano darci: affetti, stima, amore, ci accorgiamo improvvisamente di proclamarci reciprocamente immortali stringendo la morte fra le braccia. Nemmeno le persone colmano la vita. E se ne vanno, infatti, e mi limitano, e dicono: «Accontentati di noi». Dio però ci ha fatto il cuore più largo e più fondo di tutte le creature della terra messe insieme. L'uomo nasce affamato, ed è la sua fortuna.
    Il bambino ha fame di sua madre ed ella lo nutre di latte e di sogni. Il giovane ha fame di amare e di essere amato. Gli sposi hanno fame l'uno dell'altra e di qualcuno in cui si incarni il loro amore. Eppure, quando la famiglia è completa e felice, dovrebbe sentirsi appagata. E invece l'uomo ha bisogno, a quel punto ancora, di condividere con altri questa felicità sempre minacciata. L'uomo ha fame e paura, desidera amici e teme tradimenti, ha fame di corpi e improvvisamente anche di infinito e di eterno. La risposta a questa fame non è tra le cose create: la pienezza della vita non è dentro la vita. È fuori: un pane dal cielo.
    E infatti tutti i miracoli di cui è disseminato il Vangelo richiamano questa verità: non tutto si risolve nelle leggi che vedi, nelle regole che sai. Ci sono anche leggi e regole invisibili, nascoste in Dio, ma reali. «Io sono il pane della vita.» Pane è parola piena di significati e di gioia; non indica solo quel pugno di farina passato al fuoco, ma indica tutto ciò che serve a mantenere la vita. Indica amore, senso, libertà, coraggio, pace, energia. Tutto questo è il nostro pane quotidiano. Tutto questo è Cristo, il pane della vita. Ma di quale vita intende essere pane Gesù?
    C'è una vita che sale dalla terra, e la sentiamo forte e chiara. C'è una vita che discende dal cielo, e la desideriamo come i cercatori del lago di Galilea. C'è in noi una vita che è istinto di conservazione e una che è istinto di dono. Abbiamo una vita come istinto di difesa e una come bisogno di comunione. Vita di terra e vita di cielo in lotta. Gesù è colui che nutre la nostra parte di cielo, la parte di eternità deposta in noi. Gesù è energia perché giunga a maturazione l'uomo celeste che è in noi, in me, affinché sboccino amore e libertà nel tempo e nell'eterno. Gesù come energia, perché il pane è l'energia del vivere. Allora il mondo si muove se noi ci muoviamo, il mondo muta se noi mutiamo. Il mondo si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura. La primavera, infatti, comincia con il primo fiore, la notte con la prima stella, il fiume con la prima goccia d'acqua, l'amore con il primo sogno (Mazzolari). Ciascuno di noi può essere questo piccolo inizio se riparte dalla prima opera, la più importante: credere in colui che solo nutre e colma le profondità della vita.


    XIX DOMENICA B
    Io sono il pane vivo disceso dal cielo (Gv 6, 41-51)

    Ci lasciamo guidare, oggi, dalla grande figura del profeta Elia (1Re 19, 4-8). «Ora basta, Signore!». Elia il più grande dei profeti, Elia che è come una lama di fuoco in Israele, Elia vuole morire. È braccato, deve fuggire dalla reggia, è cercato a morte e si addentra nel deserto. Lui così grande che Gesù stesso gli è paragonato [«Egli è quell'Elia che deve tornare» (Mc 9, 1113)], oggi è così stanco, così scoraggiato che dice: «Ora basta, Signore! Prenditi questa vita. Non ce la faccio più!». E invece il profeta sconfitto vede accanto a sé un angelo. Nella Bibbia l'angelo è sempre segno dell'intervento di Dio, è quella realtà misteriosa che ti dà la certezza di non essere mai abbandonato, di non essere mai solo. Qualcuno è con te, capace di toccarti, capace di svegliarti dal sonno, di dirti: «Alzati!», di dirti: «Mangia!». Quante volte anche noi, come Elia, vediamo attorno solo deserto. Quante volte il senso dell'inutilità, dello scoraggiamento, ci ha fatto dire: «È tutto inutile! Non cambia nulla. Non vale la pena esser profeti, non serve a niente fare i testimoni del Vangelo. C'è solo deserto...». Ma la parabola di Elia ci dice cose bellissime: il nostro scopo è raggiungere il monte di Dio, l'Oreb.
    La nostra vita è profezia, è cammino mai abbandonato. E anche noi, però, sentiamo vere le parole dell'angelo quando viene di nuovo e dice a Elia: «Troppo lungo per te è il cammino». Troppo lungo il cammino, troppo deserto, troppo dolore. Quante volte queste parole sono salite alla labbra! Quante volte in questa chiesa, da persone (profeti, angeli, fuggiaschi della vita? non so) ho sentito dirmi: «Padre, non ce la faccio più; troppo deserto, troppo dolore. La vita non la amo più». E ti senti impotente, non sai che parole cercare, non sai come aiutare. Ma è la parabola del profeta Elia che si ripete. E la sua vicenda può davvero esserci di aiuto. Ecco un angelo, c'è una mano, non sei mai stato abbandonato; Dio viene. «Elia guardò e vide una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d'acqua.»
    Dio interviene. Ma per la stanchezza di Elia non fa trovare un cavallo legato al ginepro, bardato e pronto al galoppo per attraversare la desolazione del deserto o la desolazione del cuore. Solo un po' di pane. Solo un po' d'acqua. Il quasi niente, che per noi, per la nostra vita sazia sembrano un castigo. E invece sono gli alimenti primi, i più semplici, i più necessari. Eppure Dio interviene così perché il pane risveglia la mia forza, perché l'acqua risveglia il mio corpo. Non c'è nessun mezzo di trasporto a sostituire la mia fatica. C'è invece pane come forza della mia forza, energia della mia energia, sostegno della fatica che rimane. Sarà il diavolo a trasportarti sul monte, come ha fatto con Gesù. Dio, invece, è forza perché tu attraversi il deserto, perché tu lo conquisti passo dopo passo, perché tu abbia così tutta la libertà, tutta la forza e raggiunga, dolore su dolore, il monte Oreb, il monte della vita.
    Così Dio interviene. Sempre. È lui la forza, per cui anche dentro le più terribili tempeste della vita tu continui a remare. È lui per cui nella notte continui a vegliare fissando con gli occhi la linea dell'oriente, è lui per cui continui ad amare la vita anche nella malattia più grave. Dio interviene. Dio è qui. Non con l'alternativa del miracolo clamoroso, che capovolge la situazione, che ti toglie dinanzi il deserto o ti trasporta sui monti, bensì con la forza delle cose semplici, non clamorose, con quell'apparenza di inutile che hanno il pane e l'acqua, e tutte le cose essenziali. E risveglia così l'energia dell'uomo e la libertà creatrice dell'amore. Quante volte possiamo dire che Dio non viene con miracoli, ma è il respiro del mio respiro, è forza della mia forza, è amore in ogni amore, vita della mia vita, coraggio del mio coraggio. E resta il dolore. E tutta la fatica, perché l'angelo non porta al profeta l'anestesia dalla fatica e dal sole.
    Il miracolo è allora camminare senza miracoli, se non la vicinanza di un angelo e la forza prodigiosa dell'amore e del pane e del giorno di vita che oggi mi è dato e che è l'annunciazione di Dio, il mio angelo. E questo perché il merito non sia delle cose o dei mezzi, ma del cuore del profeta. Ecco l'atto di fede: Dio sarà presente, ti vedrà addormentato sotto il ginepro della stanchezza. E verrà con le cose elementari e più necessarie: pane, acqua, sonno, che rispondono alle pulsioni più umili e necessarie della vita. Sono così poche le cose assolutamente necessarie!
    Ma ce n'è una ancor più necessaria: avere un angelo accanto, la divina dolcezza di un angelo, uno che ti tocchi, uno che ti parli, uno che ti sia vicino e vegli accanto all'orcio dell'acqua e popoli questo deserto. Quante volte nei giorni dello sconforto e dell'abbandono è bastato un segno di Dio: forse una liturgia, una preghiera, un incontro, un amico, una telefonata, una lettera, qualcuno che ha riacceso in noi il motore luminoso del desiderio e della speranza. Ed era l'angelo di Dio! Fortunati coloro che possono dare nome e volto familiari a questo angelo!
    Ciascuno di noi può anche diventarlo per gli altri: essere questo angelo, che non giudica, non rimprovera il profeta, non fa prediche, non condanna. Solo sta vicino, e tocca, e parla, e veglia, e infrange il deserto, e ti fa scoprire un cammino, un monte oltre il deserto, uno scopo alla vita. Ti indica l'Oreb, luogo dell'incontro con la vita, con Dio. Ciò ci aiuta a capire il Vangelo di oggi, dove Dio stesso si fa cibo e nutrimento, perché tu non venga meno lungo la strada.
    «Io sono il pane disceso dal cielo.» «Io sono il pane della vita.» «La mia carne per la vita del mondo.» Dio stesso si fa nostro viatico lungo la strada perché nessuno si senta solo o abbandonato. E noi ogni domenica veniamo qui a celebrare il sacramento del pane e della parola, a nutrire la vita. «Chi mangia questo pane vivrà in eterno.» Gesù afferma oggi una verità fondamentale e semplicissima: io faccio vivere. Io alimento la vita, quella che non ne può più, come quella di Elia, quella che ritiene il cammino troppo lungo, quella che dorme nel deserto. Io faccio vivere, dice Gesù. Il segreto della nostra vita è oltre noi. Discende dal cielo, come il pane.
    È la comunione con Dio il segreto della vita. Qualcuno è disceso dal cielo a ricordarci che non viviamo la storia da soli, che c'è un amore che come onda impetuosa viene a battere sui nostri promontori, che attraversa deserti e crea sorprese di pane, di acqua e di angeli. È disceso dal cielo perché la terra non basta,perché a nessun figlio prodigo bastano le ghiande contese ai porci. Ha invece nostalgia del pane di casa. La nostra casa è il cielo. Dice oggi Paolo: «Siate imitatori di Dio» (Ef 5, 2). A noi basterebbe avere nostalgia di Dio. E del pane di casa. «Siate imitatori di Dio»: non solo date il pane e l'acqua, ma diventate pane. E siamo alla ricerca di quel coraggio, di qualcuno che ci faccia diventare dono, come lui, che ci faccia diventare pane, come lui, che ci faccia diventare tutti, gli uni per gli altri, pane e angelo, compagni nel deserto, compagnia oltre il deserto, fino al monte di Dio, l'Oreb, nel cui nome è racchiuso l'oggi di ogni desiderio e il domani dell'eternità.


    XX DOMENICA B
    Chi mangia la mia carne dimora in me e io in lui (Gv 6, 51-58)

    Un breve Vangelo di soli otto versetti. E Gesù a ripetere per otto volte: «Chi mangia la mia carne vivrà in eterno». Divina monotonia, incalzante certezza da parte di Gesù di possedere qualcosa che capovolge la vita chiamata alla morte. Per otto volte Gesù ci parla di un Dio che si dona: «Prendete la mia carne e mangiate». Il dono è una necessità di Dio. Farsi pane è un bisogno di Dio.
    Ecco il cuore, il genio del cristianesimo: non più un Dio che domanda agli uomini offerte, doni, sacrifici, ma un Dio che offre, sacrifica, dona, perde se stesso dentro le sue creature, come lievito dentro il pane, come pane dentro il corpo.
    L'eucaristia che siamo qui a celebrare risponde innanzi tutto non ad un bisogno nostro, ma a un bisogno di Dio, bisogno fondamentale, perché egli non può non donarsi, e donare tutto se stesso, ed entrare in comunione, e diventare me stesso. Ed è lui che viene in cerca. È lui «che sta alla porta e bussa e attende che gli si apra» (Ap 3, 20). La nostra processione, durante la messa, per venire a prendere la comunione è solo una pallida eco della sua eterna processione verso di noi. E lui il primo incamminato e io non faccio altro che non fuggire, che lasciarmi raggiungere e accogliere e ringraziare. Questo è eucaristia: mio ringraziamento a un bisogno di Dio.
    La comunione è un bisogno di Dio che fonda e spiega tutti i bisogni dell'uomo. Dei quali il primo, il solo, il più grande, forse l'unico, è quello di uscire dalla solitudine, di comunicare con l'altro, di essere in comunione, di riversare vita in altre vite e poi di comunicare con qualcosa che non abbia fine, che non sia sottomesso all'usura della fragilità e all'offesa del tradimento così facile.
    Oggi mi consola il desiderio di Dio: sapermi desiderato nonostante tutte le mie distrazioni, nonostante questa vita superficiale, nonostante tutte le luci spente dentro di me. Sapermi desiderato è la grande consolazione. So che il mio desiderio di Dio è così poco affidabile, soggetto al gelo improvviso delle emozioni. Ma oggi io conto sul desiderio di Dio, ed è pace, è serena forza.
    C'è un'altra parola di Gesù nel brano di oggi che è parola chiave: la vita eterna. È la vita di Dio in noi. Noi veniamo in chiesa portando all'altare la nostra fame di bellezza, di verità, di amore, di vita che non conosca tramonto. Veniamo dopo aver mendicato a tante porte. Abbiamo trovato pane che ci sembrava manna preziosa, ma il mattino seguente era già insipido, decomposto. Abbiamo seguito promesse e seduzioni, ci siamo anche saziati di pane, di piaceri, di denaro, di vanità, di benessere, ma non possiamo dire d'essere saziati davvero.
    Qui, ora, davanti all'altare, in questi giorni di città deserta e distratta, con liturgie quasi vuote e spoglie, apparentemente non c'è nulla di quello che cerchiamo. Ci sono parole, c'è un mistero, ma è povertà. C'è un piccolo pane bianco, lieve, che non ha sapore, che è silenzio, profondissimo silenzio. La vita sembra esplodere altrove, sulle spiagge, sui monti, nei grandi raduni, ove i giovani cantano gioiosi.
    Ma cosa mi può dare questo po' di pane, lieve come un'ala, povero come un boccone così piccolo da non saziare neppure un bambino? Cosa mi può dare? Eppure so che è Dio che mi cerca, Dio in cammino verso di me, Dio che è arrivato, Dio che assedia i dubbi del cuore, Dio che entra, Dio che trova casa. L'amore cerca casa. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna.» Ha la vita. Verbo al presente, adesso, subito, già da ora la vita si trasfigura. C'è una trasmutazione di gradino in gradino, di luce in luce, di amore in amore: l'amore ha trovato casa, ora. E forse per troppo breve tempo, ma ora ho la vita eterna. Una preghiera che diremo all'offertorio racchiude in sé un'affermazione bellissima, un'intuizione illuminante:
    In questo misterioso incontro tra la nostra povertà e la tua grandezza, noi ti offriamo le cose che tu ci hai dato e tu donaci in cambio te stesso.
    Questo è la fede: incontro tra la povertà nostra e la grandezza di Dio.
    Questo è la fede: un uomo che si arricchisce, una umanità che si carica di cielo. Il cristianesimo non è figlio di sacrifici, ma è un'addizione di vita più vita. L'amore di Dio altro non è che ricchezza in cerca della nostra povertà, eternità in cerca della nostra vita fragile, vita che cerca la nostra vita.
    Lasciamoci raggiungere da questa vita che è dovunque. È chiusa come fiamma nel vangelo di Cristo; ascende nella verticalità degli alberi; è nella vita minima e inconsapevole dello stelo d'erba; è nel grido vittorioso del bambino che nasce; è nel bacio degli innamorati; è nelle lacrime dei morenti; è perfino nel sogno immobile della pietra; è in ogni rinuncia per un più grande amore; è nel dono che non chiede ricompensa, ma è soprattutto in Cristo, energia imprudente e bellissima di comunione, ed è in questo pane che all'offertorio solleverò verso Dio spinto in alto da tutto il desiderio della terra, ma prima ancora attratto dal desiderio di Dio; è incontro tra la nostra povertà e la sua grandezza. E qui è la vita che non morrà mai più.
    Mangiare e bere la carne e il sangue. Sono parole difficili, che però non indicano la fisiologia del corpo umano, ma l'essenza della persona. Indicano il segreto vitale di un essere vivente. La carne e il sangue indicano l'uomo vivo e tutta la sua storia. Mangiare la carne di Cristo indica, allora, fare propria la vicenda di Cristo, cogliere il suo segreto vitale, il suo nucleo incandescente. Chi fa proprio il segreto di Cristo, costui ha la vita. E il suo segreto qual è se non la pasqua? Un Dio di carne e di sangue che muore per amore. Dobbiamo mangiare la sua vita, dobbiamo mangiare la sua passione, le sue passioni. E avremo la sua pasqua. Prima di tutto la sua passione per Dio e poi la sua passione per gli uomini. La sua passione per il cielo e la sua passione per la terra.
    E noi, invece, siamo gente senza passione. Un po' di desideri, forse, un grumo oscuro di sentimenti ci basta per vivere. In apparenza. Canta Ungaretti: « Signore, il tuo cuore è la sede appassionata dell'amore non vano».
    Ecco cosa ci fa diventare il misterioso scambio tra la nostra povertà e la sua ricchezza: sedi appassionate di amori non vani. Anche noi casa di amori non vani, anche noi luogo dove l'amore ha trovato casa.


    XXI DOMENICA B
    Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita (Gv 6, 60-69)

    Questo linguaggio è duro. Per tre volte nei Vangeli risuona questa accusa rivolta a Gesù: per le esigenze del matrimonio, per la necessità della croce, e ora qui con «la sua carne data da mangiare». Ci sono pagine dure nel Vangelo e ogni discepolo lo sa: ma sono le sentenze che giudicano la nostra mediocrità. Ho imparato che ci sono colpi duri nell'amore di Dio, ma mai la fredda indifferenza della morte. Colpi duri che spezzano la conchiglia per estrarre la perla. Colpi che ti inchiodano alla croce, ma poi, tu che credevi di portare la croce, ti accorgi che è la croce a portare te: verso profondità e delicatezza e passione del vivere.
    Quando mi metto davanti alla parola di Dio e ascolto con il cuore attento, provo talvolta l'impressione che il vangelo è una dolce forza. Talvolta lo sento meta impossibile: sempre a pensare in grande, sempre a volere in grande. E oltre la logica, oltre la norma. La parola scende talvolta come rugiada e acqua viva, talvolta come spada. Il linguaggio duro è linguaggio di lotta. Di lotta cosmica contro il nemico, di lotta personale contro il male.
    Perché amare tutti? Perché «amare i nemici», addirittura! Perché spingere il cuore a queste vertigini? Questo linguaggio è duro. E poi: «Le prostitute ci precederanno nel regno di Dio...» Ma Gesù parla in due modi diversi nel vangelo. Quando si rivolge alle folle e al gruppo dei discepoli, egli mette davanti il più grande ideale, l'obiettivo alto, il cammino scosceso, la via scabra. «Porgi l'altra guancia» (Mt 5, 39), «siate perfetti come il Padre» (Mt 5, 48), «chi dirà anche solo stupido al fratello, sarà condannato» (Mt 5, 22).
    Ma quando invece si rivolge al singolo, all'individuo ferito o cercatore, Gesù è solo accoglienza e misericordia. Davanti al volto di un uomo, figlio prodigo o donna perduta, Gesù è solo tenerezza e perdono. Prima viene la persona e la sua fame d'amore, o la sua paura di morire. «Neppure io ti condanno, va' e d'ora in avanti...» (Gv 8, 11). Innanzi tutto la perso-na: «Perché il Padre vuole che nessuno si perda» (Gv 6, 39), neanche il bandito. «Oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23, 43).
    Gesù conosce e accoglie la fatica del camminare. E l'ideale alto risplende come contestazione delle nostre stanchezze, come grido nel sonno che ci risveglia: ma l'ideale non prevale sulla persona.
    Noi non saremo giudicati se avremo raggiunto l'ideale, ma se non ci saremo mai arresi e se avremo camminato verso di esso: irraggiungibile, sognato, temuto, mai raggiunto... e già perduto.
    Nessuno può essere perfetto come il Padre, eppure «siate perfetti come lui». Nessun uomo riuscirà mai ad «amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Mt 22, 37), perché l'uomo ama con parte del suo cuore d'ombra, ma solo Dio ama con tutto il cuore. Eppure il discepolo ci proverà: fino all'ultimo giorno... Noi viviamo istanti d'amore, solo Dio è l'amore stesso. Istanti qualche volta vissuti con totalità e sono ciò che abbiamo di più sacro e ogni atto umano compiuto con intensità ci avvicina all'assoluto di Dio: ma non saremo mai perfetti.
    Il sistema della perfezione, se capito male, è pericoloso. «Volete andarvene anche voi?» e a nome nostro Pietro risponde. Non contesta la durezza del linguaggio di Cristo. Pietro inciampa nella paura, balbetterà di paura, il Maestro gli dirà perfino: «Va' indietro, satana» (Mt 16, 23), perché non aveva capito il duro linguaggio della croce. Ma Pietro ha scoperto l'altra caratteristica del linguaggio di Cristo: «Tu solo hai parole che fanno vivere». Tu solo sai annunciare cose che fanno viva finalmente la vita. Vicino a te ho scoperto la vita. Senza di te vivere non è più vivere.
    La tua parola è dura: la tua parola dà vita. «Da chi andrò Signore?» Ora che ho gustato cos'è la vita, di quale altro sapore mi posso accontentare?
    Questo è l'atto di fede di tutti i discepoli di sempre, atto di fede da ripetere e rinnovare oggi, ogni giorno: «Da chi andrò, Signore? Tu solo hai il segreto della vita». Io voglio vivere, voglio più vita. Per questo vengo dietro a te, dietro alla frusta e alla spada della tua parola. Dietro al fascino e al miraggio della tua parola: perché voglio vivere...
    Gesù non dice cose che accarezzano l'orecchio. Non dice ciò che è facile, ciò che pensano tutti: ma ciò che fa vivere. Lui è venuto solo per questo: «Perché abbiamo la vita e in abbondanza». Anzi, l'abbiamo in eternità... C'è un delicato, gioioso egoismo della fede, ed è la fame di vita. E Dio si fa pane, si fa vino. Vertice altissimo e «ospite che bussa alla porta». Via scoscesa e amico alla tua mensa. Centinaia di vie l'uomo ha inventato e intrapreso per camminare verso Dio. Una sola è quella intrapresa da Dio per camminare verso l'uomo: la via di Gesù, la parola del Padre. Ed è l'unica via che ci porta alle sorgenti del creato, alla fonte stessa della vita.
    Il nostro compito è solo di accogliere la parola. Questo seme di fuoco in noi è così forte, che spezzerà le cortecce dure, che risveglierà le correnti dell'amore e della libertà. Dell'audacia. Accogliere la parola di vita: e poi tutto è sufficiente. Anche un bicchiere d'acqua, o anche pochi passi con chi ha paura. E cadere e ripartire: purché tu voglia allargarmi il cuore. Tu, Signore...
    La via cristiana è una e inequivocabile: accogliere Cristo, come parola che crea, attorno e dentro l'uomo, spazi di più alta e più nobile umanità. E che brucia tutto ciò che separa l'uomo da Dio, l'uomo dall'uomo. E con le cose e gli esseri nasce un rapporto che è di venerazione e di amore, di attenzione appassionata e rispettosa, di dedizione pronta e gioiosa. E tutti gli esseri, le cose e gli animali e le persone, sentendosi compresi e amati, esultano e fioriscono di vita vera.
    Solo chi si sente amato fiorisce. E la parola di Pietro sarà parola di tutte le creature: «Tu solo hai parole che fanno viva finalmente la vita». Tu solo fai dei nostri istanti un presagio e un frammento di eternità.

    (da: Ha fatto risplendere la vita, Servitium 2003, pp. 186-207)

     



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