Gesù
e i primi discepoli
Bruno Maggioni
1,35. Il giorno dopo Giovanni stava ancora là e con lui c'erano due suoi discepoli.
36. Fissato lo sguardo su Gesù che passava disse: Ecco l'Agnello di Dio.
37. E i due discepoli lo sentirono parlare e seguirono Gesù.
38. Gesù si voltò e, vedendo che lo seguivano, dice: Che cosa cercate? Risposero: Rabbì – che si traduce maestro – dove abiti?
39. Rispose loro: Venite e vedrete. Andarono e videro dove dimorava. Rimasero in sua compagnia quel giorno: erano circa le quattro del pomeriggio.
40. Andrea, fratello di Simon Pietro, era uno dei due che aveva sentito la parola di Giovanni e avevano seguito Gesù.
41. Egli incontra per primo suo fratello Simone e gli dice: Abbiamo trovato il Messia (che si traduce Cristo).
42. Lo condusse da Gesù. Fissatolo, Gesù disse: Tu sei Simone, il figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa (che si traduce Pietro).
43. Il giorno dopo decise di partire per la Galilea. Trova Filippo e gli dice Gesù: Seguimi.
44. Filippo era di Betsaida, la città di Andrea e Pietro.
45. Filippo trova Natanaele e gli dice: Abbiamo trovato il Messia, colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti, Gesù, il figlio di Giuseppe, quello di Nazaret.
46. Gli rispose Natanaele: Da Nazaret può venire qualcosa di buono? E Filippo: Vieni e vedi.
47. Gesù vide Natanaele che gli veniva incontro e dice di lui: Ecco veramente un israelita nel quale non c'è inganno.
48. Come fai a conoscermi?, gli chiese Natanaele. Rispose Gesù: Prima che Filippo ti chiamasse, ti ho veduto mentre stavi sotto il fico.
49. Natanaele replicò: Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele.
50. E Gesù: Perché ti ho detto di averti veduto sotto il fico, tu credi? Vedrai cose ben più grandi di queste.
51. E gli dice: In verità in verità ti dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo.
La narrazione della chiamata dei primi discepoli (1,35-51) rivela una precisa architettura: dal punto di vista cristologico, una serie di titoli umili e gloriosi di Gesù; dal punto di vista del discepolato, una serie di espressioni e verbi che –se a prima vista si possono giustificare tutti sul piano fattuale – in realtà, considerati nel loro insieme e all'interno del vangelo, assumono ben altra luce: definiscono la tipica figura del discepolo [1].
La sobrietà e la stilizzazione del racconto – che astrae da molti particolari che sarebbe lecito attendersi (luogo preciso, dettagli della conversazione ecc.) – crea l'impressione di trovarsi di fronte a una narrazione di portata universale, con un valore in sé, che va oltre la semplice fattualità.
Lo schematismo delle sequenze, «la prosa asciutta, ostentatamente concisa e disadorna, scoraggia qualsiasi tentativo di ricostruzione aneddotica» [2]. La narrazione è certamente frutto di una lunga meditazione che ha attualizzato i fatti tipicizzandoli. Tuttavia la dimensione fattuale, storica e singolare degli eventi raccontati rimane importante per il narratore, come mostrano alcuni particolari: per esempio i nomi dei personaggi e l'indicazione dell'ora, annotazioni queste che avvertono il lettore che si tratta sì di racconti trasfigurati, ma reali.
Soprattutto colpisce il fatto che qui si trovino radunati diversi verbi che assumono lungo il vangelo significati profondi: la concentrazione di tale verbi è sorprendente e non può essere casuale.
Né si dimentichi, infine, che le due giornate sono aperte su un duplice «vedrete» (vv. 39.50b). La prima giornata (1,35-42) descrive la vocazione dei primi tre discepoli e riporta, alla fine, la professione di fede di Andrea (v. 41). La seconda (1,43-51) riporta la vocazione di altri due discepoli e la professione di fede di Natanaele. Ambedue le giornate trovano la loro conclusione nella promessa (vedrete) del v. 51. In tal modo l'episodio rimane aperto in direzione di tre domande: chi è Gesù? chi è il discepolo? dove conduce la sua sequela?
Giovanni Battista, Gesù e due discepoli
I personaggi che compaiono nella prima sequenza (1,3539) sono il Battista, Gesù e due discepoli. Fra il Battista e Gesù non c'è alcuno scambio di parole. Il Battista parla ai discepoli, non a Gesù. C'è invece un botta e risposta fra Gesù e i due che lo seguono. Il personaggio centrale è Gesù: è Lui che Giovanni addita.
«Giovanni stava di nuovo là» (1,35): il Battista compare qui, sulla scena, come una figura ferma, immobile, come è appunto suggerito dal verbo stare all'imperfetto e dall'annotazione che egli si trova nello stesso luogo del giorno precedente.
In questa sezione la figura del Battista non è mai accompagnata da verbi di movimento. La sua funzione non è di andare in cerca di Gesù né, poi, di seguirlo. È Gesù che si muove, non il suo precursore. La sua funzione è di accorgersi di Gesù quando passa, riconoscerlo e additarlo. Come si dice precedentemente (1,34), egli è colui che ha visto e testimoniato. I due verbi sono al perfetto: dunque indicano un fatto reale, accaduto, singolare, che però perdura nel tempo come qualcosa di immobile. La testimonianza del Battista è un fondamento fermo per la fede dei credenti di ogni tempo.
«Fissato lo sguardo su Gesù che passava» (1,36): emblepein (fissare) è un rafforzativo che indica un guardare intenso e penetrante, scrutatore, come quando si vuole identificare la verità di una persona.
Giovanni è descritto all'imperfetto («stava»), ma parla al presente («dice»), e vuole attirare l'attenzione dei discepoli (ide, vedete) perché guardino Gesù che passa e comprendano quello che Lui ha compreso. «Sembra quasi che Giovanni voglia che il suo sguardo divenga anche quello dei suoi discepoli» [3]. Nella sua precedente testimonianza Giovanni aveva proclamato che Gesù è «L'Agnello di Dio, Colui che prende su di sé, togliendolo (airein), il peccato del mondo». Qui si limita a dire: «Ecco l'Agnello di Dio», tralasciando «che toglie il peccato del mondo». Forse perché lo ha già detto o, forse, perché vuole attirare l'attenzione sulla persona (l'Agnello di Dio) e non anzitutto sulla sua funzione (togliere il peccato del mondo). Sapere chi è Gesù è più importante che sapere che cosa Egli fa.
Gesù non è diretto verso il Battista, come invece è detto in 1,29. Sta semplicemente passando: nulla sulla provenienza, la direzione e il motivo. Tutto sembra segnato dalla casualità, come spesso accade nelle cose della vita, anche le più importanti.
Andando oltre senza fermarsi (e difatti i due discepoli per stargli accanto devono andargli dietro!), Gesù pone termine alla funzione del Battista. L'Atteso è giunto e – dopo averlo indicato – il precursore ha concluso la sua corsa. E questa la grande funzione di Giovanni: indicare Colui che viene e poi tirarsi da parte («Quello che viene dietro di me si pone davanti a me»: 1,15.30). Ricomparirà brevemente più avanti per dire che Gesù deve crescere e lui diminuire (3,22-30). E in 5,33, polemizzando con i Giudei, Gesù gli renderà pubblicamente onore: «Voi avete inviato messaggeri da Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità».
«E i due discepoli lo sentirono parlare e seguirono Gesù» (1,37): l'ascolto precede la sequela. Ascoltano Giovanni («Lo sentirono parlare»), ma seguono Gesù. Non si segue il testimone, ma Colui che la sua testimonianza ha indicato. La verità della testimonianza è la sua capacità di rinviare. Il testimone non parla di sé, neppure ama parlare a lungo delle meraviglie che Dio ha compiuto in lui. Preferisce parlare direttamente di Gesù.
Il distacco, che ogni sequela comporta, non è qui dalla barca e dal Padre, ma dal precedente maestro. I due discepoli lasciano il precedente maestro non perché delusi, ma perché hanno trovato «un di più». La loro precedente ricerca non è rinnegata, ma superata. A differenza dei pescatori che Gesù ha chiamato sulla riva del lago (Mc 1,16-20), i due discepoli di cui parla Giovanni erano già uomini in ricerca.
Seguire non è un verbo qualsiasi. Sul piano puramente fattuale potrebbe semplicemente significare che i due discepoli andarono dietro Gesù per sincerarsi della sua identità. Su un piano però più profondo e simbolico - quello dell'evangelista e del lettore - seguire indica l'adesione del discepolo: così anche in 1,43, come nel resto dell'intero vangelo. Seguire significa camminare insieme, ma dietro, non davanti né a lato. E il Maestro che decide la strada, non il discepolo.
«Gesù si voltò e, vedendo che lo seguivano, dice: Che cosa cercate?» (1,38): voltandosi e guardandoli Gesù prende l'iniziativa. Per guardarli ha dovuto girarsi: un gesto voluto e intenzionale. E il verbo guardare (theaomai) non indica uno sguardo casuale e veloce, ma uno sguardo che si sofferma, indugiando. Gesù ha osservato per qualche istante il cammino dei due discepoli. Dopo un tratto percorso in silenzio, Gesù pone la domanda decisiva: «Che cosa cercate?».
Tutto potrebbe essere letto anche qui, in un primo momento, sul piano puramente fattuale. In tal caso la domanda di Gesù equivarrebbe a «che cosa desiderate?» o «perché mi seguite?». E la risposta dei discepoli esprimerebbe un desiderio di discorrere in pace con Lui. Ma già Lagrange nel suo grande commento scorgeva nella domanda rivolta da Gesù ai discepoli una domanda posta a ogni lettore del vangelo [4]. Ancora più chiaro R. Bultmann: sono le prime parole che Gesù pronuncia nel vangelo di Giovanni – egli annota – ed è chiaramente la prima domanda che deve essere rivolta a chiunque intende porsi al suo seguito [5]. E secondo D. Mollat la domanda di Gesù – da mettersi in parallelo con l'analoga domanda rivolta alla Maddalena (20,15) – obbliga chi si è messo in cammino verso di Lui a interrogarsi: cosa si aspetta da Gesù? perché lo cerca? [6]
Con la sua domanda Gesù non chiede chi ma che cosa. Non dunque: cercate me?, che sarebbe ovvio. Ma: che cosa sperate di ottenere seguendomi? che cosa vi ripromettete da me? [7]. Gesù interroga non per informarsi, perché Egli conosce tutto fin dall'inizio e penetra i cuori. Egli domanda per provocare la risposta e indurre a prendere coscienza del vero oggetto della propria ricerca.
Cercare (zetein) esprime il desiderio, la passione, lo slancio, oserei dire il desiderio che sta al di sopra di tutti gli altri. Ebbene, qual è il tuo desiderio primario? La domanda di Gesù fa capire che si può andargli dietro con desideri sbagliati o insufficienti. Ci possono essere sequele sbagliate: per esempio quella della folla (6,28).
«Dove abiti?» (1,38b): alla domanda di Gesù che sollecita chiarimenti, i due discepoli rispondono con un'altra domanda. Come tutti i verbi del racconto, anche menein può semplicemente significare risiedere, soggiornare, alloggiare. In questo caso i due discepoli chiedono a Gesù che passa, dove abita e tiene scuola, dove si può trovarlo. Ma questa è solo la superficie del verbo. Nel quarto vangelo menein assume un ricchissimo significato teologico: «Più che indicare l'ambiente materiale, indica l'ambiente esistenziale e personale in cui uno abita» [8]. È addirittura un termine chiave del vocabolario giovanneo ed esprime la più profonda comunione con Gesù. A questo secondo livello – che è certo quello dell'evangelista e del lettore – la domanda dei due esprime il senso della vera ricerca: dimorare con Gesù, seguirlo nella sua vita, condividere la sua missione e il suo destino.
«Venite e vedrete» (1,39a): la controrisposta di Gesù ai due, che gli domandano dove abita, è un imperativo e una promessa. Per diventare discepoli non basta una testimonianza né una propria ricerca: occorre un incontro personale. E questo è possibile soltanto in forza di una precisa chiamata di Gesù: «Venite». La chiamata è all'imperativo, come sempre. Nel linguaggio giovanneo «venire a Gesù» equivale a credere in Lui.
Vedrete Gesù non dice che cosa vedranno né quando. È stando con Lui che il futuro si dischiuderà. Seguire Gesù non significa sapere già dove Egli conduce. Un pensiero analogo si trova nei discorsi di addio, quando Gesù dice ai discepoli: «Del luogo dove io vado voi conoscete la via» (14,4). A Tommaso queste parole sembrano nebulose e sollecita Gesù a spiegarsi meglio: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?» (14,5). Tommaso è convinto, come tutti, che per conoscere la strada bisogna prima conoscere la meta a cui si vuole arrivare. Per Gesù è vero il contrario: quando si conosce la via giusta, si giunge anche alla meta giusta! La via è seguire Gesù, e questo i discepoli lo sanno. L'importante è conoscere il cammino: la meta si troverà di certo alla fine. Gesù non è stato nebuloso con Tommaso, ma chiaro. Ha però rovesciato il modo comune di pensare: non prima la conoscenza della meta e poi l'individuazione della strada che vi conduce, ma prima la strada.
I discepoli – su invito di Gesù – vanno, vedono, dimorano. Andare, vedere e dimorare sono tre verbi che tracciano la trafila del discepolato. La preposizione parà (con) dice la compagnia.
Curiosamente l'evangelista annota l'ora: «le quattro del pomeriggio». Qualcuno pensa che l'annotazione abbia lo scopo di sottolineare l'importanza dell'evento narrato, come Giovanni fa anche in altre occasioni (4,6.52; 19,4). È possibile. Ma potrebbe essere più semplicemente un accorgimento per dire che l'evento, pur tipicizzato, è storico e singolare nella sua origine.
Andrea, Pietro, Gesù
Nella seconda sequenza (1,40-42) viene nominato Andrea (1,40), mentre l'altro resta rigorosamente anonimo. È una casella vuota che ciascuno può riempire. Il discepolo ignoto ha il volto del discepolo di ogni tempo.
Andrea ricomparirà nel vangelo altre due volte, sempre insieme a Filippo, nella moltiplicazione dei pani (6,8) e nell'episodio dei greci che vogliono vedere Gesù (12,22).
Andrea incontra il fratello Simone: il verbo eurisko può significare incontrare per caso, imbattersi, ma può anche significare un incontro cercato e intenzionale. Nella prima accezione il testo suggerisce che Andrea parli di Gesù a chiunque gli capita di incontrare, nella seconda si suggerisce la precisa volontà di parlare di Gesù a una persona determinata. Nell'un caso e nell'altro, però, la testimonianza di Andrea non si limita al fratello. Si precisa infatti che egli incontrò il fratello per «primo». «Abbiamo trovato», dice Andrea. L'esperienza del Messia è comunitaria.
Simone non si avvicina a Gesù di propria iniziativa, ma sembra passivamente lasciarsi portare dal fratello. Non commenta l'incontro di Andrea e, posto davanti a Gesù, non mostra alcuna reazione: né una parola, né un gesto. In tutta la scena Pietro è muto. Forse è la tipicizzazione del fatto che l'iniziativa appartiene completamente ad altri, ad Andrea e a Gesù, non è sua. Pietro è silenzioso anche di fronte agli altri. Non racconta a nessuno chi ha incontrato. È l'unico dei personaggi nominati che non reagisce: né testimonia né esprime la sua fede. Ma è anche l'unico a cui Gesù rivolge una parola che gli cambia il nome. È stato il fratello a portarlo da Gesù, ma sono le parole di Gesù che gli cambiano la vita e il ruolo.
Simone è il nome anagrafico datogli dagli uomini, roccia è il nuovo nome datogli da Gesù. Per i semiti il nome esprime l'essenza di una persona o il suo destino. Pietro è destinato a essere «roccia»: di che cosa e in che senso? Non è detto. La parola di Gesù resta aperta. Sarà il seguito del vangelo a chiarirlo. Si noti come la parola di Gesù – che non dice una promessa, ma una certezza – è al futuro: «Sarà chiamato».
Gesù, Filippo, Natanaele
Filippo è l'unico dei primi discepoli ad essere incontrato personalmente da Gesù e da Lui direttamente chiamato (1,43): «Seguimi». Nessuna mediazione. Come Andrea, anche lui sente il bisogno di comunicare la propria esperienza incontrando Natanaele. Curiosamente anche egli si esprime al plurale: «Abbiamo trovato». In questa pericope nessuno dice: «ho trovato», ma tutti: «abbiamo trovato».
Natanaele è un bel nome. Il suo significato è «Dio ha dato», «dono di Dio». Fra i personaggi dell'intera narrazione, Natanaele è quello a cui è concesso più spazio e movimento (1,45-51).
«Gesù figlio di Giuseppe di Nazaret» (1,45): Filippo racconta a Natanaele chi ha incontrato. Non gli dimostra nulla, non argomenta, non fa esegesi delle Scritture. Gli comunica semplicemente la sua esperienza.
La testimonianza di Filippo racchiude un motivo di sconcerta quello di un Messia le cui origini sono insignificanti, o anche quello di un Messia di cui si conosce l'origine (cfr. 7,27).
«Da Nazaret può venire qualcosa di buono?» (1,46):
Natanaele reagisce. L'origine di Gesù non depone a favore della sua messianicità (cfr. 6,42; 7,41.42). L'obiezione è seria, perché riguarda il paradosso della manifestazione di Dio, il paradosso interno alla struttura dell'evento Logossarx (1,14). L'obiezione di Natanaele è un'obiezione di grande spessore teologico.
«Vieni e vedi»: Filippo ripete le parole già dette da Gesù ma con una variante: due imperativi. Filippo non può dire altro: ha detto chi ha incontrato e invita a un incontro di persona. Sa che determinante è l'incontro diretto con Gesù. La testimonianza può venire da chiunque (dal Battista, da Andrea, da Filippo), ma l'incontro è sempre con Gesù.
«Gesù vide Natanaele che gli veniva incontro» (1,47a): è Natanaele che viene, però è Gesù che per primo lo scorge. L'iniziativa è di Gesù. Filippo ha testimoniato a Natanaele, ma la chiamata è di Gesù. L'elezione è indicata dal suo sguardo che lo vede prima. La testimonianza non equivale alla chiamata.
«Ecco un vero israelita in cui non c'è inganno» (1,47b): solo di Natanaele si esprime una resistenza di fronte a una notizia che sembra contenere una sorta di contraddizione. Eppure è solo di Natanaele che si dice che in lui non c'è finzione. Mostrare le proprie resistenze è lealtà.
«Ecco (guarda) veramente»: sembra di notare in Gesù un'ombra di meraviglia e di entusiasmo. Non è facile incontrare un uomo così, anche se dovrebbe essere la caratteristica di ogni israelita. «In lui non c'è inganno»: dolos può significare inganno, furbizia, scaltrezza, artificiosità, finzione.
Con una sola parola Gesù definisce l'identità spirituale di Natanaele: franco e disponibile. Anche disponibile: ha posto un'obbiezione ma non ha chiuso il discorso, ed è andato a sincerarsi. «Senza inganno» è l'unica parola della nostra narrazione – ed è una parola detta da Gesù – che definisce la qualità del discepolo. È sorprendentemente una qualità che diremmo umana. Definisce l'uomo, la persona, non soltanto il discepolo.
«Prima che Filippo...» (1,48): Gesù fa capire che il suo sguardo su Natanaele precede la testimonianza di Filippo.
L'iniziativa è proprio sua. Il suo sguardo precede ogni mediazione. Natanaele pone una domanda: come? È la domanda di una prova e Gesù la offre. La risposta alla chiamata non è cieca!
«Sotto il fico» è detto due volte, e questo suggerisce un contesto quotidiano e familiare, profano, apparentemente del tutto occasionale. Non : sotto un fico, ma sotto il fico, con l'articolo, precisamente il fico davanti a casa. Questa parola di Gesù vuole essere un «segno». Non è una domanda che invita a interrogarsi, come quella rivolta ai due discepoli. Né un invito alla sequela come il «venite» rivolto ai due discepoli o il «seguimi» rivolto a Filippo. Né è una parola che dice la missione, come la parola rivolta a Pietro. E una parola che sembra dire una banalità, ma è una parola che per Natanaele è già un vero segno (il segno è sempre personale!) di chi sia Gesù.
«Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re di Israele» (1,49): questa l'unica professione di fede rivolta direttamente a Gesù. Le altre erano contenute nelle testimonianze. Con questa confessione si conclude la fede dei discepoli. Tuttavia è una confessione ancora rinchiusa nel contesto giudaico. Gesù non la rifiuta, perché vera. Ma resta inadeguata. In qualche modo la supera parlando del Figlio dell'uomo. Gesù fa a Natanaele una promessa: il fatto che Gesù l'abbia visto sotto il fico, è un piccolo inizio. Vedrai cose ben più grandi. Quali? C'è tutto il vangelo per capirlo [9].
Il cielo aperto
Il v. 51 è senza dubbio una conclusione. Non sono gli altri che dicono qualcosa di Gesù, ma è Gesù che parla di sé. È Lui stesso che svela la propria identità. Conclusione, perché l'intera narrazione è retta da questa domanda: chi è Gesù?
Gesù si rivolge a Natanaele («gli dice»), ma le sue parole sono al plurale. L'affermazione che suona come una promessa è per tutti: «Vedrete». Ciò che Gesù dice è al tempo stesso una manifestazione di sé e una promessa. La sua manifestazione ha bisogno di un futuro: è infatti una storia che solo alla fine può svelare pienamente il suo significato.
Il doppio amen sottolinea l'autorevolezza di Gesù e l'importanza decisiva di ciò che sta affermando. L'immagine del cielo aperto e degli angeli che salgono e scendono rinvia a Genesi 28,10-22. Nella rilettura evangelica il verbo anoigo è al participio perfetto, e questo suggerisce che l'apertura dei cieli è ormai un fatto permanente. Non più la scala, ma il Figlio dell'uomo. Non più il Dio dei padri, ma il Figlio dell'uomo. Gesù è il luogo in cui Dio si manifesta e si comunica agli uomini. Lui è la nuova casa di Dio.
«Figlio dell'uomo» è un titolo che troviamo qui per la prima volta e che nel vangelo si legge 13 volte, per lo più in bocca a Gesù. È un'espressione enigmatica che impedisce certi fraintendimenti. Ed è un'espressione misteriosa, che subito non dice tutto: come già detto, è necessaria una storia perché l'identità di Gesù venga svelata.
Nella narrazione giovannea della chiamata dei primi discepoli si intravede una varietà di chiamate, ma le strutture portanti sono le stesse. Sono chiamati uomini già in ricerca (i primi due discepoli) e uomini che sono semplicemente Giudei osservanti (Natanaele). La chiamata può essere me- diata da testimonianze differenti: il Battista, il discepolo che ha già trovato, Gesù stesso. E chi è chiamato può essere subito pronto o dubbioso. Il panorama è dunque vario. Ma la chiamata è sempre di Gesù e determinante è l'incontro con Lui, un incontro che apre una storia, non che la chiude.
L'ultimo cenno – e cioè che la chiamata si apre sul futuro – merita una considerazione ulteriore. I due discepoli compiono un primo gesto (seguono) e pongono la prima domanda («dove dimori?»), gesto e domanda sono ricchi di insospettabili sviluppi: conducono là dove essi ancora non sanno. Anche il loro primo vedere («Videro dove abitava») e il loro primo trovare («Abbiamo trovato il Messia») sono un inizio aperto a insospettabili sviluppi: saranno seguiti da altri vedere e da altri trovare. La correttezza della ricerca non sta, dunque, nel sapere già con esattezza cosa si vuole, ma piuttosto nel porsi sulla strada giusta, nella direzione giusta, disposti a percorrerla dovunque essa conduca. Il difetto di fondo – ma lo si vedrà ancor meglio più avanti – sta proprio nella pretesa di chiudere il cammino, di sapere già: rinchiudersi entro un progetto, anziché aprirsi alla libertà di una persona.
NOTE
1 Si vedano le pagine dei grandi commentari inerenti all'episodio: R. Garrigou-Lagrange, Evangile selon St. Jean, Paris 1936; D. Mollai, Saint Jean Maitre spirituel, Paris 1976; R. Schnackenburg, Il vangelo di Giovanni, parte prima, Brescia 1973; G. Segalla, Giovanni, Roma 1976; S.A. Panimolle, Lettura pastorale del vangelo di Giovanni, vol. I, Brescia 1978; R.E. Brown, Giovanni, Assisi 1979; J. Mateos-J. Barreto, Il vangelo di Giovanni, Assisi 1982; M. Laconi, Il racconto di Giovanni, Assisi 1989; R. Fabris, Giovanni, Roma 1992; X.-L. Dufour, Lettura dell'evangelo secondo Giovanni, vol.I, Milano 1995. Se veda anche il mio commento, Giovanni, in Barbaglio-Fabris-Maggioni, I Vangeli, Assisi 1980.
2 R. Fabrls, Giovanni, cit., p.194.
3 X.-L. Dufour, Lettura dell'evangelo secondo Giovanni, cit., p. 260.
4 Evangile selon St. Jean, Paris 1936, p.45.
5 Das Evangelium des Johannes, Göttingen 1968, p.70.
6 Saint Jean Maître spirituel, Paris 1976, p.81.
7 M.-E. Boismard, Du Baptême à Cana, Paris 1956, p.73; B.F. Westcott, The Gospel according to St. John, London 1958, p.24.
8 G. Segalla, Giovanni, Fossano 1972, p.166.
9 Cfr. C. Traets, Jésus et le Père en Lui selon l'Evangile de Saint Jean, Roma 1967, p.18.
(da: La brocca dimenticata. I dialoghi di Gesù nel Vangelo di Giovanni, Vita e Pensiero 1999, pp. 15-27)















































