Il capitolo 6 di Giovanni
Enzo Bianchi
La moltiplicazione dei pani
XVII domenica del tempo Ordinario B
¹In quel tempo Gesù passò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, ²e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. ³Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. ⁴Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. ⁵Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». ⁶Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. ⁷Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». ⁸Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: ⁹«C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». ¹⁰Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. ¹¹Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. ¹²E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». ¹³Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. ¹⁴Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». ¹⁵Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
Gv 6,1-15
Gesù appare come il Profeta escatologico, che non soccorre solo la fame, il bisogno umano di mangiare per vivere, ma fa il dono del suo corpo, amando i suoi fino alla fine. Nel gesto di Gesù vi è il venire incontro al bisogno umano ma anche la narrazione dell’amore di Dio, amore gratuito e sovrabbondante, eccessivo, che non chiede contraccambio, ma solo accoglienza e ringraziamento.
L’ordo delle letture bibliche dell’annata liturgica B ha previsto che, giunti nella lettura cursiva di Marco all’evento della moltiplicazione dei pani (cf. Mc 6,35-44), si interrompa la lettura del vangelo più antico e la si sostituisca con la lettura dello stesso episodio narrato nel quarto vangelo. Per cinque domeniche si legge dunque il capitolo 6 di Giovanni, un testo che richiede una breve introduzione generale.
In verità questo capitolo, tutto incentrato sul tema del “pane di vita”, che mai appare altrove, sembra piuttosto isolato nello svolgimento del racconto giovanneo. Con buona probabilità, si tratta di un brano aggiunto più tardi per dare alla chiesa giovannea una catechesi sull’eucaristia, essendo il racconto della sua istituzione mancante nel quarto vangelo, sostituito da quello della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-17). Questo capitolo in ogni caso è decisamente importante nel quarto vangelo, perché proprio attraverso la comprensione eucaristica Pietro e gli altri discepoli giungono alla confessione dell’identità di Gesù: per i giudei è il figlio di Giuseppe, semplicemente un uomo della Galilea (cf. Gv 6,42), mentre Gesù dichiara di essere il Figlio di Dio, colui che è e disceso dal cielo come inviato del Padre (cf. Gv 6,57); la vera identità di Gesù è proclamata con la confessione di Pietro, che riconosce in lui “il Santo di Dio” (Gv 6,69).
Dell’evento della moltiplicazione dei pani i vangeli ci danno ben sei testimonianze perché Matteo e Marco hanno conservato due tradizioni di quel “prodigio”, recepito dalla chiesa come profetico del dono del pane eucaristico dato da Gesù ai suoi discepoli la sera della sua passione. Il quarto vangelo in modo ancora più esplicito lo narra come “segno” (semeîon) che annuncia il dono del corpo e del sangue, dell’intera vita di Gesù.
Gesù si trova in Galilea, sul lago di Tiberiade, quando decide di attraversare l’ampia insenatura per raggiungere l’altra riva, sempre sul lato occidentale del lago, forse per cercare un luogo di riposo e di preghiera. Ma “una grande folla” lo segue, e subito l’evangelista ce ne fornisce la ragione: Gesù ha compiuto molti segni sui malati, la sua azione e la sua predicazione destano stupore e curiosità. Questa sembra dunque essere un’ora di successo per lui, che sceglie di salire sul monte, come aveva fatto Mosè in occasione della celebrazione dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Viene anche esplicitata un’informazione temporale: “era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei”. Era dunque un’ora vigiliare (come l’ora dell’istituzione eucaristica), e infatti il segno che Gesù opererà sarà il segno della Pasqua cristiana per eccellenza.
Seduto in alto, Gesù ha davanti a sé la grande folla, che osserva alzando gli occhi: è una folla in attesa! Ed ecco che liberamente e gratuitamente prende l’iniziativa di dare un segno, di compiere un gesto che racconti l’amore di Dio, il quale ama così tanto l’umanità da darle in dono suo Figlio (cf. Gv 3,16). Chiama a sé un discepolo, Filippo, e gli chiede: “Da dove potremo comprare il pane per sfamare costoro?”. In realtà Gesù sa cosa sta per compiere, perché la sua intenzione è frutto della sua comunione con i pensieri di Dio, che lui chiama “Padre”. Filippo invece compie i calcoli per determinare la spesa dell’acquisto del pane per tanta gente e Andrea fa presente che i cinque pane d’orzo e i due pesci che un ragazzo ha portato con sé sarebbero assolutamente insufficienti.
Allora Gesù, con la sua sovranità, chiede ai discepoli di far adagiare la folla su quell’erba verde che ricorda i pascoli dove Dio, il Pastore, conduce le sue pecore (cf. Sal 23,2), affinché abbiano cibo abbondante. Poi davanti a tutti compie il gesto: “prese i pani e, dopo aver reso grazie (eucharistésas), li distribuì a quelli che erano adagiati sull’erba, e lo stesso fece con i pesciolini, secondo il loro bisogno”. Ecco il segno dato e i gesti che preannunciano quelli dell’istituzione eucaristica nell’ultima cena:
Gesù prende nelle sue mani il pane,
rende grazie a Dio (o lo benedice, secondo Marco e Matteo),
lo spezza
e lo dà, lo distribuisce ai discepoli.
È lui, il Cristo Signore, che dà, distribuisce () quel pane che sfama cinquemila persone, quei cinque pani che, condivisi, riescono a saziare tutti. E proprio in virtù di questa azione totalmente decisa e fatta da lui stesso, potrà dire: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51). Così Gesù appare come il Profeta escatologico, ben più di Eliseo che aveva moltiplicato i pani d’orzo (cf. 2Re 4,42-44), perché non soccorre solo la fame, il bisogno umano di mangiare per vivere, ma fa il dono del suo corpo, amando i suoi fino alla fine (cf. Gv 13,1). Il pane, che è una necessità per l’uomo, per il suo bisogno di vivere, è anche ciò che Dio dona a ogni creatura (cf. Sal 136,25). Nel gesto di Gesù vi è dunque il venire incontro al bisogno umano ma anche la narrazione dell’amore di Dio, amore gratuito e sovrabbondante, eccessivo, che non chiede contraccambio, ma solo accoglienza e ringraziamento.
Anche l’ingiunzione di Gesù “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto” ha un significato particolare: non manifesta solo l’abbondanza del pane condiviso ma significa che sempre nella comunità del Signore ci sarà il pane eucaristico, che dovrà essere conservato con cura e sollecitudine.
Il racconto di questo segno si risolve però in un malinteso. Attraverso questo segno Gesù ha voluto rivelare qualcosa della sua identità e del suo inserimento nella storia di salvezza: è il Profeta, è il Messia, è colui che rinnova e trascende in un’inedita pienezza i segni operati da Dio stesso nell’esodo, ma la gente che giunge a questa comprensione di Gesù trae delle conseguenze che egli rigetta, fino a sottrarsi e a fuggire nella solitudine. Infatti, posta di fronte a quel segno profetico e a quel prodigio della moltiplicazione del pane condiviso, la folla pensa che sia giunta l’ora di proclamare Gesù Re dei Giudei e di celebrare la sua gloria. Equivoco, malinteso che svela come anche l’acquisizione della conoscenza di Gesù possa essere sviante e tradire la sua vera identità e l’autentica intenzione dei suoi gesti.
Percepire Gesù come re al modo dei re, dei potenti di questo mondo, sarebbe negare la missione che egli ha ricevuto dal Padre e acconsentire alle intenzioni del Principe di questo mondo, Satana. Gesù è il Re dei Giudei, e tale sarà proclamato sulla croce dal titolo che Pilato farà innalzare sul suo capo (cf. Gv 19,19); ma è un Re crocifisso, nella debolezza dell’uomo dei dolori, vittima dell’odio del mondo, solidale con i perseguitati, gli oppressi, i poveri, gli scarti della storia. La numerosa folla misconosce dunque quel Gesù che ha seguito, perché lo interpreta e lo vuole secondo i propri desideri e le proprie proiezioni, non essendo disposta ad accettare un Profeta e Messia conforme al disegno di Dio. È significativo che Giovanni annoti che “volevano impadronirsi di lui per farlo re”, volevano cioè ridurlo a un oggetto, un idolo plasmato dai loro desideri, volevano un Messia con un programma mondano. Ma Gesù rifiuta perché sa che quel potere che gli vogliono dare non è il vero potere conferitogli dal Padre. Come aveva fuggito le tentazioni di potere nel deserto (cf. Mc 1,12-13; Mt 4,1-11; Lc 4,1-13), così ora si ritira nella solitudine della montagna, fuggendo dalla folla che lo acclama, discernendo l’illusione di un apparente successo, che non può né desiderare né accettare. Salendo su quel monte, da solo, lasciando a valle anche i discepoli, Gesù medita su quell’incomprensione e si affida nuovamente al Padre, affidandogli anche quella folla e quei discepoli che non avevano capito né il suo gesto né la sua intenzione.
Ma il seguito del racconto, che ascolteremo nelle prossime domeniche, ci rivelerà, attraverso un lungo discorso di Gesù, che colui che ha dato il pane in abbondanza è in verità lui stesso il pane dato da Dio all’umanità per la pienezza della sua vita.
Gesù, il pane della vita
XVIII domenica del tempo Ordinario B
²⁴In quel tempo quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. ²⁵Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». ²⁶Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. ²⁷Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». ²⁸Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». ²⁹Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». ³⁰Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? ³¹I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». ³²Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. ³³Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». ³⁴Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». ³⁵Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!
Gv 6,24-35
Il pane per la vita eterna non è un semplice dono da parte di Gesù, ma è Gesù stesso, che dona tutta la sua persona. Gesù, sì, proprio Gesù, un uomo, un ebreo marginale di Galilea, il figlio di Maria e di Giuseppe, proveniente da Nazaret, è in verità la Parola di Dio e, in quanto tale, è cibo, pane per la nostra vita di credenti in lui.
Dopo il segno della moltiplicazione-condivisione dei pani, Gesù, rifiutando l’acclamazione mondana da parte della folla che voleva farlo re perché egli le aveva procurato del cibo, era fuggito in solitudine sul monte (cf. Gv 6,14-15), lasciando i discepoli che cercavano di tornare in barca sull’altra riva del mare, verso Cafarnao (cf. Gv 6,16-17). Ma era ormai notte e una violenta tempesta si era scatenata sul lago. In quella situazione di difficoltà i discepoli scorgono Gesù che cammina sulle acque del lago venendo verso di loro e sono colti da paura. Ma egli dice: “Egó eimi, Io sono, non abbiate paura!”, poi approda con loro sulla terra ferma ed entra in Cafarnao (cf. Gv 6,18-21).
Ed ecco, “il giorno dopo” (Gv 6,22) la folla, che aveva mangiato il pane, si mette sulle sue tracce, lo raggiunge attraversando a sua volta il lago su diverse barche, e gli chiede con rispetto: “Rabbi, maestro, quando sei venuto qua?”. Gesù però, conoscendo le motivazioni di quella ricerca, non risponde alla curiosità della folla ma svela con autorevolezza quanto essa sia insufficiente, ambigua e sviante: “Amen, amen io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni (semeîa), ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Quella ricerca fa di Gesù colui che soddisfa i bisogni umani e colma la mancanza, ma misconosce la sua vera identità, quella di chi è venuto non per dare un cibo che toglie la fame materiale ma per donare ciò che nutre per la vita eterna. Quei galilei hanno visto il prodigio ma non vi hanno letto il segno, ossia ciò che quell’azione di Gesù significava. Hanno provato la sazietà ma non hanno compreso che quel pane era il dono della vita di Gesù.
Svelato dunque l’atteggiamento della folla, nella sinagoga di Cafarnao Gesù fa un lungo discorso, annunciandone il tema nelle sue prime parole: “Operate non per il cibo che perisce, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Questi, infatti, il Padre, Dio, ha segnato con il suo sigillo”. Gesù chiede ai suoi ascoltatori un impegno, rivela il dono che egli, quale Figlio dell’uomo, fa agli uomini e si manifesta come colui sul quale il Padre ha posto la sua benedizione. Occorre dunque darsi da fare, mettersi in azione per un cibo che nutre per la vita eterna. È vero che occorre darsi da fare per ricevere dal Padre il pane quotidiano (cf. Mt 6,11; Lc 11,3), nutrimento per il corpo destinato alla morte; nello stesso tempo, però, Gesù esorta a desiderare, cioè a lavorare con altrettanta intensità e convinzione in vista di quel cibo che solo lui può donare, il cibo che dà la vita per sempre, la vita che rimane oltre la morte.
Si faccia attenzione: Gesù non disprezza il cibo materiale ma, sapendo che “non di solo pane vive l’uomo” (Dt 8,3, Mt 4,4), esorta a lavorare con convinzione e intensità in vista di quel cibo che dà la vita per sempre, cibo che solo lui, il Figlio dell’uomo, può dare. Infatti, inviandolo nel mondo il Padre lo ha segnato con il suo sigillo, ha messo in lui la sua impronta (cf. Eb 1,3), essendo egli “l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), il volto della sua gloria, parola e racconto che narra il vero e unico Dio (cf. Gv 1,18).
Ma anche di fronte a questa rivelazione della sua identità quei galilei non comprendono e dunque domandano a Gesù: “Che fare? Che cosa dobbiamo fare per realizzare la volontà di Dio? Quale comando assolvere?”. Gesù, in risposta, rivela l’opera, l’agire per eccellenza, che pure sembra una non azione, qualcosa che secondo il sentire umano manca di concretezza: l’azione delle azioni, l’azione per eccellenza che Dio vuole e chiede è credere, aderire a colui che egli ha mandato. L’unica opera è la fede, dice Gesù. È opera di Dio perché consente a Dio di operare nell’uomo, nella storia, nella vita di colui che crede.
Sì, sta qui la differenza cristiana: al cuore della vita del credente non c’è la legge ma la fede. Non lo si ripeterà mai abbastanza, e non si dimentichi che il primo nome dato ai discepoli di Gesù nel Nuovo Testamento dopo la resurrezione è stato proprio “i credenti” (At 2,44; 4,32). La fede fa i cristiani, plasma i cristiani, salva i cristiani.
Questa verità centrale va però compresa bene: la fede non è un atto intellettuale, gnostico, ma è un’adesione vitale a Gesù Cristo, è un essere alla sua sequela, coinvolti con la sua stessa vita. In tal modo vengono spazzate via le contrapposizioni intellettuali tra fede e azioni-opere, tra contemplazione e azione. L’opera del cristiano è credere, è accogliere il dono della fede per farne la propria responsabilità, la propria opera, la propria lotta, la propria custodia. Solo così si riconosce il primato alla grazia, all’amore gratuito e sempre preveniente del Signore, che è un dono da accogliere con spirito di stupore e di ringraziamento, in quanto capace di generare nel profondo del cuore responsabilità e desiderio di rispondere al dono, o meglio al Donatore. Credere in Gesù Cristo, l’Inviato di Dio nel mondo, significa essere dove lui è (cf. Gv 12,26; 14,3; 17,24), condividendo con lui la stessa vita, “ovunque egli vada” (Ap 14,4), radicalmente e “fino alla fine” (eis télos: Gv 13,1).
Ma quella folla rivela la propria identità: per credere vuole un segno! Avevano visto il segno della moltiplicazione-condivisione dei pani, ma dal momento che questo non era sfociato in ciò che essi volevano, nella proclamazione di Gesù Re e Messia mondano, ora ne esigono un altro, come quello fatto da Mosè attraverso il dono della manna (cf. Sal 78,24). In tal modo mostrano di non essere neanche capaci di leggere la Torah, perché in essa – spiega loro Gesù – “non Mosè ha dato il pane dal cielo, ma il Padre dà il pane dal cielo, quello vero, ossia colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. E così Gesù rivela di sentirsi chiamato non a dare qualcosa, ma a donare tutto se stesso! Allora chiedono a Gesù di dare loro questo pane e di darlo per sempre. Ed egli risponde con la rivelazione inaudita: “Egó eimi, io sono il pane della vita”. Dunque il pane per la vita eterna non è un semplice dono da parte di Gesù, ma è Gesù stesso, che dona tutta la sua persona.
Cosa significa questo linguaggio che rischia di essere da noi compreso in modo astratto? Significa che Gesù è cibo, e in questa prima parte del suo lungo discorso egli si presenta come cibo in quanto Parola, Parola del Padre, Parola fatta carne (cf. Gv 1,14), Parola discesa dal cielo, Parola inviata da Dio agli umani. La Parola di Dio è sempre stata letta nell’Antico Testamento come cibo, pane che dà la vita all’umanità (cf. Is 55,1-3; Pr 9,3-6, ecc.); ma ora questa Parola, detta molte volte e in diversi modi nei tempi antichi agli esseri umani tramite Mosè e i profeti (cf. Eb 1,1), è un uomo: è Parola di Dio umanizzata in Gesù di Nazaret. In questo senso Gesù si consegna agli umani quale “pane della vita”, pane che porta la vita.
Questo linguaggio è talmente vertiginoso che non è possibile commentare tali parole di Gesù: vanno solo accolte in adorazione. Gesù, sì, proprio Gesù, un uomo, un ebreo marginale di Galilea, il figlio di Maria e di Giuseppe, proveniente da Nazaret, è in verità la Parola di Dio e, in quanto tale, è cibo, pane per la nostra vita di credenti in lui. Chi può dire di essere in grado di capire e sostenere queste parole? In ogni caso, forse il Signore ci chiede solo che tentiamo di accogliere queste parole; e di farlo sapendo che il suo dono, la sua grazia ci permette di renderle parole accolte da ciascuno di noi in modo personalissimo, cioè come soltanto il Signore può farcele conoscere e comprendere. Così assimiliamo il cibo per la vita eterna, secondo la promessa di Gesù: “Chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete” (Gv 6,35). Una promessa parallela a quella fatta da Gesù alla donna di Samaria: “Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete in eterno” (Gv 4,14).
Tutta la vita del Figlio
XIX domenica del tempo Ordinario B
⁴¹In quel tempo alcuni dei Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». ⁴²E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: «Sono disceso dal cielo»?». ⁴³Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. ⁴⁴Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. ⁴⁵Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. ⁴⁶Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. ⁴⁷In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. ⁴⁸Io sono il pane della vita. ⁴⁹I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; ⁵⁰questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. ⁵¹Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Gv 6,41-51
Queste parole di Gesù nel quarto vangelo ci danno le vertigini se le accogliamo con fede, mentre ci scandalizzano se non sentiamo una profonda e segreta attrazione verso Gesù, destata da Dio. Dio non ci costringe, neppure si impone, porgendoci il dono del Figlio nel suo grande amore per Dio e per il mondo, ma ci fa un’offerta affinché sappiamo rispondergli nella libertà e per amore.
Siamo sempre impegnati nella lectio delle parole pronunciate da Gesù nella sinagoga di Cafarnao: parole suscitate da reazioni e domande di quegli ascoltatori definiti nel quarto vangelo come “i giudei”, cioè quei credenti nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe nutriti dell’ideologia giudaica dominante, forgiata dai capi religiosi del popolo, ostili a Gesù e poi responsabili, insieme ai capi politici romani, della sua condanna.
Nella porzione di discorso proposta dall’ordo liturgico per questa domenica, viene innanzitutto testimoniata una mormorazione. Gesù aveva parlato di un pane, donato dal Padre suo, venuto dal cielo, un pane capace di dare la vita al mondo (cf. Gv 6,32-33). In seguito si era identificato egli stesso con questo pane: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete” (Gv 6,35), ma queste sue affermazioni risultano agli orecchi dei suoi ascoltatori una pretesa folle, scandalosa, inaudita. Per questo si domandano l’un l’altro: come può quest’uomo, Gesù di Nazaret, che appare ed è realmente un uomo, rivelarsi come disceso dal cielo, dunque venuto da Dio, inviato da lui? Come può dirsi pane, dirsi cibo capace di togliere la fame? La sua pretesa risulta inammissibile, dunque irricevibile, perché attenta alla signoria di Dio (cf. Gv 5,18; 10,33).
Proprio l’umanità di Gesù scandalizza, la sua carne e il suo sangue: il suo corpo fragile di creatura lo dichiara terrestre, non disceso dal cielo. Inoltre quei giudei hanno una conoscenza precisa di Gesù, dovuta alla realtà dei fatti: è il figlio del falegname di Nazaret, anche sua madre è ben conosciuta, dunque egli viene semplicemente da questo piccolo borgo della Galilea, non dal cielo.
Di fronte a queste contestazioni e a questo disprezzo, Gesù reagisce chiedendo in primo luogo di astenersi dal mormorare, poi dichiarando: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato”. Ecco il mistero della fede: non basta l’intelligenza umana, non sono sufficienti le facoltà umane per discernere chi è veramente Gesù, ma occorre un’azione di Dio, colui che Gesù stesso definisce suo Padre. Solo attraverso l’accoglienza di questo dono gratuito si può accedere a Gesù, attirati da questa forza divina. Aderire a Gesù, essere coinvolti nella sua vita è essenzialmente grazia che accompagna, con un’assoluta preminenza sull’impegno personale del discepolo. Certo, a questa attrazione del Padre si può rispondere con consapevolezza, convinzione, nella libertà e accedendo all’amore per Gesù, ma le si può anche opporre un rifiuto, una chiusura.
Quando però avviene questo accesso convinto a Gesù, allora la comunione con la sua vita è tale che neppure l’ostacolo definitivo, la morte, può vincerla. Infatti Gesù stesso, lui, il Risorto, farà risorgere nell’ultimo giorno chi si è affidato a lui condividendo con lui la sua stessa vita. Siamo ormai nel tempo del compimento della profezia e se i profeti avevano annunciato che Dio stesso avrebbe istruito il suo popolo, ecco che questa azione di Dio nell’oggi si compie attraverso la presenza del Figlio sulla terra, non come istruzione per l’osservanza della Legge, ma come istruzione finalizzata all’aderire all’uomo Gesù (cf. Is 54,13; Ger 31,33-34).
Tutti gli umani, non solo i figli dell’antica alleanza ma tutti i figli di Adamo, tutta l’umanità può ascoltare Dio, accogliere il suo insegnamento e quindi venire a Gesù. Non vi è certo ancora la possibilità di vedere Dio faccia a faccia, perché questo non è mai stato possibile nel regime della fede: solo il Figlio, che è da Dio, lo ha visto faccia a faccia (cf. Gv 1,18) e ne è la narrazione, l’interpretazione unica e veritiera, perché chi vede il Figlio vede il Padre (cf. Gv 14,9).
Anche queste parole possono suscitare scandalo, ma qui siamo al cuore della fede cristiana: andare a Gesù significa incontrare un uomo, con un’umanità piena, con una carne fragile, significa incontrare un uomo che vive tra gli altri, ha sentimenti umani, parla una lingua umana, incontra gli esseri umani, si mette al loro servizio, li istruisce, li cura e li guarisce. È in questa sua umanità che possiamo vedere Dio e quindi compiere il cammino che ci porta ad aderire a lui. Sì, perché, come Gesù ha detto: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Ritorna quindi sulla bocca di Gesù per la terza volta l’affermazione solenne: “Io sono (Egó eimi) il pane della vita, il pane vivo”. Chi parla è Egó eimi, il Nome santo di Dio rivelato a Mosè (cf. Es 3,14), e definisce la sua identità quale pane, cibo per la vita.
Qui però dobbiamo fare molta attenzione e soprattutto non finire per dividere “il pane della vita” da Gesù, l’uomo Gesù, il Figlio di Dio fatto carne. Mai si deve disgiungere il Cristo, il Figlio, dalle sue parole e dal pane che egli ha donato al mondo: sarebbe un attentato alla pienezza dell’identità di Gesù! E non ci si lasci ingannare dal parallelismo che egli instaura tra il pane che discende dal cielo e la manna, perché solo il movimento dal cielo alla terra lo giustifica. La manna che Dio aveva dato ai padri nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto era sì un dono, ma per saziare la fame; non era un cibo che poteva procurare loro salvezza, tant’è vero che i destinatari di quel dono sono poi morti senza entrare nella terra promessa. “Il pane disceso dal cielo”, invece, quello che il Padre dona, è Gesù Cristo stesso, ed è decisivo per la vita eterna. Chi partecipa al banchetto di questo pane – che l’inno liturgico per la festa del Corpo del Signore definisce panis vivus et vitalis – vive la vita eterna. Assimilare questo pane che è Gesù Cristo significa ricevere l’antidoto alla morte, iniziando a vivere una vita altra da quella mortale, la vita stessa del Figlio di Dio
Certo, dobbiamo ammetterlo: queste parole di Gesù nel quarto vangelo ci danno le vertigini se le accogliamo con fede, mentre ci scandalizzano se non sentiamo una profonda e segreta attrazione verso Gesù, destata da Dio. Dio non ci costringe, neppure si impone, porgendoci il dono del Figlio nel suo grande amore per Dio e per il mondo (cf. Gv 3,16), ma ci fa un’offerta affinché sappiamo rispondergli nella libertà e per amore. E proprio in virtù di questa accoglienza del dono di colui che è disceso dal cielo “per noi e per la nostra salvezza” e che ha dato la sua intera vita, il suo corpo, la sua carne, il suo sangue, e il suo spirito, come dono gratuito e per tutti, vigiliamo per essere sempre capaci di credere, adorare e confessare Gesù come l’unico nostro Signore. In quest’ottica, siamo chiamati a non scindere mai l’eucaristia dalla cristologia, con il rischio di cosificare il sacramento e di impoverirlo dell’immensità del mistero.
Questo capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni, nell’insistere sull’unica identità di colui che è il Figlio del Padre disceso dal cielo, di colui che è parola di Dio ed è pane, cibo di vita eterna per i credenti, ci rende saldi nella fede cristiana, alla quale è immanente la fede eucaristica.
Mangiare la carne e bere il sangue di Cristo
XX domenica del tempo Ordinario B
51In quel tempo il Gesù disse: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gv 6,51-58
Chi mangia la carne e beve il sangue di Cristo conoscerà la resurrezione, vivrà per sempre, in una salda comunione con Cristo per la quale rimane, dimora in Cristo, così come Cristo rimane, dimora in lui: corpo nel Corpo e Corpo nel corpo!
Questa pagina del vangelo secondo Giovanni è tra le più scandalose di tutti i vangeli, può addirittura risultare ripugnante a chi non sta nello spazio “dentro” (éso), lo spazio dell’intimità con il Signore. Chi l’ha scritta ha faticato per far comprendere ciò che doveva affermare, di fronte a una fede gnostica che non accettava l’umanità, la carne umana nella sua debolezza quale luogo in cui incontrare Dio. Eppure, secondo il quarto vangelo, Dio ha scelto che la sua manifestazione definitiva, la sua rivelazione decisiva fosse l’umanità come carne debole di Gesù (cf. Gv 1,14.18), un galileo che andava verso la morte. Tentiamo dunque con molta umiltà di leggere questa pagina.
Gesù aveva detto: “Io sono il pane vivente, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Questo annuncio appariva una pretesa intollerabile, un’affermazione irricevibile e, come tale, aveva suscitato mormorazione e discussione (cf. Gv 6,41-42). Qui nasce un’aspra discussione, una vera e propria battaglia verbale tra gli ascoltatori di Gesù: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Ed egli risponde loro con espressioni ancora più scandalose, rendendo il suo annuncio più duro e urtante, in modo da togliere ogni possibilità di comprendere le sue parole in modo semplicemente parabolico, in modo intellettuale, raffinato ma gnostico: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete la vita eterna”.
Era già uno scandalo pensare di poter mangiare la carne del Figlio dell’uomo, ma bere il sangue è un’azione gravemente peccaminosa, vietata dalla Legge e dunque ripugnante per i credenti nell’alleanza sancita da Mosè. Su questo non c’erano dubbi. Nella Torah, infatti, sta scritto: “Ogni uomo, figlio di Israele o straniero, che mangi qualsiasi tipo di sangue, contro di lui, che ha mangiato il sangue, io volgerò il mio volto e lo eliminerò dal suo popolo. Poiché la vita (nephesh) della carne è nel sangue” (Lv 17,10-11). L’ebreo sapeva che l’umanità fino ai giorni di Noè non si era nutrita della carne di animali ma unicamente di vegetali e che solo nell’economia dopo il diluvio Dio aveva permesso e tollerato le carni animali come nutrimento, ma a una precisa condizione: “Soltanto non mangerete la carne con la sua vita (nephesh), cioè con il suo sangue” (Gen 9,4). Questo comando, che indica un rispetto della vita, rappresentata dal sangue, era talmente importante che gli apostoli lo manterranno anche per i cristiani provenienti dalle genti (cf. At 15,20.29; 21,25).
Eppure Gesù annuncia che per avere parte alla vita eterna, alla vita di Dio, per conoscere la salvezza, è necessario mangiare – o meglio “masticare”, stando al verbo greco utilizzato (trógo) – la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue? Perché questo realismo nelle parole di Gesù secondo il quarto vangelo, parole che non risuonano né negli altri vangeli né nel resto del Nuovo Testamento? Perché questo linguaggio proprio nel vangelo che non ricorda l’istituzione eucaristica, ma la sostituisce con il racconto della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-17)? Certamente l’autore di questo racconto si serve di un linguaggio che vuole affermare come la partecipazione al pane e al calice di Gesù Cristo sia partecipazione al suo corpo e al suo sangue. Questo avviene sacramentalmente, cioè attraverso il mangiare i segni del pane e del vino, ma ciò che si riceve è tutta la vita del Figlio fattosi carne e sangue, nato da donna, manifestatosi uomo veramente uomo come noi che siamo suoi fratelli.
Lo sappiamo, fin dall’inizio della fede cristiana, non fu facile confessare la reale umanità di Gesù, e il corpo di Gesù fu immaginato solo apparenza e la sua carne come del tutto provvisoria. Un mero strumento per mostrarsi ma da abbandonare al più presto con la resurrezione. E invece “chi non riconosce Gesù nella carne, non è da Dio” (1Gv 4,3).
Ciò che questo linguaggio duro tenta di farci comprendere è che l’incarnazione, cioè l’umanizzazione di Dio, va accolta seriamente, senza riserve e senza pensieri che rispondono più al bisogno religioso dell’umanità che all’azione di Dio. La verità è che Dio si è fatto uomo in Gesù affinché lo cercassimo e lo trovassimo, per quanto ci è possibile, nella condizione umana. Dio ha voluto condividere con noi proprio la nostra umanità, la nostra stessa carne, perché noi potessimo realmente conoscere il suo amore, non come qualcosa da credere, ma come qualcosa che comprendiamo e sperimentiamo attraverso e nella nostra carne. Gesù è questa carne che possiamo incontrare nella nostra carne, è questo corpo che possiamo incontrare solo nella nostra corporeità. Perché noi potessimo partecipare alla vita di Dio – “diventare Dio”, come si esprimevano gli antichi padri della chiesa d’oriente – era necessario che Dio diventasse uomo e che carne e carne, corpo e corpo si incontrassero realmente. L’amore espresso solo a parole, anche nella rivelazione non era sufficiente: occorreva una carne umana che raccontasse (exeghésato: Gv 1,18) Dio, una carne umana che, amando la nostra umanità, ci narrasse l’amore di Dio, o meglio il “Dio” che “è amore” (1Gv 4,8.16). Questa nostra carne, che ci dice la nostra debolezza, la nostra fragilità, la nostra morte, questa carne che a volte pensiamo di negare o dimenticare in favore di una “vita spirituale”, per poter incontrare Dio, proprio questa carne è stata assunta da Dio e non è un ostacolo alla comunione con lui, ma anzi è il luogo ordinario dell’incontro con Dio.
Le parole eucaristiche di Gesù, in questo sesto capitolo di Giovanni, in profondità ci dicono che incarnazione di Dio, resurrezione della carne ed eucaristia esprimono insieme il mistero della nostra salvezza. Nella nostra povera carne, nel “corpo di miseria” (Fil 3,21) che noi siamo, proprio lì noi incontriamo Dio, perché in Gesù “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Carne da masticare e sangue da bere sono la condizione in cui Gesù si consegna a noi, in cui Dio si dà a noi, raggiungendoci là dove siamo e non chiedendo a noi di salire alla sua condizione divina, azione per noi impossibile e solo frutti di un orgoglio religioso malato. Entrando in noi, la carne e il sangue di Cristo ci trasformano, per partecipazione in carne e sangue di Cristo, producendo ciò che a noi è impossibile: diventare il Figlio di Dio in Cristo stesso, l’Unigenito amato dall’amante, il Padre, con un amore infinito, lo Spirito santo. Chi mangia la carne e beve il sangue di Cristo conoscerà la resurrezione, vivrà per sempre, in una salda comunione con Cristo per la quale rimane, dimora (verbo méno) in Cristo, così come Cristo rimane, dimora in lui: corpo nel Corpo e Corpo nel corpo!
Lo stesso Giovanni nel prologo della sua Prima lettera, parlando dell’esperienza di Gesù da lui fatta, scrive: “Ciò che noi abbiamo ascoltato, visto e toccato del Verbo della vita…” (cf. 1Gv 1,1), cioè di Gesù. E in questa pagina del vangelo è come se arrivasse a dire: “Ciò che abbiamo mangiato, gustato di Gesù”, attraverso l’eucaristia, è la nostra vita!
Proprio per questo non dobbiamo isolare l’eucaristia come fosse un principio di riferimento, un realtà autosufficiente cui attribuire un potere proprio. No! L’eucaristia non è un secondo Gesù Cristo, non c’è un Cristo eucaristica separato dal Cristo della storia che è nato, è vissuto, è morto ed è risorto! Gesù Cristo è unico, e nell’eucaristia è totalmente presente, e se non si è capaci nella fede di cogliere questa unica soggettività, allora si cosifica l’eucaristia, la si riduce a cosa, a oggetto, attentando all’unica vita di Gesù Cristo! Ricevendo dunque l’eucaristia, come ammonisce con intelligenza cristiana il teologo Giuseppe Colombo, al cristiano è data la possibilità di vivere la vita come l’ha vissuta Gesù perché non vive più lui ma Cristo vive in lui (cf. Gal 2,20).
“Volete andarvene anche voi?”
XXI domenica del tempo Ordinario B
⁶⁰In quel tempo molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». ⁶¹Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? ⁶²E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? ⁶³È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. ⁶⁴Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. ⁶⁵E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». ⁶⁶Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. ⁶⁷Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». ⁶⁸Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna ⁶⁹e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
Gv 6,60-69
Siamo giunti alla fine del capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni e in questi ultimi versetti ci viene posto davanti tutto l’urto, lo scandalo che le parole di Gesù hanno causato non solo nelle folle dei giudei ma anche tra i suoi discepoli.
Questa crisi nelle relazioni tra Gesù e la sua comunità è testimoniata da tutti e quattro i vangeli al momento di una parola decisiva di Pietro che confessava l’identità di Gesù come Messia (cf. Mc 8,29 e par.) e come inviato dal Padre quale Figlio. Perché questa crisi? Perché le parole di Gesù a volte erano dure e urtavano anche gli orecchi di discepoli che lo seguivano con affetto e attenzione ma non riuscivano ad accettare, ritenendola una pretesa, che Gesù fosse “disceso dal cielo” e che nella carne (basar/sárx) di un corpo umano fragile e mortale raccontasse il Dio vivente e vero. Nel suo discorso Gesù aveva detto più volte: “Io sono il pane vivente disceso dal cielo” (Gv 6,51; cf. 6,33.38.41-42.58), ma proprio quelli che lo avevano acclamato come “il grande profeta che viene nel mondo” (cf. Gv 6,14) e che avevano voluto addirittura proclamarlo re (cf. Gv 6,15), di fronte a queste parole si sentono scandalizzati nella loro fede. Profeta sì, Messia sì, Inviato di Dio sì, ma disceso dal cielo e diventato carne, corpo consegnato (verbo paradídomi) e donato fino alla morte violenta, carne da mangiare e sangue da bere (cf. Gv 6,51-56), questo proprio no: sono parole che suonano come una pretesa insopportabile, impossibili da ascoltare!
Gesù, che conosce queste mormorazioni dei discepoli, a questo punto non ha paura di dire tutta la verità, a costo di causare una divisione tra i suoi e un abbandono della sua sequela. Potremmo dire che “attacca” i mormoratori: “Questo vi scandalizza? E quando vedrete il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?”. Cioè, “quando sarete messi di fronte alla realtà del Figlio dell’uomo che, attraverso l’innalzamento sulla croce, la morte ignominiosa, salirà a Dio dal quale è venuto (cf. Gv 3,14; 8,28; 12,32)? Quando sarà manifestata la piena identità di colui che è disceso da Dio e che a Dio è risalito nella sua umanità assunta come condizione carnale, mortale, ‘simile alla carne del peccato’ (Rm 8,3), allora lo scandalo sarà più grande”! Gesù fa questo attacco soffrendo tutto il peso dell’incredulità, della non comprensione da parte di quelli che da anni erano coinvolti con lui e assidui alla sua parola. Com’è possibile questo loro comportamento?
Ecco perché egli non può fare altro che constatare che in realtà nessuno può venire a lui se il Padre non lo attira, non glielo concede. Occorre questo dono che non è dato arbitrariamente da Dio ma va cercato, va accolto come dono che non richiede alcun merito da parte di chi lo riceve. Ma anche questo scandalizza le persone religiose, che pretendono sempre che Dio faccia doni non solo secondo i loro desideri ma anche secondo quanto hanno meritato e conseguito. Ciò che di Gesù è scandaloso è la sua condizione umanissima, il suo consegnarsi in una carne fragile e in un corpo mortale a carni fragili e corpi mortali, cioè gli uomini. Com’è possibile che Dio si consegni in un uomo, “il figlio di Giuseppe” (Gv 6,42), una creatura umana che può essere consegnata, tradita, data in mano ai peccatori, come accadrà proprio a causa di uno dei Dodici, Giuda, un servo del diavolo (cf. Gv 6,70)? Qui la fede inciampa nel dover accogliere l’immagine di un “Dio al contrario”, di un “inviato divino, un Messia al contrario”, che è fragile, povero, debole e del quale gli uomini possono fare ciò che vogliono… È lo scandalo dell’incarnazione di Dio, patito lungo i secoli da molti cristiani, da molte chiese, dall’Islam stesso, e ancora oggi dagli uomini religiosi che accusano di non credere in Dio chi accoglie dal Vangelo il messaggio scandaloso di un Dio fattosi realmente, veramente uomo, carne mortale, in Gesù di Nazaret. La fede cristiana facilmente diventa docetismo, perché preferisce, come tutte le religioni, un Dio sempre e solo onnipotente, un Dio che non può diventare umano, come noi, in tutto eccetto che nel peccato.
Per questo Gesù incalza: “Volete andarvene anche voi?”, rivolgendosi a quelli che sono rimasti, in realtà pochi. Gesù non teme, anche se soffre, di restare solo, perché ha fede nella parola che il Padre gli ha rivolto, nella promessa di Dio che non verrà meno. Possono venire meno gli altri, ma Dio resta fedele! E così il vangelo registra che alcuni discepoli, scandalizzati dalle parole dei gesti di Gesù, se ne vanno: per paura? Per convinzioni religiose? In ogni caso per mancanza di fede. Costoro avevano accolto la vocazione, avevano seguito Gesù magari con entusiasmo, ma poi, non crescendo nella loro adesione a lui, sono inciampati nell’incomprensione delle sue parole. Di conseguenza, hanno imboccato un cammino di de-vocazione, smentendo la strada fatta fino a voltarsi indietro e ad andarsene. Tra di loro c’è anche Giuda, uno dei Dodici, scelto personalmente come discepolo da Gesù. Com’è possibile? Sì, è possibile che nella comunità di Gesù, e così nella comunità cristiana, ci sia chi diventa un ministro del diavolo, un discepolo del diavolo, dunque non può fare altro che tradire. E quando la relazione d’amore conosce il tradimento, per chi tradisce diventa impellente cancellare l’amato, fino a consegnarlo perché sia tolto di mezzo. Quello che gli altri vangeli collocano nell’ultima cena, Giovanni significativamente lo pone qui, nell’annuncio dell’eucaristia, dono della vita di Gesù a tutti.
A volte mi chiedo perché nella chiesa non si abbia il coraggio di far risuonare ancora oggi questa domanda di Gesù: “Volete andarvene anche voi?”; perché si insegni sempre il successo, si guardi al numero dei credenti, si compiano sforzi mirando alla grandezza della comunità cristiana e non alla qualità della fede. Siamo veramente gente di poca fede! La crisi invece, che è sempre fallimento, la allontaniamo il più possibile, la dissimuliamo, la tacciamo, affinché non appaia che a volte perdiamo, cadiamo, falliamo anche nelle nostre imprese ecclesiali e comunitarie, pur conformi alla volontà del Signore. D’altronde, Gesù userà l’immagine della potatura della vite per dire che vi sono tralci che vanno potati (cf. Gv 15,2): determinante, però, è che la potatura la compia il Padre, non noi e neppure chi nella comunità cristiana presiede o la lavora come un operaio. Di per sé il Vangelo ha la forza di attrarre e di lasciar cadere: basta che sia annunciato nella sua verità e con franchezza, senza essere edulcorato. Sì, il Vangelo è la Parola di vita eterna, come Pietro risponde a Gesù, confessando che la fede della chiesa è fede nel “Santo di Dio”, cioè fede che in Gesù c’è la Shekinah, la Presenza di Dio. Dov’è ormai Dio in questo mondo? Non nel Santo del tempio di Gerusalemme, ma nell’umanità fatta carne e sangue di Gesù, il Figlio di Dio.
Chiedendo a Gesù: “Signore, da chi andremo?”, Pietro esprime tutta la fede dei discepoli nei suoi confronti, tutta la sua unicità di Rabbi, Profeta e Messia; nel contempo, giunge al vero e proprio vertice della sua professione di fede: “Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”. Pietro manifesta un’esperienza, una conoscenza dovuta allo stare per anni con Gesù: egli è il Santo, come lo aveva definito l’angelo nell’annuncio a Maria (“Colui che nascerà sarà il Santo e sarà chiamato Figlio di Dio”: Lc 1,35); Gesù è partecipe della santità di Dio stesso, dunque è il Signore (JHWH), che nelle sante Scritture è chiamato e invocato quale Santo. Anche nella tradizione giovannea confluita nell’Apocalisse, Santo è il titolo di Gesù risorto (cf. Ap 3,7).
Così termina il lungo e non facile discorso di Gesù sul pane della vita. Alla fine probabilmente sono più le cose che non riusciamo a capire, le realtà che non riusciamo a sostenere, rispetto a ciò che abbiamo compreso e accolto. Anche noi siamo forse urtati da queste parole, magari non intellettualmente, ma nell’accoglierle fino a viverle esistenziale mente, concretamente e quotidianamente. Se però, come i Dodici, non ce andiamo, ma restiamo presso Gesù con le nostre debolezze, che riguardano anche la fede, e tentiamo di perseverare nella sua sequela, ciò è sufficiente per accogliere il dono gratuito e non rifiutarlo o misconoscerlo: Gesù uomo come noi, nel quale “abita corporalmente tutta la pienezza della vita di Dio” (Col 2,9), Dio stesso, è la parola che ci nutre, è il pane di vita che riceviamo nell’eucaristia, nel nostro cammino verso il Regno.















































