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    Il cieco nato

    Bruno Maggioni

     

    9,1. Mentre passava, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita.
    2. I suoi gli chiesero: Maestro, chi ha peccato perché nascesse cieco, lui o i suoi genitori?
    3. E Gesù: Né lui né i suoi genitori, ma è avvenuto perché in lui si manifestino le opere di Dio.
    4. Finché è giorno, dobbiamo lavorare nelle opere di Dio che mi ha mandato, poi viene la notte e nessuno può più lavorare.
    5. Finché sono nel mondo, io sono la luce del mondo.
    6. Detto questo, sputò in terra, e fece con la saliva un po' di fango, lo spalmò sugli occhi del cieco, significa:
    7. e gli disse: Va' a lavarti nella piscina di Siloe (che inviato). Egli vi andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
    8. I vicini e quanti lo avevano conosciuto da mendicante dicevano: Non è l'uomo che stava seduto a chiedere l'elemosina?
    9. Alcuni dicevano: È lui. Altri: No, è uno che gli assomiglia. Ma lui affermava: Sono proprio io.
    10. Allora gli chiesero: Come ti apersero gli occhi?
    11. Rispose: L'uomo chiamato Gesù fece del fango, me lo spalmò sugli occhi e mi disse: Va' a Siloe e lavati. Io ci sono andato, mi sono lavato e ci vedo.
    12. Gli domandarono: Dov'è ora? Rispose: Non lo so.
    13. Allora condussero il cieco guarito dai farisei.
    14. Il giorno in cui Gesù fece del fango e gli aperse gli occhi era un sabato.
    15: I farisei, a loro volta, gli chiesero come avesse riacquistato la vista. Disse loro: Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo.
    16. Alcuni farisei sentenziarono: Quest'uomo non è da Dio, perché non osserva il sabato. Ma altri replicarono: Come può un peccatore compiere tali segni? E c'era disaccordo fra di loro.
    17. Così chiesero di nuovo al cieco: Tu cosa dici di colui che ti ha aperto gli occhi? Rispose: È un profeta.
    18. Ma i Giudei non credettero che egli fosse stato cieco e che avesse riacquistato la vista, fin quando – chiamati i suoi genitori – non li ebbero interrogati:
    19. È questo vostro figlio? Ed è vero che è nato cieco?
    20. Risposero i genitori: Noi sappiamo che è nostro figlio e che è nato cieco;
    21. ma come ora ci veda, non lo sappiamo, e nemmeno sappiamo chi gli ha aperto gli occhi. Chiedetelo a lui, è maggiorenne: può parlare di quanto lo riguarda.
    22. I genitori risposero in questo modo perché avevano paura dei Giudei.
    23. Infatti avevano decretato che venisse espulso dalla sinagoga chiunque avesse riconosciuto Gesù come Messia. Ecco perché risposero: È maggiorenne, può parlare di ciò che lo riguarda.
    24. Convocarono un'altra volta il cieco guarito e gli dissero: Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quell'uomo è un peccatore.
    25. Rispose: Se sia un peccatore, io non lo so. Ma so una cosa: ero cieco e ora ci vedo.
    26. Gli chiesero di nuovo: Che cosa ti ha fatto? In che modo ti ha aperto gli occhi?
    27. Ve l'ho già detto – rispose – ma non mi avete dato retta. Che cosa volete ascoltare di nuovo? Volete forse anche voi diventare suoi discepoli?
    28. A questo punto lo copersero di ingiurie: Sarai tu suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè.
    29. Sappiamo che Dio ha parlato a Mosè, ma costui non sappiamo neppure donde venga.
    30. Proprio questo è sorprendente – rispose l'uomo -: non sapete di dove sia e mi ha aperto gli occhi.
    31. Sappiamo tutti che Dio non ascolta i peccatori, ma soltanto chi lo onora e fa la sua volontà.
    32. Da che mondo è mondo non si è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato.
    33. Se non fosse da Dio, non avrebbe potuto farlo.
    34. Tagliarono corto: Tu sei stato tutto generato nel peccato e vieni a insegnare a noi? E lo cacciarono dalla sinagoga.
    35. Gesù venne a sapere che lo avevano espulso e quando lo incontrò gli disse: Credi tu nel Figlio dell'uomo?
    36. Rispose: Chi è, Signore, perché io creda in Lui?
    37. Gli disse Gesù: Tu lo hai veduto, è colui che parla con te.
    38. E quello: Credo, Signore! E si prostrò davanti a lui.
    39. Gesù continuò: Io sono venuto in questo mondo per provocare una crisi: perché quelli che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi.
    40. Alcuni farisei che erano con lui udirono queste parole e gli chiesero: Siamo forse ciechi anche noi?
    41. Se foste ciechi – rispose Gesù - non sareste peccatori. Ma perché dite: noi vediamo, il vostro peccato rimane.

    Il termine luce ricorre ventidue volte nel vangelo di Giovanni ed è sempre riferito a Gesù eccetto in 1,8 e 5,35. Naturalmente non è qui il caso di prendere in considerazione tutte queste ricorrenze. Ce ne bastano due che – in un certo senso – costituiscono la premessa all'episodio che direttamente ci interessa [1].
    La prima ricorrenza si legge nel prologo (1,4-5): «In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta». Il simbolo della vita e della luce sono strettamente congiunti. Ma prima la vita e poi la luce. Non si afferma che la luce era la vita degli uomini, bensì che la vita era la luce degli uomini [2]. L'ordine dei termini non è interscambiabile. La vita è più ricca della luce: non è soltanto conoscenza, chiarezza, sapere, ma amore. La luce della vita (come si legge in 8,12) non è una iute Viva, ma una vita luminosa.
    Nella formula lapidaria del prologo c'è un secondo aspetto, che più direttamente può collegarsi all'episodio del cieco nato: la luce brilla nelle tenebre, ma le tenebre l'hanno rifiutata. È così già esplicitamente affermato il dramma della luce, il dramma della verità, di cui l'episodio del cieco nato è, appunto, una illustrazione.
    La seconda ricorrenza importante per la nostra lettura si trova in 8,12: «Gesù disse: Io sono la luce del mondo. Chi mi segue non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita» [3]. Duplice è l'immagine contenuta in questa affermazione. Gesù è come la luce del sole che dà vita e vince le tenebre. Ma poi l'immagine si sposta: Egli è come la lampada che rischiara il cammino.
    Gesù non è mai chiamato semplicemente «luce» o «la luce», ma «luce degli uomini» o, come qui, luce «del mondo». Gesù è una luce 'aperta', non 'chiusa'. È una luce per, una luce che rischiara qualcuno. Ed è una luce universale: per gli uomini, per il mondo. È una luce per tutti, non solo per pochi eletti, raggiungibile soltanto da alcuni illuminati. Ed è una luce esclusiva: non c'è altro modo di vedere il volto di Dio. Gesù è, inoltre, la luce ultima, la più chiara. Le promesse anticotestamentarie si fermano a Lui e in Lui si compiono.
    Gesù è «luce» perché realizza due condizioni. Non è luce propria, ma trasparenza di quella del Padre. È questa assoluta fedeltà al Padre che lo rende luce di Dio fra gli uomini. Ed è, inoltre, pienamente uomo, inserito nel mondo degli uomini: questa sua umanità permette a Gesù di superare la distanza fra l'uomo e l'invisibilità di Dio. L'umanità di Gesù rende visibile l'invisibile. Ma come ha testimoniato l'intero dibattito del capitolo 8, la luce di Gesù incontra il rifiuto. L'incredulità sembra prevalere.

    Il dramma

    L'episodio del cieco nato non vuole semplicemente ridire che Gesù è la luce, ma intende raccontare – dal vivo, con un esempio specifico – il dramma della luce, l'esito che essa incontra, e quali siano le profonde radici del suo rifiuto o della sua accoglienza.
    L'episodio non intende mostrare altro, in fondo, che il contrasto fra la fede e l'incredulità, l'accoglienza di Gesù e il suo rifiuto, l'aprirsi alla luce e il rimanere ciechi. Questo rifiuto è chiamato peccato (9,41). Tutta la narrazione è attraversata dal motivo del peccato: 9,2.3.16.24.25.31.
    Il racconto si svolge nei termini di un interrogatorio processuale, e si snoda seguendo lo schema di un contrasto: da una parte un cieco che viene alla luce, dall'altra i farisei che restano nelle tenebre [4].
    Il miracolo è raccontato brevemente (9,6-7), perché l'attenzione non deve indugiare sul miracolo, ma sul, dibattito che esso suscita. Seguono in rapida successione alcuni interrogatori, che esemplificano le diverse posizioni che l'uomo può assumere di fronte a Gesù: il cieco interrogato dalla folla (9,8-12), il cieco interrogato dai farisei (9,13-17), i genitori del cieco interrogati dai Giudei (9,18-23), di nuovo il cieco interrogato dai Giudei (9,24-34), infine l'incontro conclusivo fra Gesù e il cieco e, poi, fra Gesù e i farisei (9,31-41).

    I personaggi

    Nella narrazione compaiono personaggi secondari, che svolgono funzioni collaterali, a servizio del tema centrale: i discepoli (9,2) che pongono la domanda sull'origine della malattia, dando così a Gesù l'occasione di prendere le distanze dall'opinione corrente; i conoscenti che svolgono, essenzialmente, la funzione di confermare la realtà dell'accaduto (9,8-12); un gruppo di farisei disponibili (9,16) che però il narratore abbandona per concentrarsi unicamente sugli oppositori; i genitori del cieco (9,20-22) che svolgono un duplice ruolo: confermare il miracolo e permettere al narratore di ricordare l'esistenza di un clima di intimidazione e di minaccia da parte dell'autorità («Avevano decretato che fosse espulso dalla sinagoga chiunque avesse riconosciuto Gesù come Messia»).
    I personaggi veramente essenziali sono tre, non due come nel capitolo 8. Anzitutto Gesù, che si rivela con un segno al tempo stesso luminoso e critico. È Lui, come sempre, il protagonista: non perché in scena dall'inizio alla fine, ma perché apre e chiude la narrazione e soprattutto perché di Lui sempre si parla. Poi gli oppositori, che qui sono indicati come farisei o Giudei. Infine il cieco guarito che rappresenta l'uomo disponibile, e alla fine, credente.

    «Passando vide un cieco dalla nascita» (9,1): così viene introdotto Gesù, senza nessuna indicazione di tempo e di luogo, ma semplicemente sottolineandone l'iniziativa («vide»). Non è il cieco che prega Gesù, ma è Gesù che lo vede.
    Con la loro domanda («chi ha peccato, lui o i suoi genitori?»), i discepoli diventano i portavoce di una mentalità comune e diffusa.
    La risposta di Gesù condanna senza appello questa mentalità: «Né lui né i suoi genitori» (9,3). Gesù cambia la direzione della domanda: non più una curiosità sulla causa della disgrazia, ma una parola sul fatto che la disgrazia può diventare un luogo in cui si manifestano le opere di Dio (9,3). È questo che Gesù intende mostrare, e ne ha persino fretta (9,4). «Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo» (9,5): la guarigione del cieco sarà un miracolo che manifesterà che Lui è proprio la luce del mondo.
    Gesù guarisce il cieco con un gesto insolito, di cui non conosciamo perfettamente il significato (9,6), e lo manda a lavarsi nella piscina di Siloe (9,6-7). Il gesto di Gesù, come il comando di andare a lavarsi, è certamente strano, ma viola il sabato, ciò che nell'economia del racconto è veramente essenziale.
    Compiuto il miracolo, Gesù scompare dalla scena. Non interviene nel dibattito e non discute con i farisei. Rientrerà in scena solo alla conclusione, quasi per tirare le fila di tutta la discussione che si è svolta.

    I farisei sono posti di fronte a una situazione veramente imbarazzante: Gesù ha. compiuto il miracolo, e questo porta a concludere che egli viene da Dio. Ma nel contempo ha violato la legge del sabato, e questo porta a concludere che egli è peccatore. Come decidere? I farisei cercano – dapprima – di negare il fatto (9,18), poi negano l'interpretazione ovvia del fatto espressa dal cieco (9,30-33), infine zittiscono la voce che testimonia il fatto (9,34). Di fronte a un avvenimento che li sconcerta, essi non prendono neppure in considerazione la possibilità di discutere la loro concezione del sabato: sono convinti di sapere già. In questi farisei si ritrova lo stesso atteggiamento degli oppositori del capitolo 8: chiusura alla luce per presunzione – rifiuto ostinato e responsabile –, sopraffazione e minaccia.
    L'affermazione insistita della realtà del miracolo (attestazione della folla, interrogatorio del cieco, interrogatorio dei genitori, nuovo interrogatorio del cieco) vuole mostrare che i farisei chiudono gli occhi all'evidenza. Non ha uno scopo apologetico.

    Tutto il contrario è l'atteggiamento del cieco, personaggio a cui il narratore affida lo svolgimento di molteplici ruoli. È il portavoce dell'interpretazione credente del comportamento di Gesù. È la figura del testimone coinvolto nello stesso rifiuto del Maestro e vittima allo stesso modo della violenza degli oppositori. Soprattutto, è il contrario dell'atteggiamento farisaico: riconosce di non sapere, è disponibile, ragiona a partire dalla realtà del fatto accaduto.
    A ogni domanda che gli viene rivolta, il cieco risponde con una confessione di Gesù: un uomo (9,11), un profeta (9,17), un inviato di Dio (9,33). È quasi una progressiva scoperta dell'identità di Gesù, un cammino di fede, che trova il suo culmine nell'incontro con Gesù dopo la cacciata dalla sinagoga (9,33-37), dove Gesù è chiamato Figlio dell'uomo e Signore.
    Il progressivo avvicinarsi del cieco alla luce è in parallelo contrasto con la progressiva cecità dei farisei. Tre volte il cieco dichiara di non sapere (9,12.25.36), riconosce dunque la propria cecità. Tre volte invece i farisei dichiarano di sapere (9,16.24.29): è questa pretesa di sapere che giustifica il duro giudizio di Gesù nei loro confronti (9,41). I farisei presumono di sé, sono chiusi nella loro verità, credono di avere già la luce: per questo non sono aperti alla novità di Gesù.

    Siamo forse ciechi anche noi?

    «Se foste ciechi, non sareste peccatori. Ma perché dite noi vediamo il vostro peccato rimane» (9,41): queste parole di Gesù vanno attentamente esaminate. Esse fanno capire chiaramente che per uscire dal peccato occorre una condizione preliminare: ammettere la possibilità di essere nel peccato. In secondo luogo, fanno capire che la cecità dei farisei è loro imputabile («poiché dite...»). E infine ricordano che il peccato (al singolare, e cioè la radice dei molti peccati) è – ultimamente – la chiusura di fronte ai gesti che Gesù ha compiuto e al senso che da essi sprigiona: una chiusura dettata, come già ripetuto, dalla presunzione di essere già nella verità. Si può quasi dire che il peccato non è, anzitutto, il rifiuto di Gesù, rifiuto che nel nostro episodio assume anche una valenza ecclesiale oltre che cristologica (è rifiutato Gesù e insieme il discepolo che lo confessa), quanto piuttosto la presunzione di vedere («noi vediamo») che di quel rifiuto è – appunto – la causa. Prigionieri di questa loro falsa sicurezza, i farisei non si lasciano smuovere da nulla, neppure dall'evidenza dei fatti. I fatti hanno la loro forza di verità che gli schemi mentali, invece, non possono vantare: devono perciò lasciarsi mettere in questione. I fatti sono fatti.
    Si può anche annotare – a questo punto – che i diversi passi del vangelo, nei quali si dice che, nonostante le opere compiute, non credettero in Gesù (per esempio 10,3738; 12,37; 14,11; 15,24) trovano nel nostro episodio la loro illustrazione. L'episodio del cieco nato è veramente una sorta di drammatizzazione dei molti episodi in cui Gesù è stato rifiutato.

    «Il vostro peccato rimane», dice ancora Gesù. Ma come intendere questa sorta di immobilità che egli attribuisce al peccato dei suoi oppositori? Alcuni aspetti sono già stati da noi presi in considerazione esaminando il dibattito del capitolo 8. L'episodio del cieco nato ci permette, tuttavia, di aggiungere altre annotazioni. [5].
    La netta predilezione di Giovanni per amartia (peccato, al singolare) rivela che il suo interesse è soprattutto per la natura del peccato. Più che ai vari comportamenti peccaminosi egli è attento alla radice che li provoca.
    Si aggiunga che Giovanni non parla mai del peccato in modo astratto, ma sempre esistenzialmente. Lo coglie e lo fotografa negli atteggiamenti che i diversi personaggi, o gruppi, assumono di fronte a Gesù. Sappiamo, poi, che Giovanni ragiona in bianco e nero: non ama le mezze misure. Difatti egli inserisce il comportamento peccaminoso dei vari personaggi in tutte quelle antitesi che costituiscono una delle principali caratteristiche del suo vangelo: luce e tenebra, verità e menzogna, amore e odio, vita e morte, schiavitù e libertà. Con il suo comportamento – di questo Giovanni è convinto – l'uomo si colloca di qua o di là. Non c'è scampo. È all'interno di queste antitesi che l'evangelista legge e valuta il peccato dell'uomo, imprimendo in tal modo alla sua valutazione una radicalità e una drammaticità impressionanti.

    Il vangelo dice che Gesù è venuto a togliere il peccato (1,32), e tuttavia, paradossalmente, è proprio con la sua venuta che si pongono i termini che rendono possibile il peccato in tutta la sua gravità: un peccato cosciente e, in un certo senso, definitivo. Il vero peccato diventa possibile quando si è posti di fronte alla luce del Cristo, di fronte, cioè, a una luce che più grande non può essere, e la si rifiuta: «Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato, ma ora non hanno scusa per il loro peccato... Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio» (15,22-24).
    Come già annotato nei capitoli 7 e 8, Gesù fu ripetutamente accusato di essere indemoniato e peccatore. In realtà, tutta la sua esistenza è stata l'esatto contrario del peccato. Egli non ha mai cercato se stesso e la propria gloria, sempre docile in tutto alla volontà del Padre. La verità di Gesù è la sua vita. Questo è il grande segno, non soltanto i miracoli che Lui ha compiuto.
    Per Giovanni il vero peccato è l'incredulità, che egli considera il peccato per eccellenza, e che non è mai un atto, ma una opzione, un atteggiamento tendenzialmente stabile. L'evangelista non prende in considerazione la possibilità di cadere senza colpa e senza responsabilità personale in una tale situazione: l'incredulità di cui egli parla è sempre un'opzione lucida e responsabile. E la luce che viene rifiutata è una luce 'sconcertante', opera una crisi e fa problema, ma è una luce chiara. La verità è rifiutata per la sua chiarezza, non per la sua oscurità.
    Per tutto questo Giovanni attribuisce al peccato di incredulità una eccezionale gravità, quasi una valenza escatologica. Il rifiuto di Gesù è un rifiuto che si può dire escatologico, perché rifiuta la rivelazione ultima e definitiva. Rifiutare Gesù significa – sempre secondo Giovanni – chiudere gli occhi di fronte a una luce che è giunta al suo pieno meriggio. Non è possibile attendersi una manifestazione più chiara. Ecco perché il rifiuto di Gesù assume quasi un carattere di definitività. E questo spiega perché i giudizi di Giovanni assumono non raramente una durezza che ci sorprende: «Morirete nel vostro peccato» (8,21); «Il vostro peccato rimane» (9,41); «C'è un peccato che conduce alla morte» (1Gv 5,16). Giovanni pare inoltre convinto che l'uomo possa arrivare a una tale opzione in favore delle tenebre che non si vede più come possa uscirne: si direbbe che abbia anticipato, appunto, il giudizio finale di condanna.
    Naturalmente se Giovanni scrive queste cose, è perché vuole che il suo lettore vi rifletta con grande serietà. Ma con altrettanta serietà – mi permetto di aggiungere – il lettore deve anche prendere in considerazione altre affermazioni di segno contrario: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito... Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui» (3,16-17). E ancora: «Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me» (12,32).

    NOTE

    1 Rinvio ai commentari già noti.
    2 Cfr. V. Mannucci, Giovanni, il vangelo narrante, Bologna 1993, pp.116-117.
    3 Cfr. B. Maggioni, Giovanni, in I Vangeli, cit., p. 1489.
    4 Cfr. B. Maggioni, Giovanni, in I Vangeli, cit., pp.1514-1518.
    5 Cfr. B. Maggioni, Il peccato in S. Giovanni (Vangelo e Lettere), «La Scuola Cattolica», 105 (1978), pp.236-252.

    (da: La brocca dimenticata, Vita e Pensiero 1999, pp. 103-113)



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